C'e' un episodio apparentemente minore nella biografia del mega banchiere Cesare Geronzi che merita di essere ricordato. Si tratta dell'acquisizione da parte della
Cassa di Risparmio di Roma della
Cassa di Risparmio molisana-Monte Orsini. L'operazione e' avvenuta nel
1987, quando il banchiere di Marino era direttore generale dell'istituto di credito romano alla cui presidenza c'era l'avellinese (originario di Atripalda) e ovviamente demitiano Pellegrino Capaldo.
La Carimmo era stata commissariata dalla Banca d'Italia nel settembre del 1986 dopo un'inchiesta della Procura di Campobasso che aveva portato in carcere i vertici dell'istituto molisano, tra cui Nicola Di Lisa, ex deputato dc ed Enzo Potito, direttore generale. Con loro erano finiti dietro le sbarre anche alcuni imprenditori, il casertano Giovanni Maggio' (protagonista delle gestioni allegre nell'era di Ferdinando Ventriglia al Banco di Napoli; e nel dopo terremoto ‘80 gemellato al catanese Carmelo Costanzo e ad Eugenio Buontempo), il parmense Colarossi e un romano, Luciano Della Noce. I problemi nei quali si dibatteva la Carimmo erano dovuti soprattutto a quest'ultimo, legato ad
ambienti andreottiani e che non riusciva a restituire i prestiti ottenuti a Campobasso.
Prestiti erogati grazie alle pressioni politiche dell'allora potentissimo Belzebu' e - raccontano oggi alcuni ex funzionari dell'istituto -
concessi e confermati senza uno straccio di istruttoria.
Nel momento in cui fu commissariata, la Carimmo era gravata da un
deficit patrimoniale di 392 miliardi di lire a fronte di depositi pari a 1000 miliardi. Un'esposizione importante ma non devastante. Dietro il commissariamento c'era stato - riferiscono ancora testimoni dell'epoca - un diktat di Palazzo Koch: “
o il presidente Di Lisa se ne va o la banca sara' commissariata”. Di Lisa non volle andarsene e la Bankitalia ando' avanti. In precedenza a chiedere al Presidente di farsi da parte era stato lo stesso Giulio
Andreotti, alla cui corrente l'ex deputato molisano apparteneva. Ma Di Lisa, finito nei guai proprio per aver finanziato amici del sette volte presidente del Consiglio, non volle saperne di mollare la poltrona e cosi' nel giro di pochi mesi cadde in disgrazia. Cosi' andavano le cose nella tanto rimpianta Prima Repubblica.
FUSIONI PERICOLOSE
Qualche mese dopo il commissariamento si infittirono le voci di una fusione della Carimmo con altre Casse. Un'ipotesi malvista dai politici locali, che naturalmente puntavano a mantenerne il controllo in funzione clientelare, ma anche da alcuni rappresentanti del mondo bancario nazionale. Se infatti a sdrammatizzare le ipotesi di default erano gli stessi commissari di Via Nazionale (“non c'e' nessuna preoccupazione in ordine all'operativita' e gli allarmismi sono ingiustificati”, dicevano), il presidente dell'associazione delle casse di risparmio, Camillo Ferrari, indicava per il salvataggio della Carimmo strade alternative all'acquisizione da parte di una Cassa piu' grande. Ferrari ipotizzava sia l'intervento del fondo interbancario di garanzia dei depositi, sia quello dei fondi di tutela creato dalle casse di risparmio nazionali e, in sede locale, dalle casse molisane e abruzzesi. L'accesso al fondo interbancario per le Casse commissariate fu pero' bocciato dall'Abi con il voto contrario dello stesso Ferrari e nonostante il via libera della Banca d'Italia.
Allora, nel luglio del 1987, spuntarono fuori tre piani di salvataggio. Uno presentato dalla Federazione delle Casse abruzzesi, un altro dalla Cassa di Puglia e il terzo, infine, dalla Cassa di Risparmio di Roma. Poi, il 4 settembre ‘87, la decisione del Cicr (il comitato per il credito e il risparmio, presieduto dall'allora ministro del Tesoro Giuliano Amato), delibero' di porre termine alla gestione commissariale della Carimmo e
accolse la proposta di intervento della Cassa di Risparmio di Roma.
Una decisione tutta politica. Nella prima repubblica, si sa, a gestire le banche erano direttamente ministri e segretari di partito. Il 7 settembre l'istituto romano era gia' operativo su Campobasso e riapriva i 24 sportelli della banca molisana, di cui 17 in regione e 7 in Campania.
VIVA IL DECRETO SINDONA
Capaldo e Geronzi avevano subito incontrato i vertici della politica locale rassicurandoli sul fatto che l'economia del posto non avrebbe risentito del cambio di guardia, ma
l'acquisizione faceva comunque
discutere. L'8 ottobre alla Camera a chiedere spiegazioni era stato in primo luogo il deputato del Pci, Antonio Bellocchio, casertano, con una risoluzione firmata anche da deputati Dc, Psi, Sinistra indipendente e anche da esponenti del Msi-Dn. Bellocchio chiedeva spiegazioni sull'applicazione al caso Carimmo del cosiddetto
Decreto Sindona, un dispositivo del 1974 che prevedeva la concessione da parte della Banca d'Italia di anticipazioni a 24 mesi su buoni del tesoro a lunga scadenza con l'interesse dell'1 per cento, a favore delle aziende di credito che, surrogatesi ai depositanti di altre aziende in liquidazione coatta, si trovavano a dover ammortizzare la conseguente perdita della loro esposizione.
Uno strumento che - faceva notare il parlamentare pci - era stato gia' ritenuto superato dai ministri Andreatta e Goria e che non scioglieva i dubbi nemmeno in questo caso sulla sua applicazione. Bellocchio infatti concludeva con pesanti sospetti la sua serie di domande sull'operazione Carimmo-Cassa di Risparmio di Roma: «
il governo non ha fornito la ragione per la quale una banca che aveva 1000 miliardi di mezzi amministrati ed era al settantaduesimo posto fra i primi 400 istituti e' stata messa in liquidazione. Gestione dissennata o corrotta? Oppure si e' gonfiato il dissesto per fare posto ad un istituto piu' forte?».
CESARE SUPERSTAR
Il piu' forte in questo caso era Cesare Geronzi. Qualche mese piu' tardi
Giuliano Amato si mostro' pentito della scelta di attribuire al banchiere romano la Carimmo: «per la cassa molisana - disse - non abbiamo potuto far altro che trasformarla in sportelli della Cassa di Risparmio di Roma. E' stata una situazione obbligata e
questo mi e' dispiaciuto».
Intanto la Banca d'Italia procedeva. Dopo la messa in stato di liquidazione da parte del Cicr, i commissari dell'istituto di vigilanza inoltravano un'istanza al tribunale civile di Campobasso per la dichiarazione di stato di insolvenza della Carimmo e avviavano anche un'azione civile di risarcimento danni a carico dei 17 ex componenti del CdA e del collegio dei revisori dei conti. La dichiarazione di insolvenza era infatti un presupposto giuridico fondamentale per ottenere l'applicazione del decreto Sindona grazie al quale Geronzi e Capaldo avevano potuto intascare un prestito al tasso dell'1% quando in quel periodo per i comuni mortali il denaro costava il 13%.
Alla fine dell'anno i soldi entrati grazie a quel decreto nelle casse di Geronzi saranno la bellezza di oltre
4000 miliardi di lire. Sara' una coincidenza, ma il 1987 risultava un anno record per la Cassa di Risparmio di Roma. L'utile netto di esercizio era pari a 84,7 miliardi, in aumento del 16% sull'anno precedente, la provvista era salita a 14.894 miliardi con una crescita del 25%, i crediti verso la clientela ordinaria erano aumentati del 23,5% fino a superare i 6.600 miliardi di lire. In sostanza il 1987, l'anno del maxi prestito Bankitalia per l'acquisto della Cassa di Risparmio del Molise, per Capaldo e Geronzi e' stato l'anno del grande lancio. Nel 1988, infatti, si comincia a parlare di un altro importante asset da far fagocitare ai due banchieri capitolini,
il Banco di Santo Spirito, allora di proprieta' dell'Iri, una manovra che appena subodorata faceva incavolare i socialisti. Il 14 ottobre del 1988 l'Avanti scriveva: «l'ipotesi avanzata presenta una evidente sperequazione a tutto vantaggio della Cassa di Risparmio di Roma che non e' nuova a generose donazioni da parte del settore pubblico, come e' accaduto nel caso dell'assorbimento delle attivita' della disciolta cassa di risparmio molisana. Infatti da un lato la Cariroma otterrebbe la titolarita' del 70-75% della nuova banca e dall'altro l'Iri controllerebbe una quota del tutto minoritaria». Ma anche in questo caso
Craxi nulla pote' contro Andreotti e la fusione ando' in porto nell'aprile del 1990.
Quindi nel 1992 un ulteriore passo in avanti per Geronzi e Capaldo. Il Banco di Santo Spirito incorporava un altro istituto pubblico della capitale, il Banco di Roma, e la nuova creatura mutava ragione sociale diventando la
Banca di Roma, ovvero
il quarto soggetto creditizio italiano. L'ascesa di li' a poco sarebbe stata perfezionata con l'acquisizione del Banco di Sicilia e del Mediocredito centrale per 4000 miliardi di lire, un altro regalo secondo qualcuno, un'acquisizione regolarissima secondo Geronzi, in base ad una
gara indetta da Carlo Azeglio Ciampi e l'attuale numero uno di Bankitalia, Mario Draghi.
A quel punto Geronzi era una stella di prima grandezza della finanza italiana. La sua irresistibile ascesa culminata con l'ingresso nel salotto buono di Mediobanca sara' frenata solo da alcuni scandali giudiziari come quello Italcase, per il quale Geronzi ha rimediato una condanna in primo grado a un anno e otto mesi di carcere o come le piu' note vicende dei crack Cirio e Parmalat che vedono Geronzi sotto processo. Politicamente trasversale, diplomatico, il banchiere di Marino ha messo lo zampino in molte operazioni finanziarie degli ultimi anni, come il salvataggio della Fiat, la quotazione in borsa di Mediaset, lo stop all'assalto dei francesi alle Generali.
ALLE ORIGINI DELLA FORTUNA
Ma all'origine della sua fortuna c'e' forse quell'improvvisa cascata di denaro sonante che Via Nazionale assicuro' al suo ex funzionario per mettere le mani su quei 24 sportelli della lontana provincia molisana e sui suoi non eccellenti ma solvibilissimi clienti. Un'operazione che poco tempo dopo si macchio' di un'ombra. Come gia' detto, per percepire le generosissime sovvenzioni del decreto Sindona
era necessario che un tribunale decretasse lo stato di insolvenza. Ebbene
quello stato di insolvenza non e' mai stato dichiarato. La richiesta presentata dai commissari fu in realta' respinta dai giudici di Campobasso che, sulla base di perizie, definirono sanissima la Cassa molisana. Sentenza confermata dalla Cassazione ma quando ormai era troppo tardi. I soldi erano gia' stati incassati. Resta un'ultima domanda:
la Cassa di Risparmio di Roma ha mai restituito quel prestito da quattromila (4.000 !) miliardi di lire alla Banca d'Italia? Misteri di casa nostra...
(
Giulio Sansevero)