Palestina, alcune riflessioni sul 17 gennaio
Stefano Franchi, (segreteria Prc di Bologna)
L’esito numerico e politico della manifestazione nazionale a sostegno del popolo palestinese è stato inaspettato, non a caso i principali mezzi di informazione televisiva e cartacea hanno scelto una sostanziale censura.
Avendovi partecipato vorrei socializzare alcune impressioni.
La giornata del 17 gennaio è nata su impulso del Forum Palestina e delle associazioni palestinesi e arabe italiane, con la sostanziale assenza o boicottaggio dei principali soggetti nazionali della sinistra politica e sociale. Gli unici due partiti nazionali[1] che hanno aderito sono Prc e Pdci, le uniche organizzazioni sindacali presenti erano quelle di base insieme a piccoli pezzi della Cgil, la stessa macchina organizzativa è stata essenzialmente quella del Forum Palestina. Nella realtà in cui faccio politica (Bologna) i 5 pullman partiti sono stati organizzati dal Forum Palestina e la presenza di compagni del Prc era di una ventina, su più di 250 partecipanti. Questo fatto aggiunge valore alla riuscita numerica della manifestazione, 200mila persone sostanzialmente organizzate dal basso, attraverso le reti e le associazioni che in questi anni hanno sostenuto la causa del popolo palestinese, tutto questo in poco più di una decina di giorni. Elemento, tra l’altro, che rende evidente la giustezza della manifestazione e la scelta della data, nonostante le titubanze di alcuni.
La partecipazione degli immigrati - presumo in grande parte arabi - era imponente, elemento che era già emerso nelle tante manifestazioni territoriali svolte in queste settimane. Non credo di esagerare se dico che il 17 gennaio è innanzitutto stata la più grande manifestazione di immigrati mai avvenuta nel nostro paese. E’ come se sul tema Palestina fossero emersi per la prima volta in modo organizzato gli immigrati che popolano le nostre città, quelli che troviamo nei cantieri, nelle agenzie di pulizie e in tutti quei settori dove spesso domina sfruttamento e assenza di diritti, carne e sangue del proletariato italiano, di quello che c’è.
Il contributo principale alla partecipazione di immigrati lo hanno dato le comunità islamiche, a partire dalle moschee. Questo fatto desta perplessità in tanta parte della sinistra, comunisti compresi. Credo che questo sia dovuto, in l’Italia, dall’invasività delle gerarchie cattoliche e al vero e proprio terrorismo mediatico fatto nei confronti dell’Islam. Ma se guardiamo la vicenda dal punto di vista degli immigrati le moschee sono state e sono tuttora gli unici luoghi di ritrovo per loro, gli unici luoghi in cui possono trovare un supporto, una solidarietà che non si fermi a qualche bella parola ma gli risolva i problemi della sopravvivenza quotidiana. Spesso il proletariato di pelle scura non ha sindacati che lo difendano, non ha partiti che l’organizzano, non ha associazioni di volontariato che lo aiutino. Le stesse moschea credo possano essere considerate come i primi luoghi di organizzazione degli immigrati italiani, gestiti da immigrati [2]. Questo fatto porta con se una conseguenza, importante. Se ci si vuole relazionare con questo pezzo di proletariato italiano non si può iniziare confliggendo con i loro unici luoghi di organizzazione, semmai il problema è aggiungerne degli altri, laici, a partire da quelli che questo lavoro dovrebbero farlo quotidianamente, e cioè le organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio[3]. Oltre al fatto che la libertà di culto è garantita dalla Costituzione italiana e le varie piazze d’Italia sono di proprietà della stato italiano e non del Vaticano.
La piattaforma con cui è stata convocata la manifestazione era dichiaratamente anti-imperialista. Nei cartelli e negli striscioni era evidente la nozione di imperialismo per spiegare l’aggressione di Israele alla striscia di Gaza. Il concetto di sionismo significa questo, come l’equiparazione tra sionismo e nazismo essendovi un’essenza imperialista nell’affermazione del nazismo.
Gli immigrati scesi in piazza sabato sono naturalmente anti-imperilisti, sono stati costretti a emigrare in conseguenza di guerre e sfruttamento da parte dell’imperialismo occidentale. Questa parte di proletariato italiano rappresenta l’ossatura per costruire un movimento anti-imperilista nel nostro paese, un movimento che abbia radici dentro la classe lavoratrice. Da questo punto di vista i lavoratori immigrati scesi in pazza sabato 17 dimostrano di essere delle avanguardie, almeno sulle vicende internazionali
Insieme agli immigrati era corposa la presenza di giovani. In questi ultimi mesi intere generazioni sono per la prima volta scese i piazza, contro la riforma Gelmini e i tentativi di ridurre sensibilmente la qualità della scuola pubblica, azzerare la sua capacità di produrre mobilità sociale e coscienze critiche. Una parte di questi giovani era sabato 17 gennaio a Roma, l’onda romana ha fatto nei giorni precedenti un lavoro per la riuscita di questo appuntamento.
Sabato 17 a Roma c’erano anche i comunisti, frastagliati in diverse organizzazioni ma uniti nella solidarietà alla resistenza del popolo palestinese. Questo fatto era talmente evidente da essere notato anche da Il Manifesto, quotidiano ostile alla riunificazione dei comunisti in un unico partito. Non è tra l’altro la prima volta che capita: il 20 ottobre del 2007 evidenziò la centralità dei comunisti nella ricostruzione del conflitto sociale in Italia e la loro prevalenza nella sinistra politica. Le vicende internazionali, come la Palestina, segnano confini politici e ideologici fondamentali. Criticare Israele significa criticare gli Stati Uniti, l’anti-imperialismo significa rifiutare compatibilità sistemiche, significa stare dalla parte delle resistenze popolari all’imperialismo anche quando i nostri governi si arruolano alla guerra, i temi della pace e della guerra hanno sempre delineato confini di fondo tra comunisti e socialdemocratici. Lo stesso movimento comunista nel mondo è nato sulla scia di un grande evento internazionale, la rivoluzione di ottobre. Non è un caso che sabato 17 gennaio Verdi e Sinistra Democratica non c’erano e Fausto Bertinotti era ad Assisi[4]: da una parte i reduci dell’arcobaleno, dall’altra chi vuole la ricostruzione di un partito comunista in Itala.
Il 17 gennaio a Roma è sfilata una parte del proletariato italiano, una parte delle nuove generazioni e il variegato mondo dei comunisti, insieme e al fianco delle associazioni palestinesi e arabe italiane, comprese quelle che in questi anni hanno organizzano e sostenuto gli immigrati. Un aggregato sociale e politico parziale, che però spaventa, non a caso oscurato dai media.
Sabato 17 la Fiom c’era solo simbolicamente, così come parte della sinistra Cgil. Nelle prossime settimane si moltiplicheranno le iniziative di lotta, il 13 febbraio è stato indetto uno sciopero generale da parte della Fiom e della Cgil-pubblico impiego. Nei prossimi mesi e anni la mobilitazione contro l’azzeramento della scuola pubblica continuerà, così come dovrà crescere e consolidarsi un movimento che chieda l’incriminazione del governo israeliano e delle sue gerarchie militari per crimini contro ‘umanità: la carneficina fatta nella striscia di Gaza non può passare sotto silenzio.
Tutto queste tematiche hanno qualcosa in comune, l’ho visto ben sintetizzato su uno striscione del corteo romano: sfruttamento e guerre sono la vostra ricetta.
Il corteo di sabato dimostra anche che la nozione di imperialismo non solo non è un ostacolo alla ricostruzione del conflitto di classe, ma anzi ne rappresenta un lievito indispensabile: non a caso questi proletari si sono resi visibili e visibilmente organizzati al fianco della resistenza palestinese.
Su questo sarebbe forse saggio riprendere qualche arnese del novecento, leninismo in primis.
PS consiglio la visione delle foto e dei filmati sulla manifestazione del 17 gennaio, vedere con i propri occhi la composizione di quel corteo è sempre meglio che fidarsi di una sua descrizione cartacea. Sui siti www.forumpalestina.org e www.contropiano.org è pubblicato diverso materiale.
[1] per Partiti nazionali mi riferisco a quelli che hanno una presenza non marginale nelle principali regioni e città italiane.
[2] tra l’altro se invece che professare l’Islam sostenessero la fede cattolica tutti questi problemi non ci sarebbero. Infatti l’attivismo di tante chiese cattoliche nel movimento contro la guerra in Iraq venne salutato da tutta la sinistra come positivo.
[3] Una delle ragioni del disinteresse dei partiti comunisti a questo pezzo di proletariato italiano credo risieda nel loro eccessivo istituzionalismo, essendo spesso gli immigrati senza diritto di voto. Ricostruire un lavoro politico su questo segmento di classe sarà forse la dimostrazione empirica che questo istituzionalismo si può e si deve superare. Magari darà qualche consigliere o assessore in meno, in compenso rafforzerà i legami sociali dei comunisti. Su questo tema uno dei pochi centri di ricerca e riflessione è stata la Rete dei comunisti, eccezione che è giusto sottolineare.
in questo ha replicato la sciagurata scelta del 9 giugno 2007, una piazza vuota in alternativa a un corteo di 50mila giovani. La differenza è che oggi Prc e Pdci erano dalla parte giusta, dalla parte del popolo palestinese.
http://www.forumpalestina.org/news/2...-09Franchi.htm