AVANTI! A SINISTRA Mozione Iorio IntroduzioneMaria Santoro Membro Comitato Politico
(Una presentazione della mozione al Congresso)
Cari compagni/e,
noi dobbiamo impegnarci a porre in essere un nuovo processo politico nel nostro paese, con la consapevolezza delle difficoltà che dobbiamo superare,a seguito della dèbacle elettorale che abbiamo subito. Noi dobbiamo rafforzare ed innovare un movimento giovanile che ha oltre un secolo di storia,e renderlo in breve tempo,un soggetto politico che sia in grado di dare una direzione e prospettiva politica a tutte le nuove generazioni che vorranno parteciparvi.
Tutti noi abbiamo un dovere politico e morale nel lanciare questa sfida all’esterno, proprio in questo momento di enorme difficoltà sociale,lavorativa ed economica a livello mondiale.
E’ doveroso da parte nostra,proprio perché rappresentiamo l’ortodossia del riformismo,interpretare i nuovi bisogni della gente e premiare attraverso idee nuove i meriti,per poter guardare al futuro con più ottimismo e vivere un presente con più uguaglianza sociale.Una uguaglianza fondata sulla piena applicazione dei diritti costituzionali , come il diritto al lavoro il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, il miglioramento e potenziamento del welfare come in molti paesi scandinavi e la salvaguardia del diritto all’istruzione pubblica. Il quadro politico di riferimento, ci evidenzia come in parlamento siano presenti due contenitori senza una ideologia precisa a destra troviamo conservatori,populisti,in alleanza con la xenofoba lega ed a sinistra il PD partito che che si rifà al riformismo europeo,ma che ancora ostaggio dei democristiani al suo interno,anch’essi per ragioni elettorali in alleanza con un altro partito l’IDV di Antonio Di Pietro partito iper-giustizialista,figlio di una ancora non identificata ideologia e famiglia politica. A tutto questo va aggiunto che dopo le passate elezioni tutti i maggiori partiti che hanno contribuito alla costruzione della nostra democrazia non siedono più in parlamento ,tra questi c’è anche il nostro Partito Socialista. Il nostro obiettivo deve essere l’occupazione di un nuovo spazio politico e convincere il partito a fare lo stesso. Noi dobbiamo guardare alla nostra sinistra,agli ambientalisti agli indipendenti, e a tutti coloro i quali hanno capito e credono nella costruzione di un unico partito di sinistra socialista in Italia e che si rifaccia al PSE in Europa.
Già dalle prossime elezioni europee, l’appuntamento più risonante del 2009 bisogna presentare una lista socialista aperta a candidature di compagni provenienti non solamente dall’alveo socialista ma provenienti da tutta la sinistra non massimalista. Apriamoci dunque, a tutti coloro che credono in un partito socialista italiano culla di un una nuova sinistra sempre più europeista. Presentando una lista con questo spirito si porranno le basi ad una piattaforma politico-programmatica per l’imminente futuro,un futuro che non si potrà essere tale senza un un grande partito socialista da sempre dispensatore e garante di giustizia sociale e libertà.
Parte I – Nuove generazioni
“L’avvenire dei giovani” è sempre stato un argomento retorico molto apprezzato da statisti, demagoghi, autocrati, chierici e uomini di potere in generale. Senza dover ripercorrere con attenzione questi ultimi quindici anni di stasi politica, economica e culturale che ha anchilosato pericolosamente il già scricchiolante sistema Italia, possiamo affermare che oggi la questione giovanile è fondamentalmente legata a una pesante stratificazione sociale.
L’accesso al mercato del lavoro in Italia è da sempre strangolato e oggi, in questo frangente di crisi economica, tutti i sedimenti, accumulati in decenni di protezionismi clientelari, di corporativismo e di assistenzialismo sociale calato dall’alto.
L’infinito susseguirsi di nuovi percorsi formativi (laurea di base, specialistica, magistrale, scuole di specializzazione all’insegnamento, master, dottorato di ricerca, eccetera), alla ricerca di un numero maggiore di titoli, al fine di fornire quel punto in più che permetterà a un aspirante lavoratore di scalare un paio di chilometri verso la vetta di una graduatoria, hanno spostato ancora più in avanti l’età in cui s’incomincia a lavorare o solo a cercare lavoro. C’è da dire inoltre che non è stato dimostrato un effettivo innalzamento degli standard qualitativi dei nuovi lavoratori.
Se poi aggiungiamo che gli Ordini Professionali contribuiscono a restringere l’imbuto, sempre senza portare a termine una selezione seriamente qualitativa, e che il sistema corporativista e burocratico impedisce il sorgere naturale di nuove figure professionali e la libera iniziativa del cittadino, appare chiaro che la ricerca di solidità di questi decenni ha causato invece un’assoluta mancanza di agilità dell’economia, pregiudicandone gli ingranaggi.
È chiaro che la medicina per una malattia che ha in se sintomi ereditati dal Ventennio Fascista e i recenti passi falsi degli ultimi governi, debba essere sintetizzata in grembo a quello spirito socialista liberale che, sebbene si sia affermato nel costituito-inconsistente PS, sembra ormai avere abbandonato il Parlamento anche nelle schiere di chi si fa chiamare democratico, socialista, liberale, eccetera.
FGS Pride. “Servire al Partito” non “servire il Partito”
Così come lo SDI in questi quindici anni, nel bene o nel male, è stato l’unico partito socialista italiano che ha tentato di affrontare argomenti non necessariamente legati all’identità e all’unità socialista, che ha provato a gettare le basi per un percorso più largo e condiviso con altre famiglie a noi affini, restando sempre nel Partito Socialista Europeo e soprattutto nel grembo dell’Internazionale Socialista, la FGS ha preferito ricercare tra le tematiche sociali, culturali ed economiche le proprie Ragioni.
Sempre partendo da un’identità Socialista, sempre partendo contemporaneamente dall’Internazionale e dai territori, sempre partendo dalla base e mai dai vertici, si potrà costruire, ricostruire, integrare o ristrutturare una giovanile socialista capace di attirare nuovi compagni e soprattutto di formare dei dirigenti e degli amministratori capaci e preparati.
La prima questione di cui dobbiamo parlare è quindi come dovremmo organizzarci.
Partendo dal presupposto che la base operativa e di sondaggio sociale è la Città , è chiaro che una sezione cittadina debba costituire l’elemento fondante dell’organizzazione, e avere una grande autonomia organizzativa e, possibilmente, finanziaria. Ogni sezione dovrà gestire come meglio può le proprie risorse umane sul territorio. Possiamo, infatti, verosimilmente ritrovarci con una Metropoli di quasi un milione di abitanti e solo un pugno di militanti. Contemporaneamente un comune sotto i diecimila abitanti potrebbe veder nascere una comunità di decine di compagni. L’istituzione di una federazione provinciale è un’esigenza importante per il dialogo con le istituzioni e con le altre organizzazioni che generalmente hanno coordinamenti a livello provinciale. Infine il segretario regionale, espressione sintetica delle federazioni provinciali e delle sezioni cittadine, non deve avere semplicemente il ruolo di rappresentare l’unità della propria federazione regionale e dirigerne le attività. Un modello federale, il più pratico e il più democratico, ha nell’incontro dei rappresentanti regionali il naturale organo direttivo dell’Organizzazione.
Il Segretario Nazionale, accompagnato da un esecutivo scelto sui criteri del merito e dell’impegno più che sugli equilibri territoriali, dovrebbe essere il cuneo della Giovanile per accedere agli organismi di Partito, il rappresentante degli interessi e soprattutto della dignità dei singoli compagni. Il suo essere condiviso dal maggior numero di compagni deve essere garanzia della sua autonomia dal Partito, perché la Giovanile Socialista deve essere un’associazione federata al PS ma non un organo dello stesso.
I giovani militanti socialisti sono parte di una comunità. Così come esistono dei giovani iscritti al partito senza essersi tesserati alla FGS, così esistono degli iscritti alla giovanile che non sono mai stati tesserati allo SDI e adesso non si sono neanche tesserati al PS. Bisogna garantire la libertà di scelta, una Giovanile non deve essere parte integrante del Partito Socialista ma del Socialismo. Una giovanile al servizio di un partito non serve a nessun partito, i giovani socialisti devono tener conto che devono crescere, per essere utili alle Cause, non possono essere gli altri a decidere se abbiamo ragione o no di esistere come organizzazione autonoma. Speriamo di convincerli, ma non facciamocene una malattia. Noi giovani socialisti siamo una comunità che esiste, che è presente nel territorio, nelle università, nella I.U.S.Y, nell’E.C.O.S.Y, nelle amministrazioni e nei sindacati. Un progetto unitario, al di là della fase congressuale, può essere raggiunto solo e soltanto se partiamo dai territori, dall'impegno della base. Diamo un’ anima alla politica - il difficile rapporto tra giovani e politica
La politica italiana soffre la grave mancanza di partecipazione giovanile, un dato in grado di determinare - talvolta - i risultati delle varie competizioni elettorali, ultimamente caratterizzate da un astensione che vede i giovani stessi autori di questo non poco trascurabile atto di protesta.
E’ bene analizzare le cause di tale fenomeno per comprenderlo al meglio, interrogandosi su quale sia il motivo per cui i giovani vedono da lontano la politica di oggi. Nei mesi passati, si è potuto assistere a una lunga e molto partecipata protesta, di i e politica cui protagonisti gli studenti medi e universitari, contro i provvedimenti adottati dal governo Berlusconi in materia scolastica. Manifestazioni nate dal desiderio comune tra la nuova generazione di dover esprimere, con i mezzi più efficaci, il proprio dissenso. Non comparivano alle spalle di tali azioni di protesta forze politiche, e si può essere certi che se fossero state presenti, l’eccellente adesione ottenuta non si sarebbe potuta vedere. Secondo gli ultimi sondaggi sull’interesse dei giovani alla politica, infatti, si può notare come quest’ultima sia gravemente compromessa dall’assenza di un etica che guida l’agire della classe dirigente. Basti pensare all’ampio spazio dedicato dai quotidiani e dall’informazione alle drammatiche notizie di cronaca giudiziaria, che coinvolgono personaggi con una carica istituzionale, causa di una disillusione per la politica sempre più diffusa tra i cittadini elettori. Episodi capaci di smuovere la coscienza dell’opinione pubblica, divenuta sensibile nei confronti della classe dirigente, sempre più dubbiosa sul suo operato e sulla sua capacità di rappresentanza, in quanto le ultime leggi elettorali affidano ai vertici dei partiti il compito di imporre i propri eletti, esplicito atto legislativo a scopo opportunistico a favore dell’ ormai celebre “casta” politica. Uno dei periodi più bui della storia repubblicana è stato caratterizzato proprio da una rivolta di gran parte degli italiani verso il sistema politico di quindici anni fa, dove - come è risaputo - il mondo delle tangenti e degli affari si era sostituito in maniera radicale all’amministrare per il bene pubblico. Si venne a creare un clima “di ribalta” alimentato da un’informazione trasformata in strumento per i più potenti, con l’obiettivo di neutralizzare dal quadro politico determinati soggetti. Oggi un clima tale può riproporsi in aspetti forse più gravi, che potrebbero essere seguiti da un’inevitabile aumento di consenso di alcuni partiti, già oggi visibile che - in ugual modo agli anni passati - sono impegnati nel cavalcare il populismo. Formazioni aventi una non trascurabile attrazione per la realtà giovanile. Si deducono, perciò, due diverse motivazioni che spingono la nuova generazione a rimanere lontana dalla politica: per la mancanza di un’etica, di valori morali e ideali saldi nell’amministrare quotidiano il bene comune di una nazione e la grave assenza di forze politiche con un programma incentrato sulla realizzazione di un vero disegno di società adeguato ai tempi moderni. Ecco l’importanza di farsi promotori di un’azione che darebbe prestigio, ovvero quella di donare alla Politica una nuova anima. Negli anni Ottanta potevamo lasciare dibattere la “questione morale” ai comunisti, mentre oggi che il conflitto tra Politica e interessi personali ha raggiunto livelli insostenibili è giusto e fondamentale per il nostro “essere socialisti” vivere coerentemente il nostro fare politica, rendendo il nostro impegno nel vivere civile, finalizzato a ridare credibilità alle istituzioni, tra i giovani, in particolare. Se riusciremo in questo obiettivo, sarà naturale l’incremento del consenso per i socialisti italiani, parallelo alla crisi di quei partiti nati sostenendo il valore della legalità, per mascherare l’identità populista che gli distingue in uno scenario dove manca un vero contatto tra cittadini e politica. Di questa mancanza sono vittime i giovani. Con un futuro spesso segnato da incertezza e precarietà, la politica non da risposte concrete da anni alle nuove generazioni. Con il politichese, si è abituata a risolvere i problemi dell’oggi, senza pensare al domani. La politica realizzata dalla classe dirigente degli ultimi quindici anni si dimentica dell’importanza della Persona. Troppo spesso viene trascurato il fatto che, oltre il numero dei sondaggi e delle indagini statistiche, ci sono degli uomini e delle donne che non hanno un valore utilitaristico, ma hanno un fine in se stessi, perciò, hanno il diritto alla dignità. L’informazione ci ha resi immuni alle cifre. Il tasso di povertà in aumento nel nostro Paese è un dato allarmante, ma la politica del presente non riesce a superare i dati numerici, soffermandosi ad accentuare le divisioni tra schieramenti, tra opposizione e maggioranza, facendo divenire sempre più distante l’ipotesi di un dialogo tra la minoranza e l’esecutivo, spogliando l’arte della Politica, consistente nel compromesso per la salvaguardia e l’estensione del benessere comune. Inoltre, a questa principale mancanza si somma l’incapacità dei partiti ad aprirsi seriamente ai giovani. L’introduzione del voto ai sedicenni è un provvedimento per il quale dobbiamo batterci essendo la prova della nostra identità riformista, diverrebbe la motivazione per cui le formazioni politiche sarebbero obbligate a mettere i giovani tra i primi posti dei loro programmi e a rivolgergli maggiore attenzione, in quanto elettori attivi e direttamente partecipi alla vita sociale del Paese. Nostro obiettivo, per questo, divenire portavoci di un nuovo modo di fare politica, consistente nell’essere innovativi nel comunicare, nel rapportarci con i cittadini, affrontando argomenti di vasto interesse capaci di coinvolgere quest’ultimi nella vita di tutti i giorni. Potenziando l’utilizzo del web, come fondamentale strumento per l’attività politica di questi anni, aprendo spazi di incontro virtuale tra i giovani convinti dell’ideale socialista e democratico. Solo adottando una metodologia politica al passo con i tempi, aperta a sempre nuove forme di confronto si potrà trovare maggiore adesione tra i giovani, cercando di restituire quello spirito di fare politica attualmente assente e adottando vere problematiche riguardanti la realtà giovanile su cui elaborare proposte e impegnarsi sia a livello nazionale, sia a livello locale. Parte II - L’Organizzazione La rete dei giovani socialisti La Rosa Arcobaleno , Studenti Socialisti, Europa Giovani, eccetera sono solo alcune delle associazioni, nate nel seno della FGS, finalizzate a creare una galassia capace di coinvolgere il più alto numero possibile di militanti motivati, anche solo per alcuni aspetti del progetto socialista. Rilanciare l’associazionismo nella società e nella politica, come valore aggiunto in grado di dar vita a nuove occasioni produttive, dovrà essere uno degli obiettivi primari della nuova segreteria nazionale. Un progetto da portare avanti come esempio virtuoso è sicuramente la Rosa Arcobaleno. Il progetto di una realtà associativa socialista, indirizzata sull’analisi, sulla proposta e sull’azione politica circa i temi della laicità e dei diritti civili, ha trovato una risposta assai positiva in termini di partecipazione lì dove era presente un costante attivismo. Con una gestione più razionale, in collaborazione anche con i partner europei e italiani, non sarà difficile restaurarne la struttura, dando la possibilità ai suoi dirigenti di esportare il loro modello anche nelle federazioni regionali dove ancora non è potuto nascere un nucleo della RA. Studenti Socialisti invece andrebbe ripensata dal basso, come una rete delle realtà scolastiche e universitarie socialiste, al fine di andare a creare un coordinamento in grado di garantire una voce comune dei nostri rappresentanti studenteschi presso le istituzioni. Un progetto interessante da realizzazione è quello di un centro studi, un istituto finalizzato alla ricerca, all’informazione consapevole e alla discussione pubblica sui temi che ci stanno più a cuore. Al fine di garantire un’elaborazione ricca e plurale sul modello dei think tank, così da prevedere un programma vasto e articolato di studi e pubblicazioni. Questo esempio potrebbe anche aiutarci, oltre che a coinvolgere studiosi più o meno giovani, a riconquistare lo spazio perduto nel dibattito politico e culturale. Questo genere di organizzazione inoltre può accedere facilmente a sistemi di finanziamento a più livelli, divenendo in breve tempo economicamente autonomo e capace di camminare sulle proprie gambe. Oltre a facilitare il passaggio delle nostre idee, rinvigorendo la nostra capacità di proselitismo, questo progetto soddisferà anche un’altra necessità, ovvero la formazione di una classe dirigente e intellettuale progressista, un investimento necessario non solo per il partito ma soprattutto per il Paese, per l’Università, eccetera. Le campagne tematiche
L’elaborazione ed il conseguente lancio di due o tre campagne tematiche annuali, legate alla campagna di adesione, è da tempo un buon costume della nostra federazione.
La scelta e lo sviluppo del tema spetterà all’Assemblea Nazionale che, grazie al nuovo statuto, avrà i poteri ed i canali per diventare un valido centro di discussione ed elaborazione. I criteri devono essere i chiari. Una campagna tematica deve ovviamente toccare i temi caldi del nostro paese (diritti civili, ambiente, formazione, accesso al lavoro, ecc), quindi dovrà essere seguita da un Responsabile Campagna scelto tra lo staff del Responsabile Organizzazione. Nell’appendice di questa mozione lanciamo gli spunti per qualche possibile campagna tematica per il prossimo biennio: a. E-democracy e Open Source, ovvero la nuova frontiera della democrazia partecipativa e la trasparenza, nonché la razionalizzazione, della pubblica amministrazione; b. Libertà di lavoro, ovvero l’abbattimento di tutto quel sistema che strangola il mercato del lavoro, che minaccia di affossare il paese sotto il peso di una ingiusta stratificazione sociale e che impedisce la costituzione di un regime del merito e della responsabilità; c. Lotta al lavoro nero; Parte III - Diritti e libertà Istruzione e formazione Il malcostume italiano è particolarmente evidente nel settore dell’Istruzione, qualunque sia il suo livello: a cronici problemi di regole si sono sommati nel tempo quelli derivanti da finanziamenti sempre più risicati. Proprio mentre l’Europa si poneva l’obiettivo di diventare, entro il 2010, la maggiore economia della conoscenza del Mondo, nel nostro Paese si proseguiva la drastica riduzione dei fondi all’insegna del “fare cassa” sul nostro futuro. La recente manovra del Governo Berlusconi, segnata come sempre da una politica di provvedimenti-spot per mascherare il sostanziale obiettivo di tappare buchi di bilancio, ha costituito uno dei più “arditi tentativi”, in tal senso, di distruzione della Scuola e dell’Università Pubblica, senza peraltro avere in mente una reale alternativa ad esse. Stavolta, tuttavia, neanche la possente macchina mediatica del Governo è stata in grado di mascherare la protesta, forte e spontanea, di docenti, studenti e famiglie contro tagli a pioggia che non premiavano il merito e non eliminavano le sacche di inefficienza. Il cosiddetto “Movimento dell’Onda”, nonostante il tentativo di contrapporre gli “studenti fannulloni” ai genitori amanti di Legge e Ordine, ha fatto breccia nella società grazie al suo carattere apartitico e trasversale, ed è riuscito a far indietreggiare il Governo su alcuni punti importanti. Allo stesso tempo, sono iniziate ad emergere al suo interno proposte concrete di riforma, che si sono però spesso scontrate con vecchi tabù, rivoluzionari di professione e la stanchezza della mobilitazione permanente. E’ qui che la carica riformatrice dei Socialisti italiani deve farsi sentire: il taglio confermato alle risorse del MIUR porterà nei prossimi mesi moltissimi Atenei a doversi confrontare con larghe ristrettezze economiche, mentre il respiro corto delle misure governative vedrà sicuramente emergere le contraddizioni del nostro sistema educativo. I Giovani Socialisti dovranno sollecitare la protesta a rimanere attiva e vigile, per garantire il diritto allo studio nelle nostre università colpendo primariamente le sacche di inefficienza e di spreco, anziché i servizi agli studenti. Allo stesso tempo, dovrà essere costante e puntuale un’opera di penetrazione delle nostre idee Socialiste e Liberali nel corpo docente e nel movimento studentesco, per evitare il suo rifugiarsi in posizioni conservatrici o corporative, o tentativi di etero direzione da parte di movimenti politici. Le nostre battaglie si possono articolare nei tre concetti cardine di Merito, Uguaglianza e Libertà. Per un’Educazione del Merito, noi chiediamo :
Per un’Educazione dell’Uguaglianza, noi chiediamo :
- abilitazione all’insegnamento tramite tirocini gestiti dalle università;
- assunzione per concorsi singoli, con commissioni formate da docenti sorteggiati;
- carriera per valutazioni del merito rigorose e imparziali e contratto unico dell’insegnamento articolato in un periodo di prova non ripetibile con successiva stabilizzazione;
- abolizione del valore legale della laurea;
- revisione dei criteri di finanziamento delle Università, per privilegiare la ricerca rispetto al numero di iscritti;
- adozione di procedure di bilancio trasparenti per tutti gli Atenei;
- peer review come principio cardine della valutazione della ricerca, e coinvolgimento di esperti stranieri in essa.
- L’abolizione degli Ordini Professionali e la loro trasformazione in Albi dei Professionisti
- Test Nazionale di Accesso alle Facoltà in cui il numero chiuso è prescritto dalla Legge negli Atenei Pubblici.
- Valutazione delle Università, affidata a una Agenzia Nazionale che giudichi secondo criteri internazionali rigorosi
Per una Educazione della Libertà noi chiediamo :
- Maggiori investimenti nella retribuzione dei docenti, e nel finanziamento del sistema educativo;
- Un sistema nazionale di borse di studio per i meritevoli dalle ridotte capacità economica, e l’incentivazione ad ogni livello del prestito d’onore;
- Ritorno a una politica di asili nido aziendali, tramite la contrattazione;
- Difendere “quota 25” come massimo numero di studenti per classe, e puntare a una quota 20-15.
- Agire sui piccoli Atenei e sulle sedi staccate, per razionalizzarne il numero e inserirli in Sistemi Universitari Regionali che portino a una loro specializzazione, garantendo al contempo l’efficienza economica e il diritto allo studio
- Contrasto al DDL Pittoni sulle quote regionali nell’insegnamento e nella presidenza, e alle classi di inserimento.
- Adozione in ogni Ateneo di criteri di tassazione progressivi, e individuazione di un meccanismo più efficiente dell’ISEE per il calcolo
- Abolizione dei numeri chiusi se non per motivi logistici, da sostituire con verifiche in corso d’opera e incentivi finanziari
- Arrivare alla definitiva neutralizzazione dell’IVA sui libri, proseguendo la strada della marginalizzazione iniziata con l’Emendamento Della Vedova alla Finanziaria 2007
- Incrementare la formazione permanente degli adulti, e vincolarvi la concessione di ammortizzatori sociali
- Mantenimento dell’Obbligo Scolastico a 16 anni
Per veicolare queste battaglie, sarà necessaria una azione della Federazione dei Giovani Socialisti direttamente presso i soggetti interessati: si devono proseguire e potenziare i contatti intessuti con la Rete dei Docenti Precari e con l’Onda, con la CGIL-Scuola e con le associazioni politiche studentesche a noi più vicine, oltre a sollecitare l’azione dell’altro sindacato riferito alla Sinistra Riformista, la UIL , nel farsi carico delle ragioni di Protesta e Riforma.In questo quadro, il rilancio di Studenti Socialisti come ombrello di Associazioni locali federate potrebbe essere uno strumento fondamentale di azione diretta sul territorio, per rompere i l’isolamento cui il Sistema gerontocratico, corporativo, illiberale, costringe l’Educazione Italiana. Nuove vie del Welfare Il sistema previdenziale italiano, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione e delle sperequazioni dovute al sistema contributivo e all'elargizione di pensioni maturate con un breve periodo lavorativo, è giunto ad una situazione emergenziale: le riforme che si succedono non riescono ad arginare questo problema, con il risultato che arrivati noi all'età del ritiro non avremo più la pensione a causa dei debiti contratti per il pagamento di quelle dei nostri genitori pagate nei futuri anni in cui il numero di pensionati sarà superiore a quello dei lavoratori. Peraltro, stanti le cose con una spesa sociale assorbita per il 70% dalla previdenza, lo stato non può finanziare una riforma del mercato del lavoro che ci aiuti ad entrarvi e a divenire contribuenti effettivi, con il risultato che va instaurandosi un circolo vizioso che peggiorerà nel tempo: i pochi fondi stanziati per il welfare state lavorativo non sono destinati a favorire il nostro ingresso in questo mondo, ma a perpetrare privilegi ottenuti secondo un modello di contrattazione fordista in cui lo stato si rivolge alla grande industria, ai grandi datori e ai sindacati, i quali difendono diritti corporativi senza pensare alle categorie esterne a questo insieme (disoccupati e giovani in primis). Oltre a questo, il pubblico impiego assorbe un'ingente quantità di risorse per finanziare ciò che in passato venne considerato il vero ammortizzatore sociale italiano, con assunzioni inutili di personale improduttivo necessarie solo al pagamento di stipendi. Per spezzare l'avvitamento di questa negativa spirale è necessario ridurre la spesa previdenziale e quella del pubblico impiego al fine di liberare sufficienti risorse tese al rinnovamento delle misure di welfare state: incentivando l'ingresso della nostra generazione nel mondo del lavoro la spesa pensionistica potrà ripartire e non si accumulerà quel debito che graverebbe su di noi nella nostra senilità. Non si chiede tutela, ma un'assistenza attiva che permetta al giovane e al disoccupato di poter accedere al lavoro libero di seguire il proprio percorso di vita essendo un membro attivo della società: il nuovo stato assistenziale porrà al centro l'individuo e le sue aspirazioni lavorative a scapito della difesa di antiquati meccanismi volti a rattoppare un sistema basato sul dogma del tempo indeterminato e sugli interessi corporativi, superando la contraddizione tra politiche sociali, di sola assistenza passiva delle categorie deboli, e lavorative, figlie di un modello economico desueto in cui il corpo intermedio sindacale e i grandi soggetti produttivi agiscono a scapito e non a tutela della libertà individuale. Le pubbliche misure del welfare dovranno divenire la cornice entro la quale la singola persona dipingerà il quadro del proprio lavoro e della propria vita: se ora la massima aspirazione è la ricerca di un posto fisso, non necessariamente attinente ai propri interessi, perché permette di raggiungere l'unica condizione tutelata dall'attuale sistema, in futuro tale desiderio dovrà essere tanto perseguibile quanto la volontà di cambiamento e miglioramento, in un susseguirsi di impiego e formazione che permetta di realizzare i propri desideri contemplando la possibilità di sbagliare e ricominciare. Le nostre proposte per la razionalizzazione della spesa pensionistica sono:
- Collaborazione Stato / Privati / Enti Locali nella gestione di Scuole e Università, fatto salvo il Diritto allo Studio.
- No al Preside-Padrone previsto dal disegno di legge 953 : potenziamento del ruolo dei Consigli di Amministrazione, e rafforzamento del ruolo di studenti e famiglie al loro interno
- Abolizione dei 918 corsi di studio superiore attuali e della Scuola Media, verso un sistema che garantisca allo studente la personalizzabilità del suo percorso formativo, garantendone la qualità con un nocciolo duro di materie-cardine.
- Abolizione del sistema dei Corsi di Laurea, per tornare a Piani di Studio comunque compatibili col sistema del 3+2 e dei CFU.
- Libertà della pedagogia da metodi imposti dall’alto, e abolizione del sistema delle “sezioni”, per arrivare a quello dei “corsi”.
- Reintroduzione dei diplomi di formazione professionale.
- Proseguendo una battaglia poco nota ma molto innovativa della RnP, riforma del diritto d’autore e delle leggi a sua tutela, partendo dall’abolizione della Legge Urbani e della SIAE.
- Abolizione dei finanziamento diretto alla Scuola Privata, in favore di defiscalizzazione delle rette per gli Istituti che garantiscano prestazioni di qualità equivalente alla Scuola Pubblica.
- Defiscalizzazione degli investimenti in ricerca scientifica, cultura e assistenza sociale, fino al 20% del proprio reddito.
- Innalzamento graduale dell'età pensionabile a 65 anni per uomini e donne, salvo per le occupazioni usuranti e con un correttivo sulla genitorialità maschile o femminile: con l'aumento dell'età media, di quella di primo impiego, e la diminuzione dei contribuenti è necessario varare tale riforma per contenere significativamente la spesa attuale, impedendo per giunta una scarsa contribuzione a fronte di una lunga elargizione al fine di riequilibrare i passaggi generazionali futuri.
- Incentivazione fiscale alla creazione di fondi pensionistici complementari: il versamento all'INPS dovrà essere una parte dell'accantonamento totale del lavoratore che ad esso affiancherà un fondo complementare privato cui liberamente attingere o meno nel corso della propria vita lavorativa, per giungere ad un sistema di contribuzione misto pubblico-privato che possa offrire la tutela INPS affiancata alla libertà d'azione della persona.
- Riduzione delle pensioni contributive più onerose e dei pensionati con 15 anni di servizio. Le misure discusse libereranno fondi sufficienti alla riforma del mercato del lavoro che intendiamo perseguire, in cui superata la logica fordista è posto al centro l'individuo che sceglierà il percorso lavorativo più rispondente allo stile di vita che vuole adottare: oltre ad una maggiore della libertà personale, dalla nostra diversa impostazione deriverà una palese razionalizzazione della spesa impiegata per la maggior parte a difendere interessi corporativi ed un miglioramento delle condizioni di accesso a tale mercato, altrettanto inibite dalle logiche medievali ancora in uso, nella consapevolezza che l'aumento della forza lavoro attiva causi un aumento della domanda interna, pilastro d'un economia nazionale salda e forte. Le istanze suggerite per riplasmare il nostro mercato del lavoro sono:
- Riforma degli Ordini professionali: per quanto la presenza di un ordine possa offrire garanzie sulla prestazione e sulla deontologia del professionista aderente, allo stato attuale inibisce con le proprie regole la libera concorrenza e l'accesso alle attività. I membri non possono applicare tariffe inferiori agli standard decisi, pena l'espulsione e la conseguente impossibilità d'esercitare, creando un cartello: inoltre in molto casi per l'ammissione all'esame di Stato per l'abilitazione (gestito dall'ordine medesimo per conto dello stato) è necessario seguire un tirocinio molto lungo e non necessariamente retribuito, poiché se la formalizzazione dello stesso avviene con contratto di lavoro autonomo non scattano le poche tutele garantite dagli Ordini né la legge prevede una apposita tipologia contrattuale per i tirocinanti. Perciò si palesa l'importanza di una riforma che nella salvaguardia dell'opera di autogoverno e mantenimento di standard professionali elevati, elimini i difetti esposti.
- Riforma dei sindacati
- Aumento del potere di contrattazione sindacale di II livello
- Mercato europeo comune del lavoro: l'Unione Europea dovrebbe muoversi verso l'armonizzazione dei mercati dei singoli paesi membri al fine di fornire ai cittadini maggiori opportunità di impiego con la costituzione di uno spazio più ampio entro il quale il lavoratore possa scegliere fra il maggior numero di offerte possibili nella prospettiva di aumentare la concorrenza e la libertà di scelta della persona, previa l'aumento del costo del lavoro nei paesi dell'est Europa entrati nel 2004 e nel 2007.
- Introduzione della flexicurity con un completamento della riforma Biagi che contempli la creazione di ammortizzatori sociali ai disoccupati temporanei (reddito minimo di cittadinanza) e la formazione permanente (gestita dal pubblico e privati interessati): la persona entrata nel mercato del lavoro deve poter avere la sicurezza di ottenere un sussidio congruo a condizioni di vita dignitose finantoché non possa tornare ad essere produttivo. Nel frattempo avrà la possibilità di accrescere o migliorare la propria conoscenza al fine di riqualificarsi sul mercato stesso: sia il pubblico che i privati avranno interesse a istituire corsi di formazione lavorativi per meglio qualificare gli aspiranti lavoratori.
- Abolizione degli studi di settore e obbligo di redigere il bilancio per i lavoratori con reddito autonomo con conseguente diminuzione del carico fiscale: lo studio di settore, per la sua stessa struttura, è uno strumento di indagine fiscale lontano dalla realtà territoriale ed economica dei soggetti della ricerca, con il risultato che essi subiscono un imposizione fiscale molte volte superiore al fatturato effettivo. L'imprecisione di tale strumento porta all'evasione fiscale perché troppo grandi sono gli oneri da soddisfare: per questo proponiamo, al fine di garantire anche un migliore accesso all'esercizio di libere professioni, l'abolizione degli studi di settori e l'obbligo di redazione del bilancio, cosicché la persona possa pagare solo ciò che è dovuto, e nel contempo alleggerire il carico fiscale recuperando il non dichiarato che emergerebbe.
Pari opportunità, Diritti civili, multiculturalismo e giustizia Parlando di pari opportunità si finisce sempre, purtroppo, a venire meno all’unica discriminazione giusta, quella per Merito. Parlando di “Pari Opportunità” le sinistre europee ed americane sono arrivate alle “Affirmative actions”. Loro le chiamano “promozione dei gruppi socio-politici non dominanti” o, non sappiamo quale espressione sia peggiore, “discriminazione positiva”. Nell’Unione Europea le “affirmative actions” sono giunte soprattutto in forma di “quote” per quanto riguarda le donne, e di reclutamento mirato (se non addirittura creazione di corsie preferenziali) per le minoranze. Sempre in America è nato il movimento dei Libertarians contro questa pratica che affossa la libertà di competizione e mette da parte il Merito. Le garanzie dell’eguaglianza sociale, e più in particolare dei diritti all’educazione ed alla carriera, non devono creare ibridi come queste “Donne-panda”, specie protetta da regolamentazioni che di fatto minano la loro credibilità e la loro autorevolezza sul posto di lavoro. Come se non bastassero simili palliativi, oggi le politiche sociali sono passate in retroguardia. Guai a parlare di diritti degli omosessuali, ricerca scientifica, eccetera. Oggi i problemi sono altri, ci dicono. Purtroppo è vero, ci sono dei problemi sicuramente pesanti e duri da affrontare, ma tanto l’anchilosato mercato del lavoro quanto la discriminazione degli omosessuali hanno la stessa radice: l’illiberalità. Il riconoscimento delle Unioni di fatto, la libertà della ricerca scientifica, il divorzio breve e semplice, l’eutanasia ed il testamento biologico, la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico, la legalizzazione dei derivati della cannabis e la regolamentazione controllata della somministrazione a fini medici dell’eroina, sono solo alcuni dei temi sui quali la FGS ed il Partito si sono fin’ora spesi, e dovranno continuare a spendersi, per regalare ai cittadini italiani quel diritto ai diritti che gli oscurantismi reazionari (nel caso delle riforme sulle sfere personale e familiare) e gli interessi criminali (per quanto riguarda il proibizionismo sulla cannabis e sulla procreazione medicalmente assistita) vogliono negar loro. La Questione Laica , così come la questione Meridionale e altre questioni che ci trasciniamo dall’Unità d’Italia, non è solo un problema di principio, la laicità dello Stato è una delle condizioni necessarie per sviluppare una democrazia liberale, un mercato competitivo e giusto, una società progressista e soprattutto una cultura della dignità dell’individuo. La Chiesa Cattolica gode di incredibili vantaggi (esenzioni fiscali, normative parallele snellite, ecc) che le permettono di mantenere dinamico una serie praticamente infinita di attività commerciali ed imprenditoriali (librerie, alberghi, società sportive, cinema, scuole private eccetera), facendo concorrenza sleale ai normali cittadini che devono affrontare il mostro della burocrazia italiana, un carico fiscale elevatissimo e tanta altra roba che rende spesso impossibile lo sviluppo di nuove imprese e attività. Questo sistema (pagato non solo con il sistema truffaldino dell’otto per mille ma anche con i soldi dello Stato, delle Regioni e dei Comuni) ha permesso un’ulteriore ramificazione della Chiesa nella nostra società, a discapito non solo delle altre confessioni che han vita dura, ma anche dei privati cittadini. La Chiesa è sempre stata una lobby molto potente in Italia, ma oggi non sono più le leghe bianche e le parrocchie e gli oratori il serbatoio di voti, il canale di egemonia sul quale fa affidamento. Oggi la Chiesa controlla la politica tramite il business, il denaro e la libertà che lo Stato le da (e che nega agli altri) la rendono fondamentale per la formazione di un governo forte. Governo che dovrà continuare a sganciar denari e a concedere licenze su licenze, facendo continuare il circolo vizioso di cui siamo schiavi. Il discorso da fare sulla Chiesa è lo stesso discorso che andrebbe fatto sui sindacati, sulle grandi industrie e su tutti quei centri di potere che succhiano denaro pubblico senza produrre ricchezza e monopolizzando larghe fette di mercato. La laicità non è quindi, come vorrebbero far passare alcuni, un’idea anticlericale che vorrebbe fare dell’Italia uno Stato Ateo. La laicità è un aspetto fondamentale della cultura liberale e socialista, è quella tendenza che mira a liberare la sfera personale dalle ingerenze di chiunque. Potremmo dire che si tratta di un dipartimento fondamentale di quel Liberalismo che i principali partiti italiani, PD e PdL, sventolano come loro tradizione fondante. Non c’è però liberalismo senza laicità. Il problema è comune ad ogni ambito della vita italiana, manca la completezza della nostra Democrazia. Una società non può essere liberale sul lavoro e conservatrice sulle libertà dei suoi cittadini. La schizofrenia è una bruttissima cosa per un Governo, specialmente in uno stato dove mancano – ora possiamo dirlo – le pari opportunità, le pari garanzie dei diritti. Il divorzio, con i suoi tempi lunghi e le sue procedure, è un lusso dei benestanti, così come la fecondazione assistita non è un diritto solo per chi non può permettersi di andare all’estero. Chiaramente la questione dei diritti civili non si esaurisce nei rapporti con la Chiesa Cattolica. Lo stato deve garantire la libertà di ricerca scientifica abbandonando, per ciò che concerne il campo biomedico, la pretesa di ergersi a difensore di una morale coesistente con altre ugualmente lecite. Inoltre, con una fruttuosa collaborazione tra Università e centri di ricerca privati, esso potrà trarre beneficio dai risultati ottenuti, ad esempio reinvestendo i proventi dei brevetti nello stesso ambito e diminuendo i prezzi dei farmaci. In campo industriale, parimenti, il piccolo/medio comparto manifatturiero, spina dorsale del nostro sistema produttivo, deve poter aumentare al massimo il valore aggiunto dei prodotti mantenendo i prezzi a un livello accettabile al fine di competere con le tigri asiatiche - senza ricorrere all'abbassamento del costo del lavoro per mantenere forte il mercato interno: a tal scopo lo Stato deve impegnarsi direttamente facendo partecipare le Università all'attività dei distretti produttivi, lanciando una sfida tecnologica alla Cina. Non meno importante. Laicità significa anche rispetto dell’altro, apertura al multiculturalismo. Coraggio Laico significa essere immuni alla paura dell’altro. L’Italia oggi soffre di una sindrome da invasione barbarica molto pericolosa. La percezione di vivere in uno Stato incapace di proteggere i diritti dei cittadini da orde di immigrati (clandestini o regolari che siano), scatena una reazione che sfocia spesso nella tragedia. La paura per il marocchino, l’albanese, il tamil o il rumeno, creando ripercussioni molto gravi sulla libertà di espressione dei nostri ospiti (vedi l’impossibilità di creare luoghi di culto o anche l’accesso a certi lavori), va anche a fomentare quelle situazioni di disagio sociale ed economico che poi innescano le violenze che arrivano a giustificare la paura a priori. Ennesimo circolo vizioso che schiavizza il Paese. La soluzione non può certo essere né quella di fare dell’Italia un porto franco, dove l’impunità generale in nome del solidarismo attira (o crea) più ladroni che lavoratori, né quella di chiudere le frontiere ignorando tanto le tragedie di chi viene qui da noi, quanto l’interesse delle aziende di trovare forza lavoro. Chi viene qui deve trovare le condizioni adatte per sopravvivere e crescere contribuendo al nostro sistema. I promotori del rispetto dei diritti per questi uomini e donne dobbiamo essere noi giovani socialisti, che ci battiamo anche per la sicurezza e la serenità dei cittadini italiani. La risposta per la convivenza è sempre quella da anni: creare e rendere palese l’interdipendenza tra la nostra società e l’immigrazione. Le misure repressive che impediscono l’accesso legale in Italia contribuiscono solo a fare ingrassare l’orribile mercato degli scafisti e di tutti coloro che fanno parte del business dell’immigrazione clandestina. Finché il vettore che porterà la gente sulle nostre coste da casa loro sarà la criminalità organizzata, è chiaro che questi poveracci saranno costretti a lavorare per loro, diventando la manovalanza per lo spaccio, la prostituzione, i furti ed il commercio di armi. Aprire le porte significa togliere schiere di soldati dalle grinfie delle mafie. Ovviamente se poi arrivano qua e non trovano spazio il problema ritorna. Bisogna quindi pensare ad organizzare un’assistenza seria agli immigrati, dei canali in grado di avvicinare i nostri ospiti alle istituzioni, invece che allontanarli. Una volta innescato questo meccanismo, il contributo, già grande, che i non-cittadini danno al nostro Paese sarà ancora più grande. Allora dovremo iniziare a pensare anche a coinvolgerli nella scelta della classe politica che dovrà amministrare il loro lavoro, la loro vita. Il sistema attuale è assolutamente malsano, le carceri sono piene ed i tribunali sono intasati da “persone illegali”. Pensare di penalizzare con leggi repressive e insensate folle di persone colpevoli di essere clandestine serve solo a spingere loro verso la delinquenza e la nostra Giustizia verso il baratro dell’immobilità. Non riusciamo più ad avere una sentenza definitiva in tempi decenti, tutto il sistema favorisce il proliferare di comportamenti antilegalitari che tanto non verranno mai giudicati. La Giustizia non funziona proprio, non fornisce le garanzie basilari soprattutto ai ceti più bassi ed è vittima di lotte intestine. La separazione delle carriere tra giudice terzo e pubblica accusa, la riduzione degli incarichi extra giudiziari, l’utilizzo su più vasta scala dei giudici di pace sono solo alcuni possibili ingredienti di una seria riforma della Giustizia. Parte IV – Massimi sistemi Economia e politica estera La crisi economica internazionale, che sembrava aver sconvolto i gestori del sistema economico internazionale senza preavviso alcuno, aveva quasi portato il dollaro sull’orlo dell’abisso. La valuta cartacea, quella dei bilanci bancari soprattutto americani, è ancora valuta di riserva mondiale. Per la prima volta dal dopoguerra, una crisi economica è scoppiata nel cuore del sistema, mentre la periferia, almeno all’inizio della tempesta, sembrava pronta ad approfittare della situazione per rivoluzionare gli equilibri mondiali. Sarebbe bastato che la Cina , o un altro paese con le tasche piene di dollari, avesse dato le ingenti riserve di dollari in cambio di oro dalla borsa derivati sui metalli e sarebbe accaduto l’irreparabile. La verità terribile che tutti sapevano è che non esiste abbastanza oro o argento per pagare tutta la carta moneta in circolazione, il cui valore è quindi solo convenzionale e non corrisponde a una vera ricchezza. Quindi la Cina , o qualsiasi altro detentore di dollari inutili, avrebbe richiesto in cambio altri asset reali. Questo non è accaduto grazie alla globalizzazione, ovvero grazie a quel sistema di interdipendenza tra mercati e nazioni che rende il clima mondiale molto meno infiammabile del passato. Non è un caso infatti che le guerre per il mondo, al momento, scoppiano solo nei paesi fuori dalle dinamiche generali di globalizzazione. È anche vero però che in casi come quello del Darfour questa interdipendenza tra nazioni rende difficile anche l’intervento esterno dove più serve per evitare crisi umanitarie. L’onestà della moneta è un principio fondamentale per mantenere dinamica un’economia e far sopravvivere un sistema democratico ai naturali cicli di crescita e recessione naturali, evitando implosioni pericolosissime per la stabilità di una moderna democrazia liberale. Il prezzo potrebbe essere la nostra libertà, non semplicemente il nostro lusso. Il pericolo di una espansione creditizia così folle non è presente solo nel sistema internazionale, si tratta di una minaccia viva anche a casa nostra. In Italia il debito pubblico (che viene alimentato dal signoraggio bancario) è veramente elevato e pesa come un macigno, però il vero pericolo deriva dal progressivo indebitamento delle famiglie. Le politiche finanziarie degli anni ’70 e ’80 (quelle dei titoli di stato a tassi d’interesse molto convenienti) hanno creato buona parte del debito pubblico ma han fatto arricchire le famiglie italiane che oggi sono tra le meno indebitate d’Europa. Questo vantaggio se ben sfruttato potrebbe rilanciare seriamente la nostra Nazione, visto e considerato che abbiamo delle risorse private in grado di rimettere in moto l’economia. È anche vero però che questo vantaggio si assottiglia sempre più, che le famiglie si stanno progressivamente impoverendo e che il mercato del lavoro così come la finanza sono fortemente condizionate da poteri forti che da quindici anni dirottano le politiche governative su misure inadatte a reggere l’imminente tsunami. Appare oggi necessario dare il via ad un’operazione fiscale finalizzata a far rientrare i capitali dalle banche estere, l’abolizione dell’IVA sui beni di prima necessità e sui prodotti per l’infanzia, la detassazione dell’utile reinvestito, più un’altra serie di interventi analizzati negli altri paragrafi di questa mozione. Deve essere comunque chiaro che oggi non è in discussione il sistema della Democrazia Liberale, bensì il mercatismo basato sull’indebitamento. La Democrazia Liberale è un modello di governo che troverà nuova linfa in questa crisi, se riusciremo a superarla indenni. I vizi che hanno condotto il mercato mondiale al limite della sostenibilità e della decenza, sono gli stessi vizi che impediscono alla cultura liberale di esportare i suoi valori fondamentali (importanza dell’individuo, libertà di pensiero, eccetera) nel resto del mondo, o di portare a compimento i processi di affrancamento di interi popoli. Non sono le guerre né le minacce a rivoluzionare i paesi bensì il Mercato, l’Inflazione e la Cultura. Non c’è niente di meglio del commercio di merci e di lavoro per dare vita al desiderio di Libertà e di Crescita insito nell’Uomo. Non c’è niente di meglio dell’aumento dei prezzi per scatenare rivolte e sommosse lì dove una gestione incapace del bene pubblico affossa i diritti umani. Non c’è niente di meglio dell’intercultura per rafforzare i legami globalizzanti e portatori di pace. Libertà di scelta, di competizione, di commercio, di parola, eccetera sono gli ingredienti magici per porre fine alle dittature nel nostro pianeta. Il Mondo è in guerra perché l’Occidente è diviso. Interi popoli vengono lasciati morire di fame o di scimitarre perché le Nazioni Unite sono strangolate dai dittatori o dai loro amici. Oggi più di ieri diventa fondamentale il sostegno alle democrazie in crisi, alle forze di dissidenza democratica così come il no alle politiche di embargo preventivo e a tutto ciò che isola interi popoli dal resto del Mondo. La parola d’ordine è: coinvolgere. Da qui il progetto di riforma dell’ONU nell’ottica di una Organizzazione delle Democrazie Unite ed il rilancio dell’Unione Europea, estendendo le politiche comunitarie alle nuove democrazie atlantiche e mediterranee. IUSY ed ECOSY La vocazione dell’Italia in politica estera, è sempre stata quella di fare da ponte tra democrazie europee e le giovani nazioni mediterranee. Anche nelle organizzazioni internazionali di cui siamo membri (l’Unione Internazionale dei Giovani Socialisti e l’Organizzazione dei Giovani Socialisti della Comunità Europea), il nostro compito deve essere quello di coinvolgere i compagni dei partiti del sud del mediterraneo al dibattito interno all’Internazionale Socialista. Dobbiamo farci carico di portare i giovani socialisti di Israele e del Nord Africa nell’ECOSY, come apertura di un dibattito interno al PES per estendere le convenzioni comunitarie ad altri paesi fuori dal nostro continente. Tra l’altro, visto lo scioglimento di Sinistra Giovanile, abbiamo anche l’occasione imperdibile di riappropriarci interamente della rappresentanza italiana all’interno di IUSY ed ECOSY. Sarà un onere molto importante e dovremo gestire bene questa opportunità. La nuova segreteria internazionale della FGS dovrà quindi presentare un suo programma per la gestione dei rapporti internazionali, rapporti che offrono grandi occasioni formative e soprattutto valide opportunità organizzative, anche per trattare seriamente alcune nostre istanze locali. Politiche comunitarie Il giusto sentimento europeista, insito nei cuori dei giovani socialisti, non deve impedirci di vedere la grave crisi politico-istituzionale in cui versano le strutture comunitarie: dopo l'allargamento del 2004 l'Unione Europea non funziona bene quanto prima, bloccata da veti incrociati tra 27 paesi dagli ovvi interessi discordanti che portano a raggiungere compromessi al ribasso che poco giovano al miglioramento della vita dei cittadini dei paesi membri. E la risposta fornita con il trattato costituzionale di Roma non è stata recepita da importanti paesi, quali Francia e Olanda, i cui cittadini hanno votato contro la sua recezione con un referendum: più recente la bocciatura irlandese del trattato di Lisbona, versione ridotta della precedente convenzione. L'Unione, ed i suoi antesignani, hanno assolto i loro principali doveri di garantire la pace nel nostro continente, spinti anche dalla presenza del nemico alle porte, e di favorirne la crescita socio-economica nell'aiuto reciproco e nella mutua difesa degli Stati aderenti, fornendo le migliori condizioni iniziali per permettere ad un'Europa ridotta ai minimi termini dagli eventi bellici di poter ripartire: furono la cornice adatta a tale contesto geopolitico entro la quale si realizzò il grande arazzo dello sviluppo continentale. Ma quello scenario appartiene ad un passato lontano ormai 20 anni, e le istituzioni comunitarie, nonostante i tentativi di Nizza, Roma e Lisbona, non sono riuscite a trasformarsi al punto da poter essere nuovamente essenziali agli Stati membri per continuare a progredire: e per difendere il sogno della comune casa europea dobbiamo ritornare allo spirito dei padri fondatori, consci che l'idea di Europa evolve nei momenti in cui più forte ne è la necessità. Noi giovani socialisti dobbiamo calare il sogno nella contingenza del momento muovendoci con il necessario pragmatismo di colui che si confronta con i problemi che gli stagliano in fronte: e per dare nuovo vigore al gigante immobile proponiamo istanze che permettano ad esso di ritrovare un'importanza ormai dimenticata, attuando una riforma materiale che lo renda molto più utile.
- Agevolazioni alla apertura di attività
Nel corso del semestre di presidenza UE inglese, Tony Blair prospettò una profonda revisione dello scopo europeo: proclamando la propria fede europeista, e definendosi come “l'unico primo ministro britannico che propose di negoziare lo sconto britannico”, criticò l'approvazione del bilancio comunitario che a suo giudizio non offriva all'Unione quel cambiamento necessario a rispondere alle sfide economiche che gli stati membri dovevano affrontare. Riteneva necessaria una profonda revisione delle voci di spesa, in particolare la politica agricola comune che assorbe la maggior parte degli stanziamenti a fronte di scarsi vantaggi (se non per le vacche francesi) e dell'inibizione all'ingresso nel virtuoso circolo del commercio dei paesi più arretrati, le cui esportazioni alimentari (voci principali dei loro commerci) non possono competere con i nostri eccessivamente sovvenzionati prodotti.
- Riforma della PAC per liberare fondi da destinare a infrastrutture e ricerca (Cfr. Blair)
La riforma della PAC è, per quanto invisa ad alcuni stati che ne usufruiscono significativamente, la più importante misura da adottare per liberare fondi comuni da reinvestire sulla ricerca, sulle politiche energetiche e su altri settori chiave.
Per i paesi membri privi di risorse prime è necessario sviluppare una politica energetica comune, affinché si possano meglio difendere gli interessi nel reperimento di tali prodotti sul mercato globale, alla luce dell'ingresso in scena di nuovi grandi competitori quali Cina e India, e del pericolo potenziale dei nostri principali fornitori (Russia, Iran, Libia): in tal senso la proposta mossa dal primo ministro Brown sul nucleare va approfondita, perché non sono sufficienti gli investimenti sul risparmio energetico e sulle fonti alternative per supplire agli idrocarburi, ed i singoli paesi non hanno risorse sufficienti da investire in tale direzione (considerando che una centrale nucleare si costruisce in vent'anni). Mantenendo gli sforzi comuni sul risparmio e le fonti rinnovabili, bisogna investire significativamente su tecnologie fissili alternative e sulla fusione, giungendo ad avere un mix energetico in cui nessuna fonte prevalga sulle altre, cosicché si possa creare una virtuosa concorrenza di prezzi e ci si possa affrancare dal ricatto dei pochi paesi fornitori (andrebbe anche valutato un piano europeo per i rigassificatori). Per fornire un nuovo impulso e necessario rafforzare l'azione comunitaria attraverso l'Unione Euro-Mediterranea (in cui possiamo giocare un ruolo fondamentale a tutela dei nostri interessi) e la NATO , guardando verso l'Est Europa minacciato dall'orso russo nostro principale fornitore di energia. L'Europa deve diventare l'anello di congiunzione tra questi sistemi di alleanze e rapporti economico-commerciali, nonché la cornice entro la quale migliorare la condizione dei cittadini. Energia, ambiente e infrastrutture Negli ultimi anni i flussi dei commerci mondiali sono molto cambiati: molti paesi esportatori di risorse prime energetiche ed alimentari (Cina, India e Brasile in testa) si sono trasformati in voraci importatori, grazie a brillanti crescite economiche che hanno reso questi paesi nostri diretti competitori sul mercato dei prodotti lavorati: il vecchio modello del commercio mondiale, gravemente danneggiato anche dalle speculazioni finanziarie sulle materie prime, si basa sull'ormai desueto presupposto che i paesi occidentali non hanno concorrenti agguerriti nella ricerca di queste merci, la cui quantità non aumenta a fronte di un notevole accrescimento della domanda. Oltre a questo, i nuovi membri del II mondo non si curano della sostenibilità ambientale del loro sviluppo, al fine di poter investire la maggior quantità di denaro possibile nella crescita del PIL, nella legittima ricerca universale del benessere: il risultato di questa politica è la maggiore concorrenzialità dei loro prodotti rispetto ai nostri, caricati anche di un maggiore costo di manodopera e di produzione. I risultati di questo circolo vizioso sono il considerevole aumento dell'inquinamento dell'aria, delle acque dolci e salate e non necessariamente quello delle temperature, dal momento che non è ancora provato che le anidridi emesse dall'attività umana siano sufficienti a determinarlo, e la crisi del nostro sistema produttivo, colpito dalla concorrenza e dall'aumento dei costi dell'energia principalmente ricavata da fonti non rinnovabili: all'impoverimento economico si somma il problema ambientale, anch'esso traducibile in una sempre maggiore spesa sanitaria. Non possiamo chiedere al resto del mondo di fermare la propria rincorsa al benessere, la cui via più rapida è quella tanto dannosa per il pianeta che noi abbiamo percorso: ma convincerlo a trovare una strada meno rapida ma più remunerativa nel medio futuro in cui il valore della difesa ambientale comporterà un miglioramento delle aspettative di vita grazie a una minora spesa per la salute, più tutelata da governi democratici espressione delle esigenze dei cittadini, e nel contempo sfruttare tale sfida per riappropriarci della nostra competitività produttiva ed economica nel grande meccanismo del commercio mondiale. La difesa ambientale sarà lo stimolo ad una nuova e diversa crescita. I prodotti occidentali a scarso valore aggiunto hanno un costo al cliente superiore a quello dei concorrenti, causato da un maggiore costo del lavoro e della produzione. Se non possiamo competere sui prezzi riducendo la remunerazione dei dipendenti che causerebbe un netto calo del potere d'acquisto del mercato interno, principale soggetto della domanda, con il risultato di danneggiare ulteriormente il nostro sistema produttivo, allora è necessario diminuire il costo della produzione: poiché è strettamente legato al prezzo dell'energia impiegata per la manifattura e a quello di reperimento delle materie prime utilizzate (acquisto e trasporto), l'azione dei governi occidentali deve esser tesa a ridurre queste voci di spesa. L'Italia in particolare è colpita meno direttamente da questa concorrenza, giacché il nostro sistema industriale s'incardina sulla piccola e media manifattura che produce beni a medio-alto valore aggiunto e quello agro-alimentare sulle eccellenze della nostra tradizione: ma, dal momento che il segmento principale della domanda dei nostri prodotti scaturisce soprattutto da quel ceto medio occidentale il cui potere d'acquisto è ridotto dalla bolletta energetica (in particolare noi), siamo coinvolti quanto gli altri. L'occidente, e l'Italia in particolare, soffre una forte dipendenza petrolifera: il nostro paese nel corso degli anni ha ridotto la propria diversificazione di approvvigionamento in favore del petrolio (e in parte del metano) eliminando l'energia nucleare. Tutto ciò ci espone considerevolmente ai capricci dei paesi produttori, non sempre amichevoli ed affidabili, e all'andamento dei prezzi di una sola fonte d'energia che al ritmo di consumo attuale si esaurirà in un futuro non così remoto: aumentando invece la diversificazione si porranno in concorrenza diverse fonti con la diminuzione dei prezzi al consumo, evaderemo dal ricatto dei fornitori perché non più monopolisti e potremo ridurre le emissioni inquinanti. La vera rivoluzione energetica italiana non consisterà nella cessazione dell'utilizzo dei combustibili fossili, ma in un più razionale ed inferiore uso all'interno del nuovo mix di fornitura: l'uso dell'idrogeno come nuovo vettore energetico (e non come fonte) permetterà di concentrare le emissioni di anidridi alle sole centrali termoelettriche, i cui gas di scarto potranno essere più facilmente stoccati, ed eliminando contestualmente alla sostituzione del parco veicoli, passando dai combustibili raffinati alle fuel cells, le emissioni dei particolati dannosi alla salute. Le centrali termoelettriche a combustibili fossili, tra cui il metano liquido importato tramite i rigassificatori, saranno affiancate da quelle elettronucleari e dai sistemi rinnovabili (eolico, idroelettrico, geotermico fotovoltaico e agroenergie): ognuna di queste metodologie porta con sé problemi di sostenibilità ambientale ed economica. Oltre ai ben noti problemi di smaltimento delle scorie radioattive e all'emissione di anidridi, l'utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili ha introdotto un nuovo uso del nostro suolo, per l'installazione di pale eoliche, di pannelli fotovoltaici o termici, o per la coltivazione di colza e altri prodotti da cui ricavare biocombustibili (etanolo, olio di semi): questo diverso e più remunerativo uso della terra sta riducendo il numero di ettari lavorati destinato all'agricoltura tradizionale e all'allevamento. La terra è dunque diventata una risorsa prima per la produzione di energia, ma tale impiego dovrà essere bilanciato con le altri destinazioni d'uso fondamentali, ovvero l'alimentazione e l'urbanizzazione. Inoltre l'installazione di impianti rinnovabili ha un costo elevato rispetto ad una produzione di energia ridotta, senza considerare i problemi d'inquinamento acustico delle pale e di smaltimento dei pannelli fotovoltaici: l'insieme di questi problemi dovrebbe spingerci a riconsiderare lo stanziamento di onerose sovvenzioni alla diffusione di queste fonti, indirizzandole sempre più verso il risparmio energetico, poiché a fronte di una scarsa crescita della popolazione si è registrato un aumento considerevole del fabbisogno energetico, con un aumento della richiesta pro capite sensibilmente riducibile. Ma per riuscire a compiere un tale disegno, l'Italia deve lanciare a se stessa una sfida infrastrutturale dai molteplici aspetti: oltre all'aumento dell'efficienza energetica media degli edifici, il nostro paese dovrà dotarsi di un sistema di trasporti più moderno, più votato alla portualità e alla movimentazione ferroviaria delle merci. La costruzione di una ramificata rete di alta capacità ferroviaria e di fondali portuali sufficientemente profondi per accogliere le grandi porta-container permetterà all'Italia di tornare ad essere la porta mediterranea dell'Europa in grado di intercettare i flussi commerciali asiatici e africani con gli ovvi benefici economici ed occupazionali nella salvaguardia della nostra salute: la TAV /TAC tra Torino e Lione, il Ponte sullo Stretto di Messina, l'ammodernamento del porto di Genova ed il terzo valico dei Giovi sono alcune delle opere strategiche da costruire a tali fini. Trasporti: non c’e’ piu’ tempo L’OMS afferma che le morti premature in Italia per polveri sottili, prodotte principalmente dal traffico, sono a livello nazionale, 39.000 l’anno. E’ come se cascasse un aereo ogni due giorni. Il limite fissato dalle direttive europee di sforamento dei livelli massimi di PM10 è di 35 giorni. Nessuna città del lazio rispetta tali limiti. I sindaci delle città, che hanno la responsabilità anche penale della salute dei cittadini, appena possono bloccano il traffico o istituiscono le targhe alterne, ma ciò non risolve il problema alla radice. Non serve a nulla bloccare il traffico alle macchine non-catalitiche, quando il parco auto dei mezzi pubblici presenta veicoli diesel di vecchia generazione e che inquinano dieci volte tanto un’auto non catalitica. Non serve a nulla bloccare il traffico, e poi costruire e prevedere la costruzione di parcheggi nel cuore della città. Con quale principio logico si può chiedere a un cittadino di prendere un mezzo pubblico, quando gli autobus sono pochi, inquinanti, e c’è la possibilità di parcheggiare dentro la città. Senza una politica di sistema, una strategia complessiva non cambia nulla, aumentano solo i danni alla nostra salute. La FGS propone : 1. Avviare una politica di promozione dell'uso del trasporto collettivo da parte di utenti organizzati, incentivando l'uso del mezzo collettivo da parte delle strutture aziendali pubbliche e private. 2. Rinnovo parco autobus, con bus elettrici o a metano 3. Creazione di una linea per filobus che attraversi le principali vie della città 4. Istituzione di bike-sharing, car sharing con mezzi anche elettrici 5. Realizzare convenzioni tra gestori del servizio (sistema ferroviario, aziende di gestione delle reti urbane di bus e tramvie, aziende di taxi, taxi collettivi, servizi di "van pooling") e grandi utenze costituite da aziende pubbliche e private dei vari settori (imprese, amministrazioni, società di assicurazione, banche, enti). 6. Prevedere forme particolari per le scuole. Per i lavoratori dipendenti si possono rivendicare titoli di viaggio frutto di convenzioni tra soggetti imprenditoriali; per gli studenti si può prevedere, previa convenzione tra Istituti e aziende di trasporto, il diritto all'uso dei trasporti collettivi mediante il pagamento della tassa annuale di iscrizione. 7. Orari scaglionati per l'inizio delle lezioni nelle scuole superiori e l'apertura di negozi ed uffici pubblici Diritto all’ambiente “Come interesse della collettività e perciò posto tra le esigenze fondamentali per assicurare il benessere ed il progresso della comunità” “Come inviolabile e ad esso si fanno accompagnare precisi doveri come quello di rispettarlo e proteggerlo o il dovere di astenersi dalle attività lesive dei beni ambientali” “Ciò si concretizza nell’informazione e nella partecipazione collettiva allo scopo di valorizzare il ruolo attivo della persona nel rapporto con la natura”. “Nelle carte costituzionali emanate in questo ultimo ventennio si rinvengono norme specifiche sulla tutela dell’ambiente”: “l’art. 66 della costituzione portoghese (1976)sancisce il diritto ad un ambiente salubre ed ecologicamente equilibrato”; “l’art. 45 della costituzione spagnola (1978)prevede il diritto degli individui ad un ambiente adeguato allo sviluppo della persona” “l’art. 72 e 73 della costituzione della Slovenia (1991) sanciscono il diritto soggettivo all’ambiente salubre e il dovere di ogni cittadino di proteggere le aree naturali di particolare pregio e rarità” “Questi sono solo alcuni esempi dell’evoluzione del pensiero in materia di ambiente. Evoluzione che ha quali sue conseguenze più importanti la consapevolezza di una nuova dimensione spaziale che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità per le generazioni future di soddisfare propri bisogni”. Sviluppo sostenbile: la via della salvezza “Lo sviluppo sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni della presente generazione senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri.” Le politiche ambientali sono i propulsori più efficaci per un rinnovamento del settore produttivo della società. La sostenibilità , non è contro il progresso bensì contro la crescita indiscriminata e accelerata che provoca “disarmonie” nel nostro modello di sviluppo . Adottare misure contro lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e contro le consistenti immissioni di inquinanti nell’ambiente. Tentativi di stimolare la nascita e l’adozione di tecnologie più pulite fissando dei limiti di emissione fino a reprimere le attività inquinanti . tipicamente il rispetto dei limiti fissati prevede l’installazione di filtri per l’abbattimento degli inquinanti . Nel caso in cui l’adempimento degli standard implicasse costi aggiuntivi all’impresa ,per dotarsi dei dispositivi necessari, far intervenire le pubiche amministrazioni con strumenti economico-fiscali , tasse e sussidi , che coinvolgano innovazioni tecnologiche , cosicché , l’innovatore è in grado di trarre benefici economici , viceversa come inquinatore è soggetto alle sanzioni previste dalle leggi. Il punto di forza è nello sviluppo territoriale locale sostenibile , facendo leva sulle risorse effettivamente presenti sul territorio e sui bisogni reali dell’area interessata. Inoltre grazie alla “volontarietà”: ogni azienda individua le strade percorribili per realizzare una prassi di buona gestione ambientale secondo la propria “identità”. Un atteggiamento che vede l’ambiente realmente come un’opportunità. Tutto ciò si ispira al principio della “responsabilità condivisa” che considera il rispetto dell’ambiente , non già come un mero vincolo da rispettare , ma come obiettivo da raggiungere attraverso l’impegno di tutti i soggetti che ne fruiscono. L’applicazione di questo principio implica: 1)Una nuova percezione dell’impresa come realtà promotrice di valori socialmente utili: 2)Un rapporto cooperativo tra imprese e pubblica amministrazione nel perseguimento degli obiettivi di politica ambientale; 3)La diffusione di un atteggiamento consensuale dei cittadini rispetto alla presenza delle imprese sul territorio e alle decisioni pubbliche di politica ambientale. Agenda 21: tra democraticita’ e sviluppo ambientale AGENDA 21 consistente in un’intesa di carattere programmatico,siglata in occasione della Conferenza su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro del 1992, approvata da 173 governi di tutto il mondo, compreso quello italiano. L’AGENDA 21 formalizza alcuni dei principi cardine del così detto “sviluppo sostenibile”, i quali possono essere suddivisi in due macro-aree: quella che comprende i principi di gestione ambientale, e quella che comprende i principi di democraticità. E proprio quest’ultima, la democraticità nella gestione ambientale deve essere raggiunta tramite una concreta partecipazione pubblica nell’amministrazione del territorio , resa possibile da una trasparenza vera di tutti processi decisionali che abbiano un impatto concreto sulle singole comunità. Per ciò che concerne i dettami in materia di concreto management del patrimonio ambientale di un territorio, l’AGENDA 21 prevede un modello di gestione con al centro un monitoraggio ambientale in grado di prevedere ed eliminare le situazioni potenzialmente pericolose per la comunità locale; nel realizzare tale modello, bisogna adottare una forte precauzione, che conduca a considerare come non sostenibili e non attuabili tutte quelle azioni per le quali esista un minimo sospetto di legame tra esse e un effetto ambientale negativo. Alla base di tale pianificazione ambientale c’è la cooperazione, che deve pervadere ogni sfera coinvolta nella materia ecologica, da quella del singolo individuo, per passare alla sfera dell’amministrazione locale, per salire a quella nazionale, e approdare al livello internazionale, con al centro un unico obiettivo: la salvaguardia della salute pubblica. Il fenomeno Nimby: meglio prevenire che combattere Il conflitto come risorsa I conflitti locali ambientali, chiamati anche Nimby, not in my backyard, stanno diventando sempre più aspri, e nessuna soluzione sembra profilarsi volersi adottare, se non l’uso della forza sulla ragione, come nel caso dei rifiuti in Campania. In Italia, a supporto di questo, nel solo 2007 si sono verificati ben 193 casi di conflitti ambientali. Analizzando i dati riportati dal Nimby Forum, il settore industriale più contestato è quello dei rifiuti (46,1 %) seguito dal comparto elettrico (38,9%), e dalle infrastrutture ( 13%) . Il numero dei conflitti sembra seguire il livello di industrializzazione del Paese: infatti è percentualmente più alto al nord, dove si situa il con il 51,6% dei conflitti, seguito dal centro (32%) dal sud ( 10,3%,) e dalle isole ( 6,2%). Le cause di un simile fenomeno in crescita risiede nel fatto che, nelle decisioni ambientali, si deve scegliere tra”grandezze non omogenee (come salvaguardia ambiente oppure occupazione), tra benefici e costi che si manifestano su diversa scala temporale e geografica e che non possono essere distribuiti in modo equo tra la popolazione.”[I] Un’altra componente imprescindibile è l’incertezza che permane in queste decisioni in quanto, in estrema sintesi, bilanciano probabilità e contro-incertezze e ammettono soluzioni multiple. In questo stato di cose, non è più valida la dicotomia giusto/sbagliato, visto che non è possibile raggiungere una trasparenza di contenuti in termini di validità assoluta, ma solo una trasparenza metodologica, cioè decidere con il massimo dell’impegno e della competenza. La maggior parte delle volte l’ente decisore non comprende tale complessità, perpetrando un approccio “tradizionale”, il così detto modello DAD (decido-annuncio-difendo). Questo approccio è strutturato secondo il modus-operandi del top-down, nel quale “la pubblica amministrazione emana una provvedimento in base a logiche proprie, concordandone gli aspetti strategici con i tecnici e in tavoli di concertazione bilaterali istituiti con pochi attori, considerati imprescindibili”[ii] Si passa, di conseguenza, dall’annuncio pubblico alla decisione. Il comportamento dell’ente decisore in questo modello è quello di chiudersi in difesa, opponendo argomentazioni giuridiche o tecniche, che mettono l’accento sull’emergenza o sull’ineluttabilità dell’azione. Un muro contro muro che porta a creare i conflitti Nimby[iii], perché la popolazione non si sente partecipe alla decisione, ma viene coinvolta solo a giochi già fatti. L’iniquità, l’incertezza e la difficoltà di comparare i diversi aspetti di una decisione ambientale rendono questa terreno fertile per la nascita di conflitti capaci di mobilitare spontaneamente gruppi di attori differenti che chiedendo partecipazione. Per risolvere un simile problema, andrebbe abbandonata la logia DAD, per abbracciare nuove modalità democratiche, che sono l’Alternative Dispute Resolution (ADR) e la Democrazia Deliberativa (DD) L’ ADR prevede l’utilizzo di facilitatori tra due parti in contrasto, per la ricerca di una soluzione condivisa della vicenda. Il punto centrale di un simile approccio è quello di mettere in risalto gli interessi e non le posizioni[iv] degli attori, grazie soprattutto ad efficaci canali comunicativi, con l’obiettivo finale di arrivare alla soglia minima dell’esito che attori razionali sono disposti ad accettare nell’ambito del negoziato, cioè il BAT-NA (Best Alternative To a Negotiated Agreement) Il secondo approccio, la DD [v], può essere definito come un processo decisionale condotto sulla base di argomenti imparziali fondati sul bene comune cui partecipano, in condizioni di parità, tutti coloro che sono coinvolti dalle conseguenze dalla decisione stessa. La D.D. ha, quindi, come obiettivo finale quello di rafforzare la voce dei cittadini, includendoli nel processo decisionale, migliorando la recettività delle Istituzioni verso questa “voce”. Tutto ciò è efficace e realizzabile se la D.D. si palesa in un fase precoce del processo decisionale e se gli esiti di questo approccio vendono tenuti seriamente in considerazione dai decisori. La soluzione per arginare il fenomeno Nimby non risiede nell’imposizione di una decisione a qualunque costo, ma, al contrario garantendo ai cittadini la possibilità di esprimere il dissenso attraverso forme democratiche, confrontabili e dialettiche, esplicitabili, interpretando il conflitto più come una risorsa su cui investire, un motore di trasformazione e miglioramento, piuttosto che un’ ostacolo. Un’azione, quindi, sia di problem solving (definizione delle modalità di risoluzione dei problemi) che di problem setting ( modalità di definizione dei problemi) capace di ovviare ai difetti endemici delle politiche pubbliche, i cui obiettivi sono in genere molteplici, in contrasto tra loro e vaghi. Architettura bioclimatica
- Piano energetico comune
l futuro e’ nelle nostre case L’architettura bioclimatica è una grande risorsa, che le istituzioni locali possono realizzare tramite lo strumento più importante: i Piani Regolatori. L'architettura bioclimatica consente di offrire buoni livelli di comfort ambientale minimizzando l'uso delle risorse energetiche inquinanti e aumentando l'uso di fonti energetiche rinnovabili pulite, come l'energia solare. Attualmente, il 22% delle emissioni di CO2 dell'Unione Europea è legato al settore edilizio, mentre il 40% del consumo di energia primaria è dovuto a riscaldamento, climatizzazione e illuminazione degli edifici. Un edificio costruito con i criteri dell'architettura bioclimatica può fare risparmiare il 50% dei consumi energetici totali, mentre sono già una realtà gli edifici a consumo energetico zero. Tutto ciò non è un’utopia, basti pensare al Comune di Amburgo,che ha ottenuto risparmi energetici medi del 75% su centinaia di edifici di vecchia costruzione, di recente ristrutturati. La legislazione locale impone, infatti, che i fabbisogni termici delle nuove costruzioni non superino i 50 kWh/m2 anno. Il governo Prodi, con la Finanziaria del 2007, aveva istituito un meccanismo che permetteva una detrazione Irpef pari al 55% dei costi di miglioramento energetico di un edificio. Il nuovo governo Berlusconi, con l’emanazione del “Decreto anti-crisi”, limita molto questo meccanismo virtuoso, ponendo tre ostacoli a chi volesse migliorare l’efficienza energetica della propria casa: 1. Istituisce il silenzio diniego dell’Agenzia delle Entrate: se dopo 30 giorni non si ottiene alcuna risposta alla domanda di detrazione Irpef, quest’ultima è automaticamente bocciata 2. Pone un tetto massimo nazionale al complessivo delle detrazioni, pari a 82,7 milioni di euro per l'anno 2009, a 185,9 milioni di euro per l'anno 2010, e 314,8 milioni di euro per l'anno 2011 3. La detrazione passa dal 55% della legge finanziaria del 2007, al 36% del decreto anticrisi. Una serie di scelte infauste che richiano di rallentare ancor più lo sviluppo eco.sostenibile del nostro Paaese. La FGS propone: 1. Rivedere la legislazione attuale, in modo da incentivare dei limiti al consumo energetico per le singole abitazioni, sia di nuova costruzione che ristrutturate. 2. Creare dei Piani Regolatori “bio-climatici”,per il supporto e promozione dei criteri dell'architettura bioclimatica, per l'edilizia nuova, e di indirizzo verso una maggiore eco-sostenibilità del costruito. Trasporti e congestione urbana: una citta’ a misura d’uomo Quasi tutte le città vivono più o meno gli stessi problemi : il traffico, i rifiuti,il lavoro, ecc. Le metropoli, in particolare , hanno dimostrato il loro fallimento, a causa della fortissima concentrazione di attività e persone nello stesso luogo che ha generato congestione in tutti i settori. Inoltre i consumi, tendono ad aumentare, con anche la preoccupazione di non poter mantenere il livello di benessere raggiunto, anche se poi paradossalmente è aumentata la povertà . Tutte le città esprimono un fabbisogno energetico, idrico, alimentare che, con il tempo, potrebbe non essere soddisfatto dalle attuali risorse disponibili. La soluzione a tutti questi problemi non può indubbiamente essere quella della distruzione di tutte le città che non hanno funzionato, per poi costruirne di nuove! Sarebbe assurdo! D’ altronde le città non sono mai il frutto di un unico intervento, ma di azioni che si sono sommate negli anni, i cui risultati esprimono la storia e le scelte politiche delle società che le hanno costruite e abitate. D’altro conto sarebbe inutile progettare “isole felici”corredate di tutto ciò che occorre, villaggi incantevoli , dalle quali una volta usciti ci si ritroverebbe a fare i conti con le realtà urbane che tutti conosciamo. Va dunque affrontato il problema del fallimento delle città nella sua totalità, tenendo conto di tutti i vari aspetti che compongono l’organizzazione sociale ed urbanistica del contesto, per poi intervenire con proposte strategiche che abbiano il compito di innescare processi di cambiamento radicale nel sistema. Energie eco-compatibili e rinnovabili : la terza rivoluzione industriale Per energie rinnovabili si intendono tutte le fonti di energia non fossili,e quindi rigenerabili rapidamente, come solare, eolica, idraulica, del moto ondoso, ecc. L’utilizzo delle energie rinnovabili rappresenta una esigenza sia per i Paesi industrializzati che per quelli in via di sviluppo. In particolar modo ,l’Unione Europea (UE) mira ad aumentare l’uso delle risorse rinnovabili per limitare la dipendenza dalle fonti fossili convenzionali e allo stesso tempo far fronte ai pressanti problemi di carattere ambientale che sono generati dal loro utilizzo. A conferma di ciò nella direttiva Il nuovo paradigma economico (ed energetico) da seguire è certamente quello che Rifkin chiama “terza rivoluzione industriale”, che si basa su tre pilastri: 1. energia rinnovabile: al momento rappresentano una quota molto bassa nel totale dell’energia prodotta, ma la UE , dall’ultimo accordo del Vertice Europeo del dicembre scorso, che mira ad una produzione del 20% rinnovabile entro il 2020 2. Tecnologie di accumulazione: le fonti rinnovabili non permettono di avere un flusso continuo e costante di energia, per questo il modo migliore per usarle sarebbe quello di accumulare l’energia grazie alla produzione di idrogeno, il mezzo universale che immagazzina tutte le altre energie, e che da decenni viene usato come combustibile nelle missioni aerospaziali. 3. Le reti energetiche intelligenti: una riconfigurazione delle reti energetiche europee secondo gli schemi di internet per permettere alla imprese e all’utenza privata di produrre la propria energia e di scambiarla. La terza rivoluzione è assolutamente alla portata della nostra generazione, e vedrebbe l’Europa come avamposto di una nuova società. La Fgs propone di:
- Modificare della legge Legge 239/2004 (c.d. legge Marzano) denominata legge “sbocca centrali”, che favorisce la realizzazione di centrali a combustibili fossili, a discapito di quelle da energie rinnovabili, demandando allo Stato la quasi esclusività della decisione di costruzioni di centrali, definendole “opere di utilità pubblica”
Rifiuti: la soluzione sta nel reciclaggio Tra tutte le diverse forme di smaltimento , la discarica risulta di gran lunga la più dannosa in termini di impatto ambientale. Perciò bisogna modificare il sistema attuale che ancora vede l’uso della discarica in posizione centrale . Sulla base di tale presupposto si deve superare la logica dell’emergenza ambientale per attuare una sostanziale marginalizzazione dell’uso della discarica potenziando e ammodernando una rete impiantistica ad alta sostenibilità. Ciò non può essere fatto con la costruzione di “termovalorizzatori”, o più precisamente inceneritori. I termovalorizzatori, presentati come soluzione al problema dei rifiuti, in realtà in Europa questo termine non è utilizzato. La stessa normativa italiana in materia non usa il sostantivo "termovalorizzatore", bensí quello di "inceneritore", che del resto è piú preciso perché si differenzia da altre tecniche di recupero di energia dall'immondizia in quanto dà come prodotto finale della cenere. Quindi non viene generata alcuna energia, vengono semplicemente trasformati in cenere e gas tossici i rifiuti, con una produzione energetica inferiore a quella che serve per la combustione
- Avviare un nuovo concetto di produzione dell’energia, definito da Rifkin come “la rete dell’energia”, cioè predisporrer tanti piccoli punti di produzione instaurando una rete a cui tutti possano avere accesso. In questo modo si concretizzerebbe quelle che viene definita “la democrazia nella produzione energetica”
Ma il dato più grave è che ai “Termovalorizzatori/inceneritori” vengono rilasciati, dalla legislatura italiana, i “certificati verdi” per l’energia elettrica ottenuta dalla combustione dei rifiuti. Considerare l’energia elettrica ottenuta dalla combustione dei rifiuti indifferenziati come energia elettrica ottenuta da fonte rinnovabile, è un’ "idea" tutta nostra, mentre la Direttiva europea 2001/77/CE non considera la spazzatura come fonte rinnovabile (se non la sua parte biodegradabile).
Ed è solo grazie a questo stratagemma che i gestori degli inceneritori riescono ad ottenere i certificati verdi che consentono loro di affrontare le pesanti spese legate alla gestione. Per tali ragioni FGS propone: 1. Realizzazione una seria politica di riduzione, riuso e riciclaggio dei rifiuti che porti ad una raccolta differenziata veramente efficace, da farsi anche a domicilio e che conduca ad una graduale diminuzione della produzione di rifiuti solidi urbani.
3. Sviluppo tecnologico nella trattazione dei rifiuti con un’impiantistica strategica, autosufficiente territorialmente in grado di selezionare e differenziare veramente i rifiuti. 4. Smaltimento a freddo dei rifiuti tramite gli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (che in Italia non esistono) che riesce a recuperare il 91% dei RSU
- Realizzazione di un sistema di produzione e distribuzione più efficiente, legiferando normative che inducano le aziende ad utilizzare imballaggi ridotti, dando inizio ad un meccanismo di take-back che prevede la restituzione dell’involucro che contiene il prodotto che si acquista.
- Abbandono della logica della Termovalorizzazione, che, stando a dati scientifici, amplifica il problema rifiuti invece di risolverlo.Non viene generata alcuna energia, vengono semplicemente trasformati in cenere e gas tossici i rifiuti, con una produzione energetica inferiore a quella che serve per la combustione
Appendice
- Istituzionalizzazione dei Garanti delle popolazioni che dovranno conoscere in tempo reale i risultati delle campagne ambientali, sanitarie e l’andamento delle misurazioni di tutte le possibili emissioni causate dal sistema di smaltimento operante, al fine di proporre tempestive soluzioni.(proposta anche dall’Associazione Medici per l’Ambiente)
Open Source e Pubblica amministrazione Vantaggi del software libero/open source nella Pubblica Amministrazione 1. Il basso costo: i costi non si limitano solamente ai costi iniziali di licenza ma si aggiungo ai costi di migrazione verso nuove versioni ed ai costi di mantenimento del software, 2. L’indipendenza dai fornitori: un'ulteriore riduzione sull'utilizzo del software open source deriva dall'eliminazione degli intermediari tra la casa produttrice del software e la PA. 3. La sicurezza e la flessibilità: il codice aperto permette di rintracciare facilmente eventuali falle di sicurezza e di segnalarle tempestivamente o di sistemarle da se, Inoltre la conoscenza del codice aperto permette una maggiore partecipazione al progetto e quindi una maggiore possibilità di miglioramento del software in tempi abbastanza brevi 4. L’interoperabilità: il rispetto del parametro dell'interoperabilità è fondamentale per una PA che deve garantire l'accesso ai propri documenti da qualsiasi persona, quindi anche da persone che non posseggono software proprietario. Tale principio è stato alla base della recente multa combinata a Microsoft da parte della CE. In conclusione la sponsorizzazione dell'utilizzo nelle PA dl software open a discapito del software proprietario potrebbe portare oltre a dei risparmi economici anche a degli aumenti in termini qualitativi dei servizi offerti dalle PA. Si possono trovare molti alleati tra associazioni che da tempo promuovono l'utilizzo di questo software, docenti universitari e PA che oggi già utilizzano tali soluzioni. Si segnala inoltre la presenza di un'osservatorio del CNIPA sull'Open Source. OpenDocument (ODF) L'utilizzo del sistema di ODF oltre ad essere riconosciuto come standard ISO permette la fruizione di documenti da qualsiasi computer grazia alla sua caratteristica di documento con codice aperto. Questo suo aspetto ha spinto recentemente la Comunità Europea a “spingere” gli stati membri verso l'adozione di questi formati per la distribuzione di documenti nella PA. Sebbene Microsoft per contrastare il crescente utilizzo degli ODF abbia rilasciato una versione open dei suoi formati è da tenere sotto considerazione la licenza di utilizzo dei formati Microsoft che si riserva il diritto di autorizzare o meno l'implementazione di questi formati all'intero di un eventuale nuovo software. Questa caratteristica dei formati Microsoft non garantisce l'interoperabilità al 100% dei documenti prodotti con tutti i utenti finali del documento. In conclusione spingere sull'utilizzo di ODF da la garanzia che il documento prodotto sia leggibile e modificabile sulla totalità dei computer. E' inoltre da menzionare il formato PDF che sebbene proprietario presenta delle caratteristiche di formato aperto che ne garantiscono un largo utilizzo. “Monopolio” Microsoft Oggi si assiste ad un utilizzo privilegiato del software Microsoft a causa della mancanza di supporto (rilascio di driver o verifica della compatibilità) da parte di molte società terze su alternative al sistema operativo americano. Tale mancanza crea una dominanza di un marchio. Affrontare tale problema significa creare una concorrenza che potrebbe solo giovare al consumatore permettendo l'abbassamento dei prezzi sulle licenze proprietarie e favorire il concetto di interoperabilità. Conclusioni Affrontare un tema così complicato come il tema dell'oepn source con poche righe non è lavoro semplice e sicuramente questo mio documento non ha affrontato se non superficialmente l'argomento. Questi tre aspetti posso essere un cavallo di battaglia per una nuova FGS che si impegna ad aggiungere alle proprie sfide quella sulla fruibilità dei contenuti e sull'accessibilità degli stessi da parte di tutto senza però tralasciare un fondamentale aspetto economico oggi più che mai importante vista la crisi finanziaria. Firme dei sei membri del comitato organizzativo:
Gabriele Bardini Piemonte
Claudia Bastianelli Umbria
Andrea Cacciarru Sardegna
Vincenzo Iacovissi Lazio
Alessandro Maggiani Toscana
Manfredi Mangano Marche
Antonio Matasso Sicilia
Giacomo Piccardi Valle d’Aosta
Matteo Pugliese Liguria
Scipione Roma Calabria
Antonio Spuzzo Campania
Domenico Tavaglione Abruzzo
Raffaele Tantone Basilicata
Firme Sostenitori:
Bruna Fiola Segretaria FGS Campania;
Enzo Maraio Membro comitato Politico e Ass,re Comune di Salerno;
Luca Antonelli Membro comitato Politico e Segretario FGS Umbria;
Roberto Mattozzi Membro Comitato Politico e Segretario FGS Toscana;
Francesco Meringolo Membro Comitato Politico e Segretario FGS Calabria
Roberto Sajeva Membro Comitato Politico e Segretario FGS Sicilia;
Andrea Zucca Membro Comitato Politico
Alessandro Moretti Membro Comitato Politico e Presidente FGS Liguria;
Francesco Pietrantuono Membro Comitato Politico e Cons. Comunale Comune Melfi(PZ)
Luca Pugnana Membro Comitato Politico
Claudio Benvenuti Membro Comitato Politico FGS Veneto
Elisabetta Palumbo Membro Comitato politico
Ottavio Herbstritt Giovani socialisti Livorno




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