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    Predefinito Termina il mandato di GEORGE W.BUSH,ciao Presidente...

    La Storia giudicherà Bush per i meriti nella guerra al terrorismo

    di Charles Krauthammer




    Negli ultimi 150 anni, la maggior parte dei Presidenti statunitensi eletti in un periodo di guerra -tra tutti Lincoln, Wilson, Roosevelt - hanno accettato (o riconfermato) la propria nomina consapevoli dei conflitti che si profilavano all’orizzonte. Nel caso di George Bush e della guerra al terrore invece, le aggressioni dell’11 settembre sono piovute letteralmente dal cielo.

    Difatti, le tre campagne presidenziali tra la fine del crollo del muro di Berlino e l’11 settembre sono tra quelle che in maggior misura hanno mancato di suscitare il dibattito sulla politica estera del Ventesimo secolo. La questione del ruolo di Comandante in Capo, che al momento sembra dominare la campagna presidenziale, pareva non emergere in alcun modo durante la “vacanza dalla storia” della quale abbiamo beneficiato negli anni Novanta.

    Nel corso di un’intervista lo scorso lunedì, ho chiesto al Presidente Bush di riflettere com me su tale particolarità dei nostri tempi. Bush ha ricordato il 2001, quando le sue convinzioni lo portavano a credere che la sua Presidenza sarebbe stata incentrata sull’istruzione, sulle riforme, sui tagli alle tasse e soprattutto sulle trasformazioni strategiche necessarie a sostituire una struttura appartenente alla guerra fredda con forze maggiormente mobili, in grado di adattarsi con facilità ai conflitti minori del Ventunesimo secolo. Tuttavia, George W. Bush è diventato il Presidente di un periodo di guerra, e questo è il modo in cui la storia lo ricorderà e lo giudicherà.

    Cercando di anticipare la storia, molti non hanno esitato a formulare già un giudizio. L’ultimo libro di Bob Woodward, ad esempio, descrive il Comandante in Capo come eccessivamente freddo e distaccato. Un biografo più benevolmente disposto avrebbe parlato piuttosto di imparzialità.

    Nell’ora trascorsa con il Presidente (nella quale si è discusso principalmente di politica estera), il suo spirito equanime si è palesato in ogni considerazione: non si è trattato tuttavia della rassegnazione di un uomo che assiste al tramonto della sua presidenza, bensì di un senso di calma pervasiva, della fiducia in un giudizio ultimo da parte della storia.

    È precisamente l’imparzialità che ha permesso a George W. Bush di decidere a favore del surge in Iraq, affrontando la fiera opposizione dell’establishment politico (da parte di entrambe i partiti), quella degli studiosi di politica estera (culminato nell’inutile Iraq Study Group), quella militare (ricostruita nei dettagli da Woodward) ed infine dell’opinione pubblica. La volontà di intraprendere il surge è stata in grado di dare vita, all’interno di uno scenario di guerra, al cambiamento più radicale favorevole agli americani sin dall’estate del 1864.

    Una simile decisione richiede fermezza di carattere. Molti hanno sostenuto che è proprio l’eccessivo affidarsi del Presidente alla propria “bussola interiore” che ci ha portati alla guerra in Iraq; tuttavia, è bene ricordare che Bush non prese quella decisione da solo. La maggioranza dell’opinione pubblica era con lui, così come i commentatori politici ed il Congresso. Inoltre, la storia non ha ancora emesso il proprio verdetto sulla guerra in Iraq. Certamente possiamo affermare che sia durata - e costata - molto più di quanto ci si aspettasse inizialmente; tuttavia, resta in discussione se il risultato ad oggi più probabile - ovvero l’aver trasformato uno stato nemico e prepotentemente aggressivo nel cuore del Medio Oriente in un alleato strategico nella guerra al terrore - ben valesse la nostra decisione. Credo che a conti fatti la risposta sarà più favorevole di quanto non lo sarebbe oggi.

    Quando ho domandato al Presidente del suo più evidente successo, ovvero l’aver mantenuto sicura l’America per 7 anni - circa 6 anni e mezzo in più di quanto chiunque ritenesse possibile dopo l’11 settembre -, George Bush ha subito suddiviso il merito tra i soldati che hanno tenuto a bada il nemico oltreconfine, e l’insieme delle leggi attuate e il lavoro dell’intelligence che hanno permesso di rafforzare le nostre difese internamente.

    Il Presidente ha inoltre fatto riferimento ad alcune misure da lui stesso adottate, tra le quali le strategie di “ascoltare di nascosto il nemico” e “chiedere agli assassini professionisti dei loro progetti”. La CIA ha già reso noto come gli interrogatori di pericolosi terroristi come Khalid Sheik Mohammed hanno costituito una fonte preziosa di informazioni, molto più di qualsiasi altro mezzo impiegato. Parlando delle misure implementate, il Presidente non ha tuttavia fatto riferimento a quest’ultimo episodio per argomentarne l’efficacia, né alla campagna di denigrazione che ne è seguita. Altro esempio di imparzialità.

    Ciò che invece il Presidente ha sottolineato con orgoglio è che, oltre a prevenire un secondo attacco, lascerà in eredità al suo successore quel genere di potere e di istituzioni necessari a lottare contro possibili attentati e a proseguire con successo la guerra al terrore. Con la Presidenza di George W. Bush è stato difatti creato il Dipartimento per la Sicureza Nazionale, i servizi di intelligence sono stati riorganizzati ed hanno nuove possibilità di condividere informazioni, mentre il FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) è stato rivisto per garantire maggiore autorità alle intercettazioni su una scala più vasta e moderna.

    Sotto questo aspetto, Bush ricorda Truman, il Presidente in grado di dare vita a strutture adeguate ad una nuova era di guerra (il Dipartimento della Difesa, la CIA, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale), espandere i poteri dell’Amministrazione, formulare una nuova dottrina per l’intervento oltreconfine e da ultimo intraprendere un conflitto (in Corea) che - mancando anche in quel caso l’intenzione ufficialmente dichiarata di fare guerra agli Stati Uniti - si rivelò estremamente impopolare.

    Fu proprio in seguito a tale impopolarità che Truman terminò la propria Presidenza scoraggiato ed estremamente malvisto. Con il tempo, la storia ha formulato un giudizio differente; senza dubbio, anche la figura di George W. Bush sarà oggetto di una simile rivalutazione.

    © Washington Post

    Traduzione Alia K. Nardini

    [IMG][/IMG]

    http://www.loccidentale.it/articolo/...udizio.0059031

  2. #2
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    War on Terror, gli errori in Iraq sono stati superati: la Storia gli darà ragione

    di Carlo Panella



    George W. Bush verrà ricordato da qui a qualche anno come uno di migliori presidenti americani, esattamente come è successo con Harry Truman, come lui oggetto di disprezzo e lazzi al termine del suo mandato e come lui capace però di indicare ad un’America e ad un mondo in crisi, la necessità di contrastare con energia e forza un nemico drammaticamente sottovalutato dai predecessori democratici. Questa previsione controcorrente è stata formulata giorni fa da Edward Luttwak in un lungo articolo pubblicato dal Corriere della Sera ed è - al di là del gusto per la provocazione tipico di Luttwak - assolutamente condivisibile.

    Truman terminò il suo quadriennio nella più profonda disistima del suo stesso partito, il Democratico, con un indice di popolarità infimo, soprattutto sulla stampa liberal. Due le sue colpe: innanzitutto quella di non essere stato all’altezza del suo predecessore, Franklin Delano Roosevelt, la seconda, aver trascinato l’America in una sanguinosa guerra, quella di Corea, dai costi umani ed economici enormi, che aveva diviso in due il mondo e di averla condotta in modo tale da essere entrato in rotta di collisione con lo stesso generale MacArthur, l’eroe del Pacifico.

    Passati pochi anni, i suoi detrattori hanno dovuto ammettere che Truman aveva avuto ragione in ogni passo delle sue scelte. Soprattutto che, a differenza di F. D. Roosevelt, aveva compreso la natura espansiva e pericolosa del comunismo e che aveva condotto in maniera egregia gli anni iniziali - quindi determinanti- della Guerra Fredda, correggendo i terribili errori della gestione Roosevelt, incapace di comprendere, come si era drammaticamente visto a Yalta, le mire e i progetti di Stalin e del comunismo internazionale. Come Truman, George W. Bush in Iraq e Afghanistan ha saputo indicare al mondo la necessità di contrastare qui e subito, con pari energia morale, l’emergenza e i piani di un’altra e diversa forma di totalitarismo che minaccia il mondo: il terrorismo islamico. Soprattutto, ha saputo sottrarsi al ricatto morale di chi - i democratici delle due sponde dell’Oceano - non comprendendo la natura dell’avversario, metteva e mette in primo piano il tema del “multilateralismo” a scapito della risposta rapida, efficace, intransigente contro il terrorismo islamico. Basta leggere i compitini di Massimo D’Alema e di Piero Fassino sulla situazione internazionale per comprendere quale sia il male oscuro che corrode le menti della sinistra e impedisce - Obama incluso - di elaborare strategia internazionali corrispondenti alle necessità.

    La sinistra mondiale commette oggi due errori: il primo è quello classico di non comprendere che in alcuni paesi islamici il nazionalismo (dei palestinesi, come degli iraniani) si è integrato con una visione apocalittica della Storia e che quindi non è possibile - sul lungo periodo - alcuna mediazione. Obama, come Fassino - si parva licet componere magnis - non capiscono che gli ayatollah puntano diritti al Giudizio Universale e che questi sia imminente, e che pertanto è ben difficile trovare una mediazione politica con loro. Il secondo errore che la sinistra democratica commette oggi, conseguente al primo, è quello di ragionare solo e unicamente in termini di costruzione di una “governance”, di una definizione di strutture decisionali e di gestione delle crisi (tutte lette come crisi tra nazionalismi, mai antagoniste in senso totalitario, quindi) che coinvolgano tutti i paesi con un ruolo di primo piano nel pianeta.

    E’ la logica che porta la gauche mondiale a ritenere prioritario il “patto di Kyoto”, la fondazione del “Tribunale Internazionale per i crimini di guerra”, che ha portato ad accordi totalmente inadeguati del WTO e ad altri disastri del genere. Una logica tutta ideologica, sempre tendente all’utopia del “governo mondiale”, in Italia terribilmente influenzata dai cascami soviettisti e terzinternazionalisti, molto, molto suggestionato da cascami ideologici terzomondisti e dalla necessità di contrastare l’imperialismo. Una logica che predica l’immobilismo, che delega alla diplomazia la risoluzione dei contrasti, che è perfettamente sviluppata dall’Ue, che ha il suo simbolo somatico in Javier Solana e nei suoi infiniti insuccessi, che fa del “dialogo” un valore assoluto, invece che uno strumento. Una logica, infine, che produce guerre, perché non affronta i problemi alla radice, perché pretende che non esistano forze totalitarie che puntano alla sopraffazione e al totalitarismo e costringe a prenderne atto solo un attimo prima che sia troppo tardi.

    E’ una logica con una lunga tradizione storica, che inizia con i 14 punti del presidente Wodroow Wilson, che ha segnato tutta l’esperienza della Società della Nazioni, che ha portato diritto diritto, grazie al suo esponente più nobile, Neville Chamberlain, alla logica di Monaco e alla seconda guerra mondiale. Bush, dunque, è stato l’opposto di Chamberlain, perché ha saputo vedere in Bin Laden e in Ahmadinejad quel “pizzico” di diabolico che fa la differenza, che distingue Hitler da Ataturk. Nella piena tradizione di Ronald Reagan - altro presidente deriso dai Democratici, oggi considerato un sommo - Bush ha indicato nell’Asse del Male il problema ed ha agito di conseguenza.

    Poi ha fatto altro, e anche di questo gli verrà dato merito solo tra alcuni anni. Ha commesso un mare e mezzo di errori in Iraq, ma poi li ha saputi superare. Dopo in 2003, Bush ha infatti esaurito in Mesopotamia - ma anche in Afghanistan - tutti gli errori possibili e immaginabili che un approccio superficiale all’Islam poteva produrre. Fino al 2006 l’esperienza irachena ha pagato il vizio antico della cultura politica americana, e ancor peggio di quella europea, che si rifiutano di comprendere e analizzare lo specifico dei paesi musulmani e pretendono che essi funzionino secondo le regole successive al patto di Westfalia in Occidente.

    Toccato il fondo, Bush ha però compiuto la più grande rivoluzione concettuale nella politica estera americana dopo i 14 punti di Wilson: ha accettato la nuova strategia del generale David Petraeus che ha rivoluzionato il principale caposaldo di tutti gli interventi militari Usa all’estero. Delegare il consenso politico delle popolazioni locali alle èlite nazionali: questo è stato per più di un secolo il dogma di tutti gli interventi militari statunitensi, da Cuba in poi. Paradigma che ha funzionato in Europa e in Giappone, ma che già era fallito con Batista e aveva da solo portato al fallimento epocale del Vietnam (in cui l’esercito Usa uscì vincitore sul terreno, ma perdente a causa del fallimento dei disastrosi alleati vietnamiti, cattolici, autoritari e fanatici).

    Il surge di David Petraeus ha funzionato, invece, perché ha imposto per la prima volta nella storia alle truppe americane di conquistare a sé, in prima persona, il consenso delle popolazioni locali nelle zone di intervento. Rivoluzione concettuale fondamentale, purtroppo non praticata ancora in Afghanistan (là dove il gruppo dirigente legato a Karzai si rivela peraltro incapace di conquistare consenso), che verrà affinata e sviluppata da qui ai prossimi decenni. Tanto basta, dunque, per confermare la statura eccellente di un Bush che paga sicuramente una sua incapacità di rimanere in sintonia con buona parte del suo stesso elettorato e che però può sicuramente contare sulla sindrome dei 20 anni, il lungo periodo che serve sempre alla sinistra americana ed europea per accorgersi di avere sbagliato tutto e per riconoscere ai grandi di parte avversa, i meriti che si sono conquistati sul terreno.

    http://www.loccidentale.it/articolo/...or%2C+.0058834

  3. #3
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    Ambiente, Kyoto era un'utopia ed è stato giusto non firmare



    di Ezio Bussolettti

    Fra poco più di 30 giorni gli americani sceglieranno chi tra McCain o Obama li governerà e con quale visione dei problemi. Gli avvenimenti di questo ultimo periodo, tra i danni del tornado IKE e quelli ancora più rilevanti e pervasivi della crisi dei subprime e della finanza senza controlli, determineranno comportamenti elettorali forse diversi da quello che gli analisti si attendevano in condizioni diverse.

    Molte certezze sono saltate, un modello è crollato ed uno nuovo deve essere creato, possibilmente facendo tesoro degli errori del passato. In ogni caso le elezioni del 2008 saranno quelle che i media hanno da tempo definito “energy elections”, le elezioni dell’energia perché questo elemento determinante giocherà nei prossimi anni un ruolo ancor più importante che nel passato. Quando si discute di problemi ambientali un numero sempre maggiore di americani è meno interessato al problema del riscaldamento globale e sempre più, invece, ai problemi degli approvvigionamenti energetici e del costo dell’energia.

    Ma energia e ambiente sono strettamente legati e non si può discutere della prima senza necessariamente tener conto del secondo; in questo contesto è interessante fare oggi un bilancio delle scelte dell’Amministrazione Bush di questi anni. In primis va riconosciuto l’approccio pragmatico che è stato seguito: piuttosto che vincolarsi a target precisi, spesso irraggiungibili ed irrealistici se non utopici, gli USA hanno privilegiato una politica che fosse efficace in termini ambientali ma economicamente sostenibile. Questa è la stessa linea che sostengono per portare avanti la Bali Roadmap, il cammino da intraprendere per costruire il dopo Kyoto, soprattutto alla luce dei risultati non particolarmente brillanti che il Protocollo ha prodotto sino ad oggi.

    Possiamo dare torto ad una scelta come questa che, sostanzialmente, dice: sono d’accordo nel farmi carico del problema ma questo deve essere affrontato da tutti gli attori, condiviso e, soprattutto, non vedo per quale ragione le mie scelte debbano indebolire la mia struttura industriale depotenziandola e rendendola meno competitiva in un mercato globalizzato?

    Precisamente l’approccio appare logico e pienamente giustificato: semmai è da chiedersi perché discorsi simili non li abbiano fatti gli europei. Proviamo, infatti, a chiederci quale sia la logica della scelta, affrettata e mal ponderata, del famoso traguardo 20-20-20 (20% maggiore efficienza energetica, 20% uso di energie rinnovabili, 20% di riduzioni di emissioni) mentre tutti gli altri competitori vanno in direzioni diverse senza porsi limiti effettivi perché consci dei pericoli di simili scelte. Il risultato è che a Bruxelles si litiga regolarmente ad ogni Consiglio dei Ministri perché ogni paese vuole salvaguardare le proprie quote o si è accorto, tardi, che la propria industria è penalizzata da questa scelta.

    Molto più realisticamente, gli USA considerano che il nuovo Protocollo dovrà essere economicamente sostenibile e promuovere, non inibire, la crescita economica di tutti gli attori garantendo sicurezza energetica e condizioni ambientali migliori. Consci che la domanda energetica crescerà entro il 2050 di oltre il 50%, maggiormente sulla spinta dei Paesi in Via di Sviluppo, l’accento è stato posto sullo sviluppo e l’adozione di tecnologie avanzate con un occhio alla limitazione e riduzione dei costi attraverso sforzi che consentano un miglioramento nel modo di “produrre ed usare” l’energia mettendo in piedi incentivi ed investimenti che favoriscano il processo.

    I programmi, sviluppati sia a livello nazionale che internazionale, sono sia di tipo obbligatorio, che stimolati da incentivi o dal mercato, e persino su base volontaria: prevedendo il coinvolgimento sia pubblico che privato. Gli incontri con le 16 Maggiori Economie Mondiali, che rappresentano circa lo 80% dell’economia del pianeta, è stato il primo passo verso la creazione di una nuova fase di accordi per la riduzione dei gas serra come contributo ad un rilancio della Convenzione sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite.

    Fin dal 2001, l’Amministrazione Bush ha impegnato oltre 45 miliardi $ a sostegno della ricerca nel settore del clima cui vanno aggiunti altri 7,4 miliardi per il 2008. Ancora, gli investimenti in ricerche tecnologiche sull’energia sono cresciute da 1,7 miliardi del 2001 a quasi 4 miliardi per anno. Globalmente poi, il bilancio del settore energia ha sostenuto le tecnologie per l’energia “pulita” con circa 38,5 miliardi $ all’anno. Va anche ricordata l’azione congiunta USA-Europa a favore del trasferimento tecnologico di tecnologie “per il clima” nell’ambito del WTO i cui paesi caricano fino al 70% di tasse su vari prodotti ambientali impedendo, di fatto, l’uso di queste tecnologie da parte di nazioni meno fortunate. Come ha mostrato un recente studio della World Bank, la rimozione di questi vincoli incrementerebbe il livello del commercio tra il 7 ed il 14% all’anno.

    Che giudizio dare al complesso di questi sforzi? Non può essere che positivo; quasi di invidia di fronte ad un sano pragmatismo che, pur tenendo d’occhio gli obiettivi ambientali, non trascura gli interessi nazionali e, quindi, quelli dei cittadini; questo con buona pace di quanti si strapperanno i capelli se, forse, i nuovi limiti che saranno stabiliti nel prossimo Protocollo non saranno raggiunti nei tempi previsti.

    http://www.loccidentale.it/articolo/...+kyoto.0058823

  4. #4
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    Economia, la crisi finanziaria ha radici che vanno cercate indietro negli anni



    di Flavio Felice

    Tanto i critici quanto i sostenitori di George W. Bush tendono a dipingere la sua Presidenza in campo economico come un punto di svolta. Alcuni ritengono che sia stato il migliore presidente della storia statunitense, altri il peggiore, come ha recentemente sostenuto Zbigniew Brzezinski nel suo libro "Second Chance: Three Presidents and the Crisis of American Superpower". L’ex National Security Adviser, ha intitolato il capitolo dedicato a Bush "Catastrophic Leadership. A calamity", definendo la presidenza di Bush "A historical failure". In realtà, sostiene Jonathan Rauch, analista del “National Journal”, la sua politica economica sarebbe stata in continuità con quella dei suoi predecessori e, date le premesse, è presumibile che chiunque andrà alla Casa Bianca non si distaccherà di molto dall’attuale presidente. In definitiva, secondo il nostro analista, sotto il profilo economico Bush Jr. sarà ricordato come un personaggio minore nella storia dei presidenti statunitensi.

    L’analisi del lascito economico di Bush non può non condurci a guardare criticamente quanto sta avvenendo sui mercati finanziari di tutto il mondo e spingerci ad una considerazione che incontra la puntale osservazione di Ettore Gotti Tedeschi pubblicata su “L’osservatore Romano” di martedì 24 settembre: il “mondo occidentale […] non ha saputo definire un modello di sviluppo capace di garantire una ricchezza stabile. La lezione è semplice: lo sviluppo finanziario non è sostenibile, quindi o si ritorna a uno sviluppo reale, fatto di equilibrata crescita demografica, o ci si deve preparare a vivere con sobrietà”. In questo contesto, anche il più insolente ed ottuso dei sostenitori dell’attuale presidente USA dovrà ammettere che l’eredità economica di Bush è pesante ed amara. Le stime dicono che, sommando il costo del “Piano Paulson”, circa 700 milioni di dollari, i 50 milioni per sostenere il mercato monetario e gli 85 milioni di prestito all’AIG, si sfiora la cifra di 1.000 miliardi di dollari.

    Alessandro Merli, su “Il Sole 24 Ore” di domenica 21 settembre, ha fatto notare che, ad ogni modo, una simile fantasmagorica cifra rappresenta appena il 7% del PIL statunitense e che il salvataggio delle “Seavings & Loans” negli anni ottanta attraverso la Resolution Trust Corporation costò il 3,2% del PIL, mentre il salvataggio delle banche svedesi nei primi anni novanta significò il 4% del PIL. In realtà, l’aspetto più significativo di quest’ultima crisi e dei rimedi adottati dall’Amministrazione Bush risiederebbe nel fatto che sembrerebbe farsi strada l’opinione che sia necessario un ripensamento delle regole che disciplinano l’industria finanziaria. Merli sostiene che sarebbe ormai finita un’epoca durata circa vent’anni, l’epoca nella quale il denaro a buon mercato e l’innovazione finanziaria hanno contribuito a ridurre in modo drastico la percezione del rischio. La fine di un’epoca nella quale la “distrazione” dei regolatori e “l’ingordigia” e/o “l’ignoranza” dei manager hanno consentito lo sviluppo di prodotti ad alta tossicità. La fine di un’epoca nella quale l’offerta di finanza era eccessiva e l’uso della leva finanziaria del tutto fuori controllo. Di fronte ad un simile cambio di scena, l’intervento dell’Amministrazione Bush, tardivo e necessario, appare come il tentativo di aprire una nuova epoca, nella quale assumono rilevanza gli strumenti del “contenimento”, della “ristrutturazione” attraverso l’intervento pubblico e della “riforma della regolamentazione”. In altri termini, argomenta Gotti Tedeschi, “Il sistema bancario dovrà tornare al mestiere originale di intermediazione e di raccolta attraverso depositi (come avvenuto per Morgan Stanley e Goldman Sachs), dovrà assorbire le conseguenze degli eccessi ricapitalizzandosi e dovrà probabilmente anche sottoscrivere i titoli emessi dai Governi per gestire la crisi. Conseguentemente, sarà obbligato a ridurre drasticamente i costi e dovrà essere più selettivo nel credito, con effetti immaginabili sull'economia reale”.

    Nel corso dell’estate era già intervenuto Mario Monti con una bella intervista rilasciata a “Il Sole 24 Ore”, nella quale metteva il dito nella piaga, affermando che “gli Stati Uniti hanno fallito in quella ‘specialità’ che per molti decenni avevano invece insegnato con successo all'Europa e ai Paesi emergenti: la governance dell'economia di mercato. Con la crisi finanziaria che si è generata al loro interno, hanno inflitto un vulnus severo e durevole all'immagine e all'accettabilità, nel mondo, dell'economia di mercato. Ha ragione Alan Greenspan a temere (Financial Times, 5 agosto) che questa crisi indurrà molti Governi a ‘intensificare la presa sulle questioni economiche’ e che questo potrebbe ‘invertire il corso della globalizzazione’.

    Invero, fu proprio Greenspan nel 2005 ad invitare il Congresso americano a considerare quanto fosse urgente agire nel modo più chiaro possibile e, con riferimento alla Fannie Mae e Fraddie Mac, affermò: “Se Fannie e Freddie continuano a crescere, se continuano ad avere il basso capitale che hanno, se continuano a gestire i loro portafogli con dinamiche hedging, potenzialmente creano un rischio sistematico ed esponenziale fuori controllo” e concludeva: “Stiamo posizionando l’intero sistema finanziario futuro in un sostanziale rischio”. A questo punto – siamo nel 2005 –, il Senato americano, su proposta di un ristretto gruppo di tre senatori repubblicani, volendo far proprio l’avvertimento di Greenspan, in sede di Senate Banking Committee approvò una norma che se fosse divenuta legge avrebbe, presumibilmente, aumentato il livello dei controlli e tentato di arginare l’irresponsabilità di alcuni potenti operatori finanziari. La norma prevedeva un potere regolatore che avrebbe potuto operare un significativo giro di vite e avrebbe obbligato le compagnie a rinunciare ad investimenti “tossici”. Quella norma non divenne mai legge per l’opposizione dura del partito democratico e per la decisione dei repubblicani di non procedere a colpi di maggioranza.

    Non è affatto vero che la storia non si fa con i “se”. Per comprendere le ragioni di un fenomeno è necessario procedere per via congetturale, e l’ipotesi di una legge che andasse nella direzione auspicata da Greenspan, così come evidenziata dall’intervista di Monti, avrebbe potuto contribuire ad evitare l’attuale disordine finanziario ed il discredito degli strumenti della concorrenza e dell’economia di mercato. È interessante ricordare che tra i tre senatori che presentarono la riforma mai approvata c’era anche il senatore McCain che oggi compete per la Casa Bianca.

    Abbiamo introdotto il tema così attuale e complesso della crisi finanziaria mondiale per sottolineare un doppio approccio all’analisi in merito all’eredità economica di George W. Bush. Esiste una dimensione internazionale ed una domestica, in entrambi i casi i giudizi sono controversi e meritano di essere attentamente valutati.

    Rispetto alla dimensione domestica della politica economica americana, i critici di Bush argomentano che egli avrebbe ridotto la finanza statunitense a mera spazzatura. Avrebbe operato un taglio delle imposte estremamente selvaggio, avrebbe affrontato una guerra assai dispendiosa senza copertura finanziaria, avrebbe, infine, ampliato il sistema sanitario, lasciando senza controllo la spesa federale, trasformando il surplus in deficit cronico; il tutto, mentre l’economia statunitense e quella mondiale cominciavano a dare segni di cedimento.

    “Abbiamo una forma fiscale di gran lunga peggiore oggi che nel 2001”: sono le dure parole di David Walker, l’economista che fino a non molto tempo fa guidava il Government Accountability Office (GAO) e che attualmente presiede la Peter G. Peterson Foundation. Secondo gli analisti del GAO, l’esposizione fiscale degli USA sarebbe più che duplicata tra il 2000 e il 2007, passando da 20,4 trilioni di dollari a 52,7 trilioni. Inoltre, Walker afferma che il buco di 53 trilioni di dollari sarebbe cresciuto di due-tre trilioni di dollaro ogni anno a causa dell’aumento dei costi sanitari, dei mutamenti demografici (un numero sempre minore di lavoratori mantiene un numero sempre maggiore di pensionati) e del pagamento degli interessi passivi sul debito nazionale.

    Molto probabilmente, sostiene Rauch, la spericolatezza fiscale rappresenta l’argomento più forte contro la Presidenza Bush, benché non manchino possibili contro argomenti.

    Grazie soprattutto ad un’economia in crescita durante il secondo mandato di Bush il deficit è diminuito in ragione dell’andamento economico. Durante l’anno 2007, il deficit era l’1,2% del prodotto interno lordo, ben al di sotto della media degli ultimi quarant’anni. Nel 2008 il deficit è salito a circa il 2,9% del PIL, in linea con le proiezioni dell’Amministrazione, sebbene sia rimasto ancora leggermente al di sotto della media degli ultimi quarant’anni e le cause siano innanzitutto cicliche piuttosto che strutturali, dal momento che lo sviluppo economico ha cominciato a rallentare.

    Ed ancora, per quanto concerne la critica di aver posto fuori controllo la spesa pubblica, un possibile contro argomento sarebbe che le uscite sono rimaste nella media degli ultimi quarant’anni; invero, afferma Rauch, le politiche di spesa federale eccezionali furono quelle di Ronald Reagan e di Bill Clinton, non certo di Bush.

    Riguardo al taglio delle tasse, assumendo una prospettiva storica, esso rappresenta certo un segnale importante, un indicatore rilevante della politica economica di Bush, ma non certo un punto di svolta epocale. Dopo tutto, le tasse sono scese all’inizio di questa decade per poi tornare a crescere di nuovo. Nel 2007, il prelievo federale era il 18,8% del PIL, leggermente al di sopra della media degli ultimi quarant’anni che si attesta al 18,3%. Volendo assumere che le conseguenze della politica fiscale di Bush si estenderanno al 2010, oltre la fine del suo mandato, ed assumendo che il Congresso fissi una “minimum tax”, frenando la lenta tendenza al rialzo, il Congressional Budget Office prevede che il prelievo fiscale ruoterà intorno al 19% del PIL.

    L’opinione di Rauch è che Bush e il Congresso, dunque, non avrebbero distrutto l’erario, bensì lo avrebbero semplicemente ricondotto nel proprio solco tradizionale. Tale solco sembra delineare una sorta di margine storico, così come suggerito dal recente rapporto del Tax Policy Center in merito al programma fiscale di Obama, il quale dovrebbe mantenere le entrate all’incirca al 18,4% del PIL fino al 2018; esattamente in regola con la media storica.

    Con riferimento all’allocazione del peso fiscale, Obama promette di tagliare le tasse alla base e di alzarle al vertice. Innalzerebbe l’aliquota fiscale sul reddito al 39,5%, riportandola esattamente lì dove il presidente Clinton l’aveva lasciata.

    Non v’è alcun dubbio, afferma Rauch, che Bush abbia fallito rispetto al problema di lungo periodo. Lascia un bilancio peggiore di quello che aveva trovato e i suoi tentennamenti sulla riforma della previdenza sociale l’hanno resa politicamente più difficile. È stato Stuart Butler, analista dell’Heritage Foundation (storico think-tank repubblicano) ad affermare: “Credo che abbiamo perso una grande opportunità durante il periodo di Bush e, invero, nell’ultima parte dell’amministrazione Clinton”.

    Dunque, stando al giudizio di Butler, gli errori di Bush non sarebbero stati una sua esclusiva. I suoi predecessori hanno evaso molti problemi e si teme che chi gli succederà non potrà, non vorrà o non saprà fare meglio. Il fallimento fiscale di Bush, in breve, rischia di non essere eccezionale, bensì drammaticamente ordinario.

    Una riflessione (spero percepita) onesta sull’eredità economica della Presidenza Bush ci ha condotto ad esaminare, sebbene in modo succinto, la dimensione internazionale e quella domestica. In entrambi i casi abbiamo evidenziato luci ed ombre; probabilmente più ombre che luci. Un verdetto netto di assoluzione o di colpevolezza appare impossibile, anche perché bisognerebbe sempre distinguere tra “eredità” e “responsabilità”. Sembrerebbe che, almeno a livello politico, la responsabilità della drammatica situazione dell’industria finanziaria sia in gran parte condivisa tra repubblicani e democratici, anche se è indubbio che si tratta di un’eredità dell’Amministrazione Bush. La speranza è che la consapevolezza che sia finita un’epoca conduca le classi dirigenti economiche, politiche e culturali a livello globale a riconsiderare la rilevanza delle regole per la disciplina dei mercati. La libera concorrenza è un bene troppo importante perché affondi sotto i colpi dell’irresponsabilità, dell’ingordigia o dell’ignoranza di banchieri, manager e politici. È necessario comprendere che il libero mercato non esiste al di fuori delle regole della libera concorrenza, così come ci hanno insegnato teoricamente e nella quotidiana azione politica i padri dell’economia sociale di mercato. Autori ai quali dobbiamo l’elaborazione dei principi economici e giuridici che, all’indomani della seconda guerra mondiale, hanno consentito alla vecchia e distrutta Europa di rialzare il capo, garantendo anni di pace e di prosperità.

    http://www.loccidentale.it/articolo/...i+anni.0058624

  5. #5
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    lol il migliore amico di famiglia di bin laden incoronato a massimo nemico del terrorismo, che bello vivere con il paraocchi, vivere nell'ignoranza deve essere esaltante
    Cmq ciao ciao bushetto!

  6. #6
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    Bere le sciocchezze di Giulietto Chiesa e credersi intelligente e`ancora meglio...

  7. #7
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    Grazie Mantide per aver postato questi articoli.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Grazie Mantide per aver postato questi articoli.
    Ma Bush non doveva essere uno che piaceva a me?
    Com'è che allora ringrazii Mantide?

  9. #9
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    BUSH IL SALVATORE DELL'AFRICA

    Mentre, soprattutto da noi, domina l'informazione di parte (sinistra), il mitico Presidente più votato nella storia degli Stati Uniti d'America, compie un altro grande successo.
    Tranquillo Uolter Ueltroni, in Africa non stanno più aspettando i tuoi annunci di ritiro dalla politica per andare a salvarli...sanno che preferisci andare alle Maldive...(a far vedere la tua bella panza elettrostimolata)


    Forse non sanno chi è Barack Obama, idolo dei neri americani, che la nonna africana l’ha tenuta nascosta nel villaggio perché gli rovinava l’immagine della campagna, ma sanno di dovere la vita all’arcinemico dei democrats e dei radicali americani. Sono prostitute, bambini, poveri del Benin, della Tanzania, del Ruanda, della Liberia, del Ghana. Il loro salvatore si chiama George W. Bush, appena arrivato in Africa per un viaggio di cinque giorni, a verificare gli esiti di un investimento rimasto piuttosto segreto, o volutamente ignorato, che si chiama «President’s emergency plan for aids relief», è entrato nel suo quinto anno, ha salvato un milione di persone dall’Aids, viene considerato dagli africani una vera rivoluzione. Non lo abbiamo letto con l’enfasi necessaria sui giornali americani, perché c’è la campagna elettorale, altre sono le priorità, e la faziosità si taglia a fette. Figuriamoci da noi: l’Africa o è piagnona, vittima dell’imperialismo e bisognosa di Emergency, o non si porta, gli Stati Uniti o grondano sangue, o hanno la faccia di Hillary la cinica, e si salva solo l’aria molto yuppie di Barack, il Veltroni d’Oltreoceano.
    Però un giornale inglese come The Guardian, che più radicale non si può, per loro anche Tony Blair era un servo della destra, lo racconta per filo e per segno, senza timore di alcuna accusa di piaggeria, perché è la verità. Il pazzo guerrafondaio, il cowboy macellaio, ha varato e realizzato il programma di aiuti sanitari più importante dalla fine del colonialismo. Di più, quei Paesi sono ormai quasi in grado di fare da soli.
    L’inviato del Guardian lo spiega bene, soprattutto nella frase finale del reportage. In un affollato bar di Kigali, Linda, prostituta di ventiquattro anni, sieropositiva, spiega che aveva tanta paura di fare il test e scoprire che sarebbe morta in breve tempo. Ma i medici del programma le hanno spiegato di avere le medicine necessarie per curarla. Così ora sta bene. Chi ringrazia? «Gli americani, George Bush ci ha aiutato a vivere».
    La posizione del Guardian è tanto più interessante perché segue a una polemica dei democratici americani, che hanno accusato il programma di essere troppo ispirato dai cristiano evangelici, di predicare l’astinenza e la fedeltà come metodi principali, mettendo l’uso del condom solo al terzo posto, e di essere affidato solo a operatori cristiani o cattolici. Dimenticano che le chiese sono luogo di raduno in quelle zone e che sono il veicolo più rapido di informazioni e di educazione.
    Ma Bush, che raccolse l’idea dall’ex segretario di Stato, Colin Powell, che gliela presentò come una questione di sicurezza nazionale, ha dovuto in questi anni combattere e forzare il blocco soprattutto dei senatori repubblicani più conservatori, che non ne vogliono sapere di massicci investimenti all’estero. Il presidente ha pure invitato il Congresso a sostenere le iniziative nel settore sanitario, raddoppiando gli aiuti nella lotta all’Aids nei prossimi cinque anni, portandoli a 30 miliardi di dollari (20 miliardi di euro), e aumentando il sostegno al programma contro la malaria, che mira a dimezzare il numero dei decessi in 15 Paesi.
    Nel discorso tenuto alla vigilia del viaggio, George W. non sembrava un presidente suonato, bolso, che aspetta solo la fine del secondo e ultimo mandato, come ce lo raccontano giornalisti disonesti. Un po’ perché tutti i presidenti americani cercano di essere degni dell’incarico fino all’ultimo, un po’ perché rivendicava un intervento e un successo nel miglior american style. Investitori e non donatori, nessun paternalismo, ma rapporti e richieste fra pari, pretesa di risultati misurabili. Come risultato, un’assistenza sanitaria che raggiunge il settanta per cento della popolazione di quei Paesi. Gli toccherà passare alla storia anche per questo all’uomo più odiato del West.

    www.ilgiornale.it - Maria Giovanna Maglie

    http://www.blogiornale.com/2008/02/b...ellafrica.html

  10. #10
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    Minchia Mantide adesso stai sbroccando davvero..."salvatore dell'Africa",fra un pò ci manca che lo paragoni a San Francesco d'Assisi

 

 
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