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    Predefinito Amedeo Guillet - L'ultimo rappresentante della vera Italia

    IL COMANDANTE DIAVOLO

    AMEDEO GUILLET, NOBILE, UFFICIALE GENTILUOMO, GUERRIGLIERO E CONDOTTIERO, AGENTE SEGRETO, AMBASCIATORE, SPIA, EROE NAZIONALE DIMENTICATO DALLA REPUBBLICA ITALIANA


    La storia straordinaria di un uomo dai mille volti: ufficiale, agente segreto, ambasciatore, stalliere, acquaiolo, scaricatore di porto e soprattutto guerrigliero. Un uomo camaleontico, imprevedibile e temerario che per restare fedele al suo codice d’onore cambierà identità, patria e lingua. La sua avventura comincia con la disfatta fascista in Africa orientale.



    Nasce il mito del comandante Diavolo

    Nell’aprile del 1941 nell’Africa orientale la situazione italiana appare disperata: dopo sei giorni di combattimenti le truppe inglesi entrano ad Asmara costringendo gli Italiani alla ritirata. È la disfatta, ma un giovane italiano, il tenente Amedeo Guillet rimasto solo con un centinaio di indigeni a cavallo decide di non arrendersi. Nonostante sia gravemente ferito a un piede si rende conto di essere isolato dall’esercito italiano e soprattutto dimenticato dagli Inglesi, quindi insieme ad alcuni indigeni senza più ordini né riferimenti gerarchici, prende una decisione imprevedibile: “Bisogna combattere il più possibile, più si combatte più questi Inglesi rimangono qui in Eritrea e non vanno a combattere contro i nostri in Libia, bisogna combattere fino all’ultimo uomo!”.



    Secondo il diritto internazionale di guerra non si può continuare a combattere dopo la firma della resa, eppure Guillet non vuole sprecare un’occasione così importante, ha in mente una stragia precisa: sfiancare il nemico e fargli credere che gli Italiani sono ancora in grado di combattere. Secondo il tenente solo così l’Italia può sperare di uscire a testa alta dal conflitto. Inizia quindi la sua guerra privata.

    Amedeo Guillet è costretto a nascondersi, a camuffare la sua identità: smessa l’uniforme militare indossa il turbante e il tipico abbigliamento indigeno e grazie ai suoi tratti mediterranei e alla conoscenza perfetta della lingua araba per tutti è Ahmed Abdallah al Redai. Inizia così la leggenda del comandante diavolo.





    Un passo indietro: chi era Guillet?

    Nato a Piacenza nel 1909, il barone Amedeo Guillet è un brillante sottotenente di cavalleria del Regio Esercito Italiano, noto per le sue doti di cavaliere e di latin lover che conduce una vita spensierata e mondana. Per le sue innate capacità equestri viene scelto per rappresentare la squadra italiana di equitazione alle Olimpiadi di Berlino del 1936, ma nell’inverno del ‘34 gli eventi precipitano: Mussolini annuncia al mondo le sue mire coloniali in Africa.

    Guillet non è fascista ma la fedeltà ai Savoia e all’Italia lo portano a lasciare dietro di sé una vita comoda e agiata per affrontare un’avventura e una guerra dagli esiti imprevedibili.



    Le ostilità iniziano il 3 ottobre del ‘35, quando le truppe italiane varcano il confine tra Eritrea e Etiopia cogliendo di sorpresa le truppe del negus Haile Selassie. Guillet è a capo di un contingente di 200 libici, in maggioranza beduini chiamati Spahis, ovvero mercenari che combattono con il proprio cavallo e le proprie armi per 10 lire al giorno.



    Guillet capisce che per conquistare la fiducia degli Spahis deve imparare la loro lingua: «Mi sembrava strano che un comandante non poteva parlare con i propri soldati» dirà, e per imparare l’arabo si unisce ai bambini della scuola coranica: «Ho imparato piano piano, dopo ho studiato per dieci anni l’arabo perché è una lingua meravigliosa, ricchissima di ogni passato anche letterario e filosofico. Oggi lo parlo quasi come l’italiano».



    Tra Guillet e i suoi soldati si istaura un rapporto di correttezza reciproca e quando è costretto ad affrontare il suo primo combattimento nonostante la febbre malarica, ad aiutarlo (e salvargli la vita) è proprio uno dei suoi Spahis «Pur essendo io il comandante a un certo momento mi urla: “Spara a terra, spara a terra comandante!” C’era un Etiope che mi stava sparando col fucile e io per fortuna mia poveretto, l’ho fatto fuori. E da lì ho imparato».



    In seguito salvatosi miracolosamente da un proiettile rimbalzato sulla sua sella, rimane ferito alla mano, ma torna vincitore e guadagna la sua prima medaglia. L’avanzata dell’esercito italiano è inesorabile e il 5 maggio del ‘36 le truppe di Badoglio entrano ad Adis Abeba, quattro giorni dopo viene proclamato l’Impero italiano. La guerra è finita. All’arrivo di Mussolini e delle truppe italiane da Roma però Guillet non si trova in Eritrea ma in Libia: Italo Balbo gli ha chiesto infatti di trovare e addestrare dei cavalli che il Duce e il suo seguito avrebbero montato alla cerimonia di arrivo: «Ho trovato un bel cavallo alto, buono (molto), ho comprato anche altri cavalli alti perché voleva che tutti i generali andassero a cavallo, anche quelli che non sapevano andarci!». Alla cerimonia Mussolini attraversa la città, sale sulla collina e solleva la spada dell’Islam.



    Bice

    Dopo i trionfi di Tripoli nel ’36 Guillet torna in Italia per essere operato alla mano. Trascorre la convalescenza a Napoli a casa degli zii con le sue cugine, tra cui la piccola Beatrice (Bice) che aveva conosciuto quando era piccola e che ora ormai diciottenne è una ragazza molto affascinante.

    «Non so cosa è successo – racconta Guillet - dovevo stare solo dieci giorni nella villa sul mare, ma sono stato tutto il mese, eravamo così congeniali entrambi, non lo avrei mai immaginato. È stata l’unica donna che mi ha fatto dire: o sposo questa o nessuno». A questa richiesta da parte di Guillet Bice risponde con un sì, ma un imprevisto li costringe a cambiare i programmi: il Governo fascista promulga la legge matrimoniale che prevede una promozione per i militari che si sposano. Guillet decide quindi di non sposarsi: «Non avrei mai fatto un torto del genere alla donna che amo. Far credere che mi sono sposato per la promozione». Guillet non ha quindi dubbi, le stellette se le deve meritare sul campo, quindi nel ‘37 accetta di combattere in Spagna.





    Dalla Spagna a Tripoli

    Ricordando quella guerra Guillet dice: «Non ero un fascista, ma la guerra di Spagna la rifarei perché altrimenti tutta la Spagna sarebbe stata comunista. Non sono un “anti” però la Spagna comunista non la vedevo favorevole né per l’Italia né per l’Europa».

    Poiché l’Italia in realtà non ha dichiarato guerra alla Spagna, per ragioni diplomatiche i militari vengono fatti passare come volontari: per Guillet sarà il primo di numerosi travestimenti. Indossando i pantaloni alla zuava si introduce in Spagna sotto falso nome, si chiama Alonso Gracioso. Amedeo guida eroicamente l’assalto che porta alla conquista di Santander: sarà lo stesso generalissimo Francisco Franco a premiare il suo valore. Ma dopo alcuni mesi, ferito a una gamba torna in Africa.



    Ricoverato a Tripoli conosce una giovane che studia medicina ma è ebrea, dunque per le nuove leggi razziali volute da Mussolini deve lasciare l’università. Per Guillet è intollerabile, chiede quindi aiuto anche a Italo Balbo e alla fine riesce a tutelare la ragazza, ma inizia a metter in discussione i dogmi del regime in nome di valori superiori, di una morale. Si delinea quindi sempre di più il suo carattere di uomo libero schierato contro l’ingiustizia e a favore dei più deboli.



    L’Eritrea e la bella Kadija

    Proprio per i suoi rapporti con i locali viene scelto per una missione molto delicata: nel ‘39 il Vicerè dell’Eritrea Amedeo d’Aosta gli dà il comando di un reparto indigeno con il compito di portare ordine e legalità in una vasta area. Il tenente torna dunque in Eritrea e assume il controllo del territorio.



    Un giorno dopo avere aiutato un villaggio a ritrovare dei capi di bestiame rubati, in segno di riconoscenza il capo tribù lo accoglie nella sua capanna. Chiama quindi sua figlia per fargli pulire gli stivali e Guillet si trova davanti una bellissima ragazza. Si chiama Kadija, ha solo 16 anni ma è molto sicura di ciò che vuole, ripete sempre che sposerà un capo. «Un giorno – racconta Guillet - scherzando gli dico: “Hai trovato il capo?” e lei: “Sì”, “E chi è?” , “Sei tu”, “Ma io purtroppo non posso essere quello che credi”, “No, tu sei il mio capo”».



    Quando Guillet si congeda dal capo villaggio alcuni uomini lo seguono per diventare suoi soldati, anche Kadija si unisce al gruppo. Lei cerca tenerezza, ma Guillet la tratta con distacco, fino a una sera in cui, poiché era morto uno dei suoi più cari amici Spahis, Guillet è disperato: «Quella sera sono tornato dentro alla tenda della Kadija che stava accoccolata in un angolo e piangeva per me. Mi ha aiutato a togliermi gli stivali e mi son messo a letto. Per terra c’era un tappeto, lei ha preso e si è sdraiata per terra; in quel momento di commozione ho aperto il mio lenzuolo e le ho detto: “Vieni qui con me. E non è più uscita per parecchio tempo…».



    La Seconda Guerra Mondiale

    Guillet inizia a non riconoscersi più nell’immagine del perfetto soldato, inizia a prendere decisioni impensabili come quando cattura una pericolosissima banda della guerriglia del negus: da Roma ha l’ordine di giustiziare qualunque ribelle, ma quando vede i volti fieri di quei nemici non solo decide di non ucciderli ma gli propone di arruolarsi nei suoi reparti dicendogli: “Ma il primo che mi tradisce lo uccido”.



    Il duca d’Aosta copre queste sue decisioni e inoltre decide di creare un’intera cavalleria indigena, detta Gruppo Bande Amhara, agile e di impatto, al seguito di Guillet. Questi nel giro di due mesi organizza e costituisce la nuova armata: comprende combattenti diversissimi per etnia e religione che soltanto un grande conoscitore di uomini come lui può tenere uniti e governare.



    Ma mentre sta completando l’addestramento il 10 giugno del ‘40 l’Italia entra in guerra e in Africa la situazione si fa subito difficile: gli Inglesi conquistano velocemente Sidi Barrani, in Libia.



    All’inizio del ‘41 l’avanzata dell’esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Libia orientale. Guillet per difendere il fronte italiano è pronto a tutto: gli viene chiesto di usare i suoi reparti a cavallo per rallentare l’avanzata nemica e dare tempo agli Italiani di organizzarsi. Fa dunque un’azione inaspettata e genialmente spericolata: decide di attaccare nel bel mezzo dello schieramento, facendo conto sul fatto che mitragliatrici e artiglieria britannica non avrebbero potuto sparare per non colpire la loro fanteria.



    Dopo sei ore di confusione 10mila militari italiani si erano ormai rifugiati sulle montagne, grazie a un’azione militare ricordata ancora oggi come una delle pagine più valorose della storia militare italiana. Guillet viene ricordato come il comandante che ha guidato una cavalleria contro i carri armati, e ha vinto. Diventa una leggenda: coraggioso sprezzante del pericolo, fedele agli alleati e rispettoso del nemico. È il comandante diavolo.


    Tratto dal documentario: LA STORIA SIAMO NOI
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

    •   Alt 

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    Amedeo Guillet - testi di Stefano Deliperi
    Un grande cavaliere d'Africa....



    Il 19 gennaio, la IV e la V divisione indiane attraversarono il confine a nord del Nilo Azzurro; incontrarono scarsa resistenza, anche se a un certo punto vennero caricate da un ufficiale italiano su un cavallo bianco, alla testa di una banda di cavalieri amhara lanciata alla disperata contro le loro mitragliatrici” (John Keegan, La seconda guerra mondiale, Viking Press, 1990).



    Le prime esperienze di cavaliere.

    Amedeo Guillet, barone, nasce a Piacenza nel 1909 da nobile famiglia di origine piemontese e campana (Capua), di salde tradizioni militari (uno zio, anche lui di nome Amedeo, generale d’armata, fu un eroe della prima guerra mondiale). E’ attualmente il cavaliere vivente più avventuroso e decorato.
    Frequentò l’Accademia Militare di Modena, da cui uscì, nel 1931, con i gradi di sottotenente di Cavalleria. Venne assegnato, quale servizio di prima nomina, al Reggimento Cavalleggeri di Monferrato, allora comandato dallo zio Ernesto. Era già allora un eccellente cavaliere e fra i primi in Italia a praticare con rigore il metodo dell’equitazione naturale proposto e teorizzato dal capitano Federico Caprilli.



    Nel 1935 prestava servizio presso i Cavalleggeri Guide quando venne prescelto fra i quattro componenti della squadra di equitazione che avrebbe rappresentato l’Italia alle Olimpiadi di Berlino del 1936.
    Venne inviato, insieme al resto della rappresentativa italiana al ritiro sportivo pre-olimpionico a Budapest e, oltre ai campi di gara, si fece notare nei salotti della capitale ungherese come tombeur de femmes, suscitando anche qualche “incidente diplomatico”.
    Tuttavia non prese parte alle Olimpiadi berlinesi perché, ormai divenuto tenente, chiese di prender parte alla campagna per la conquista dell’Abissinia (1935-1936).
    Riteneva, infatti, che il suo primo dovere di militare fosse quello di servire la Patria in armi dove fosse necessario.



    L’Africa coloniale e la Spagna.
    Ottenne il trasferimento in Libia presso un reparto di Spahis.
    E proprio nella cavalleria coloniale la sua figura divenne negli anni leggendaria.
    Nell’ottobre del 1935 partecipò, come comandante di plotone, alle prime azioni della guerra di Etiopia.
    Il 24 dicembre 1935 veniva gravemente ferito alla mano sinistra durante la battaglia di Selaclaclà.
    Al termine della guerra, il 5 maggio del 1936, veniva decorato a Tripoli dal maresciallo d’Italia Italo Balbo per il suo esemplare e coraggioso comportamento in combattimento.



    Sempre a Tripoli, nel marzo del 1937, fu nominato organizzatore e responsabile della parte equestre della cerimonia durante la quale Benito Mussolini, Capo del Governo, si proclamò “difensore dell’Islam” con la prospettiva di raccogliere consensi nel mondo islamico contro il dominio inglese.
    Il mese successivo, sfilò a Roma, in occasione del primo anniversario dell’Impero, alla testa delle unità Spahis.
    In quegli anni era fidanzato con la cugina Beatrice Gandolfo, tuttavia – essendo entrate in vigore rigide disposizioni che prevedevano, per l’accesso a incarichi superiori, l’obbligo di esser sposati per i dipendenti pubblici – non la sposò per non dar adito alle malevole critiche che lo avesse fatto per ottenere la promozione a capitano.
    Nell’agosto del 1937 accettò la proposta del generale Luigi Frusci, comandante della Divisione Fiamme Nere (ufficialmente tutti gli italiani combattenti erano “volontari”) di prender parte alla spedizione di sostegno italiana ai nazionalisti nella guerra civile spagnola (1936-1939).
    Durante la guerra, dove operò prima al comando di un reparto carri della divisione Fiamme Nere e poi alla testa di un tabor di cavalleria marocchina, si distinse particolarmente nei combattimenti di Santander e Teruel.
    Dopo un breve periodo di convalescenza in Italia, venne trasferito in Libia al comando del VII squadrone Savari, piuttosto deluso dalla mancata promozione al grado di capitano promessagli dal generale Frusci al rientro dalla campagna di Spagna.
    In questo periodo divenne molto amico della principessa Jolanda di Savoia, la primogenita del re Vittorio Emanuele III, con la quale condivideva la passione (e l’abilità) nel campo dell’equitazione.



    In Eritrea, nasce la leggenda del Cummandar es Shaitan.
    Nel 1939, straordinario comandante di cavalleria coloniale, venne trasferito in Eritrea, dove il suo stesso nome divenne leggenda vivente.
    Venne nominato comandante del Gruppo Bande Amhara, primo esempio di unità militare multinazionale (e multireligiosa), forte di ben 1.700 uomini di origine etiope, eritrea e yemenita, inquadrati da ufficiali italiani.
    Il reparto aveva la consistenza di un reggimento e, secondo le disposizioni vigenti in qualsiasi esercito, avrebbe dovuto essere comandata da un colonnello, mentre Amedeo Guillet continuava ad esser solo un tenente, seppure pluridecorato.
    Aveva un compito semplice e molto oneroso: doveva operare in tutta la regione nord occidentale dell’Eritrea contro la guerriglia e le infiltrazioni dal Sudan anglo-egiziano con la massima autonomia e libertà d’azione.
    Negli anni 1937-1938 la guerriglia fedele al deposto imperatore d’Etiopia Hailè Selassiè continuava, infatti, ad essere piuttosto viva, soprattutto dopo l’attentato avvenuto ad Addis Abeba il 19 febbraio 1937 contro il maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, allora viceré d’Etiopia, e la conseguente sanguinosa repressione.
    Nel 1939, durante un sanguinoso combattimento contro guerriglieri ribelli nella zona di Dougur Dubà, con un’intelligente manovra, il reparto del tenente Guillet costrinse il nemico ad uno scontro in campo aperto.
    Durante una delle cariche, il suo cavallo venne colpito ed ucciso.
    Immediatamente, Guillet ordinò al suo attendente di dargliene un altro.
    Anche il secondo cavallo venne ucciso ma non si perse d’animo.
    Appiedato, impugnò una mitragliatrice e fece fuoco contro i ribelli rimasti in campo, costringendoli alla resa.
    Per questa azione, compiuta con “alto esempio di eroismo e sprezzo del pericolo”, gli venne conferita la medaglia d’argento al valor militare.
    I suoi soldati indigeni, invece, lo soprannominarono Cummandar es Shaitan (”Comandante Diavolo”) convinti che godesse di una sorta di immortalità.
    Ben presto le gesta belliche di Guillet divennero oggetto di discussione negli esclusivi circoli di occidentali ad Asmara e ad Adua, mentre la fama del Comandante Diavolo si diffondeva rapidamente in tutta l’Africa Orientale.
    In particolare, si fantasticava sullo stile di comando “democratico” (per l’epoca) del giovane Tenente, che trattava i soldati indigeni con dignità e rispetto, dando loro massima responsabilità e la possibilità di mantenere e curare i rispettivi usi e costumi.
    Molti colleghi di Guillet, invidiosi dei suoi risultati sul campo, di gran lunga migliori di quelli ottenuti da reparti regolari di italiani, “malignarono” non poco sul tipo di azione di comando adottata.
    Bisogna, invece, ammettere che l’illuminato stile di comando di Guillet diede i suoi frutti: nella sua unità non si verificò mai un caso di diserzione, né di contrasto tra i soldati indigeni (pur appartenendo essi ad etnie e fedi religiose differenti).
    Permise, ad esempio, ai suoi uomini di portare sempre al seguito i nuclei familiari (come da tradizione locale) ed egli stesso ebbe una concubina eritrea, Kadija (o Khadija), figlia di un importante capo tribù, che lo seguì durante tutto il suo periodo di servizio in Eritrea (in barba alle disposizioni del Governatore italiano volte ad impedire, pena l’incarcerazione, la nascita di “rapporti duraturi” tra soldati italiani e donne del luogo).
    Anche nei confronti degli avversari catturati e delle popolazioni locali con cui entrava in contatto durante le attività operative tenne sempre un comportamento rispettoso e leale, da gentiluomo d’altri tempi.



    La seconda guerra mondiale, fra Sudan ed Eritrea.
    Il 10 giugno 1940 era scoppiata la seconda guerra mondiale e le ostilità contro l’Impero britannico e le sue forze armate dalle varie provenienze iniziarono subito, nonostante la poca voglia delle truppe presenti al confine dati i buoni rapporti esistenti fra i dirimpettai inglesi ed italiani in quella terra di confine assolata fra Cassala e Cherù.
    In particolare i nemici erano gli inglesi della Gazelle Force, i blindati ed i carri armati Mathilda della Sudan Defence Force, la fanteria motorizzata del Surrey and Sussex Yeomanry, l’artiglieria del 25° Field Regiment, gli indiani dell’11° Reggimento Sikh, reparto d’elìte, i fucilieri Raijputana, la cavalleria blindata dello Skinner’s Horse.
    Di fronte, fra Cassala – occupata dagli italiani all’inizio della guerra – e gli altipiani eritrei, i 1.700 uomini eritrei, etiopi, yemeniti, italiani del Gruppo Bande Amhara del tenente Amedeo Guillet, in sella al suo grigio Sandor, con cavalli, cammelli, fucili, bombe a mano, sciabole, armi indigene e qualche mitragliatrice.
    Un giornalista dell’Azione Coloniale, rivista allora in voga, così lo descriveva nell’inverno 1940-1941: “un corsaro del deserto, magro, bruciato dal sole, con un viso che degli arabi con cui ha vissuto a lungo e di cui conosce le lingue e i dialetti, ha preso l’espressione un po’ assorta, enigmatica.
    Sul suolo della sua tenda era stesa una pelle di bue, con stuoie e burnus arrotolati che gli facevano da letto e aveva, lì a fianco, una lampada a olio in terracotta e l’edizione vaticana della Germania di Tacito in latino.
    Il fucile dell’ufficiale e la sua scimitarra, in piedi in un angolo, completavano l’arredamento”.
    Nel gennaio del 1941, quando le truppe inglesi vennero adeguatamente rinforzate, la situazione divenne molto difficile.
    Le forze italiane della zona, circa 10 mila soldati, cercarono di stabilire una linea di difesa fra il forte di Cherù e Agordat, sotto il comando del generale Ugo Fongoli.
    Durante la marcia erano esposti ad ogni possibile attacco inglese.

    La carica di Cherù.

    L’ordine dato al Gruppo Bande Amhara era semplice quanto pressoché impossibile da eseguire: trattenere le forze inglesi almeno per un giorno, costringendoli a fermarsi nella piana fra Aicotà e Barentù, per dare la possibilità di assumere il nuovo schieramento alle truppe italiane.
    Il tenente Guillet ed i suoi ufficiali, i tenenti Renato Togni e Landolfo Colonna, vollero mettere in pratica una strategia lucidamente folle: avrebbero convinto gli inglesi che il loro era soltanto il reparto di avanguardia di una forza di invasione italiana in Sudan.



    All’alba del 21 gennaio 1941, dopo un’accorta manovra di aggiramento, il Gruppo Bande Amhara di Guillet caricava il nemico alle spalle, creando un drammatico scompiglio tra le fila anglo-indiane.
    Si trattò di uno spettacolo impressionante e, al contempo, incredibile: Guillet e i suoi uomini attaccarono, fra urla disumane, armati di sole sciabole, scimitarre, pistole e bombe a mano, la fanteria e le colonne blindate inglesi.
    Dopo essere passati illesi tra le sbalordite truppe avversarie, alle quali causarono numerose perdite (e parecchie fughe), il Gruppo tornò sulle posizioni iniziali per caricare nuovamente.
    Le truppe anglo-indiane, passati i primi momenti di totale disorientamento e caos, provarono successivamente a riorganizzarsi e spararono con tutto quello che potevano utilizzare in quei momenti molto concitati (compresi i cannoni da 180 libbre) ad alzo zero verso i cavalieri di nuovo alla carica.
    Ma lo scompiglio continuava ad esser notevole, tanto che anche truppe inglesi furono bersaglio dell’artiglieria ed era diffusa l’idea che fosse soltanto il preludio per un attacco in forze italiano.
    Un gruppo di tre carri armati Mathilda cercò di prendere sul fianco destro lo squadrone del tenente Guillet ed il grosso del Gruppo Bande.
    Sarebbero seguite le autoblindo.
    Il Tenente Renato Togni, vice-comandante del Gruppo, amico personale di Amedeo Guillet ed anch’egli noto tombeur de femmes, comprese rapidamente quale pericolo si stesse preparando.
    Rimandò verso il grosso delle truppe la gran parte dei suoi cavalieri e la fanteria yemenita e decise una carica di alleggerimento con solo trenta dei “miei marescialli di Francia”, come scrisse in un biglietto al suo comandante con un altro esempio del notevole senso dell’ironìa che lo distingueva.
    Il tenente Togni, con indosso il poncho spagnolo datogli da Amedeo Guillet, attese che i pesanti carri Mathilda entrassero in un wadi secco per caricare frontalmente la formazione corazzata lanciando granate e bombe a mano.
    Gli inglesi furono sbalorditi e sconcertati, ma, passata la sorpresa, mitragliarono cavalli e cavalieri.
    Solo due riuscirono a rientrare fra le linee italiane anche se la manovra di accerchiamento inglese era fallita.
    Quel sacrificio permise, tuttavia, al resto delle truppe di Guillet di sganciarsi conseguendo appieno l’obiettivo: le truppe italiane in ritirata erano al sicuro dentro le fortificazioni di Agordat.
    Verso mezzogiorno, dall’alto di una collina Il tenente Guillet si rese conto che il nemico non aveva il coraggio di proseguire troppo oltre la gittata dei propri cannoni.
    Il fronte più avanzato era tenuto da una linea di circa settecento metri, con le autoblindo dello Skinner’s Horse sulla destra, al centro la fanteria dell’11° Sikh e a sinistra altri corazzati della Sudan Defence Force.
    Era una preziosa occasione: se avesse caricato al centro, dritto in mezzo alla fanteria indiana, i blindati avrebbero potuto fare ben poco senza sparare anche sui propri uomini e non potevano nemmeno inseguirli, visti i tanti wadi della zona.
    Salì, calmo, sul crinale, proprio per essere visibile da tutti.
    A lato l’ascaro che portava lo stendardo con la coda di cavallo e la croce dei Savoia.
    Lentamente si sollevò sulle staffe e indicò la fanteria nemica.
    Il Gruppo Bande Amhara pagò però un alto prezzo per questa battaglia: 800 tra morti e feriti e la perdita del suo grande amico Renato Togni.
    Fu quella l’ultima carica di cavalleria nella storia militare dell’Africa.
    Amedeo Guillet partecipò, alla testa di quello che rimaneva del suo Gruppo ormai appiedato, anche alle battaglie di Cochen e Teclasan, prima della caduta di Asmara, capoluogo eritreo, avvenuta l’1 aprile 1941.



    La guerra personale di Amedeo Guillet.
    Persa Asmara, Guillet riteneva che l’unico modo per aiutare le truppe italiane operanti sul fronte nord-africano era quello di tenere impegnati quante più truppe inglesi possibile in Eritrea.
    Il 3 aprile 1941, Guillet prese la sua decisione: se da Roma avessero ordinato la resa, lui avrebbe continuato in proprio la guerra contro gli inglesi in Africa Orientale.
    Spogliatosi dell’uniforme italiana e assunta definitivamente l’identità di Cummandar es Sciaitan (Comandante Diavolo), radunò attorno a sé un centinaio di suoi fedelissimi ex-soldati indigeni (ancora una volta un autentico mélange di etnie e religioni) e iniziò una durissima guerriglia contro gli inglesi.
    La sua leggenda crebbe a dismisura e si diffuse in tutta l’Africa orientale.
    Al suo fianco sempre Kadija.
    Gli inglesi, letteralmente furibondi, scatenarono contro Amedeo Guillet un’imponente “caccia all’uomo”, mettendo sulle sue tracce le migliori risorse di intelligence disponibili e ponendo sulla sua testa una taglia di oltre mille sterline d’oro, una vera fortuna per quei tempi e in quei luoghi ! Eppure nessuno lo tradì, nemmeno i capi tribù precedentemente in guerra con gli italiani, che, anzi, più volte gli offrirono rifugio e copertura.
    La guerriglia dell’ormai capitano Guillet costò cara agli inglesi: per quasi otto mesi, con un ridotto manipolo di fedelissimi, assaltò e depredò depositi, convogli ferroviari sulla linea da Asmara ed Agordat ed avamposti, fece saltare ponti (fra i quali il nevralgico ponte Aosta a Ghinda) e gallerie rendendo insicura ogni via di comunicazione.
    In più si era diffusa – non si sa come – la voce secondo cui avrebbe avuto in animo il rapimento del generale Savory, governatore militare inglese dell’Eritrea.
    Tuttavia, verso la fine di ottobre 1941, i suoi ranghi si erano troppo assottigliati e lo scopo della sua missione non era più realisticamente perseguibile.
    In particolare, la fortuita cattura del suo cavallo grigio Sandor da parte del maggiore Max Harari dei servizi segreti britannici, responsabile delle attività di ricerca di Guillet, gli fece capire che non avrebbe potuto continuare oltre in quella sorta di guerra privata.
    Verso Ghinda, poi, una pattuglia motorizzata di inglesi armati di mitragliatrici pesanti durante uno scontro a fuoco ferirono anche Kadija.
    Radunò quello che restava della sua Banda, ringraziò i suoi fedelissimi, disse che la guerra era “sospesa”, dato che i suoi uomini non si sarebbero mai arresi, promettendo loro che l’Italia avrebbe saputo ricompensarli adeguatamente e si diede alla macchia.
    I soldati di Amedeo, pur laceri, scattarono sull’attenti.
    Amedeo li abbracciò ad uno ad uno.
    Kadija, con il fratello Asfao, rientrò fra le lacrime di Amedeo mestamente al villaggio paterno sulle alture del Semien.



    La rocambolesca fuga dall’Eritrea, lo Yemen e il fortunoso rientro in Italia.
    Si installò ad Al-Katmia, alla perifieria di Massaia, dove assunse la falsa identità di Ahmed Abdallah al Redai, lavoratore di origini yemenite.
    Riuscì a trasformarsi in un autentico arabo, grazie anche alla perfetta conoscenza della lingua, studiò il corano ed abbracciò (per sola convenienza di sopravvivenza) la religione musulmana.
    In attesa di poter riparare nello Yemen, sull’altra sponda del Mar Rosso, svolse lavori umili per vivere: fu scaricatore di porto, guardiano notturno e acquaiolo.
    Seguito dal fidatissimo Daifallah, suo ex attendente, tentò una prima volta di attraversare il Mar Rosso su un sambuco di contrabbandieri, ma venne depredato, buttato in mare ed abbandonato nel deserto eritreo.
    Fu salvato da un cammelliere, Sayed Ibrahim, che lo ospitò per lungo tempo nella sua capanna e che gli offrì di restare a vivere con lui prendendo per moglie sua figlia.
    Tuttavia, il capitano Guillet, desideroso di rientrare in Italia, riuscì a beffare gli inglesi ancora una volta: spacciandosi come parente del cammelliere, si fece rilasciare un lasciapassare per lo Yemen dal Governatore inglese.
    La traversata fu semplice, ma giunto nel porto di Hodeida, venne arrestato e rinchiuso in prigione dalle autorità locali perché sospettato di essere una spia al soldo degli inglesi.
    Le sue capacità equestri ed un colloquio con il ministro Qadi Raghib gli salvarono la vita: divenne palafreniere presso la guardia dell’Imam Ahmed Yahiah, sovrano yemenita.
    L’Imam lo prese a ben volere, lo elevò al rango di Gran Maniscalco di Corte, gli fu amico sincero e lo nominò precettore dei propri figli.
    Guillet divenne anche responsabile ed istruttore delle guardie a cavallo yemenite e trascorse più di un anno a corte, rivelando infine la sua avventurosa storia all’Imam.
    Nel giugno del 1943, nonostante le insistenze dell’Imam affinché restasse per sempre a corte, tornò a Massaua e beffò per l’ennesima volta gli inglesi: riuscì ad imbarcarsi sulla Giulio Cesare, una nave della Croce Rossa Italiana, fingendosi un civile italiano divenuto pazzo durante la guerra.
    Dopo quasi due mesi di navigazione, il Capitano Amedeo Guillet giungeva finalmente nel porto di Taranto il 2 settembre 1943 ed a Roma il giorno successivo.
    Veniva promosso maggiore per meriti di guerra, domandò denaro, uomini ed armi per tornare nel Corno d’Africa e riprendere la guerra clandestina contro gli Alleati.
    I tempi, tuttavia, erano profondamente cambiati: i nemici di ieri stavano per diventare gli alleati di domani. E viceversa.
    La conoscenza delle lingue e, soprattutto, l’esperienza acquisita sul campo fecero sì che Guillet fosse assegnato al Servizio Informazioni Militare (S.I.M.) ed impiegato in missioni ad alto rischio nell’Italia occupata dalle truppe anglo-americane.
    L’armistizio dell’8 settembre colse di sorpresa Amedeo Guillet a Roma.
    Attraversò coraggiosamente e fortunosamente la linea difensiva tedesca Gustav e giunse a Brindisi, dove si mise a disposizione del re Vittorio Emanuele III. CHE INCONTRATOLO DI PERSONA, DOPO BADOGLIO, LO RINGRAZIO', LO ELOGIO' ESSER UN VERO ITALIANO E GLI CONFIDO' IL DISPIACERE DI PREVEDERE PER IL FUTURO CHE NESSUNO SI SAREBBE RICORDATO DEI LORO IMMENSI SACRIFICI PER L'ITALIA.(nda tratta da: 'Amedeo'-Sebastian O'Kelly)

    Nel settembre del 1944 sposava, finalmente, Beatrice Gandolfo, a Napoli.
    Continuò ad operare nel S.I.M. del ricostituito Esercito Italiano per poi svolgere, dal 25 aprile 1945, l’incarico di agente segreto.
    Fu proprio in tale veste che riuscì a recuperare la corona imperiale del Negus Neghesti etiopico, sottraendola alla Brigata partigiana Garibaldi, che, a sua volta, l’aveva confiscata al Tesoro della Repubblica Sociale Italiana.
    La corona sarà poi restituita ad Hailè Selassiè e rappresentò un primo tangibile segnale di distensione tra Italia ed Etiopia.

    La carriera diplomatica, al servizio della Patria in giro per il mondo, e il meritato riposo…a cavallo.
    Alla fine della durissima guerra e dopo la vittoria della repubblica al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il maggiore Amedeo Guillet, fedele al proprio giuramento di militare verso la Corona dei Savoia, rassegnò le proprie dimissioni dall’Esercito Italiano.
    Presentandosi al re Umberto II (succeduto da poco e per poco al padre Vittorio Emanuele III) e manifestatagli la sua intenzione di abbandonare l’Italia, veniva energicamente redarguito, in quanto prima della fedeltà monarchica veniva l’Italia e la sua indipendenza.
    Terminati gli studi universitari e laureatosi in Scienze politiche, vinse, nel 1947, il concorso per la carriera diplomatica.
    Nel 1950 venne destinato, come segretario di legazione, all’Ambasciata del Cairo, dove conobbe tutti i principali esponenti politici del tempo, dal re Faruk, ai futuri leader Nasser e Sadat.
    Divenne anche amico di Max Harari, il suo vecchio nemico della guerra in Eritrea.
    Insieme misero su un grande centro ippico vicino alle Piramidi.
    Nel 1954 fu nominato incaricato d’affari a Taiz, nello Yemen (dove il figlio del vecchio Imam, divenuto sovrano, lo accolse calorosamente dicendogli: “Ahmed finalmente sei tornato a casa!”).
    Nel 1962 veniva nominato ambasciatore ad Amman, dove il re Hussein di Giordania era solito cavalcare insieme a lui e tributargli l’appellativo di “zio” (che nella cultura araba è espressione di massima deferenza e, al contempo, di familiarità).
    Nel 1968 è ambasciatore in Marocco.
    Durante un ricevimento ufficiale a Skirat, nel 1971, venne coinvolto in una sparatoria causata da un tentativo di colpo di stato: con la sua esperienza militare riuscì a mettere in salvo alcuni rappresentanti diplomatici che erano rimasti sotto il fuoco.
    La Repubblica federale tedesca gli concesse, per aver salvato il proprio ambasciatore, la Gran Croce con stella e striscia dell’Ordine al Merito della Repubblica.
    Nel 1971, fu inviato come ambasciatore d’Italia in India, entrando ben presto nel ristrettissimo entourage dei confidenti del Primo Ministro Indira Gandhi.
    Il suo autista, presso l’ambasciata d’Italia, era un altro dei suoi vecchi nemici, Mohinder Singh, sikh, già caporale dell’11° Reggimento Sikh a Cherù.
    Fra loro nacque una solida amicizia.
    Amedeo Guillet addestrò anche la guardia del corpo a cavallo del Presidente della Repubblica Indiana.
    Nel 1975, con il collocamento a riposo per limiti d’età, concluse la sua carriera diplomatica e si ritirò in Irlanda, a Co Meath, dove nei primi anni ’60 aveva acquistato una vecchia canonica d’epoca georgiana.
    Spesso e volentieri veniva e viene visitato dai suoi vecchi nemici inglesi, i quali nutrono una vera e propria ammirazione.
    Ogni tanto rientrava in Italia, a Roma o nel palazzo di famiglia a Capua, del quale curò anche i restauri dopo il terremoto del 1981.
    Nel 1991 moriva a Roma la moglie Bice.
    In un articolo dedicato all’avventurosa esistenza di Amedeo Guillet, il grande giornalista Indro Montanelli scriveva: “il Comandante Diavolo, per poter continuare indomito le sue diavolerie, oggi vive in Irlanda, dove i cavalli sono a buon costo e vi sono ampi spazi per poterli cavalcare; e a 90 anni suonati, con nessun osso del corpo al posto giusto, egli monta ogni santo giorno…”.
    Nel 2000, insieme al giornalista - scrittore Sebastian O’Kelly, suo biografo ed amico personale, si è recato in Eritrea su invito del Governo locale nei luoghi che lo avevano visto giovane tenente alla testa delle Gruppo Bande Amhara.
    Venne ricevuto all’Asmara dal Presidente della Repubblica eritrea con gli onori riservati ai capi di Stato.



    Il 20 giugno 2000 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria dalla città di Capua che egli definisce “altamente ambita”.
    Il 2 novembre 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito la Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia, la massima onorificenza militare italiana.
    Amedeo Guillet vive dove tuttora in Irlanda si dedica, nonostante la veneranda età, alla sua più grande passione: i cavalli.
    Attualmente è il Presidente onorario dell’Associazione Arma di Cavalleria ed è uno dei soldati più decorati al mondo (Cavaliere di Gran Croce Ordine militare d’Italia, Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana, Croce di Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, cinque Medaglie d’argento al valor militare, Croce di guerra con gladio al valor militare, quattro Croci di guerra al merito, Cruz Blanca al Valor Militare, Cruz Roja al Valor Militare, Cruz por la Unidad Nacional Española, Cruz del Sufrimiento por la Patria, Grande Ufficiale dell’Ordine del Nilo della Repubblica Araba d’Egitto, Gran Croce con stella e striscia dell’Ordine al Merito della Rep.Fed.Tedesca, Gran Croce dell’Ordine Alawita del Regno di Marocco, Gran Croce dell’Ordine di S.Gregorio Magno dello Stato di Città del Vaticano).

    Bibliografia.
    Sebastian O’Kelly, AMEDEO - Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet, un eroe italiano in Africa Orientale, Rizzoli, 2002;
    Vittorio Dan Segre, La guerra privata del Tenente Guillet, Corbaccio Editore, 1993.
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    Amedeo Guillet in uno dei suoi travestimenti durante il periodo della resistenza anti inglese in Africa Orientale.


    Amedeo Guillet, giovane ufficiale, brillante cavallerizzo.


    Operazioni di cavalleria in Africa Orientale, 1935-36. Guillet é contrario alla guerra d'Etiopia, ma considera suo dovere servire la Patria in armi.


    Amedeo Guillet al comando del suo squadrone indigeno in Africa.


    Amedeo Guillet, gentiluomo riconosciuto come tale anche dai suoi avversari per l'umanità nei confronti dei prigionieri da lui sempre dimostrata.

    Il tenente Togni, amico di Guillet, morto durante la famosa carica di cavalleria condotta da Guillet contro i carri armati britannici che lo ha reso celebre per il suo estremo coraggio davanti al nemico.


    Kadija, dolcissima ragazza etiope, innamorata di Amedeo Guillet.
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    Amedeo Guillet, ricevuto in Eritrea dal presidente della neo indipendente repubblica d'Eritrea e da questi riconosciuto come primo eroe nazionale eritreo, ha visitato nel 2000 i luoghi che lo videro protagonista con i suoi uomini al servizio del Tricolore.
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    La copertina del libro scritto da Sebastian O'Kelly.




    Amedeo Guillet sembra più conosciuto in Inghilterra che in Italia. Eppure la sua epica storia è tutta italiana. Nato a Piacenza nel lontano 1909, intraprende la vita militare e diventa ufficiale di cavalleria. Nel 1935 mentre si sta allenando per le Olimpiadi di Berlino con la squadra ippica, decide di partire volontario per la guerra d'Etiopia. Non è di stampo fascista ma il senso del dovere e il patriottismo hanno il sopravvento. Sarà l'inizio di una avventura che durerà quasi otto lunghi anni di peripezie.
    Nel 1938 promosso tenente dei “Cavalieri del Monferrato”, è inviato in Eritrea dove, dopo aver conosciuto Khadija, sotto comando del duca Amedeo d’Aosta, forma il “Gruppo Bande a Cavallo dell'Amhara” composto da circa 1500 ascari di varie etnie del Corno d’Africa, col quale si distinse per alcune eroiche vittorie. Tra tutte quella più importante è forse quella del gennaio 1941, quando, a Cherù, in Eritrea, la cavalleria di Amedeo Guillet caricò una formazione di carri armati inglesi armati, la "Gazelle Force", di sole spade, pistole, fucili e bombe a mano. Carne contro acciaio: tra morti e feriti persi 800 uomini. In primo attacco cadde il tenente Renato Togni, di Frosinone. Togni si accorse che il grosso delle truppe italiane stava per essere aggirato; allora caricò la colonna inglese con trenta suoi "marescialli" per rallentare la marcia del nemico e nel frattempo invio un messaggio a Guillet. Tutti e trentuno furono uccisi nella carica con solo fucili e bombe a mano, ma il loro sacrificio permise a Guillet di sottrarsi all'accerchiamento. Pare che sia stata l'ultima carica a cavallo subita dall'esercito inglese.
    Aprile 1941, Africa Orientale, mentre le truppe britanniche entrano vittoriose ad Asmara l'esercito italiano è costretto alla ritirata. Nel caos generale gli Ascari disertano, i civili fuggono dove possono. Il giovane ufficiale italiano il tenente Guillet, rimasto solo con un centinaio di Ascari a cavallo decide di non arrendersi. Continua la sua guerra personale. Gli Inglesi mettono sulla sua testa una taglia di mille sterline oro, vivo o morto. Tolta l'uniforme militare, il tenente indossa il turbante e la futa tipici dell'abbigliamento abissino. Impara l'arabo alla perfezione andando a studiarlo nelle scuole coraniche insieme ai bambini. Due anni dopo, a causa dell’avvicinarsi degli inglesi, e per le ferite e le febbri malariche contratte, il “tenente diavolo”, com’era stato soprannominato, è costretto alla fuga in Yemen. Gettato a mare durante il passaggio avuto da contrabbandieri, a nuoto ritorna in Eritrea insieme ad un suo amico fidato. Qui si ritrova a vagare nel deserto, dove è salvato da un pastore da morte certa. Dopo varie perepezie, riesce finalmente a raggiungere lo Yemen neutrale e amico dell'Italia. Grazie alla fortuna, che non gli mancò mai, viene accolto dal Capo locale, il quale lo difende e lo nasconde dagli inglesi sotto il nome di Ahmed Abdallah Al Redai, offrendogli persino il posto di istruttore delle sue guardie a cavallo. Si imbarca in incognito su una nave della Croce Rossa che rimpatria i feriti italiani, contro la volontà della famiglia reale yemenita. Una volta arrivato in Italia, Guillet chiede soldi e uomini per continuare la battaglia nel Corno d'Africa e raggiungere il suo esercito. Arriva l'8 settembre e tutto cambia. Gli inglesi sono diventati alleati. Guillet inizia allora la carriera nei servizi segreti, chiamati “Servizio Informazioni Militari”.

    Dopo la sconfitta della monarchia e la vittoria della Repubblica nel Referendum del 1946, Guillet entra nel corpo diplomatico, dove rappresenterà l’Italia in Egitto, Yemen, Giordania, Marocco sino a raggiungere il grado di ambasciatore in India.

    Oggi Amedeo Guillet ha 98 anni e vive in Irlanda.

    “A Brindisi (Guillet), incontrò a una mensa alleata due degli ufficiali britannici che gli avevano dato la caccia in Eritrea. "Che fortuna non avervi incontrato allora!" dissero cavallerescamente alzando il bicchiere alla sua salute. "Che fortuna per voi, forse. Che disgrazia per me, di certo!" rispose con amarezza il Tenente Colonnello Guillet”.

    Indro Montanelli, Gli incontri.


    Su Amedeo Guillet è uscita una biografia scritta da SEGRE, e una da O' KELLY.

    Entro la fine di quest’anno 2007 è invece prevista l’uscita di un film, con la regia di Edoardo Winspeare.

    PARE CHE IL FILM NON SI FARA' PIU' (10.12.2007)

    FOTO: La copertina della biografia in lingua inglese di Guillet, scritta da Sebastian 'O Kelly, che raffigura in primo piano la bellissima Khadija.


    TRATTO DAL SITO INTERNET:
    http://dgianni.blogspot.com/2007/08/...e-darabia.html
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  6. #6
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    conosco bene la sua storia, credo sia ancora vivo, so che abita in Irlanda dove continuava a coltivare la sua passione sfrenata per i cavalli, leggo da wikipedia che il 7 Febbraio compirà 100 splendide primavere

  7. #7
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    Eritrea 2001: Amedeo Guillet non ha mai celato la sua incrollabile fede monarchica, che lo portò dopo l'8 settembre, tornato in modo roccambolesco in Italia, a schierarsi dalla parte del Re contro i nazifascisti, svolgendo attività di spia ed agente segreto.
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  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da C@ndido Visualizza Messaggio
    conosco bene la sua storia, credo sia ancora vivo, so che abita in Irlanda dove continuava a coltivare la sua passione sfrenata per i cavalli, leggo da wikipedia che il 7 Febbraio compirà 100 splendide primavere
    Sapresti confermarmi la notizia della proposta da parte di La Destra per la carica di Senatore a Vita.....


    so che se sarà ammesso a concorrere, dopo 60 anni di fetida Repubblica, a tale ambita carica....dovrà scontrarsi con soloni come dario fo....franca rame etc..etc...
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  9. #9
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    LA GUERRA PRIVATA DEL TENENTE GUILLET. La resistenza italiana in Eritrea durante la seconda guerra mondiale
    di Segre Vittorio D.

    Non ho letto questo libro ancora, dato per di difficilie reperibilità, ma persone di fiducia che lo hanno letto lo preferiscono (e di molto) a quello scritto da Sebastian O'Kelly.


    In Inghilterra é rispettato moltissimo Guillet, nella repubblica del grande fratello é un emerito sconosciuto.
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  10. #10
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    Attualmente Guillet è prossimo ai cento anni.
    Per la prima volta, pare che un governo italiano intenda chiamarlo in Italia dall'Irlanda dove vive, allevando tutt'ora cavalli, per celebrarlo come merita.
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