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    Predefinito Documento Contro L'aumento Dell'eta' Pensionabile Per Le Donne

    DOCUMENTO CONTRO L'AUMENTO DELL'ETA' PENSIONABILE PER LE DONNE SOTTOSCRITTO DA DONNE DELLA SINISTRA lunedì 12 gennaio 2009 per ulteriori adesioni: donnescelgono@libero.it

    Ci opporremo in ogni modo all’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. Una misura che non è affatto obbligata dalla recente sentenza della Corte europea di giustizia, a cui pure si è arrivati per gravissima responsabilità del II e III governo Berlusconi, che hanno risposto con omissioni o non hanno risposto affatto alle richieste di chiarimenti sulla legislazione vigente nel nostro paese.
    L’innalzamento dell’età pensionabile per le donne sarebbe una scelta profondamente ingiusta nei confronti delle donne e regressiva per l’intera società. Inaccettabile rispetto alla situazione esistente, inaccettabile rispetto al futuro che vogliamo costruire.
    Ci opponiamo perché:
    1. Tutto il dibattito pubblico è viziato dall’occultamento voluto di un dato che, se fatto valere, avrebbe determinato con ogni probabilità un esito diverso anche del contenzioso con la Corte di Giustizia. Le donne nel nostro paese, infatti, non sono “costrette” dalla normativa esistente a andare in pensione a 60 anni. Possono farlo se lo scelgono. Secondo l’articolo 4 della legge 903/77, una legge che esiste da ben 31 anni “Le lavoratrici, anche se in possesso dei requisiti per aver diritto alla pensione di vecchiaia, possono optare di continuare a prestare la loro opera fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini da disposizioni legislative”.
    Non si può configurare dunque nessuna discriminazione, ma solo una possibilità, un’opportunità positiva. Che le colpevoli omissioni dei governi Berlusconi producano come esito, l’obbligo di andare in pensione più tardi, questo sì, sarebbe punitivo e discriminatorio. Che il ministro Brunetta rilasci interviste pubbliche che falsificano i dati di realtà, questo sì, è politicamente e moralmente inaccettabile.
    2. “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali” diceva Don Milani. Questa considerazione tanto elementare quanto decisiva, non serve per perpetuare l’esistente, come strumentalmente viene sostenuto da molti. Serve all’opposto per obbligare a riconoscere le disuguaglianze e a fare scelte che non le aggravino ma all’opposto operino positivamente per rimuoverle. La vita delle donne nel nostro paese è gravemente segnata dal persistente assetto patriarcale dello stato sociale. L’asimmetria tra i generi è tra le più aspre su scala europea. L’Italia è penultima in Europa per occupazione femminile, la precarietà colpisce in maniera accentuata le donne, il differenziale retributivo medio rispetto agli uomini è del 23%. Concorrono a questa situazione più motivi: l’inadeguatezza e il sottofinanziamento complessivo dello stato sociale, insieme a un contesto culturale e simbolico che, più che altrove, perpetua l’inferiorizzazione delle donne dentro la tradizionale divisione di ruoli nella famiglia. L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro è avvenuto senza che la società nel suo complesso abbia messo in discussione la divisione sessuata tra la sfera della produzione e la sfera della riproduzione biologica, domestica e sociale. Senza che si sia operato dunque né per la necessaria redistribuzione del lavoro, della responsabilità e del tempo della cura nè per l’altrettanto necessario sviluppo della rete dei servizi. Le conseguenze sono pesantissime. Il lavoro, il reddito, i percorsi contribuitivi delle donne restano accessori e supplementari. Il 20% delle donne lascia il lavoro alla nascita di un figlio, il 60% nella fascia di età tra i 35 e i 44 anni è costretta a ridursi l’orario di lavoro per prendersi cura dei figli minori. Il 77% del lavoro domestico e di cura è a carico delle donne. Una divisione di ruoli particolarmente rigida, rimasta pressoché invariata negli ultimi vent’anni. Secondo l’Istat, il tempo dedicato dagli uomini al lavoro familiare è cresciuto di 16 minuti in 14 anni. In questa situazione l’innalzamento dell’età pensionabile, non farebbe altro che rendere ancora più insostenibile la vita di tante donne.
    3. A questa situazione si può porre rimedio solo con la riqualificazione e l’espansione dello stato sociale, portando la spesa sociale complessiva al livello della media europea e con la ripresa di una stagione di lotte per i diritti, la libertà e l’autodeterminazione delle donne, come fondamento di un diverso modello sociale più giusto e solidale.
    Il governo Berlusconi dal suo insediamento ha messo in atto politiche opposte, segnate dall’ulteriore erosione delle protezioni e dei diritti civili e sociali, mercatiste e familiste al tempo stesso. Ha abolito la legge 188 che eliminava la pratica dei licenziamenti mascherati da dimissioni e ha precarizzato ulteriormente il lavoro. Ha tolto risorse ai centri antiviolenza. Ha eliminato le misure di contrasto a evasione e elusione fiscale, la cui entità nel nostro paese è la vera ragione del sottofinanziamento dello stato sociale. Ha programmato per il triennio 2009-2011 tagli pesantissimi per la sanità, per i comuni e le regioni, per l’istruzione. Ha tagliato il fondo per le politiche sociali, abbandonato il disegno di legge sulla non autosufficienza e previsto per il 2010 l’azzeramento del fondo relativo. Ha attaccato il lavoro pubblico.
    L’obiettivo dichiarato nel Libro verde del ministro Sacconi è quello di privatizzare sanità, assistenza, formazione. Quello stesso Libro verde in cui sta scritto che si dovrà valutare “la necessità di promuovere un ulteriore innalzamento dell’età di pensione” anche per gli uomini. E in cui si chiede alla famiglia, cioè alle donne, di diventare un “soggetto virtuoso”.
    La volontà di aumentare l’età pensionabile per le donne non è la conseguenza della sentenza della Corte di Giustizia, è parte integrante di un disegno sessista e classista, della volontà di fare regredire gravemente la qualità della vita e delle relazioni di donne e uomini, i livelli di civiltà guadagnati e ancora da guadagnare dalla soggettività politica e dalle lotte delle donne.



    http://home.rifondazione.it/xisttest...view/4369/466/

  2. #2
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    Lavoratrici, il governo allontana la pensione

    Giovedì 15 Gennaio 2009 144 redazione


    di Antonio Sciotto
    Il governo ha raggiunto un accordo sull'innalzamento dell'età di pensione per le donne, e questa settimana ha risposto all'Unione europea: l'aumento verrà fatto - ha scritto lunedì a Bruxelles il ministro Andrea Ronchi, mettendo un primo punto fermo sulla questione. Prima di Natale, la boutade del ministro Renato Brunetta era stata frenata dalle perplessità del collega Maurizio Sacconi, ma adesso - come confermano le dichiarazioni di quest'ultimo - si è arrivati a un primo compromesso di massima, che per il momento esclude dalla «riforma» il settore privato (competenza di Sacconi) e include solo le impiegate pubbliche. D'altra parte, la Commissione europea nei mesi scorsi ha minacciato sanzioni solo riguardo alle presunte «discriminazioni» che opererebbe l'Inpdap (istituto dei dipendenti statali), e invece sull'Inps (cassa privati) non si è pronunciata.
    Ma se andiamo al di là dei distinguo dell'ultima ora, l'alibi offerto dall'Europa rischia di offrire al governo un ottimo «cavallo di Troia» per riformare tutto il sistema pensionistico, e portare così il minimo di età di uscita a 62 anni, e la pensione di vecchiaia fino a 67.
    E' l'idea, quest'ultima, proposta ieri da Giuliano Cazzola, del Pdl: «Il problema vero è quello di elevare la soglia minima almeno a 62 anni, nell'ambito di un pensionamento flessibile e unificato per genere e tipologia». Insomma, avendone la possibilità, la maggioranza potrebbe imporre una nuova riforma dopo quella degli «scalini» di Prodi, del 2007, che già in prospettiva innalzano l'età minima rispetto al passato. Lo stesso Brunetta, ieri ha confermato che per ora varie strade sono aperte: «A breve verranno proposte una serie di ipotesi», ha spiegato.
    Sacconi ha esplicitato il suo ok alla proposta di Brunetta, ribadendo i paletti infissi intorno al lavoro privato: «Nel settore pubblico l'equiparazione potrà avvenire perché anche in presenza di un'elevamento dell'età di pensione, la donna non corre il rischio di dovere a tutti i costi attendere l'età di vecchiaia da disoccupata, come può accadere nel settore privato. Quindi la scelta è stata sì nel pubblico, con flessibilità e gradualità, e no nel privato».
    Dal fronte dell'opposizione un sì deciso viene da Emma Bonino, radicale eletta nelle liste del Pd, che già da tempo combatte in modo attivo la «battaglia» per parificare l'età di uomini e donne. Vittoria Franco, che interpreta l'area più diessina del Pd, invece mette l'accento sulle «ombre» della proposta: «Innalzare l'età pensionabile delle donne senza intervenire sui servizi di conciliazione e sulle pari opportunità nel lavoro, finisce per essere un'ulteriore penalizzazione di genere». Come dire, se ne può discutere, a patto però che vi sia «parità lungo tutto l'arco della vita, eguaglianza sul mercato del lavoro, superamento delle disparità salariali, riconoscimento della maternità: un welfare più amico delle donne».
    Netto no, invece, dall'area Rifondazione-Sinistra democratica: un documento a firma Roberta Fantozzi e Lidia Menapace, siglato tra le altre da Luciana Castellina e Franca Rame, compendia le ragioni del rifiuto.
    Dal fronte sindacale arriva l'ok della Cisl: Antonio Uda, della Fnp Cisl, spiega che «il sindacato non può eludere la questione: l'innalzamento dell'età pensionabile dovrebbe interessare anche le donne, a patto che ciò si faccia con gradualità e adottando il criterio della libera scelta; il che vuol dire introdurre fattori premianti per quante decidono di lavorare fino al limite dei 65 anni». Uda lancia poi la consueta stoccata al sindacato rivale, la Cgil: si augura «che anche la Cgil al momento impegnata in una opposizione ideologica al governo si sieda a ragionare sul tema del potere d'acquisto delle pensioni e sulla situazione dei giovani precari».
    La risposta dalla Cgil non tarda, per bocca della segretaria dello Spi Carla Cantone: «Unirsi al coro di chi pensa di risolvere i problemi della crisi o della difesa dei salari e delle pensioni, ricercando le risorse attraverso l'innalzamento dell'età pensionabile è puerile e strumentale». «Piuttosto - continua - è necessario discutere come difendere la piattaforma unitaria dei pensionati con iniziative di mobilitazione, contro misure del governo, come la Carta acquisti, che sono una vera e propria presa in giro». Contro l'aumento dell'età si esprime anche la segretaria confederale Cgil Morena Piccinini: «La crisi non si risolve così: non si può scaricare sulle donne tutto il peso, disconoscendo che hanno un accesso ritardato al mercato del lavoro e una frammentazione della vita lavorativa». La Cgil «ha da sempre sostenuto la necessità di ripristinare la flessibilità dell'età pensionabile». Contrario anche il leader della Fp Cgil Carlo Podda: «Come spesso accade con questo governo, tutto è avvenuto senza che le parti sociali prendessero parte alla discussione - spiega - Non vogliamo subire un'ennesima scelta dirigista. Ma se così fosse, la risposta della Fp-Cgil verrà data in piazza, con la mobilitazione dei dipendenti pubblici del 13 febbraio».
    Fonte: Il Manifesto


    http://sinistracomunista.it/index.ph...ro-&Itemid=176

  3. #3
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    A destra e a sinistra dell’età pensionistica

    Sergio Cesaratto - 14 Gennaio 2009
    Lo scorso novembre la Corte di giustizia europea bocciò le modalità di ritiro differenziato donne/uomini nel comparto pubblico e nella lettera del 13-1-09 il governo si è impegnato a riformare il sistema. A dicembre Brunetta colse l’occasione per avanzare cifre fantasiose di aumenti occupazionali che risulterebbero dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. La principale obiezione è proprio nella diminuzione di opportunità di lavoro per i giovani. Non si deve tuttavia rifiutare ogni ipotesi di riforma se le risorse resesi disponibili andassero direttamente a creare occupazione femminile e incrementare i servizi sociali.
    1. Cifre in liberta’
    Come reazione alla sentenza europea il ministro Brunetta dichiarò (La Repubblica 15-12-08) che secondo un calcolo del Partito radicale le risorse liberate dalle pensioni ammonterebbero a 7 miliardi di euro da cui ”fatti due conti”, si potrebbero creare 2,5 milioni di posti di lavoro nei servizi e il tasso di occupazione si innalzerebbe di circa 10 punti. Non è serio che un ministro della Repubblica avanzi cifre in questo modo, citando fonti la cui attendibilità è appena superiore a quella di Topolino. Comunque, “fatti due conti”, creare un posto di lavoro costerebbe duemilaottocento euro, si presume di sgravi fiscali ai datori di lavoro, ma anche di incentivi sulla busta paga per stimolare l’offerta di lavoro femminile secondo quanto suggerito da Alesina e Ichino (Il Sole 19-12-2008). Francesco Forte (http://www.loccidentale.it/) ha avanzato cifre simili. Queste prese di posizione appaiono banalizzare il problema dell’occupazione, come se davvero potesse essere risolto innalzando l’età pensionistica. Nella lettera a Bruxelles inviata il 13 gennaio il governo si è impegnato a equiparare “con la dovuta gradualità” l’età pensionabile nel pubblico impiego. Ma l’obiettivo sarà forse più ampio.
    2. Età pensionistica e occupazione
    La tabella 1 mostra come in Italia l’età effettiva di pensionamento sia più bassa che negli altri paesi europei (con l’eccezione della Francia): 60,4 per maschi e femmine e 59,8 anni per le sole donne contro una media europea rispettivamente di 61,5 e 61,1. La medesima tabella illustra come assai più bassi sono anche i tassi di occupazione dei lavoratori maturi (oltre i 55 anni), in particolare quelli femminili. In Italia, bassi tassi di attività dei lavoratori maturi sono associati a ridotti tassi di attività in generale (48,9% contro, ad esempio, il 56,3% della Francia, per non parlare del 71,1% della Svezia), ma questo non significa che i primi implichino i secondi poiché in Italia i tassi di occupazione sono bassi pressoché in ogni fascia di età, come si evince dalla tabella. Anche la tesi che l’elevato prelievo previdenziale sia causa della bassa occupazione può essere ribaltato sostenendo che, più plausibilmente, è la bassa occupazione a fare in modo che una ristretta base occupazionale sia caricata di oneri fiscali e contributivi indubbiamente elevati, i quali sono un effetto più che una causa. Le ragioni dei bassi livelli occupazionali sono da ricercarsi in problemi antichi e strutturali, aggravati dal contesto deflativo della politica economica europea. Per questo motivo la principale obiezione all’aumento dell’età pensionistica diventa quello di non diminuire ulteriormente i posti di lavoro disponibili per i più giovani. Certo, la piena occupazione e non il pensionamento anticipato sarebbe la soluzione migliore[1].
    Una seconda obiezione è che molte occupazioni sono usuranti soprattutto se si è cominciato a lavorare molto presto, mentre le attese di vita sono inferiori rispetto ad altre mansioni. Questo è certamente vero soprattutto per gli operai, mentre sarei più cauto per altre funzioni in cui l’insofferenza per il lavoro può dipendere da fattori culturali da non giudicarsi sempre positivamente (particolarmente nel pubblico impiego), ma su cui “certa sinistra” flirta. L’assenza di servizi sociali adeguati di cura e assistenza a figli e anziani e la disorganizzazione specialmente delle grandi città sul piano dei trasporti, oltre che la nota scarsa partecipazione dei maschi italiani agli impegni domestici, rende certamente il lavoro più gravoso per le donne. Si scaricano però qui sul sistema pensionistico, di nuovo, inefficienze che andrebbero comunque affrontate.
    In sintesi, in Italia esiste un problema pensionistico come risultato dei bassi tassi di attività e occupazione, tanto che l’aumento dell’età pensionistica potrebbe solo aggravarli. L’aumento delle risorse sociali messo a disposizione dalla piena occupazione consentirebbe di pagare a tutti pensioni più dignitose dando al contempo a ciascuno margini di flessibilità nello scegliere l’età pensionistica anche attraverso forme morbide e socialmente utili di transizione fra lavoro e pensionamento. La piena occupazione è tuttavia scomparsa dai programmi politici.
    L’argomento con cui si vuol far digerire l’aumento dell’età pensionabile è che la prospettiva di una permanenza più lunga delle donne incentiverebbe l’investimento del datore di lavoro e della stessa lavoratrice sulla propria carriera, oltre che farle maturare una pensione più alta. Una obiezione è che già ora è possibile proseguire l’attività lavorativa sino a 65 anni[2], come i maschi, anche se si è conseguito il diritto alla pensione di vecchiaia, e molte donne lo fanno per incrementare la propria anzianità contributiva: infatti: solo il 44% delle lavoratrici pubbliche va in pensione con meno di 60 anni (dati Inpdap, Il Sole 14-12-08) e tale numero si ridurrà progressivamente con l’operare degli “scalini” Prodi-Damiano. Le pensioni di vecchiaia a 60 anni riguardano dunque numeri relativamente piccoli. Circa l’impatto sfavorevole del privilegio femminile di ritirarsi a 60 anni sulle loro carriere si può ricordare come molti studi indichino che tali discriminazioni siano indipendenti da fattori di questo tipo (per cui le scelte di ritiro prematuro, ove occorrano, sono più effetto che causa dello scarso investimento individuale e del datore di lavoro sulle carriere femminili).
    3. Opporsi “a prescindere”?
    Ci si deve comunque opporre all’aumento dell’età pensionistica femminile, fatte salve le mansioni operaie? Non potrebbero i presunti risparmi di spesa previdenziale trovare qualche utile impiego? Il Sole (14-12-08) ci informa che l’innalzamento della pensione di vecchiaia delle impiegate pubbliche a 62 anni frutterebbe da 1,3 a 1,8 miliardi[3]. Dal punto di vista del complesso della spesa pubblica (di cui la spesa previdenziale è parte) tali risparmi sono assai dubbi in quanto un pensionato costa allo Stato meno di un dipendente in servizio, a meno che questo venga rimpiazzato[4]. Ciò che l’aumento dell’età pensionistica eviterebbe è l’aumento del rapporto fra spesa pensionistica (la quale aumenterebbe) e PIL (il quale diminuirebbe perché c’è una lavoratrice in meno, o rimarrebbe costante se tale lavoratrice venisse rimpiazzata). La sinistra potrebbe allora appoggiare una manovra che destinasse tale mancato aumento alla creazione di ulteriori posti di lavoro pubblici destinati alle donne nei servizi sociali, asili, ecc. creando un apposito fondo presso l’Inpdap. Si noti che questa non è la medesima proposta di Alesina e Ichino che si basa sull’impiego dei risparmi di spesa previdenziale per incentivare domanda e offerta di lavoro nel mercato. La nostra sfiducia nella reazione automatica delle forze di mercato agli incentivi ci fa ritenere che la creazione di posti di lavoro possa essere assicurata solo con la creazione diretta di occupazione da parte dell’operatore pubblico.

    http://www.economiaepolitica.it/inde...pensionistica/

  4. #4
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    Si è aperto un nuovo capitolo della guerra tra poveri...

  5. #5
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    Infatti. Italiani contro stranieri, uomini contro donne. Così, sottotraccia, coloro stessi che hanno causato questa crisi, pian piano, restaurano il loro sistema sfruttatorio.

 

 

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