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    Predefinito Italia confederale? Le conclusioni di Alvi, di Gilberto Oneto

    Articolo tratto dall'edizione n° 5 del 14 Gennaio 2009
    Italia confederale? Le conclusioni di Alvi

    Recensendo il bel libro di Carlo Lottieri e Piercamillo Falasca (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno), giorni fa su Il Giornale, Geminello Alvi ha concluso scrivendo che “il rischio è che solo la rottura dell’Unità nazionale possa salvare il resto d’Italia e il Meridione da se stessi. Il che richiederebbe una Confederazione radicale o la stessa soluzione che separò, anni fa, Cechia e Slovacchia”. Recensendo il bel libro di Carlo Lottieri e Piercamillo Falasca (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, Rubbettino Editore), giorni fa su Il Giornale, Geminello Alvi ha concluso scrivendo che “il rischio è che solo la rottura dell’Unità nazionale possa salvare il resto d’Italia e il Meridione da se stessi. Il che richiederebbe una Confederazione radicale o la stessa soluzione che separò, anni fa, Cechia e Slovacchia”. Alvi non è un secessionista per scelta ideale, non girava l’estate di dodici anni fa sulle rive del Po: è arrivato a queste conclusioni alla fine di un percorso personale dignitosissimo e di un ragionamento assolutamente ineccepibile. Quello che in tanti temono, in ancora pochi auspicano e in sempre più numerosi ritengono inevitabile, sembra proprio essere l’unica soluzione che possa portare vantaggi per tutti o – come si vedrà – per quasi tutti. Quando in un matrimonio si scopre che non c’è più niente da fare, che marito e moglie litigano e non si sopportano più, che si accusano reciprocamente delle peggiori nequizie ma, soprattutto, di gravare sul bilancio comune senza contribuire in forma adeguata, o – peggio – di fregarsi o nascondere i quattrini, allora non c’è altra soluzione che la separazione.

    Consensuale e pacifica fra gente matura e civile, litigiosa e sanguinosa fra nevrastenici e trogloditi. Lo stesso vale per una comunità che passa buona parte del suo tempo a rinfacciarsi le troppe spese o l’insufficiente contribuzione, che dedica una larga fetta del proprio impegno a dissertare di questione meridionale e di questione settentrionale. C’è anche la scusa “esterna” per farlo, ed è la stessa che utilizzano gli unitaristi d’acciaio per difendere la loro creatura, che Miglio chiamava “finzione verbale, auspicio dell’impossibile”: la crisi economica globale che ha bisogno – dicono - per essere adeguatamente affrontata di coesione, di un governo centrale forte, di massicci interventi statali. E che i separatisti ritengono invece sia assai più facile fronteggiare riducendo il carico pubblico e frammentando lo Stato in parti più omogenee, in grado di muoversi nel mercato globale con maggiore agilità economica e duttilità strutturale. Naturalmente l’indicazione di Alvi troverà critici feroci (ma ancor più censori che cercheranno di ignorarla e di seppellirla nel silenzio) che obietteranno che l’Italia non è la Cecoslovacchia, che la lingua, la storia, il Piave, la nazionale di calcio, la signora Ciampi, eccetera eccetera, che insomma non esiste nessun presupposto né giustificazione per una separazione. La loro scarsa frequentazione con le regole della libertà e della democrazia reali fa loro dimenticare che prima di tutto una separazione consensuale non necessita di altro che del consenso: tutto il resto è surplus per discussioni e arringhe.

    In ogni caso non è neppure vero che Cechia e Slovacchia avessero ragioni più valide per spartirsi: erano unite da quasi 500 anni (che – anche in una storia multimillenaria come quella europea – non sono proprio un batter d’ali), parlano lingue assolutamente simili, professano la stessa religione, hanno usi e costumi assimilabili. L’Italia ha poco di tutto questo, religione compresa: la Chiesa – che la sa lunga – aveva ufficializzato in tempi non sospetti le differenze con la creazione delle Diocesi di Milano e di Aquileia che, quando le disquisizioni teologiche erano importanti, godevano di straordinarie autonomie. Cechi e slovacchi hanno deciso di fare per conto proprio e l’hanno fatto: niente risse, niente rancori, niente violenza. Oggi sono grandi amici e partners commerciali ed entrambi stanno molto, ma molto, meglio di quando dovevano condividere lo stesso angusto appartamento. Non sono i soli: neanche novant’anni prima norvegesi e svedesi avevano fatto lo stesso, e poi danesi e islandesi. Tutta gente civile che – come succede fra coppie per bene – si è spartita serenamente il mobilio ed è, così si dice in questi casi, “restata buona amica”. In più, rispetto agli esempi citati, Italia e Padania avrebbero anche il vantaggio di continuare a convivere sotto lo stesso tetto europeo, di avere la stessa moneta, le stesse regole per la lunghezza dei cetrioli, e la stessa sbrindellata politica estera comune. A chi non può stare bene? A quelli che di unità ci vivono, alla casta politica che sul grande mucchio prospera, alle organizzazioni criminali che hanno bisogno di pascoli sempre più ampi, ai milioni che dallo Stato italiano ricevono uno stipendio grande o piccolo, ma sempre sproporzionato a quello che fanno. E poi ai patrioti inossidabili, a quelli che hanno le scalmane alle note dell’Inno, che vogliono salvare Alitalia solo per vedere il tricolore alto nei cieli, che – come uno dei più fulgidi eroi del libro Cuore – da quando hanno dato la mano a Mastella o a Scalfàro, non se la sono più lavata. È un esercito numeroso, elettoralmente pesante, bene incistato nei mezzi di comunicazione, abbarbicato in Parlamento e nei posti che contano come su un roccione del Montello. Un vantaggio i cechi e gli slovacchi l’avevano sicuramente rispetto a noi: non c’era un’armata di opliti che viveva di Cecoslovacchia.

    Gilberto Oneto

    http://www.opinione.it/

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  2. #2
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    Piu' o meno io la penso come Oneto e dodici anni fa ero a Venezia a sostenere la nascita della Padania.

  3. #3
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio

    [L'utente si trova nella tua lista ignorati] Visualizza citazione
    Articolo tratto dall'edizione n° 5 del 14 Gennaio 2009
    Italia confederale? Le conclusioni di Alvi

    Recensendo il bel libro di Carlo Lottieri e Piercamillo Falasca (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno), giorni fa su Il Giornale, Geminello Alvi ha concluso scrivendo che “il rischio è che solo la rottura dell’Unità nazionale possa salvare il resto d’Italia e il Meridione da se stessi. Il che richiederebbe una Confederazione radicale o la stessa soluzione che separò, anni fa, Cechia e Slovacchia”. Recensendo il bel libro di Carlo Lottieri e Piercamillo Falasca (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, Rubbettino Editore), giorni fa su Il Giornale, Geminello Alvi ha concluso scrivendo che “il rischio è che solo la rottura dell’Unità nazionale possa salvare il resto d’Italia e il Meridione da se stessi. Il che richiederebbe una Confederazione radicale o la stessa soluzione che separò, anni fa, Cechia e Slovacchia”. Alvi non è un secessionista per scelta ideale, non girava l’estate di dodici anni fa sulle rive del Po: è arrivato a queste conclusioni alla fine di un percorso personale dignitosissimo e di un ragionamento assolutamente ineccepibile. Quello che in tanti temono, in ancora pochi auspicano e in sempre più numerosi ritengono inevitabile, sembra proprio essere l’unica soluzione che possa portare vantaggi per tutti o – come si vedrà – per quasi tutti. Quando in un matrimonio si scopre che non c’è più niente da fare, che marito e moglie litigano e non si sopportano più, che si accusano reciprocamente delle peggiori nequizie ma, soprattutto, di gravare sul bilancio comune senza contribuire in forma adeguata, o – peggio – di fregarsi o nascondere i quattrini, allora non c’è altra soluzione che la separazione.

    Consensuale e pacifica fra gente matura e civile, litigiosa e sanguinosa fra nevrastenici e trogloditi. Lo stesso vale per una comunità che passa buona parte del suo tempo a rinfacciarsi le troppe spese o l’insufficiente contribuzione, che dedica una larga fetta del proprio impegno a dissertare di questione meridionale e di questione settentrionale. C’è anche la scusa “esterna” per farlo, ed è la stessa che utilizzano gli unitaristi d’acciaio per difendere la loro creatura, che Miglio chiamava “finzione verbale, auspicio dell’impossibile”: la crisi economica globale che ha bisogno – dicono - per essere adeguatamente affrontata di coesione, di un governo centrale forte, di massicci interventi statali. E che i separatisti ritengono invece sia assai più facile fronteggiare riducendo il carico pubblico e frammentando lo Stato in parti più omogenee, in grado di muoversi nel mercato globale con maggiore agilità economica e duttilità strutturale. Naturalmente l’indicazione di Alvi troverà critici feroci (ma ancor più censori che cercheranno di ignorarla e di seppellirla nel silenzio) che obietteranno che l’Italia non è la Cecoslovacchia, che la lingua, la storia, il Piave, la nazionale di calcio, la signora Ciampi, eccetera eccetera, che insomma non esiste nessun presupposto né giustificazione per una separazione. La loro scarsa frequentazione con le regole della libertà e della democrazia reali fa loro dimenticare che prima di tutto una separazione consensuale non necessita di altro che del consenso: tutto il resto è surplus per discussioni e arringhe.

    In ogni caso non è neppure vero che Cechia e Slovacchia avessero ragioni più valide per spartirsi: erano unite da quasi 500 anni (che – anche in una storia multimillenaria come quella europea – non sono proprio un batter d’ali), parlano lingue assolutamente simili, professano la stessa religione, hanno usi e costumi assimilabili. L’Italia ha poco di tutto questo, religione compresa: la Chiesa – che la sa lunga – aveva ufficializzato in tempi non sospetti le differenze con la creazione delle Diocesi di Milano e di Aquileia che, quando le disquisizioni teologiche erano importanti, godevano di straordinarie autonomie. Cechi e slovacchi hanno deciso di fare per conto proprio e l’hanno fatto: niente risse, niente rancori, niente violenza. Oggi sono grandi amici e partners commerciali ed entrambi stanno molto, ma molto, meglio di quando dovevano condividere lo stesso angusto appartamento. Non sono i soli: neanche novant’anni prima norvegesi e svedesi avevano fatto lo stesso, e poi danesi e islandesi. Tutta gente civile che – come succede fra coppie per bene – si è spartita serenamente il mobilio ed è, così si dice in questi casi, “restata buona amica”. In più, rispetto agli esempi citati, Italia e Padania avrebbero anche il vantaggio di continuare a convivere sotto lo stesso tetto europeo, di avere la stessa moneta, le stesse regole per la lunghezza dei cetrioli, e la stessa sbrindellata politica estera comune. A chi non può stare bene? A quelli che di unità ci vivono, alla casta politica che sul grande mucchio prospera, alle organizzazioni criminali che hanno bisogno di pascoli sempre più ampi, ai milioni che dallo Stato italiano ricevono uno stipendio grande o piccolo, ma sempre sproporzionato a quello che fanno. E poi ai patrioti inossidabili, a quelli che hanno le scalmane alle note dell’Inno, che vogliono salvare Alitalia solo per vedere il tricolore alto nei cieli, che – come uno dei più fulgidi eroi del libro Cuore – da quando hanno dato la mano a Mastella o a Scalfàro, non se la sono più lavata. È un esercito numeroso, elettoralmente pesante, bene incistato nei mezzi di comunicazione, abbarbicato in Parlamento e nei posti che contano come su un roccione del Montello. Un vantaggio i cechi e gli slovacchi l’avevano sicuramente rispetto a noi: non c’era un’armata di opliti che viveva di Cecoslovacchia.

    Gilberto Oneto

    http://www.opinione.it/
    La mia impressione è che la solidarietà nazionale si sia rotta.
    Fino a 20 - 25 anni fa sui meridionali circolavano battute e barzellette (poco più che scherzi goliardici), adesso invece vi è l'astio il non sentirli come membri della stessa comunità.
    Astio che crescerà con il peggiorare della crisi. Quando i soldi ci sono vedere un napoletano che si dipinge la cintura dell'autmobile sulla maglia per evitare la multa può far sorridere, poi si inizia a pensare che qui le multe le pagano.
    Una volta la storia del "disoccupato con quatro figli" era considerata malcostume, ora non più: si identifica sempre di più il furbo come ladro e sfruttatore e si pensa ai settentrionali che non hanno i soldi per pagarsi l'esame medico e muoiono in lista d'attesa anche perchè i soldi (che potrebbero andare al SSN) vanno ai furbi.
    Il fatto stesso che i due partiti maggiori (PD e PdL) inizino a progettare "partiti del nord" la dice lunga sulla situazione.
    Dovranno mettere un carabiniere meridionale per ogni cittadino del nord o, semplicemente, lasciarci andar via.
    L'unica cosa che può fare il Governo è gestire il processo di divisione in modo democratico (se ce la farà).

  4. #4
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    l' articolo di alvi e' interessante non tanto perche' riprende( VENTANNI DOPO!!) argomenti del " primo leghismo" ( il migliore ..) , non tanto perche' scritto dall' ottimo Alvi , ma perche' esso e' stato "lasciato passare " sul giornale di una "certa borghesia padana" che noi ben conosciamo per il suo ipocrita affarismo tricolarato e retorico.

    questo ci dice che costoro ( Questi TRADITORI evidentemente meglio informati di noi sulla crisi che ci sta per travolgere ) cominciano a ritenere che IN FUTURO i loro affaracci non potranno piu' avere Roma come sede " ideale" ..
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da larth Visualizza Messaggio

    [L'utente si trova nella tua lista ignorati] Visualizza citazione

    l' articolo di alvi e' interessante non tanto perche' riprende( VENTANNI DOPO!!) argomenti del " primo leghismo" ( il migliore ..) , non tanto perche' scritto dall' ottimo Alvi , ma perche' esso e' stato "lasciato passare " sul giornale di una "certa borghesia padana" che noi ben conosciamo per il suo ipocrita affarismo tricolarato e retorico.

    questo ci dice che costoro ( Questi TRADITORI evidentemente meglio informati di noi sulla crisi che ci sta per travolgere ) cominciano a ritenere che IN FUTURO i loro affaracci non potranno piu' avere Roma come sede " ideale" ..

    sono d'accordo;
    il cambiamento e le riforme si faranno solamente
    nel caso in cui coincidano con i loro interessi.

    come 150 anni fa, fu imposta l'unità ai popoli della penisola,
    nel momento della probabile, rovinosa caduta della baracca,
    sarà loro imposta la divisione.

    certo è che ci sarà da ridere, nell'ascoltare dagli ex fratelli
    d'itaglia, sostenere le buone ragioni per lo smembramento.

  6. #6
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    Nel 1991 si è verificato l'antefatto. La Fondazione Agnelli ha pubblicato lo studio socio-economico intitolato "La Padania. Regione italiana in Europa".

 

 

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