Sandro Consolato
Sull’Alberti e il suo genio multiforme, cfr. C. Grayson, Studi su Leon Battista Alberti, a cura di P. Claut e con premessa di A. Tenenti, Firenze 1998. L’umanista, cosa poco nota se non agli esperti, a causa della sua opera De cifris (1466), “merita a pieno titolo l’appellativo di ‘Padre della crittografia occidentale’” (D. Kahn, Il ‘De cifris’, classico crittologico, ne “Il Sole-24 Ore”, 18 dic. 1994).
Sull’estetica di Vitruvio e su quella dell’Alberti, cfr. W. Tatarkiewicz, Storia dell’Estetica, tr. it., Torino 1979-1980, rispettivamente il vol. I, pp. 308-322, e il vol. III, pp. 113-135.
A. Calzona, Itinerario di una nuova terra santa, in “Art e Dossier”, n° 93, sett. 1994, pp. 4-10, v. p. 5.
Cfr. ibid., p. 10.
W. Tatarkiewicz, op. cit., vol. III, p. 114.
S. Borsi, Leon Battista Alberti e l’antichità romana, Firenze 2004, p. 101.
Ibid., p. 72.
Ibid., p. 93.
F. e S. Borsi, Leon Battista Alberti, Dossier del n° cit. di “Art e Dossier”, p. 45. La questione è stata poi approfondita dal solo Stefano Borsi nell’ampio saggio già citato.
V. Di Caprio, Roma, in A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. II: L’età moderna I, Torino 1988, pp. 327-472. Per quanto si dirà, cfr. le pp. 360-453, che sono di notevole interesse.
Ibid., p. 448.
Ibid., p. 403.
Su Pletone, di cui tratterò autonomamente in un prossimo articolo, rimando per ora, in italiano, all’ampio Dossier Platonismo di “Arthos”, n. s., n° 12, a. 2004, e all’indispensabile Sul ritorno di Pletone. Un filosofo a Rimini, atti del ciclo di conferenze tenute a Rimini dal 22 novembre al 20 dicembre 2002, a cura della Biblioteca Civica Gambalunga, dell’Associazione culturale O. L. P. One Labour Party e di Raffaelli Editore, Rimini 2003. Su internet, v. M. Neri, I segreti di Giorgio Gemisto Pletone,
http://www.ritosimbolico.net/studi2/studi2_10html.
Il Cusano è detto “ardente seguace della filosofia pitagorica” da Arturo Reghini nel suo saggio Sull’origine del simbolismo muratorio (1923), ora in Id., Paganesimo Pitagorismo Massoneria, a cura dell’Associazione Pitagorica, Furnari (ME) 1986, pp. 49-63, v. p. 55 e sgg.
V. Di Caprio, op. cit., p. 361.
Ibid.
Su questa figura, cfr. E. A. Sorìa, Cola di Rienzo e Mussolini: vite e morti parallele, ne “La Cittadella”, n .s., n° 10, apr.-giu. 2000, pp. 47-51.
V. Di Caprio, op. cit., p. 448.
Il Porcari “disegnava di fare prigionieri il papa e i cardinali, ucciderli occorrendo, impadronirsi del Campidoglio e di Castel Sant’Angelo, assumere nome di tribuno, potestà di signore di Roma, ridurre il papa allo ‘spirituale’” (dalla voce Porcari, Stefano dell’Enciclopedia Italiana).
“È indicativo il fatto che il codice Vaticano greco 2236, che contiene l’Oratio e testi del Pletone e del Bessarione sia scritto da Demetrio Rhallis, allineato sulle posizioni di Gemisto Pletone, presente a Roma nella seconda metà del secolo, fino alla sua morte” (Di Caprio, op. cit., p. 405). Su Demetrio Rhallis (grecizzazione del nome normanno Raoul), cfr. R. del Ponte, Tra i seguaci di Gemisto Pletone. Un aristocratico greco-normanno adoratore del Sole e un “martire pagano” del XV secolo, in “Arthos”, n° 12 cit., pp. 208-209. Per il cripto-paganesimo del Bessarione, cfr., sempre in “Arthos” n° 12, pp. 210-211, In lode di Giorgio Gemisto Pletone. Lettere del cardinale Giuseppe Bessarione in occasione della scomparsa del filosofo e maestro (1452). Nella Lettera ai figli di Gemisto si legge: “Il cardinale Bessarione saluta Demetrio e Andronico, figli del sapiente Gemisto. Ho appreso che il nostro comune padre e maestro ha deposto ogni spoglia terrena e se n’è andato in cielo, al sito di ogni purità, per unirsi al coro della mistica danza di Jacco [id est il Dioniso dei Misteri di Eleusi - ndr] con gli dèi olimpici”.
V. Di Caprio, op. cit., p. 400. Su L’ 'Accademia Romana’, Pomponio Leto e la congiura, v., con questo titolo, il § IV del saggio di E. Garin La letteratura degli umanisti, nella Storia della Letteratura Italiana diretta da E. Cecchi e N. Sapegno, Milano 1966, vol. III, pp. 142-158. Per le evidenze archeologiche del culto pagano romano entro l’Accademia, cfr. Un episodio di restaurazione del pontificato massimo pagano nel Rinascimento, ne “Il Ghibellino”, n° 4-5-6, dic. 1981, pp. 23-30.
Cfr. sia F. e S. Borsi, art. cit., sia S. Borsi, op. cit.
Cfr. F. e S. Borsi, art. cit., pp. 44-45.
M. Vallora, Alberti. Quanto sei bella Roma, in “tuttoLibri” (supplemento de “La Stampa”), n° 1482, 24 sett. 2005, p. 9.
Cfr. S. Borsi, op. cit., p. 125. In particolare, alle pp. 119-120, Borsi scrive: “A Tuscolo, in un clima di scontato revival ciceroniano, Alberti poteva render visita in villa al Bessarione, tra i cui clientes lo ricorda Andrea Contrario. La testimonianza deve necessariamente precedere il 1471, anno in cui Andrea si trasferisce a Napoli. Il Niceno è commendatario dell’abbazia di Grottaferrata, che secondo Bracciolini e Biondo insisterebbe sui resti della villa tuscolana di Cicerone, dal 1462. È questo un rapporto importante su cui indagare, ben oltre le tracce documentarie che ha lasciato.” Sulla problematicità di uno studio dei pur certi rapporti Bessarione-Alberti, v. sempre S. Borsi, op. cit., pp. 176 sgg.
Ibid., p. 11.
S. Borsi, op. cit., pp. 30-31, a proposito degli interessi colonnesi verso il Latium Vetus, commenta significativamente: “Che poi queste rievocazioni e indagini erudite assumessero implicazioni che andavano oltre il ristretto ambito culturale è un discorso che porterebbe troppo in là. Del resto anche il De antiquitate Latii di Antonio Volsco originerà, certo non per caso, in ambito pomponiano”. Sui Colonna in rapporto all’Alberti e alle correnti sapienziali del tempo, cfr. l’articolata trattazione di questo tema presente in E. Kretzulesco-Quaranta, Les jardins du songe. "Poliphile” et la Mystique de la Renaissance, Roma 1976. Sulla tradizione famigliare dei Colonna quali discendenti della gens Iulia, R. del Ponte, ne Il movimento tradizionalista romano nel Novecento, Scandiano 1987, p. 21, n. 13, scrive: “Risulterà forse sorprendente apprendere come i Colonna possedessero ancora fino ai nostri giorni (è documentato almeno sino al 1927) il ‘feudo’ originale di Giulio Cesare, Boville (Frattocchie d’Albano). Sempre fino al 1927 era visibile nel giardino Colonna al Quirinale l’altare antico dedicato al Vediove della gens Julia […] Tolomeo I Colonna ostentava il titolo di Romanorum consul excellentissimus e Julia stirpe progenitus”. Jacob Burckhardt, nella sua famosa opera La civiltà del Rinascimento in Italia (tr. it., La Spezia 1987, p. 160, n. 5), nelle belle pagine dedicate a Roma come “città delle rovine”, rimanda a Iac. Ab.Aquis, Imago Mundi (Hist. patr. Monum. Script. t. III, col. 1603) “sull’origine della Casa Colonna con accenno al ritrovamento di tesori nascosti”. Sui tesori nascosti e l’esoterismo romano, cfr. S. Consolato, “Gter-ma” tibetani e “cose fatali” romane, ne “La Cittadella”, n. s., n° 6, apr.-giu. 2002, pp. 14-23.
S. Borsi, op. cit., p. 26.
Ibid., p. 99.
Ibid., p. 30. Cfr. anche p. 104.
Ibid., p. 109.
Ibid., p. 110, dove l’ottimo S. Borsi, fino a p. 111, così continua: “Come nei monumenti citati nel libro III ‘apud Comitium’, anche questo accenno all’Arx capitolina e ai suoi antichissimi culti del libro V sembrerebbe il residuo scarnito di un lavoro legato, se non alla diretta committenza, almeno alla cultura maturata attorno alla figura del cardinale-principe Colonna. Il nesso, non solo topografico, fra Auguraculum e Comitium è sottolineato dall’archeologia moderna (F. Coarelli, Il Foro Romano. I. Il Periodo arcaico, Roma 1983 [rist. 1992], p. 107). Del resto, Numa, completate le operazioni rituali dell’inauguratio capitolina, scese a incontrare il popolo proprio nell’area del Comitium. Il sovrano ‘de templo descendit’ (Livio, I, 18, 10), seguendo evidentemente un itinerario riconoscibile: il percorso delle Scalae Gemoniae. Sempre dal libro I di Livio Alberti ottiene informazioni sul ruolo rituale della rocca: l’augure infatti è ‘deductus in arcem’ (I, 18, 6), e dalla rocca vengono prelevate essenze particolari come la verbena rituale: ‘Fetialis ex arce graminis herbam puram attulit’ (I, 24, 5). Non sono in grado di stabilire se Battista potesse anche tener conto di un accenno di Cicerone (De officiis, III, 16, 66) a una casa da demolire sul Celio perché impediva la corretta visibilità del rito augurale (del Mons Albanus, evidentemente), ma non c’è dubbio che tutte le fonti qui richiamate gli fossero particolarmente familiari. L’Auguraculum, è altrettanto indubbio, è un antichissimo ed enigmatico luogo che ha attirato la sua attenzione”.
R. del Ponte, Dei e miti italici, III ed. riv., Genova 1998, p. 185, n. 125. L’Alberti tentò di recuperare le navi di Caligola con l’ausilio di palombari (i “marangoni”) fatti venire apposta da Genova, i quali però non riportarono in superficie che un pezzo del fasciame. Altri tentativi di recupero avvennero nei secoli seguenti, ma le navi furono finalmente tratte dal lago solo tra il 1928 e il 1932, per esplicito volere di Mussolini. Ospitate dal 1935 nel museo fatto costruire all’uopo nello stesso sito di Nemi, sarebbero ancora visibili se non fossero andate distrutte nell’incendio del 31 maggio 1944, attribuito (ma non v’è certezza della cosa) alle truppe tedesche in ritirata.
R. del Ponte, loc. cit.
F. e S. Borsi, art. cit., p. 45, n. 9. Ma vedi soprattutto S. Borsi, op. cit., pp. 11-14 e 112-114.
Cfr. M. Calvesi, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma 1980; Id., Hypnerotomachia Poliphili. Nuovi riscontri e nuove evidenze documentarie per Francesco Colonna signore di Preneste, in “Storia dell’Arte”, n° 60, pp. 85 ss.; Id., La “pugna d’amore in sogno” di Francesco Colonna romano, Roma 1996. La tesi di Calvesi è decisamente rifiutata dai curatori, M. Ariani e M. Gabriele, dell’ed. adelphiana di F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, Milano 1998, v. t. II, p. LXXI e sgg.
Cfr., anche per la restante letteratura, l’op. cit. della Kretzulesco-Quaranta, la cui tesi è addirittura che “n’est donc pas hasardeux d’attribuer à Alberti la promenade archéologique de Poliphile, sous les auspices de l’Accademia Vitruviana du cardinal Colonna” (p. 394). Per la Kretzulesco-Quaranta l’Hypnerotomachia sarebbe un’opera a più mani, tra cui quella dell’Alberti. Quest’ultimo invece risulterebbe essere proprio l’autore dell’enigmatico romanzo secondo L. Lefaivre, Leon Battista Alberti’s Hypnerotomachia Poliphili. Re-Cognizing the Architectural Body in the Early Italian Renaissance, Cambridge (Mass.) – London 1997. Pure questi autori sono contestati da M. Ariani e M. Gabriele: cfr. F. Colonna, op. cit., pp. LXXXIV-LXXXV. R. del Ponte, nel suo Il movimento tradizionalista romano, cit., pp. 20-21, rifacendosi alla tesi calvesiana, si sofferma sull’opera di Francesco Colonna in rapporto alla tradizione romana e pagana del Rinascimento, rapporto che alla fin fine è quello che qui più ci interessa. Sul palazzo dei Colonna e il santuario prenestino della Fortuna Primigenia, in cui è presente anche una componente che rinvia al mondo egizio, cfr. P. Lanzara, Questioni di Fortuna, in “Bell’Italia”, n° 90, ott. 1993, pp. 84-99.
È singolare che per quasi tutto il 1452, anno precedente la congiura, il Porcari, a Bologna in “libertà vigilata”, abbia frequentato giornalmente il cardinale Bessarione, che, come rappresentante di Niccolò V, doveva tenerlo sotto controllo (cfr. la voce Porcari, Stefano, del Grande Dizionario Enciclopedico Utet).
F.e S. Borsi, art. cit., p. 45.
Cfr. A.Calzona, art. cit., p. 8. Cristoforo Landino nelle sue Disputationes Camaldulenses (1475) ci presenta un Alberti esegeta virgiliano ospite a Figline Valdarno di Marsilio Ficino, in compagnia di Lorenzo e Giuliano de’ Medici e dello stesso Landino, autore di un Comento a Dante. Per la Kretzulesko-Quaranta, op. cit., p. 402, “Dante avait choisi Virgile comme guide jusqu’au seuil de l’univers divin; il était donc essentiel que le commentateur de Virgile et celui de Dante fussent ensemble présents à cette riunion, pendant laquelle les tendances des deux Académies, la Romaine et la Florentine, trouvèrent leurs points de convergence”. Dal canto suo S. Borsi, in op. cit., p. 177, non solo segnala che il Bessarione “era in rapporti epistolari col Ficino, che a sua volta, nel commentario al Timeo, ha parole di elogio nei confronti di Alberti”, ma osserva altresì che: “Per gli intellettuali fiorentini non doveva essere troppo difficile vedere in Leon Battista un platonico […]. C’è poi un altro punto di contatto tra Battista e Ficino: l’interesse comune per il pitagorismo. Non è del tutto casuale che negli anni delle Sentenze [pitagoriche – ndr] albertiane Marsilio abbia latinizzato l’Aureum Pythagoreorum Carmen”.
Narrato dal Platina stesso nel suo Liber de vita Christi ac omnium pontificum, l’interrogatorio, in cui egli peraltro ammise di aver avuto relazione con Sigismondo, ma per soli fini culturali, così è rievocato da Ezra Pound, ammiratore di Malatesta e di Pletone, nei Cantos (XI): “E Platina dopo disse, / quando lo misero dentro, / Il Platina e l’Accademia Romana, / Per aver nelle catacombe inneggiato a Giove, / Sì, io lo vidi, quand’era quaggiù / Pronto a sgozzare Paolo ‘Formosus’ / E vogliono sapere di che noi parlavamo? / ‘de litteris et de armis, praestantibusque ingeniis, / Dei tempi antichi e nostri; libri, armi, / E uomini di raro ingegno, / Dei tempi antichi e nostri, insomma / Di quel che si parla fra uomini sensati.” (dalla tr. it. di M. de Rachewiltz, E. Pound, I Cantos, Milano 1996, pp. 99-101)
S. Borsi, op. cit., p. 30.
Sul rapporto Malatesta-Pletone, cfr. S. Ronchey, Giorgio Gemisto Pletone e i Malatesta, in Sul ritorno di Pletone, cit., pp. 11-24; M. Bertozzi, Giorgio Gemisto Pletone e il mito del paganesimo antico: dal Concilio di Ferrara al Tempio malatestiano di Rimini, ivi, pp. 81-104. Di Sigismondo Pandolfo Malatesta va ricordato il contributo al ri-nascimento non solo delle virtù sapienziali d’Italia ma anche delle virtù militari. Suo stretto consigliere, e come Pletone poi accolto anche lui da morto nelle arche esterne del Tempio, fu il riminese Roberto Valturio, autore del trattato De re militari che, scritto per il suo Signore, ebbe poi larga fortuna in tutta Europa. In quest’opera, che spazia dall’ingegneria militare all’artiglieria, fa peraltro capolino la partecipazione dello stesso Valturio alla sapienza segreta chiave dell’edificazione del Tempio malatestiano, accennando egli (De re militari XII, 13) “ai ‘nascosti penetrali della filosofia’ da cui il principe ‘acutissimo’ avrebbe tratto i princìpi per la sua impresa” (M. Centanni, Misteri pagani nel tempio malatestiano, in Sul ritorno di Pletone, cit., p. 51)
Cfr. utilmente il saggio cit. di M. Centanni, pp. 47-80. Su internet v. M. Neri, Simbolo e simboli nel tempio malatestiano,
http://www.ritosimbolico.net/studi1/studi1_02.html.
Matteo de’ Pasti è anche l’autore della medaglia raffigurante l’emblema (l’occhio alato) col motto (QVID TVM) dell’Alberti. Su di essa, cfr. E. Wind, Misteri pagani nel Rinascimento, tr. it., nuova ed. riv., Milano 1985, p. 283 e sgg.
Può interessare il fatto che Pio II chiamò il cardinale Niccolò Cusano a istruire il processo in contumacia (v. M. Centanni, saggio cit., p. 52, n. 12).
Tale rapporto è stato interpretato nel senso di una filiazione dell’Italia dalla Grecia da F. Masai, Pléthon et le platonisme de Mistra, Paris 1956, pp. 347-348, il che può essere accettato solo con riferimento agli elementi platonico-procliano-giulianei delle confraternite italiane, in ambito accademico-romano facendosi invece valere la centralità della religio nazionale. Sui limiti da dare all’influenza pletoniana in Italia, cfr. G. D’Uva, La Tradizione Italica, in “Politica Romana” n° 5/1998-1999, pp. 106-125, v. p. 125.
M. Bona, Lievitante atmosfera del Malatestiano, ne “Il Sole-24 Ore”, 13 sett. 1998.
Ma sulla celebrazione pagana del 21 aprile presso la stessa Accademia ancora negli anni Ottanta del Quattrocento, cfr. Il “Carmen in Romae urbis genethliacon” di Domenico Palladio Sorano in “Politica Romana” n° 6/2000-2004, pp. 23-30.
Sulla ripetuta presenza, accertata o plausibile, dell’Alberti ad Albano, Nemi, Anzio e Nettuno negli anni Sessanta del Quattrocento, e in occasione delle “gite turistiche” di personaggi come Francesco Gonzaga o Pio II, cfr. S. Borsi, op. cit., p. 114 e sgg.
Sui rapporti dell’Alberti con l’ambiente fiorentino e i problemi impliciti nel racconto di Rucellai, cfr. S. Borsi, op. cit., parte II: Tra Roma e Firenze: antico e non solo.
A.Tartaro et Alii (a cura di), Letteratura Italiana Calderini, Bologna 1977, p. V/58. Il Paradiso degli Alberti era la villa fiorentina della famiglia del Nostro. Così s’intitola anche un romanzo quattrocentesco del notaio pratese Giovanni Gherardi.