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    Predefinito Il dialogo con gli ebrei secondo Benedetto XVI

    RELIGIONI IN CAMMINO
    Dalle controversie sulla preghiera «pro Judaeis» al dibattito su Pio XII, non pochi i punti d’attrito che in tempi recenti avevano «raffreddato» i progressi fatti nella scia della «Nostra aetate»

    «Il dialogo con l’ebraismo è nel cuore di Benedetto XVI»

    DA ROMA
    MIMMO MUOLO
    Per Benedetto XVI il dialogo con l’ebraismo « è e rimarrà un’istanza del cuore » . Con il proprio impegno, dunque, il Papa ha recato a questo dialogo « un contributo irrinunciabile » . E nonostante gli elementi di polemica ( preghiera Pro Judaeis del Venerdì Santo, giudizio sulla figura e l’operato di Pio XII) « vengano eccessivamente alimentati da alcuni » , non sarà tanto facile scuoterlo, perché è un dialogo che « si basa su un saldo fondamento » . È quanto ha scritto nel numero oggi in edicola de L’Osservatore Romano il segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, Norbert Hofman, facendo il punto delle relazioni in occasione della speciale Giornata cattolico- ebraica che da qualche anno si celebra il 17 gennaio in Italia, Polonia, Austria e Paesi Bassi.
    Quest’anno, in realtà, a causa delle controversie suscitate dalla riformulazione della preghiera del Venerdì Santo per gli ebrei ( la versione del Messale del 1962), l’Assemblea rabbinica italiana ha deciso di non partecipare a questa Giornata. E l’autore dell’articolo, nell’esprimere il proprio « dispiacere » per la circostanza, ricorda tuttavia che « non si tratta di un abbandono del dialogo » , quanto di « una pausa di riflessione » . Ma non manca di sottolineare che alcuni accenti della polemica sono stati eccessivi. Soprattutto nei confronti del Papa. Il pensiero va ad esempio all’ultimo episodio in ordine di tempo ( anche se Hofman non vi fa direttamente accenno): l’accusa rivolta qualche giorno fa a Benedetto XVI da parte del rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti, di aver riportato indietro di 50 anni le lancette dei rapporti tra gli ebrei e la Chiesa cattolica. Dati alla mano, il segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ricorda invece quanto papa Ratzinger si sia adoperato, in poco più di tre anni di pontificato per far progredire questi rapporti. A parte la duplice visita in sinagoga ( a Colonia nel 2005 e a New York lo scorso anno), già di per sé estremamente significativa, basterebbe ripercorrere l’agenda papale del 2008 per convincersene. Cosa che in effetti Hofman fa con precisione e pacatezza, ricordando i diversi momenti di contatto e di amichevole incontro. Il Pontefice, scrive, « si è dedicato in modo particolare al dialogo con l’ebraismo » , che egli « considera fondato, dal punto di vista teologico, sui capitoli 9- 11 della lettera dell’apostolo Paolo ai Romani e come una riconciliazione dopo una storia lunga, difficile e complessa » . Si inquadrano in tale ottica l’incontro di Washington del 17 aprile 2008, con la riaffermazione dell’impegno a proseguire quel dialogo « che nei trascorsi 40 anni ha cambiato in modo fondamentale e migliorato i nostri rapporti » ; la stessa visita alla Park East Synagogue di New York del giorno dopo; gli incontri con le comunità di Sydney ( 19 luglio) e della Francia ( Parigi, 12 settembre), con la decisa condanna, in quest’ultima occasione, di ogni forma di antisemitismo. L’elenco continua con le udienze del 18 settembre a una delegazione dell’organizzazione ebraica Pave- the- way* Foundation, che in occasione del 50° della morte aveva organizzato un simposio sull’aiuto dato da Pio XII agli ebrei durante la II Guerra mondiale; e del 30 ottobre a una rappresentanza dell’International Jewish Committee on Interreligious Consultation, che è dal 1970 l’interlocutore ufficiale della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo. Senza contare, poi, quello che Hofman definisce un vero e proprio « evento storico » . « Per la prima volta, nella storia dei Sinodi episcopali dal Concilio Vaticano II un rabbino ha avuto l’occasione di rivolgersi a tale assemblea, in presenza del Papa » . È accaduto il 6 ottobre quando il rabbino capo di Haifa, Shear Yashuv Cohen, è stato invitato a parlare del significato delle Sacre Scritture per la vita religiosa ebraica. Infine il dettagliato articolo pubblicato da L’Osservatore Romano ricorda che il 9 novembre, in occasione del 70° anniversario della « Notte dei cristalli » , il Papa vi ha fatto esplicito riferimento: « Ancora oggi provo dolore per quanto accadde in quella tragica circostanza – disse all’Angelus – la cui memoria deve servire a far sì che simili orrori non si ripetano mai più e che ci si impegni, a tutti i livelli, contro ogni forma di antisemitismo e di discriminazione, educando soprattutto le giovani generazioni al rispetto e all’accoglienza reciproca » . In sostanza, prosegue l’autore dell’articolo, « se si considera tutto ciò che il Papa ha fatto negli anni scorsi per i rapporti con l’ebraismo, si può a ragione affermare che per lui il dialogo con l’ebraismo è e rimarrà un’istanza del cuore. Sebbene le suddette divergenze del dialogo – prosegue Hofman – a causa della nuova preghiera per gli ebrei nella liturgia del Venerdì Santo e della polemica sulla figura di Pio XII vengano eccessivamente alimentate da alcuni, si può affermare che il dialogo ebraico- cristiano si basa su un saldo fondamento, che non si può scuotere tanto facilmente. Nel frattempo si è imparato a discutere di elementi controversi con amicizia e fiducia reciproca, e a questo, Papa Benedetto XVI, con il proprio impegno, ha recato un contributo irrinunciabile » .
    L’intervento pubblicato dal quotidiano diretto da Giovanni Maria Vian appare dunque come una nuova mano tesa. « Anche se nell’opinione pubblica ha spesso dominato la polemica, bisogna chiarire che dietro le quinte non si è mai pensato di porre fine al dialogo. Al contrario si è intensificata la collaborazione per superare questo equivoco, forse avvicinando ebrei e cattolici » . In altri termini « durante questo periodo è stato dimostrato che si possono trattare anche i temi più controversi con calma e reciproca stima, in un’atmosfera di collaborazione amichevole » .
    Le visite alle sinagoghe di Colonia e New York, gli incontri con esponenti dell’ebraismo: parole e gesti di un itinerario senza ritorno «Segni forti: come il rabbino invitato al Sinodo dei vescovi».
    Sull’«Osservatore» l’intervento di Hofman in vista della «Giornata dell’ebraismo»


    http://edicola.avvenire.it/ee/avveni...Setup=avvenire

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  2. #2
    שמע ישראל
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    Ad alimentare la polemica e, quindi, ad influenzare negativamente l'opinione pubblica, è spesso "certa" stampa. Che tutto fa tranne informazione, pur ricevendo sostanzioni finanziamenti dai contribuenti.

    La stessa stampa che non scrive nulla di quanto dicono il Papa o la CEI sui temi caldi e centrali della vita quotidiana.
    Tranne che quando si tratta di gay e cose simili, al punto che alla fine è portato a pensare che il Papa parli solo di quello.

    A stappare i tombini.

  3. #3
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    Beh, diciamo che TUTTA la stampa strumentalizza il Papa per i propri fini. Non solo "certa" stampa.

  4. #4
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    io capisco hofman, che fa il suo lavoro, ma in presenza di testi del genere
    Caro Senatore Pera,

    in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro "Perché dobbiamo dirci cristiani". Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l'essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all'essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell'immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l'uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà. Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall'analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale. Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l'Europa e una Costituzione europea in cui l'Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità.

    Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale. Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest'ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell'etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell'etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi.

    Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest'ora dell'Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico.

    Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio. Suo

    Benedetto XVI


    Castel Gandolfo, 4 settembre 2008
    fonte http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/209954

    allora, a settembre il papa, in veste di papa, oltretutto, perchè a differenza del libro su gesù si firma benedetto XVI e non Joseph Ratzinger, dice "il dialogo interreligioso non è possibile."
    al limite è possibile il dialogo tra le culture che sono espressione delle varie fedi

    mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo
    quindi, per il papa un dialogo cattolicesimo-ebraismo non è possibile.
    è possibile solo un dialogo tra cultura catotlica e cultura ebraica.

    signori, queste sono le parole che ha usato il papa.

    quando un rabbino poi dice "il dialogo interrligioso è stato riportato indietro di 50 anni" dice una cosa vera. c'è poco da dire.

    tutti i gesti, udienze, e altro citati da Hofman, sono esmpi di dialogo INTERCULTURALE, non intereligioso.
    e quindi hofman non risponde alle polemiche del rabbino.

    è come se uno dicesse "qui non si può più parlare di politica." e gli si rispondesse "ma come? se è tutta la serata che parliamo di Sanremo?"

    ossia la risposta è sul "parlare", mentre la lamentela è "non si può parlare di X"

    la lamentela è "il dialogo INTERELIGIOSO è impossibile". non "è impossibile parlare".
    e la risposta (data direttamente dal papa, nella sua lettera a marcello pera), è che per il papa benedetto XVI, è vero: il dialogo tra religioni è impossibile.
    per cui , se e quando va in sinagoga, se e qundo parla della notte dei cristalli, se e quando invita un rabbino, sono solo eleme mti di dialogo tra CULTURE, non tra diverse religioni.

    ma questo è grave, perché postula il dato che della propria fede /religione, puoi parlare (dialogare) SOLO con chi la condivide. con chi non la condivide non puoi dire nulla, e , oltretutto, non puoi ASCOLTARE e CAPIRE nulla di cosa dice lui/lei della SUA fede/religione.

    l'unico scambio possibile è a livello della cultura, intesa solo come "conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo"

    per cui mi spiace, ma l'osservatore romano prova a spacciare per vero, quel che vero non è.

  5. #5
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    Ma che vuol dire dialogo, che significato si dà a questa parola?

    Perché nel significato classico, persone che si parlavo civilmente, allora si può dire che anche San Paolo ha provato a dialogare con ebrei e pagani.

    L'annuncio e la missione?

  6. #6
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    eugenius, io mi riferisco a cosa scrive benedetto XVI

    un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile,
    e il motivo è

    un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede.
    allora, in questo caso, e basandomi sulel parole del papa.
    dialogo non significa "Parlare educatamente", o come dici tu
    nel significato classico, persone che si parlavo civilmente,
    dialogo significa, secondo il papa, mettere tra parentesi la propria fede.

    se io dialogo con un ebreo, e l'oggetto del dialogo è la mia fede cattolica, io, secndo il papa, se voglio essere coerente, DEVO mettere tra parentesi la mia fede, con la conseguenza di metterla sullo stesso piano delle altre.
    mettere tra parentesi nel senso di "non ritenerla esclusiva".

    secondo questa visione, il dialogo inter religioso è falso in partenza, perché non esistono RELIGIONE, esiste solo la RELIGIONE CATTOLICA, che non si può mettere tra parentesi.

    il massimo che si possa fare è riconoscere che anche le altre religioni la pensano così, e quindi STRUTTURALMENTE il dialogo è impossibile, perché di base non si al apari.

    invece, essendo possibile un piano di "pluralità di culture", è possibile dialogare tra culture.

    allora, se il dialogo tra religioni è impossibile, non ha senso il dialogo ebrei cristiani, e gli ebrei hanno ragione a dire quello che dicono.

  7. #7
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    Dal sito del Professor GIorgio Israel:

    New York. Il rabbino americano Jacob Neusner non ha mai avuto paura di dire quello che pensa, anche quando risulta una voce isolata, fuori e dentro il mondo ebraico. E’ la franchezza con cui si è lanciato nella sua scommessa personale di far dialogare le religioni monoteiste che ha toccato l’allora cardinale Ratzinger quando gli capitò tra le mani, nel 1993, il saggio “A Rabbi talks with Jesus” e che lo ha spinto, una volta eletto Papa, a scrivere il libro su “Gesù di Nazaret” intessendo un dialogo aperto e rispettoso con l’anziano rabbino che poi è passato dalla scrittura all’incontro personale lo scorso aprile durante la visita americana del Pontefice (un incontro in cui il Papa tedesco e il rabbino ebreo hanno parlato, come vecchi amici, per lo più in italiano). Secondo Giorgio Israel (sul Foglio di ieri) scorre proprio sulla falsariga di questo rapporto la via possibile per un dialogo tra giudaismo e cristianesimo, perché Neusner ha colto, secondo Israel, la vicinanza e l’affetto intelligente con cui Benedetto XVI ha instaurato le relazioni tra ebrei e cattolici. Un dialogo che secondo Neusner, da una parte è praticamente impossibile, dall’altra, paradossalmente, si deve ampliare, per includere anche l’islam.
    “Il dialogo deve diventare un “trialogo”, cosa che comunque non è naturale per i monoteismi”, spiega al Foglio Jacob Neusner. “La logica interna al monoteismo non genera tolleranza. C’è un solo Dio e c’è una sola verità, questo è il punto di partenza. Quindi le religioni non possono intraprendere dialoghi che mirino a negoziare la verità. La verità trascende la politica. Ciò a cui il Papa sta mirando, così sembra a me, è una teologia cattolica del giudaismo, una teologia che possa dispiegare dalle fonti del cristianesimo l’integrità del giudaismo. Questa stessa ricerca di una teologia cattolica del giudaismo provoca la formulazione di una teologia giudaica del cristianesimo, una teologia che attinga alle fonti della Torah di Mosè. Il futuro del dialogo giudeocristiano ora però porta all’inclusione dell’islam. E’ giusto in questo senso l’affermazione dell’allora cardinale Ratzinger che nel 2000 disse “la fede degli ebrei non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede”, e io aggiungo che i tre monoteismi portano una relazione unica tra di loro, incomparabile con tutte le altre religioni”.
    C’è chi però nel mondo ebraico ha criticato i recenti passi del Vaticano, sia dal punto di vista religioso-liturgico sia dal punto di vista politico. In questo senso, relativamente alla crisi della Striscia di Gaza, si è espresso Robert Wistrich, direttore del Vidal Sassoon International Center di Gerusalemme, accusando duramente il Vaticano di reticenza e di silenzio, un silenzio forse motivato dalla paura ma che non fa onore alla chiesa cattolica che dovrebbe appoggiare moralmente Israele. Ma secondo Neusner non è quello il compito della chiesa:
    “Hamas è un nemico della pace, ha rifiutato la tregua e i suoi lanci di missili hanno fatto precipitare la guerra. Ma dato che la pace è l’obiettivo, il contributo del Vaticano si realizza al meglio attraverso la difesa della pace. Le pressioni su Hamas per far desistere i suoi attacchi di guerra possono prendere più di una forma. Tutti comprendono che quando Hamas desisterà dagli attacchi sulle città israeliane, la guerra finirà”.
    Ancora più netto è rispetto alle critiche di chi, come il rabbino di Venezia Elia Enrico Richetti, ha accusato il Papa attuale di procedere alla “cancellazione degli ultimi 50 anni di storia della chiesa”, riferendosi soprattutto agli aspetti liturgici come la liberalizzazione dei riti tradizionali in latino.
    “Non sono d’accordo”, dice subito Neusner, “il cammino dell’ultimo mezzo secolo è irreversibile. Papa Benedetto XVI ha riaffermato in molti modi la sua amicizia con il popolo ebreo e il suo rispetto per il giudaismo. Ha ripreso la tradizione di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo. La sua visita negli Stati Uniti ha sottolineato la sua affermazione delle relazioni fraterne che legano giudaismo e cristianesimo. Le sinagoghe statunitensi e i rabbini hanno risposto alla sua benedizione con una loro propria benedizione”.
    Si avverte nelle parole del rabbino una profonda fiducia ispirata dal dialogo personale intrapreso con il Papa teologo per cui si dice totalmente d’accordo con Giorgio Israel quando afferma che “la memoria è fondamentale ma deve essere bene usata. Il modo migliore di sviluppare i rapporti tra ebraismo e cristianesimo è di rivolgere lo sguardo al futuro. Va riconosciuto al cardinale Ratzinger di aver compreso questa necessità, di aver tentato di superare i limiti del dialogo dei primi decenni”. Insomma, è proprio grazie a uomini come Benedetto XVI che il dialogo giudaicocristiano ancora vive; quel dialogo, dice Neusner, “che la chiesa cattolica nella seconda metà del XX secolo ha inaugurato e che è stato riaffermato nella risposta che con cuore puro il Papa ha dato nel suo libro alla mia conversazione immaginaria inserita nel mio vecchio libro di oltre 15 anni fa. Questa impresa di riavvicinamento è opera di Dio, e andrà avanti. Il che non significa che non ci saranno rallentamenti. Ma la direzione che hanno preso le cose ormai è chiara”.
    Andrea Monda
    (Il Foglio 17 gennaio 2009)


    http://gisrael.blogspot.com/

  8. #8
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    Sull'ennesimo articolo di Israel:

    Tralasciando l'inaccettabile bacchettata alla Chiesa sul presunto "silenzio" riguardo agli eventi più sanguinosi della questione palestinese (ma che dovrebbe fare il Papa? Fare propria l'agenda ehm, diciamo così, moralmente noncurante, dei sionisti?),
    sarebbe interessante sapere che cosa si intende con questa "teologia cattolica del giudaismo".
    La domanda è senza nenza nessuna polemica con intenti massimalisti (per le quali esiste il forum qui accanto), ma solo per capire. Magari sono io ad essere ignorante in teologia, però le cose non mi sembrano così semplici. Creare una teologia ibrida porterebbe, credo, ad un pasticcio, il che sarebbe fonte di ulteriori problemi.
    D'altro canto, anche la triade monoteistica non mi sembra una grandissima idea: allargare l'esclusivismo ai tre 'eredi' mosaici servirebbe solo a scaricare sui non-mosaici le ostilità. E mi sembra che su questo versante abbiamo già dato fino a tempi recenti (con i colonialismi), e che le altre religioni non sentano affatto la mancanza di quei tempi.

  9. #9
    שמע ישראל
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    Citazione Originariamente Scritto da Ormriauga Visualizza Messaggio
    Sull'ennesimo articolo di Israel:

    Tralasciando l'inaccettabile bacchettata alla Chiesa sul presunto "silenzio" riguardo agli eventi più sanguinosi della questione palestinese (ma che dovrebbe fare il Papa? Fare propria l'agenda ehm, diciamo così, moralmente noncurante, dei sionisti?),
    sarebbe interessante sapere che cosa si intende con questa "teologia cattolica del giudaismo".
    La domanda è senza nenza nessuna polemica con intenti massimalisti (per le quali esiste il forum qui accanto), ma solo per capire. Magari sono io ad essere ignorante in teologia, però le cose non mi sembrano così semplici. Creare una teologia ibrida porterebbe, credo, ad un pasticcio, il che sarebbe fonte di ulteriori problemi.
    D'altro canto, anche la triade monoteistica non mi sembra una grandissima idea: allargare l'esclusivismo ai tre 'eredi' mosaici servirebbe solo a scaricare sui non-mosaici le ostilità. E mi sembra che su questo versante abbiamo già dato fino a tempi recenti (con i colonialismi), e che le altre religioni non sentano affatto la mancanza di quei tempi.
    Potremmo provare a fare nostra quella moralmente più elevata e attenta alla vita di hamas ed helzbollah, che vuole uno stato di tipo iraniano dove si lapidano le adultere e impiccano i gay.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Rollingstone Visualizza Messaggio
    Potremmo provare a fare nostra quella moralmente più elevata e attenta alla vita di hamas ed helzbollah, che vuole uno stato di tipo iraniano dove si lapidano le adultere e impiccano i gay.
    Certo che no. E difatti nessuno la propone. Al contrario del sostegno all'operato sionista, che viene proposto in continuazione. Come se niente fosse, come se fosse la cosa più naturale del mondo ...

    PS. for whom it may concern: non è usando eufemismi o evitando gli opportuni termini giuridici che si cancellano i milletrecento e passa morti in pochi giorni, di cui centinaia donne e bambini.

 

 
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