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    Predefinito MITI - Maurizio Merli, il commissario di ferro




    "Il mio personaggio non è un "violento".
    Ma se gli sparano addosso che dovrebbe fare?
    Siamo ancora alla parabola che se uno ti dà uno schiaffo devi porgere l'altra guancia?
    Una volta va bene,ma due volte,tre volte...
    E poi lo schiaffo è una cosa, il buco in petto un'altra."


    Maurizio Merli


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  2. #2
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    Un vero eroe italiano


    Inauguriamo la sezione MITI, dedita alle figure dello spettacolo e della cultura popolare che hanno lasciato un segno nell’immaginario conservatore, con un attore particolarmente caro alla destra italiana: Maurizio Merli, il Commissario di Ferro, celebre protagonista di tanti films poliziotteschi degli anni settanta. Tuttavia ci preme sfatare innanzitutto un luogo comune, ovvero che il successo, tra noi, di questo genere di films sia dovuto essenzialmente al compiacimento della violenza delle scene e dei modi spicci con cui poliziotti e vigilantes affrontavano i malviventi. Se c’è qualcuno che, magari sull’onda del fenomeno Tarantino, nel rivedere quei film-culto si accontenta soltanto di questo… beh, peggio per lui. Noi preferiamo ricordare Maurizio Merli e i suoi film per molto altro ancora.

    Perché allora Maurizio Merli a distanza di vent’anni dalla sua prematura scomparsa, dovrebbe piacere, e molto, ad un pubblico conservatore? Anche Clint Eastwood e Charles Bronson, prototipi americani del poliziotto-giustiziere, hanno picchiato duro criminali e reietti della società, venendo egualmente dipinti come fascisti dalla stampa di sinistra, eppure nonostante ciò non sono diventate delle icone del nostro mondo o comunque non nella stessa misura di Merli. Allora giocoforza ci dev’essere dell’altro.

    Per chi scrive, questo attore dallo sguardo magnetico e dal sorriso sornione sotto i baffi, ha incarnato, riuscendoci benissimo, la figura di un vero eroe italiano, una figura molto lontana dai modelli d’oltreoceano, sicuramente più uomo che eroe, ma nonostante ciò in grado di rivaleggiare con i più rinomati colleghi e persino di batterli commercialmente nella sfida al botteghino. Infatti, per quanto oggi sia difficile crederlo, vista la perenne agonia del nostro cinema, in quegli anni le sale che proiettavano i polizieschi all’italiana (così come anche i western all’italiana e la commedia all’italiana) erano stracolmi. Il cinema nazionale, quando si proponeva con linguaggio e contenuti popolari veniva premiato dal pubblico allontanando così i tempi della colonizzazione culturale Made in USA. Prima che sbarcassero gli Stallone e gli Schwarzenegger, con il loro fisico da culturista e le armi avveniristiche, gli italianissimi poliziotti di Merli ci hanno fatto appassionare ad una tipologia di eroe assai diversa, per nulla invincibile ma dal più alto spessore morale, uomini di tutti i giorni per i quali esercitare la professione di poliziotto era una ragione di vita. Come e più dei Callaghan d’importazione i Tanzi e i Betti pagavano sulla propria pelle gli atavici mali della burocrazia così come i vigliacchi attacchi della stampa progressista. Il poliziotto raffigurato da Merli è così un uomo solo, a volte legato sentimentalmente ad una donna, il cui senso del dovere, dell’onesta e della lealtà alle Istituzioni nazionali lo porta a non indietreggiare mai dinanzi al pericolo, sacrificando se necessario carriera, relazioni e la vita stessa.

    Simpatico e guascone, il Commissario interpretato da Merli è al tempo stesso segnato da un velo di tristezza e di malinconia. Il crimine dilaga e la polizia non ha i mezzi per farvi fronte, i cittadini cadono vittime di una violenza cieca e nichilista. Riviste oggi dopo trent’anni queste pellicole conservano intatta l’estrema tensione e la drammaticità, con il crimine mai interamente sconfitto e il lieto fine che raramente arride ai buoni e, quando capita, solamente a pochi di essi. Girati negli anni Settanta, gli anni della contestazione, caratterizzati da anarchia sociale e violenza metropolitana, questi films vennero allora duramente osteggiati a sinistra per il loro messaggio, ritenuto perbenista e conservatore. Specularmente vennero adottati dal popolo della destra, fortemente caratterizzato allora in senso giustizialista e legalitario. Il missino vedeva in Merli il prototipo del commissario senza paura, vedendosi ricambiata da quest’ultimo l’epidermica simpatia. In alcuni film il nostro girerà con “Il Secolo d’Italia” sotto il braccio e chi ha lavorato con lui sapeva bene quali fossero le sue inclinazioni politiche e come lui sentisse il bisogno di impersonare sullo schermo quell’uomo di destra che era nel privato.

    L’italianità dei poliziotteschi girati da Merli non riguarda però soltanto i personaggi, essendo una caratteristica dei films nella loro interezza. Quelle pellicole hanno ritratto con fedele piglio documentaristico le nostre belle città, le nostre piazze popolate, i nostri costumi e i nostri monumenti. Cosicché riaccostarsi oggi a questa produzione è anche un modo per rivivere nostalgicamente l’Italia di ieri, riprodotta in uno specchio fedele che ritrae fedelmente le auto e i vestiti dell’epoca. Grazie all’abile regia di grandi artigiani del nostro cinema popolare, da Umberto Lenzi a Stelvio Massi, i nostri poliziotteschi si ricordano ancora per memorabili scene d’azione, inseguimenti in auto all’ultimo respiro, le stupende colonne sonore. Ripensando a quegli anni possiamo ben dire che quando eravamo ancora italiani e fieri di esserlo ci identificavamo tutti nel Commissario Betti. Un vero mito.


    Florian

  3. #3
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    Maurizio Merli, "il Commissario"

    Di Antonio Lucchesi


    Maurizio Merli nasce l' 8 febbraio del 1940 e, dopo anni di gavetta e dopo apparizioni importanti come nel Garibaldi televisivo, sbarca al cinema d'azione, in particolare al genere poliziesco all'italiana, divenendone, forse, il simbolo.

    La sua prima interpretazione è del '75 in quel "Roma violenta", da molti citato tra i migliori lavori del filone, incarnando il deciso e impavido commissario Betti.
    Merli è il volto giusto per il ruolo del "commissario", tratti del viso ben delineati, faccia da duro, ma anche capace di sciogliersi di fronte a scene malinconiche o a donne innamorate, movimenti felini, grande agilità e capacità di "picchiare duro".


    Arcinoto, per gli amanti del genere, è il suo modo di digrignare la mascella, nei momenti clou, con il suo celebre sguardo da duro "che se potesse ti sbranerebbe".
    Nel giro di un triennio interpreta cinque- sei film maiuscoli e fondamentali per il genere, come "Roma a mano armata", "Il cinico, l'infame, il violento", "Italia a mano armata" e quel capolavoro di "Napoli Violenta": in queste pellicole combatte sempre ai limiti della legalità malviventi senza scrupoli pronti ad uccidere chiunque, a rubare e a seminare il panico, protetti da leggi troppo morbide e da una rete di omertà diffusa.


    Le interpretazioni dell'attore romano sono sempre impeccabili e ancor più vigore gli viene conferito dalla voce doppiata, che lo rende ancor più cattivo e risoluto.
    Notevole è l'intesa con il regista Umberto Lenzi, un mago del genere, che lo dirige nelle sue migliori interpretazioni, mentre problematici sono i rapporti, a causa del suo caratterino, con i co-protagonisti, le altre star, su tutte, Tomas Milian, normalmente nel ruolo del "cattivo" (il Gobbo in "Roma a mano armata" e il Cinese ne "Il cinico, l'infame, il violento"): è noto che la reciproca antipatia e gli screzi, non solo verbali, tra i due abbia portato a gravi difficoltà nella lavorazione dei due film, tanto che ne "Il cinico" si arrivò a evitare di far trovare i due sul set insieme (c'è da dire che anche Milian da parte sua non è un angioletto, visto che gli stessi problemi li ebbe anche con Luc Merenda, in altre pellicole).


    Nei film seguenti, sino al '80-'81, pur ancora con buone interpretazioni (in particolare in "Sbirro… la tua legge è lenta, la mia no", di Stelvio Massi '78 con la partecipazione di Mario Merola), appare un po' appesantito dagli anni che incedono inesorabili, è meno tonico e sciolto e, forse, più prevedibile; inoltre utilizza la sua voce, meno prestante e meno affascinante dell'altra, appiattendo un po' il piglio dei film. Non che questo implichi che "Da Corleone a Brooklin", "Un poliziotto scomodo", "Il commissario di ferro", "Sono stato un agente CIA" e "Poliziotto sprint" (quest'ultimo eccezionale per la parte acrobatica e per gli inseguimenti in auto) siano film scadenti, anzi, ma, da una parte budget un po' ristetti, dall'altra la vena di stanchezza di un ciclo ormai all'epilogo, appannano un po' la stella del biondo commissario baffuto.


    Resta comunque difficile non identificare i poliziotteschi con Maurizio Merli, è lui il Commissario, gli altri, seppur indiscutibilmente grandi, come Luc Merenda, Franco Nero, Elio Zamuto, interpretano quel ruolo solo in un paio di film a testa, senza restare imprigionati in questo personaggio. E' proprio questo, forse, il limite di Merli, che da una parte lo rende il numero uno, il vero marchio di fabbrica del ciclo, ma dall'altra gli tarpa le ali per il seguito della sua carriera cinematografica: infatti negli anni '80 continuerà a fare qualche film, qualche apparizione televisiva, ma senza più risultati eclatanti, a differenza degli altri.
    Purtroppo il caro Maurizio è mancato nel marzo del 1989, stroncato da un infarto dopo una partita di tennis con gli amici, ma resterà sempre nei cuori di chi ha vissuto quei film con tutta l'anima, immedesimandosi in lui, accompagnando idealmente quel pugno o quel grilletto che hanno colpito molti criminali vigliacchi.




    tratto da PAGINE 70

  4. #4
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    Ricordo di Maurizio Merli

    estratti dal commentary a Roma A Mano Armata (NeoPublishing DVD).




    Giorgio Brass: Hai mai avuto dei rapporti diretti con Maurizio Merli?

    Dardano Sacchetti: Sì, io l'ho conosciuto. Ho conosciuto Merli proprio grazie a Umberto, l'ho conosciuto prima di fare Roma A Mano Armata. Umberto stava girando a Napoli "Napoli Si Ribella" o "Napoli Violenta", adesso non mi ricordo bene il titolo (! ndGB). Io andai a trovarlo sul set e c'era Merli con la moglie, si era appena sposato.
    Molto simpatico, Merli era un ragazzo tranquillo, pulito, uno che si riteneva fortunato nel fare un mestiere che gli piaceva e gli piaceva avere quel tipo di successo, lui non si dava particolari arie.
    Era un ragazzo un po' borghese, molto conservatore, sia nelle idee politiche che nella vita di tutti i giorni e quindi faceva il cinema un po' da outsider rispetto ad un mondo del cinema che in quelli anni lì era o tutto di sinistra, e quindi di un certo tipo, o tutto trasgressivo, e di un altro tipo.

    Lui era un po' una mosca bianca.
    Era un ragazzo semplice, simpatico, tranquillo, faceva i suoi film...
    Quando ha capito che la parte muscolare dei suoi personaggi era importante ha cominciato ad andare in palestra per mantenere un certo aspetto fisico, una certa vigorìa, sottoponendosi anche, secondo me, a degli stress che poi sono quelli che poi gli sono costati la vita.


    Giorgio Brass: Ma lui come aveva vissuto questo dualismo con Tomas Milian?
    Dato che inq uesto film loro due erano le due grandi star, i due grandi nomi, ci fu un compromesso per fare in modo che tutti e due riuscissero ad avere la stessa importanza?


    Dardano Sacchetti: Il compromesso fu fatto dando una barca di soldi a Tomas Milian, perché Tomas non voleva fare questo film.

    Loro si sono picchiati sul set, quando Tomas gli dava i calci glieli dava sul serio. Non si piacevano.
    (...)
    Merli si sentiva di incarnare il personaggio della destra, lui si era molto identificato nel suo personaggio e forse questo era un suo limite nel senso che ha confuso il ruolo di attore con sé stesso e faceva un pochino il commissario anche nella vita.
    Per lui bisognava ripulire l'Italia dagli scippatori, dai ladri, dai rapinatori, bisognava picchiarli, ucciderli, mandarli in galera.

    Lui vedava Milian come l'esponente della trasgressione, era esattamente quello che lui non voleva, quello che combatteva.
    Quando dava la caccia a Milian gliela dava sul serio, non lo vedeva come un attore che interpretava un ruolo, lo vedeva come se fosse un delinquente o qualcosa del genere.
    hanno avuto pessimi rapporti ed Umberto ha faticato molto per riuscire a tenerli.
    Lui ha fatto una scelta nel film: ha scelto Merli a scapito di Milian anche perché Umberto è più un regista d'azione, in quanto anarchico, poi, si identificava molto nel commissario violento, che picchia e che agisce.

    (...)
    Quando ci fu la prima all'Adriano il pubblico esplose in un'ovazione per Milian e fischiò Merli, cosa che accadeva per la prima volta in un poliziesco.
    Merli uscì dalla prima in lacrime perché non se l'aspettava, perché quello che era il suo pubblico l'aveva tradito e aveva sposato Milian (...).

    Eravamo tutti quanti all'Adriano per la prima, tutti tranne Milian, e Merli avvicinò Lenzi dicendogli: "La prossima volta dobbiamo essere più cattivi, te l'avevo detto... Niente più concessioni all'ironia o al divertimento".
    Lui si era sentito preso in giro e in effetti Milian, che è un attore molto raffinato, molto furbo, sicuramente più bravo di Merli come attore, era riuscito a giocare molto col suo personaggio per metterlo in difficoltà.
    (...) Merli si vestiva esattamente così anche nella vita, porta degli abiti che venivano pagati dalla produzione che poi lui si teneva e quindi comprava gli abiti non necessari al ruolo, ma che piacevano a lui.


    Tratto da Gente di Ripetto Forums

  5. #5
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    NAPOLI VIOLENTA

    Negli anni '70 il poliziesco all'italiana era un altro grande genere affermatosi con successo popolare. Questo film è di certo quello più famoso dei tanti realizzati in quel periodo: uscito a fine agosto del '76 incassò, già nel primo week-end, proprio a Napoli, cifre miliardarie. La direzione registica è del grande Umberto Lenzi: uno dei più bravi autori del poliziesco italiano; il Sergio Leone di quel genere. Il protagonista, Maurizio Merli, interpreta un commissario di polizia trasferito da Roma a Napoli. Il suo compito è quello di combattere la feroce malavita metropolitana in generale, ma il suo primo obiettivo è afferrare "'o Generale", uno spietato e protetto boss della camorra che controlla il racket delle estorsioni. Il commissario impiega alcuni fidati agenti speciali e, utilizzando metodi violenti ma efficaci, annienta, tra inseguimenti e sparatorie, malviventi, rapinatori ed estorsori. Per incastrare il boss, invece, sarà costretto a ricorrere ad uno stratagemma. Molti di questi film venivano accusati di "fascismo", perchè il poliziotto di turno spara e ammazza in maniera arbitraria. Molti non saranno d’accordo ma per me i commissari dovrebbero agire proprio come quelli che Merli rappresentava: irriducibili, rabbiosi, pronti ad annientare i criminali a colpi di sberle e revolverate. Come anche questo film ci fa vedere, i malviventi sono feroci: rubano, uccidono, sfruttano la gente onesta con violenze e ricatti,seminano morti innocenti. Come si può trattarli con i guanti bianchi? Erano, dunque, film che si agganciavano alla realtà facendoti riflettere sulla violenza criminale di quegli anni. Un film da vedere: azione al mille per mille, tanto sangue, grandi inseguimenti (da non perdere quello dei rapinatori che con la moto attraversano via Caracciolo a gran velocità), musiche bellissime. Insomma un godibile film molto ritmato e ben realizzato. Maurizio Merli (morto d'infarto nell''89) rimase a lungo attaccato alla figura del commissario violento ma giusto. Oggi titoli come "Napoli violenta" non sono stati ancora del tutto riscoperti. Mi auguro che tornino ad essere più considerati: sono film che non hanno nulla da invidiare al cinema poliziesco americano; hanno preso spunto da quello, ma di certo non lo hanno imitato. Lenzi fa qui sfoggio di tutte le sue migliori abilità: dà un grande taglio cinematografico-spettacolare a vicende crude di malavita e disegna con cinismo e profonda cattiveria i personaggi negativi della storia. Da sottolineare il personaggio del bambino Gennarino: quando, alla fine, per i troppi morti provocati, il commissario Betti intende mollare la sua battaglia contro il crimine, la visione di quel ragazzino, rimasto menomato fisicamente per una vendetta della camorra, lo induce a ripensarci, a restare. E noi spettatori non possiamo che condividere: i metodi del poliziotto saranno pure brutali, ma servono ad impedire che la malavita arrechi danno a persone innocenti, come Gennarino. Autentico cult. Da vedere. Che torni di nuovo il poliziesco all'italiana.

    Daniele, 25 anni, Napoli (NA)

    Tratto da FilmUP.com

  6. #6
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    Questo articolo e' stato pubblicato sulla rivista di cultura cinematografica "Cine Critica" a cura del sncc anno III - n° 12 dell' ottobre-dicembre 1998.


    Maurizio Merli, Callaghan tricolore

    L'immaginario italiano di massa degli anni Settanta e stato più suggestionato dai "poliziotteschi" di Maurizio Merli che dai film di Rosi e Bellocchio. Per quanto scadenti, nella stragrande maggioranza dei casi, quei film hanno convogliato e rappresentato qualcosa, in termini ideologici e antropologici, di un decennio quanto mai difficile e controverso, su cui sarebbe opportuno interrogarsi.

    di ANTON GIULIO MANCINO


    Il poliziesco all'italiana, ribattezzato con evidente senso dispregiativo "poliziottesco", che tanto ha imperversato negli anni Settanta, non è stato certo un fenomeno cinematografico di cui andar fieri, eppure non si può far finta che non sia esistito o che all'improvviso i suoi numerosissimi estimatori siano d'un tratto scomparsi o ci sia stato un ricambio in positivo nei gusti del pubblico degli ultimi vent'anni. E' soltanto accaduto che la moda dei film polizieschi italiani ha registrato da un giorno all'altro una drastica battuta d'arresto, cosicché non se ne son fatti più e sono stati mandati a spasso o riciclati attori, produttori, registi e maestranze varie che quel sottogenere, seppure casualmente, l'avevano tenuto a battesimo e coltivato finché ha fruttato.

    Per quanto scadenti, nella stragrande maggioranza dei casi, i poliziotteschi italiani hanno convogliato e rappresentato qualcosa, in termini ideologici o molto più probabilmente antropologici e psicoanalitici, di quel decennio difficile e controverso, su cui sarebbe opportuno interrogarsi. Non si tratta di rivalutare l'ennesimo filone casereccio, cosa che siamo certi prima o poi qualcuno provvederà a fare nei modi che gli sono più congeniali, ma di svolgere delle semplici riflessioni. Anche perchè l'immaginario italiano di massa, borghese-proletario, degli anni Settanta è stato suggestionato più da Maurizio Merli che da Francesco Rosi, da Umberto Lenzi e Dario Argento più che da Elio Petri e Marco Bellocchio, così come lo è stato più da Edwige Fenech che da Marco Ferreri. E di questo, al di là di qualsiasi valutazione, occorrerebbe tener conto. Poi, naturalmente, i personaggi, gli attori e gli autori più compromessi con quella temperie sottoculturale non sono riusciti a riciclarsi, nel senso che non sono stati abbastanza abili, divenendo dei perfetti capri espiatori. Come Maurizio Merli, ad esempio, scomparso nel 1989, ma inattivo già dal 1980, a parte un paio di occasionali film (Notturno di Giorgio Bontempi nel 1983 e Tango blu di Alberto Bevilacqua nel 1987), dopo essere stato per quasi dieci anni il poliziotto cinematografico più amato dagli italiani.

    Maurizio Merli è stato certamente il Clint Eastwood italiano, più di qualsiasi altra piccola star del poliziottesco nazionale, come Enrico Maria Salerno, un po' il precursore del gruppo, Franco Gasparti, Luc Merenda, Marcel Bozzuffi o Fabio Testi. Il paragone in realtà riguarderebbe i soli Enrico Maria Salerno e Franco Gasparri il quale, si sa, dopo l'incidente che lo paralizzò fu costretto a non vestire più i panni del poliziotto Mark, mentre i vari Merenda, Bozzuffi o Testi (ai quali andrebbero aggiunti numerosi altri attori che si improvvisarono "bracci violenti della legge") furono occasionalmente poliziotti o non lo furono mai, pur svolgendo mansioni private di uomini d'ordine ed emblemi vigorosi e decisi, nondimeno inquietanti, della maggioranza silenziosa italiana degli anni Settanta. Diversamente da tutti loro, Merli rappresentò un' istituzione, il suo volto e i suoi metodi fuori ordinanza si identificarono peffettamente con il personaggio pressocché fisso prima nei film di Franco Martinelli, Umberto Lenzi e Giuseppe Rosati (Roma violenta, nel 1975, Roma a mano armata, Italia a mano armata, Paura in città e Napoli violenta nel 1976, Il cinico, l'infame, il violento l'anno successivo), poi in quelli, di gran lunga migliori, di Stelvio Massi (Poliziotto sprint, Poliziotto senza paura e Il commissario di ferro nel 1977, Un poliziotto scomodo e Sbirro, la tua legge è lenta... la mia no! nel 1978, Poliziotto, solitudine e rabbia nel 1980). Durante tutta la seconda metà del decennio, Maurizio Merli si era in pratica trasformato nel testimonial di un'indiretta campagna pubblicitaria per l'arruolamento nelle forze di Polizia ("Per me fare il poliziotto è una ragione di vita. E loro lo sanno bene", confessava all'inizio di Napoli violenta) nonché per l'Alfa Romeo, e questo nonostante la sua cronica insofferenza per le strategie blande adottate dalle forze dell'ordine nei confronti dell'offensiva criminale, isolata o organizzata, e per l'eccessivo garantismo della legge, i troppi diritti civili concessi ai presunti delinquenti, che in questi film non smentivano anzi riconfermavano il ricorso "obbligato" alla linea dura. In Napoli violenta il commissario replicava al questore che cercava di tenerlo a freno: "Lei dimentica che la malavita lavora a tempo pieno. E forse è l'unica a farlo in Italia. Il confronto è perduto con i metodi tradizionali". Questo la diceva lunga sull'atteggiamento di sfiducia e scetticismo tutto italiano che rendeva l'imitazione nostrana incompatibile nei contenuti di fondo con l'idealismo americano, sia pure espresso in termini amari da una caterva di antieroi comunque pronti a ribadire lo stato di salute dell'Unione. Ciò non toglie che Merli sia il Clint Eastwood del sottogenere nostrano, e Massi il suo degno Don Siegel. Si tratta ovviamente né più né meno che di una constatazione ideologica, senza con questa voler implicare un giudizio di merito sulla complessità artistica del cinema di Eastwood o, in generale, sulla problematicità dei suoi eroi. Il tipo di poliziotto interpretato da Maurizio Merli, con più successo e credibilità dei suoi colleghi cinematografici, era stato modellato sull'esempio dell' Harry Callaghan così come veniva presentato nel film pilota della serie, Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, Don Siegel, 1971): il personaggio Callaghan (Callahan nell'originale) agiva senza farsi eccessivi scrupoli sull'impiego della violenza in chiave espressamente privata, vendicativa e punitiva, in quanto reazione del tutto giustificata dalle circostanze e condotta con mezzi appropriati alla pericolosità incondizionata dell'antagonista, il cui sadismo sarebbe proseguito all'infinito, reiterandosi ed inasprendosi gratuitamente, se non fosse stato prontamente fermato con un atto deciso, duro e responsabile. Il film di Siegel ovviamente non si esauriva in questo schema reazionario, forte della sua inconfondibile vena anarcoide, pessimista ed irrazionale. Invece gli epigoni italiani, in quanto sottoprodotti, costretti perciò alla brutale esemplificazione del discorso, esacerbarono la matrice destrorsa insita nell'ambiguità eastwoodiana e siegeliana, radicalizzandone l'impianto ritorsivo . Esasperando la crudeltà reciproca e spingendo alle estreme conseguenze lo scontro diretto tra il poliziotto individualista e l'intero mondo criminale con il quale s'era impegnato in una spietata ed implacabile lotta senza quartiere ("Questo vuol dire che la faranno franca?", chiedeva un collega al commissario Betti di Napoli violenta. E il: "E chi ha detto questo? La grazia la da' il Presidente, io sono un semplice poliziotto, figurati un po'"), non si desiderava altro che configurare uno scenario apocalittico e irreale, onde sfruttarne al massimo le potenzialità spettacolari e azione allo stato puro che poco o niente c'entravano con le implicazioni poliziesche e demenziali, pretestuose e infondate nei film di Lenzi e compagni. Maurizio Merli era un tutore dell'ordine inviso ai superiori (pronti all'occorrenza a divertirsi, in forma strettamente sibillina o ufficiosa, alla sua filosofia, come Alberti in Napoli violenta o Kennedy in Roma a mano armata) e puntualmente crocifisso da una stampa non si sa bene se insoddisfatta dai scarsi risultati ottenuti dalla polizia lotta al crimine o dei principi spregiudicati, ancorché efficienti cui il protagonista la conduceva.

    Ma, in definitiva, osteggiava il poliziotto Merli ma non riusciva a decidersi su quel che davvero voleva: era l'espressione di un pensiero debole, evidentemente troppo vicina agli ambienti dell'opposizione ed orientata su posizioni progressiste, e scarsamente pragmatiche. Troppo a sinistra insomma, come accadeva con John Wayne nei tardi anni Sessanta e in tutti gli anni Settanta, per convenire con la spietata linea repressiva del nostro poliziotto. Solo che John Wayne non aveva sempre la richiesta di dimissioni in tasca, non avrebbe mai gettato nella polvere la stella da sceriffo e non sarebbe mai passato al contrattacco clandestinamente, come invece si vede obbligato il tutore della legge merliano, perennemente con le mani legate. Ma c'era una cosa che lo avvicinava a John Wayne, ibridandolo con la cruenza incanaglita del personaggio interpretato da Charles Bronson nel-la famigerata serie inaugurata da Il giustiziere della notte (Death Wish, Michael Winner, 1974), piuttosto che ad Eastwood o ai coevi Gene Hackman de Il braccio violento della legge (The French Connection, William Friedkin, 1971) e Il braccio violento della legge n. 2 (The French Connecrion II, John Frankenheimer, 1975) e dello Steve McQueen di Bullitt (id., Peter Yates, 1968). Ed era la rettitudine completa, la bontà indiscutibile, l'adesione ad un sistema di valori sano e per niente turbato, se non in modo del tutto occasionale e transitorio, da nevrosi e inclinazioni devianti. Pur restando un taciturno idealista solitario, sconvolto dall'ultra-violenza e dal caos metropolitani, Merli non assomigliava né si confondeva con la feccia a cui dava la caccia, alla maniera di Eastwood o Hackman, né lo si sarebbe potuto scambiare per un individuo culturalmente eclettico ed altemativo come McQueen o l'Al Pacino di Serpico (id., Sidney Lumet, 1974). Maurizio Merli sorrideva apertamente distendendo quei baffi che gli garantivano un aspetto maturo da funzionario integerrimo e non da belloccio aitante, si inteneriva alla vista dei bambini indifesi, dava manforte alle donne e agli uomini di buona volontà, proletari o piccolo-borghesi, pronto coerentemente a serrare mascella rabbiosa per render loro giustizia ("Non si preoccupi, il fatto non avrà nessuna pubblicità. Quanto a lasciar impuniti quei criminali, dovrebbero ammazzarmi. Questo glielo posso garantire", così rassicurava una delle vittime di Napoli violenta), poiché non esisteva creatura innocente ed indifesa in quei film se non in funzione di gravi torti su-biti e da lavare con il sangue.

    Se dunque un elemento rendeva e rende tutt'oggi quasi inguardabili le pellicole di Lenzi, Girolami e Rosati soprattutto, e in parte quelle di Massi, è la ferocia dimostrativa e pretestuosa dei personaggi: nessuno, nemmeno l'eroe appariva come sorretto da una dimensione caratteriale ed umana autonoma, la loro presenza sullo schermo procedeva di pari passo con una serie di sollecitazioni violente provenienti dall'esterno. I buoni erano lì soltanto per cadere sotto i colpi dei cattivi o per sopravvivergli con esiti spesso macabri. Addirittura "buoni" li si ebbe potuti definire soltanto in funzione di questa rigida impostazione speculativa. Tutto ciò serviva a far risaltare e con incredibile indulgenza, senza cioè soffermarsi più di tanto sui problemi reali ("Dappertutto è la solita storia. Sempre più violenze", constatava pretestuosamente in Napoli violenta) o sulle contraddizioni interne della società e della politica, la risoluzione radicale, che coincideva con un inseguimento forsennato e rocambolesco destinato proficuamente a chiudersi in una ridondante e tribale mattanza liberatoria. In questo senso venivano ripescate, copiate o riadattate le performance mozzafiato e iperrealistiche degli Eastwood, Hackman e McQueen, e per l'esattezza le sparatorie seriali di Callaghan per sventare "accidentalmente" rapine, sequestri, stupri e comuni atti di vandalismo, l'inseguimento impossibile e sfrenato con cui Popeye Doyle ne Il braccio violento della legge a bordo di un automobile riesce a non lasciarsi sfuggire un convoglio della metropolitana, come risulta dalla sequenza pressocché analoga di Napoli violenta, o l'interminabile inseguimento automobilistico del tenente Bullitt, all'origine di quello, ma non solo, che conclude Roma a mano armata, in cui il commissario Tanzi riesce a star dietro all'allegro e gobbuto pluriomicida interpretato da Tomas Milian.

    Ma se i successivi film di Stelvio Massi riconfermarono il personaggio abbastanza delineato, in quelli di un Lenzi, in realtà, cercarono di migliorarlo sul piano umano. Non bastava più riempire i buchi della trama con le solite mascalzonate alle quali il commissario Merli provvedeva con solerzia encomiabile (in pratica costruendo su misura le cause scatenanti, in funzione degli effetti). Stavolta lo sforzo fu quello di arricchirlo e approfondirlo, per quanto possibile, senza cioè tradire le prerogative dinamiche, ovvero lo schema elementare di azione/reazione su cui si fondava il conge-gno narrativo del poliziottesco. Massi e Merli raggiunsero un livello alle volte discreto (Poliziotto sprint, il meno cruento di tutti, e soprattutto Un poliziotto scomodo), collaborando tra l'altro, in una fase in cui il filone stava esaurendosi e con esso la credibilità di un'azione a tappeto, per debellare sistematicamente l'aggressione malavitosa. Il primo film del sodalizio, Poliziotto sprint, non solo non grondava sangue da tutte le parti come un po' tutti i poliziotteschi (in questo senso più vicini alla tradizione orrorifica italiana, sulla falsariga di Bava, Argento e Fulci, il cui sce-neggiatore Dardano Sacchetti aveva peraltro sceneggiato Roma a mano armata e Il cinico, l'infame, il violento, mentre lo stesso Fulci si era reso responsabile di un incursione diretta nel filone con Luca il contrabbandiere del 1980, teatro di ogni eccesso orripilante, ma conteneva un paio di battute molto divertenti: quando il criminale professionista, rivolto a un poliziotto anziano sospirava "Ah, di uomini come noi non ne nascono più!", gli veniva risposto "Beh, se devono essere come te, è meglio che non nascano"; e quando invece dichiarava snobisticamente di leggere sui giornali solo le pagine sportive, gli si replicava: "Tanto la cronaca nera la fai tu!". Per quanto riguarda Merli, si profilava l'urgenza di rinnovare gli schemi collaudati dai vari Lenzi, Marino Girolami, Rosati, Caiano, Dallamano, Martino, Castellari (Enzo Girolami, nel prestare più attenzione al privato del protagonista (e non solo per darlo in pasto agli eventuali malviventi che con i loro attacchi mirati alla sfera affettiva del poliziotto ne preparavano le rappresaglie finali), e al muro di incomprensione, indifferenza e isolamento che si costruiva attorno. La vita del superpoliziotto Merli nei film di Massi non si riduceva ad un continua serie di interventi maneschi e armati contro i responsabili "certi" delle più svariate nefandezze. L'eroe si umanizzava, pur non rinunciando ai suoi numeri da ammazzasette, ma il suo margine d'azione si restringeva, la cooperazione, sia pure dialettica e conflittuale con i diretti superiori, era quasi azzerata: non c'era più verso in lui di rimuovere la convinzione che i criminali più pericolosi, e cioè gli uomini d'affari, gli uomini politici di spicco, gli alti funzionari, sarebbero riusciti, e infatti riuscivano, sempre a farla franca, vantando coperture che nemmeno un commissario della Mobile si sarebbe potuto sognare di sventare, e non c'era verso di inseguirli sui tetti o in automobile a tutta velocità, affrontarli in campo aperto, con le armi in pugno o a mani nude. La prima parte di Un poliziotto scomodo si risolveva in un fallimento per il protagonista, il quale non solo vedeva l'uomo a cui dava la caccia eclissarsi con un aereo personale, ma per errore uccideva un metronotte dopo averlo scambiato per un sinistro attentatore. Così, sebbene in maniera piuttosto incredibile (non avrebbe dovuto essere sospeso dal servizio, sottoposto ad una commissione giudicante e magari condannato per omicidio?) veniva trasferito da Roma in una zona meno calda come la città marchigiana di Civitanova. Era evidentemente una soluzione di ripiego, che per Massi assumeva una valenza autobiografica (essendo nato a Civitanova, Massi ha co-sceneggiato il film, mentre il soggetto porta la firma di Danilo Massi), in cui confluivano una certa dose di malessere, nostalgia e amarezza, accompagnata al bisogno di appartarsi, riflettere e fare au-tocritica in un luogo meno spettacolare, cruciale e rappresentativo dell'Italia tutta. Una città che non fosse la solita Roma, Milano, Napoli o Torino, capitali riconosciute di un certo fermento cittadino e con esso di un elevato tasso di criminalità (molto "aggiornate" nella loro inarrestabile degenerazione). Sebbene anche a Civitanova il poliziotto sventava un traffico illegale di armi e si lasciava alle spalle la proverbiale scia di cadaveri, al termine di un drammatico salvataggio di un'intera scolaresca presa in ostaggio dal facoltoso capo della banda (ennesima riminiscenza eastwoodiana), la rivincita era ben poca cosa rispetto all'atmosfera malinconica del film (a tratti persino spiritosa, specie quando Merli chiedeva ironicamente al collega a cosa servisse un'antenna televisiva rivolta verso il mare aperto, e questo gli rispondeva, cogliendo l'allusione all'attività losca dei finti pescatori, "Sarà per i pesci!"). L' anno seguente, in Sbirro, la tua legge è lenta... la mia no!, il nostro poliziotto non riusciva a sconfiggere il potente camorrista Mario Merola, dovendosi alla fine rassegnare all'eliminazione effettuata fuori campo dal boss mafioso Francisco Rabal. E il successivo Poliziotto, solitudine e rabbia, l'ultimo film del filone che vantava un titolo di per sé esplicativo, costringeva il buon Merli ad uscire dai confini nazionali, oramai troppo angusti o anacronistici per le sue leggendarie gesta.

    Se un barlume di verità questi film contenevano, o comunque una rivendicazione appropriata, questa riguardava l'uso strumentale che veniva fatto dai vertici dello Stato dei soggetti polizieschi inclini a comportamenti di stampo fascista. Benché in questi film il poliziotto, specialmente quelli di Merli, fosse mostrato come il rappresentante ideale dell'uomo comune e probo, che poteva far comodo anche, o forse soprattutto, nei suoi eccessi esasperati da un potere e una burocrazia intenzionati a farsene scudo, era inevitabile che gli stessi poliziotti venissero prima impiegati con e per queste mansioni, salvo essere all'improvviso disinnescati e abbandonati quando cominciavano a scottare troppo. Senza nulla togliere ai film in questione una totale indifferenza alla società e alla politica italiane, che una volta tanto, anziché tradursi in teoremi metafisici, ostentavano un falso realismo proteso soltanto all'intrattenimento bieco e viscerale.

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    La sindrome "poliziottesca" della sinistra

    dal Secolo d'Italia di venerdì 31 agosto 2007

    di Luciano Lanna


    Sinistra sceriffa? L’apparente svolta, in realtà, non arriva come un fulmine a ciel sereno. C’è sempre un piano metapolitico che batte la strada alle evoluzioni della sinistra postcomunista di stampo gramsciano. Basta interpretare il senso della retrospettiva in corso alla Mostra del Cinema di Venezia tutta tesa alla rivalutazione degli un tempo tanti demonizzati “spaghetti western”. In programma ci sono film come Django con Franco Nero (diretto da Sergio Corbucci e sceneggiato dall’ex marò della Decima Mas Piero Vivarelli) o Yankee, l’americano (del tanto discusso Tinto Brass).

    All’epoca venivano considerati film-spazzatura, tacciati di qualunquismo e avvertiti come antipatici anche perché spesso venivano girati nella Spagna franchista, reclutavano tra le comparse e i caratteristi anche qualche ragazzo dell’estrema destra e – come in Requiescant di Carlo Lizzani – potevano contare anche sul contributo di sceneggiatori destrorsi come il compianto Adriano Bolzoni. Pellicole, in particolare, un tempo considerate trash e violente dai cinefili di sinistra e ora, sulla scorta della passione di Quentin Tarantino, improvvisamente rivalutate come nell’edizione 2004 della stessa mostra si fece per il genere “poliziottesco” (così come una certa critica sprezzante ebbe a definire la nostrana produzione di film polizieschi anni Settanta). È stato in quell’anno, infatti, che un’analoga retrospettiva “revisionista” – sempre curata dal critico di sinistra Marco Giusti – è stata dedicata ai tanti film italiani caratterizzati dalla figura del poliziotto che lotta da solo contro il crimine a costo della propria vita. Per l’intera durata degli anni Settanta quel genere è stato uno dei filoni più popolari in assoluto in termini di incassi ai botteghini ma demonizzato dalla critica di sinistra che o stroncava o evitava di recensire quelle pellicole. Alle spalle c’è il successo internazionale di film come Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo!, diretto dal cineasta destrorso Don Siegel (Lo stesso de L’invasione degli ultracorpi, sofisticata parabola anticomunista) e interpretato da un indimenticabile Clint Eastwood. Un film paradigmatico e denso di valenze politiche, come non a caso capirono subito i sociologi e gli studiosi. In Italia, nel 1974, il politologo Giorgio Galli arrivò a dedicargli un intero capitolo del suo libro La crisi italiana e la destra internazionale: «Questo film – scriveva – è emblematico: nella città nessuno è al sicuro; qualsiasi pazzo asociale può uccidere senza difficoltà la ricca ereditiera come il povero ragazzo nero. E quando viene scoperto, urla subito: voglio un avvocato!; e si avvale di tutti i cavilli legali dello Stato di diritto e di tutta la comprensione umana della classe politica dell’illuminismo riformista, per atteggiarsi a martire pacifista, per tornare libero, con la possibilità di ricattare e uccidere di nuovo, finché l’ispettore non lo condanna a morte e non ne fa giustizia sommaria con decisione orgogliosa e solitaria (per poi buttare il distintivo nell’acqua del fiume)». Il politologo individuava nel personaggio di Callaghan una visione del mondo «in cui allo Stato di diritto, che i ricchi possono piegare al loro volere si oppongono le virtù originarie della frontiera e che è espressione della componente populista del radicalismo di destra». In realtà, in quei primi anni Settanta si inaugurava un vero e proprio genere che rilanciava il poliziesco dopo una eclissi durata almeno quindici anni. Basti pensare a titoli come Serpico, Squadra speciale, I nuovi centurioni, Il braccio violento della legge, Il giustiziere della notte...

    Quasi per contagio un filone simile si impose anche in Italia, a cominciare da La polizia ringrazia, del 1972, l’unico film firmato da Steno con il suo vero nome, Stefano Vanzina. Seguirono film dai titoli inequivocabili: La polizia incrimina la legge assolve, Milano trema, la polizia vuole giustizia, Il cittadino si ribella, Napoli violenta, Roma violenta, Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata, Squadra antifurto, Il poliziotto della brigata criminale... Quei poliziotti, interpretati tra gli altri da Maurizio Merli, Franco Gasparri e Tomas Milian, sono stati i protagonisti di un vero e proprio fenomeno di costume le cui ricadute politiche tra il pubblico erano evidenti. Basti ricordare il successo clamoroso di Mark il poliziotto, un film di Stelvio Massi del 1975 sceneggiato da Adriano Bolzoni (ancora lui) in cui Franco Gasparri interpretava un commissario disincantato e deluso: «Nel ’68 mi sono arruolato perché i poliziotti non rompevano la testa agli stessi poliziotti». Quella degli eroi “alla Callaghan” rappresentò una vera e propria invasione sugli schermi. E fu la grande stagione di registi come Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Fernando Di Leo, Bruno Corbucci, Marino Girolami... Un filone, però, fortemente contestato da un punto di vista politico. L’attore Gian Maria Volonté, ad esempio, arrivò a lanciare l’allarme dal suo particolare punto di vista politico-culturale: «Il mercato è invaso di cinema subculturale, che va dai film di karate al cittadino che si fa giustizia da sé, e che si traduce in un’azione tendente a fascistizzare il pubblico». Una dichiarazione ricorrente in quegli anni da parte di tutta la stampa di sinistra. La stessa che, trascorsi trent’anni, ha cominciato – sulla scorta della sua profonda crisi – a rileggere in positivo gli stessi film. Marco Giusti che scrive una prefazione apologetica a Cinici, infami, violenti (Bloodbuster edizioni), un saggio tutto dedicato al “poliziottesco”, «il genere – scrive – più fortemente radicato nella realtà del tempo». E, sempre da sinistra, si arriva a scrivere che «l’immaginario italiano di massa, borghese e proletario, degli anni Settanta è stato suggestionato – si legge in Destra e sinistra nel cinema italiano di Christian Uva – più da Maurizio Merli che da Francesco Rosi, da Umberto Lenzi e Dario Argento più che da Elio Petri e Marco Bellocchio, così come lo è stato più da Edwige Fenech che da Marco Ferreri». Da queste rivalutazioni cinefile alle dichiarazioni di Giuliano Amato di apprezzamento per la tolleranza zero di Rudolph Giuliani o alle prese di posizione di Veltroni di sicurezza e legalità il passo è più breve di quello che possa sembrare. L’assessore fiorentino Cioni dichiara che di fronte alla aggressioni giornaliere che i lavavetri fanno ad anziani e donne occorre reagire, ma «i palazzi allontanano i rappresentanti del popolo dalla gente». C’è molto, nelle sue parole, dell’antilluminismo che Giorgio Galli vedeva rappresentato nella saga dell’ispettore Callaghan e nella sua 44 Magnum. Ma il fatto vero – e profondo – è che la sinistra ha forse perso tutti i suoi riferimenti e sta solo pescando altrove sensibilità e metafore per ritrovare qualche aggancio con una società civile sempre più lontana dalle sue sintesi culturali di riferimento.

    A proposito di cinema, nel secondo film della gesta fantozziane, il ragioniere interpretato da paolo Villaggio reagisce violentemente alla convocazione del temibile cinefilo professor Guidobaldo Maria Riccardelli per assistere alla visione di un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco di quelli che piacevano tanto alla sinistra. Alla fine, infatti, dell’ennesima visione della Corazzata Kotiomkin (alterazione della Potëmkin) di Seghei M. Eisenstein che, a causa di un disguido, ha sostituito la pellicola cecoslovacca, fa urlare il ragioniere: «È una cagata pazzesca!». E Fantozzi costringe il superiore cinefilo impegnato «a vedere a rotazione: Giovannona coscialunga, L’esorciccio e... La polizia si incazza!!!». Un titolo inesistente, l’ultimo, che non solo forniva il pretesto per fare in modo che la polizia, al terzo giorno della protesta impiegatizia, s’incazzasse veramente ma che dava l’idea di quanto all’epoca il “poliziottesco” non solo incontrasse il favore del pubblico ma venisse percepito come del tutto antitetico alla sinistra. Se oggi lo scenario si è ribaltato è, allora, forse solo il sintomo che la sinistra è davvero in crisi.

    http://robertoalfattiappetiti.blogspot.com/2007/09/la-sindrome-poliziottesca-della.html

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    POLIZIOTTO SENZA PAURA (1978)

    http://www.pollanetsquad.it/film.asp?PollNum=63




    UN POLIZIOTTO SCOMODO (1978)

    http://www.pollanetsquad.it/film.asp?PollNum=24




    IL COMMISSARIO DI FERRO (1978)

    http://www.pollanetsquad.it/film.asp?PollNum=27




    SONO STATO UN AGENTE DELLA CIA (1978)

    http://www.pollanetsquad.it/film.asp?PollNum=210




    DA CORLEONE A BROOKLYN (1979)

    http://www.pollanetsquad.it/film.asp?PollNum=28




    SBIRRO, LA TUA LEGGE E' LENTA... LA MIA... NO (1979)

    http://www.pollanetsquad.it/film.asp?PollNum=40




    BUITRES SOBRE LA CIUDAD (1980)

    http://www.pollanetsquad.it/film.asp?PollNum=206




    POLIZIOTTO SOLITUDINE E RABBIA (1980)

    http://www.pollanetsquad.it/film/193_00.jpg


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