Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Forumista
    Data Registrazione
    03 May 2011
    Messaggi
    581
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Sionismo-Complementarietà con l'antisemitismo, convergenze soggettive con il fascismo

    “Una forza fertile”: le relazioni pericolose tra antisemitismo e sionismo
    di Fabio De Leonardis
    L’antisemitismo è cresciuto e
    continua a crescere, ed io con esso.
    Theodor Herzl[1]
    L’Europa serve da terra natale a una parte
    significativa del popolo ebraico da duemila anni [...].
    Dopo di che, veniamo chiamati stranieri, allogeni,
    e anche tra noi ci sono alcuni che sono disposti
    ad accettare il sofismo dei nostri nemici e
    giustificano con esso l’obbligo, per gli ebrei,
    di lasciare l’Europa.
    Shimen Dubnov[2]
    Sionismo e nazismo. Due termini che di questi tempi ai più potrebbero sembrare assolutamente antitetici. In realtà è un mito – quindi ideologico per definizione – quello che presenta il sionismo come un movimento e un’ideologia antitetici all’antisemitismo. È su questo mito che si basa la pretesa dello Stato d’Israele (che si vuole stato degli ebrei di tutto il mondo, anche se la maggior parte degli ebrei non vive sul suo territorio) di essere il rappresentante e l’erede storico dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, ed è dalla rivendicazione di questa eredità che esso trae la sua legittimazione morale. Che lo Stato di Israele sia l’erede dei sei milioni di ebrei assassinati dai nazisti è tuttavia una costruzione ideologica priva di qualsiasi fondamento storico e/o giuridico, frutto di un’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio. Gli argomenti oggettivi a sostegno di questa tesi si riducono in sostanza a due, ossia al fatto che Israele abbia accolto i sopravvissuti e che lo sterminio lo abbia privato di sei milioni di futuri cittadini. Entrambe tuttavia non reggono alla prova dei fatti: se è vero che Israele ha accolto alcune centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti (circa 1/5 della popolazione dello Stato nei primi anni dopo la sua nascita) le cifre mostrano che solo l’8,5% dei 2.562.000 ebrei che tra il 1935 e il 1943 scamparono alle grinfie di Hitler e dei suoi carnefici si rifugiò in Palestina, mentre la stragrande maggioranza trovò riparo in Unione Sovietica (il 75,3%), e in misura assai minore negli Stati Uniti (il 6,6%) e in Gran Bretagna (l’1,9%)[3]. In secondo luogo, i sei milioni di ebrei trucidati non possono più parlare, e nessuno ha evidentemente il diritto di arrogarsi il ruolo di loro portavoce: se si considera inoltre che gli ebrei massacrati nei campi di concentramento erano rimasti a vivere in Europa finanche in un periodo di terribili persecuzioni, è ragionevole pensare che la maggior parte di loro non fosse sionista e non sarebbe andata a vivere in Palestina. A dispetto di ciò, l’Agenzia Ebraica prima e lo Stato d’Israele poi hanno cercato sin dalla fine della guerra di accreditarsi come gli eredi politici e legali dei sei milioni di vittime della Shoah e di dare a questa connessione un fondamento giuridico: se già nel 1945 il presidente dell’Organizzazione Sionista Chaim Weizmann aveva chiesto (invano) agli Alleati di riconoscere all’Agenzia Ebraica palestinese il diritto di disporre delle proprietà degli ebrei assassinati rimasti privi di eredi[4], nel 1950 fu proposto che lo Stato conferisse a titolo commemorativo la cittadinanza israeliana ai morti della Shoah. [5] Nei primi anni ’60 David Ben Gurion sostenne la tesi che la Germania Federale avesse accettato di pagare ad Israele le riparazioni perché aveva “riconosciuto che questo Stato parla per conto di tutti gli ebrei assassinati” [6] ma, come chiarisce Tom Segev, le cose non stavano affatto così: Bonn aveva accordato ad Israele le riparazioni semplicemente “perché aveva accolto i superstiti”; [7] considerato però che non era stato l’unico paese a farlo né era stato quello che ne aveva accolti di più, la pretesa di Ben Gurion di legittimare in tal modo la tesi di Israele erede delle vittime era del tutto infondata. La ragione di questa insistenza nel reclamare l’eredità giuridica e politica delle vittime è solo in parte economica, essa mira soprattutto a conseguire il risultato politico di conferire una legittimazione morale inattaccabile all’esistenza dello Stato sionista.
    La storia dei rapporti tra sionismo ed antisemitismo è lunga e assai sfumata. Beninteso, i sionisti, come è noto, non furono certo gli unici a fare patti con i nazisti: si pensi agli Accordi di Monaco del 1938 o al Patto Molotov-Ribbentrop, per citare due esempi; ciò che stupisce però ad uno sguardo più approfondito è il carattere continuativo, non episodico, di questa collaborazione: essa ebbe inizio nel 1933 con l’Accordo della Ha’avarah, passò attraverso gli accordi sull’emigrazione del 1938 e si protrasse fino all’inizio della guerra, con una coda nel 1944 (la tragica vicenda degli ebrei ungheresi). Questi accordi furono sottoscritti dall’Agenzia Ebraica dominata dai laburisti, ma anche la corrente sionista revisionista ebbe rapporti quantomeno equivoci con il nazismo e il fascismo italiano, culminati nell’offerta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940-41 dalla fazione Stern dell’Irgun. Questi fatti sono in realtà già relativamente noti, ma bisogna giustapporli e vederli insieme, se si vuole avere un quadro più chiaro della questione.
    Si tratta di un argomento su cui è estremamente importante evitare di prestare il fianco a qualsiasi strumentalizzazione, a causa della consueta accusa di antisemitismo con cui viene interdetto dal discorso pubblico chiunque critichi o metta in discussione il sionismo. [8]
    Come si spiega ad esempio la collaborazione prolungata del movimento sionista con la Germania nazista, che sembra andare contro la logica del senso comune contemporaneo? In realtà tale incongruenza è solo apparente: come spiega Tom Segev, gli accordi stipulati fra il regime hitleriano e l’Agenzia Ebraica nel 1933 e negli anni successivi erano “il frutto della complementarità tra gli interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in Palestina”. [9] Ciò avrebbe infatti permesso all’Agenzia ebraica di costringere a “sionistizzarsi” gli ebrei tedeschi, “la maggior parte dei quali avrebbe preferito restare nel proprio paese” [10] Date queste premesse, non deve quindi stupire il fatto che la dirigenza sionista laburista vide l’ascesa al potere di Hitler nel 1933 come “un’occasione irripetibile per costruire e prosperare”, [11] o per dirla con Ben Gurion “una forza fertile” [12] per l’avanzamento dell’impresa sionista. La convergenza di interessi tra l’antisemitismo nazista e l’aspirazione sionista a “trasferire” gli ebrei europei in Palestina era chiara anche alla loro controparte: come ricorda Hannah Arendt, il criminale nazista Eichmann, uno degli artefici dello sterminio, dopo aver letto Lo Stato ebraico di Theodor Herzl “aderì prontamente e per sempre alle idee sioniste”. [13] Nel caso della destra sionista (la corrente detta “revisionista”) alla convergenza di interessi si aggiungeva anche la prossimità ideologica, giacché una buona parte del movimento sionista revisionista era noto per essere politicamente vicino al fascismo italiano, [14] e certuni suoi dirigenti non facevano alcun mistero neppure delle loro simpatie per Hitler, nonostante le proteste a questo riguardo del loro leader Žabotinskij: se Abba Ahimeir teneva sul giornale revisionista Doar Hayom una rubrica intitolata “Taccuino di un fascista”, il suo avvocato e compagno di partito Zvi Cohen ebbe addirittura modo di affermare durante un processo al suo assistito che “se non fosse per l’antisemitismo, noi non avremmo nulla contro l’ideologia di Hitler. Il Führer ha salvato la Germania”. [15]
    Del resto, il movimento sionista ebbe rapporti non meno spregiudicati anche con il regime mussoliniano: a differenza del nazismo, il fascismo non fu pienamente antisemita fin dall’inizio, tanto che esso trovò addirittura dei sostenitori in alcuni ebrei italiani, fra i quali si può ricordare ad esempio lo squadrista torinese Ettore Ovazza, che nel 1935 fondò un gruppo fascista ebraico chiamato “La nostra bandiera”. Nei confronti del sionismo le attitudini di Mussolini erano ambivalenti: se i sionisti italiani gli erano sospetti per via della loro “doppia fedeltà” nazionale, verso l’Organizzazione Sionista Mondiale egli ebbe fino alla fine del 1936 un atteggiamento assai benevolo. Nel 1934, nel corso di due incontri con Chaim Weizmann e Nahum Goldmann, il dittatore italiano arrivò finanche a proporsi come protettore dei sionisti, sostenendo che essi in Palestina dovevano costituire uno Stato vero e proprio e non accontentarsi del “focolare nazionale” promesso loro dalla Gran Bretagna. [16] In una delle sue consuete, pagliaccesche boutades, Mussolini arrivò finanche a proclamare “Io sono sionista, io”. [17] La simpatia era ricambiata: in quel periodo, infatti, alcune singole personalità fra i sionisti generali, l’ala centrista del movimento, fecero intravedere a Mussolini la possibilità di un mandato italiano sulla Palestina. Fu però con la destra revisionista che il dittatore fascista trovò un vero terreno d’intesa: in quello stesso 1934 infatti quest’ultima avviò con l’Italia una concreta collaborazione, inviando alcuni giovani del suo movimento giovanile Betar alla Scuola Marittima di Civitavecchia. L’intento del regime era quello di sfruttare i revisionisti come testa di ponte per un’espansione dell’influenza italiana in Medio Oriente, e a tale scopo nel febbraio 1936 fu inviata in Palestina una missione diplomatica incaricata di sondare il terreno. [18] L’emissario di Mussolini, Corrado Tedeschi, riscontrò una notevole intesa ideologica con i militanti della destra sionista, tanto che nel suo rapporto riferì entusiasticamente l’affermazione del suo accompagnatore Ben-Avi, secondo il quale “molti fra i nativi ed i revisionisti [...] sono assolutamente tendenzialmente fascisti, e potrebbero in pieno far proprie la teoria e la pratica del fascismo”. [19] La collaborazione con i revisionisti continuò fino al 1937-38, quando l’Italia ruppe unilateralmente con tutto il movimento sionista, riorientando la propria politica mediorientale in senso più marcatamente filoarabo; si badi tuttavia che il regime, che stava ormai prendendo posizioni sempre più marcatamente antisemite culminate poi nelle leggi razziali, continuava a ritenere che “il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando in qualche parte del mondo, non in Palestina, uno Stato ebraico”. [20] Era quindi solo per scelte geopolitiche che avvenne la rottura, non certo per motivazioni ideologiche, tant’è che alcune personalità sioniste cercarono invano fino al 1938 di ricucire lo strappo, e la stessa Agenzia Ebraica nel suo comunicato di protesta prese atto “con soddisfazione dell’opinione del governo fascista che il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando uno Stato ebraico”. [21]
    Era quindi una convergenza di interessi oggettivi a costituire la ragion d’essere dello sviluppo di queste “relazioni pericolose” con il regime fascista e quello nazista. Questa politica tuttavia non costituiva un’aberrazione dovuta ad una congiuntura storica particolare, ma s’inseriva nel solco di una tradizione consolidata che affondava le sue radici nelle premesse ideologiche del sionismo. Per cogliere appieno il senso delle relazioni tra Germania nazista e movimento sionista è necessario quindi riandare alle origini del sionismo come ideologia e come movimento politico.
    Caposaldo del sionismo è l’idea che gli ebrei non siano semplicemente coloro che professano o si sentono in qualche modo legati alla religione ebraica, ma che costituiscano invece una vera e propria nazione. Sotto quest’aspetto il sionismo non si differenziava molto dal nazionalismo ebraico del Bund (abbreviazione di Allgemeiner yiddisher Arbeterbund, Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia); [22] a marcare la peculiarità del sionismo tuttavia era il fatto che per esso l’autodeterminazione nazionale degli ebrei, vale a dire l’oggettivazione della nazione in Stato, poteva aver luogo solo in una terra promessa d’oltremare, che per ragioni storiche, religiose ed emozionali fu identificata con la Palestina. Con questo secondo passaggio, che non scaturisce necessariamente dal primo – è bene sottolinearlo [23] – il nazionalismo ebraico si trasformava in un movimento di colonizzazione inserito appieno nell’espansione coloniale europea. Secondo i sionisti, quale che fosse la corrente a cui appartenevano, il punto fondamentale era l’esistenza di un legame di derivazione romantica tra suolo e popolo: l’esistenza degli ebrei della diaspora era in qualche modo incompiuta, ed essi avrebbero potuto uscire dalla loro supposta condizione di “senza patria” solo mettendo radici in un paese che fosse esclusivamente il loro.
    Il sionismo come ideologia si era sviluppato a partire dalla rinascita culturale ebraica della seconda metà del XIX secolo, che di fronte all’emancipazione e all’assimilazione esprimeva il desiderio di un ritorno alle radici culturali ebraiche (anche se in realtà si trattava piuttosto di una reinvenzione, come sempre avviene con le “rinascite nazionali”), e costituiva una delle molteplici opzioni che si aprivano agli ebrei europei una volta usciti dal ghetto. [24] L’emergere del sionismo come movimento politico organizzato, dapprima con gli Amanti di Sion negli anni ’80 dell’Ottocento e successivamente con la fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale (1897), è invece legato ad una causa esterna : l’ondata di antisemitismo che si abbatté sull’Europa, e in particolare sulla Russia zarista (patria del 95% degli ebrei europei), dove a partire dal 1881 violentissimi e reiterati pogrom antiebraici fecero centinaia di vittime. Sull’onda di queste terribili persecuzioni, moltissimi ebrei emigrarono in America e in Europa occidentale, mentre altri decisero di restare e lottare contro l’antisemitismo nelle fila dei vari movimenti rivoluzionari russi. Fu solo una minoranza infinitesimale ad optare per l’emigrazione in Palestina allo scopo di “ricostruire” una patria ebraica. L’odio antiebraico fu quindi il principale propulsore per lo sviluppo del sionismo come movimento politico, circostanza di cui quest’ultimo reca su di sé evidenti tracce, visto che il sionismo accetta e fa proprie le premesse dell’antisemitismo. Ciò è espresso in maniera esemplare nel testo fondativo del sionismo politico, Lo Stato ebraico di Theodor Herzl.
    In questo celebre pamphlet Herzl scriveva di “comprendere l’antisemitismo”, [25] e analizzando il cosiddetto “problema ebraico” argomentava che, poiché “i popoli presso cui vivono gli ebrei sono tutti quanti antisemiti”, [26] una loro reale assimilazione non avrebbe potuto aver luogo se non in misura estremamente limitata: in questa maniera Herzl arrivava ad accettare la tesi antisemita della inassimilabilità degli ebrei, premessa da cui partiva la sua proposta di trattare quella ebraica come una questione nazionale la cui unica soluzione sarebbe stata la fondazione – garantita dal sostegno politico di qualche potenza – di uno Stato ebraico dove gli israeliti potessero trovare un sicuro rifugio. Creato tale stato, profetizzava Herzl, la condizione degli ebrei si sarebbe “normalizzata” e l’antisemitismo avrebbe cessato di esistere “ovunque e subito”. [27] Per spingere gli ebrei ad emigrare nella loro “terra promessa” Herzl intendeva servirsi proprio dell’antisemitismo: dalla partenza degli ebrei infatti i paesi antisemiti avrebbero avuto tutto da guadagnarci, giacché i capitalisti gentili si sarebbero liberati in un solo colpo sia dei loro concorrenti israeliti che dei numerosi socialisti di origine ebraica. È significativo che per il fondatore del sionismo politico a definire l’ebraismo come una nazionalità e gli ebrei come un popolo fosse proprio l’antisemitismo: “siamo un popolo – è il nemico a renderci tale, anche senza che noi lo vogliamo”. [28] Nella sua visione gli ebrei si configuravano quindi non come una comunità religiosa, linguistica e/o culturale, macome una comunità tenuta insieme da un comune nemico. Se l’identità ebraica era definita dagli antisemiti, era del tutto logico che Herzl facesse proprie le premesse dell’antisemitismo, e non era per mero artificio retorico che Herzl riproponeva nel suo pamphlet molti stereotipi antiebraici (“noi popolo avido”, [29] scriveva) o che egli non si ponesse affatto il problema della lotta all’antisemitismo e alle discriminazioni, giacché era in essi che il sionismo trovava la giustificazione per la propria esistenza. Qualora ci si attenesse alla definizione di “popolo” data da Herzl, con la scomparsa dell’antisemitismo verrebbe paradossalmente meno lo stesso popolo ebraico, un rischio che egli stesso scongiurava affermando che comunque gli ebrei, come altri popoli, avrebbero sempre avuto abbastanza nemici. Da quanto scriveva Herzl risulta chiaro in che senso sionismo e antisemitismo condividono la medesima premessa. Per dirla con le parole di Nathan Weinstock,

    Il sionismo subisce, in ultima analisi, il contagio del razzismo. Rivendicando non la specificità, ma l’alterità essenziale della propria condizione ebraica, cosa che postula l’ineguaglianza delle nazioni, fa sue le tesi antisemitiche. Facendo eco ai suoi persecutori, si raffigura “problematicamente” la propria esistenza in una società non ebraica, definendosi quindi come elemento perturbatore della armonia sociale. Spingendo l’alienazione fino al suo limite estremo, finisce con l’accettare il verdetto del razzista: l’ebreo deve scomparire. Atteggiamento sionista e mentalità antisemita sono simmetrici. […] Di qui una indiscutibile coincidenza d’interessi. [30]

    Il fatto che sionismo e antisemitismo partano dalle stesse premesse non vuol dire ovviamente che il sionismo sia antisemita, ma certamente lo pone non come l’antitesi dell’antisemitismo, bensì come il suo complemento logico e politico. Nella misura in cui il sionismo respingeva l’assimilazione e poneva agli ebrei europei l’obiettivo politico del loro trasferimento en masse in Palestina, non poteva non trovare d’accordo gli antisemiti di ogni latitudine.
    Di questo furono coscienti molti politici e intellettuali ebrei, sionisti e non, fin dalla nascita del movimento; valga per tutti l’esempio di Edwin Montagu, membro del governo britannico di origine ebraica, il quale nel 1915 osservò che “l’idea di restaurare il popolo ebraico nella terra che fu un tempo sua è spesso – temo – il desiderio a malapena mascherato di liberare il mondo protestante della sua popolazione ebraica”. [31] Lo storico del sionismo Georges Bensoussan liquida quest’affermazione come “una forma di odio di sé”, [32] che è la tipica strategia discorsuale utilizzata dai sionisti per delegittimare gli ebrei antisionisti, in quanto riducendo una presa di posizione politica a mero sintomo irrazionale di una presunta patologia psichica evita di affrontarne le argomentazioni logiche e politiche; [33] Bensoussan infatti non trova nessun argomento reale da opporre a quanto scriveva Montagu, né può trovarlo, perché l’affermazione di quest’ultimo era una semplice constatazione: non a caso una delle prime proposte di istituzione di uno Stato ebraico in Palestina era stata avanzata da un antisemita, l’ungherese Viktor Istoczy, alla Conferenza di Berlino del 1878. [34] Riassumendo la posizione degli ebrei antisionisti dei primi anni del Novecento, lo storico polacco Isaac Deutscher scrive che per essi “l’antisemitismo trovava il suo trionfo nel sionismo, il quale in pratica ammetteva come legittimo e valido il vecchio grido di « Ebrei, andatevene! ». I sionisti, infatti, accettavano di andarsene”. [35]
    La conseguenza politica del rapporto di complementarità ideologica e politica che il sionismo intrattiene con l’antisemitismo fu che Herzl e i suoi successori cercarono alleati soprattutto tra i politici europei antisemiti. Si capisce ora perché tutta la storia del sionismo sia costellata di patti e “relazioni pericolose” con eminenti antisemiti: dagli incontri di Herzl con il Kaiser Guglielmo II e con il ministro degli Interni russo von Plehve (istigatore dei pogrom) al sostegno di Lord Balfour, feroce oppositore dell’immigrazione ebraica in Gran Bretagna oltre che autore della celebre dichiarazione che garantiva ai sionisti l’appoggio di Londra nella costruzione del loro “focolare nazionale” in Palestina; dall’accordo antibolscevico siglato nel 1921 da Žabotinskij con il massacratore di ebrei ucraino Petljura ai flirt con i governi antisemiti polacchi e con l’Italia fascista; [36] dagli accordi del 1933 e del 1938 con la Germania nazista fino alla campagna bombarola del 1950-51 contro la comunità ebraica irachena (una sorta di strategia della tensione ante litteram: gli attentati, compiuti da una rete clandestina sionista ma attribuiti a fanatici locali, ebbero la funzione di convincere gli ebrei iracheni che il paese mesopotamico non era più sicuro per loro e che dovevano emigrare in Israele) [37]: non si trattava né di malvagità né di opportunismo di singoli leader, bensì della necessità intrinseca del sionismo di servirsi degli antisemiti per spingere gli ebrei diasporici più recalcitranti ad emigrare in Palestina prima e in Israele poi. Un personaggio come l’esponente del Likud Moshe Feiglin, il quale non ha pudore nel tessere le lodi di Hitler, non è quindi un caso isolato di follia, bensì l’ultimo rappresentante di una lunga ed illustre lista.
    Il debito ideologico del sionismo nei confronti dell’antisemitismo trova la sua massima incarnazione nella Legge del Ritornodel 1950 (cui sono stati aggiunti emendamenti nel 1954 e nel 1970), [38] autentica pietra miliare dello Stato di Israele perché stabilisce il diritto di ogni ebreo a stanziarsi sul suo territorio e ad acquisirne la cittadinanza attraverso una semplice domanda, facendo di Israele non semplicemente lo Stato degli ebrei residenti in Palestina, bensì lo Stato di tutti gli ebrei del mondo. Detta legge, che definisce come ebrea “una persona che è nata da madre ebrea oppure si è convertita all’ebraismo e non è affiliata ad un’altra religione”, [39] estende il diritto a “ritornare” anche ai coniugi di un/a ebreo/a e a quanti hanno almeno un ebreo fra i quattro nonni, “fatta eccezione per una persona che è stata ebrea e si è volontariamente convertita ad un’altra religione”. [40] È in questa definizione degli aventi diritto alla cittadinanza che la Legge del Ritorno manifesta le tracce della genealogia ideologica del sionismo, giacché i legislatori, non riuscendo a trovare una definizione di “ebreo” che potesse andare al di là di quella religiosa, hanno fatto ricorso a quella fornita dagli antisemiti: rientrano infatti tra i beneficiari della Legge tutti quelli che sarebbero stati considerati “ebrei” o “meticci” dalle famigerate Leggi naziste di Norimberga del 1935. In sostanza, la Legge del Ritorno è un calco a negativo delle Leggi di Norimberga. “Questa legge – come ha appropriatamente detto in un’intervista l’ex-dirigente laburista israeliano Avraham Burg – è uno specchio che riflette l’immagine di Hitler, e io non voglio che sia Hitler a definire la mia identità.” [41]

    Alla luce di tutto questo, il sillogismo che equipara l’antisionismo all’antisemitismo risulta basato su premesse mendaci e su altrettanto mendaci conclusioni. Osserva a riguardo Judith Butler che “Il mancato riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele può essere interpretato come un mancato riconoscimento del diritto all’esistenza del popolo ebraico solo se si pensa che Israele sia l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico, o se si ritiene che tutto il popolo ebraico abbia affidato allo Stato di Israele [...]l’esclusiva responsabilità della propria perpetuazione.” [42] Ma è evidente che Israele non è l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico: questa possibilità è contraddetta dalla stessa narrazione sionista secondo la quale il popolo ebraico per 2000 anni non avrebbe mai cessato di voler “tornare” in Palestina: se il popolo ebraico è sopravvissuto per 2000 anni senza Stato, uno Stato ebraico non è evidentemente una conditio sine qua non per la sua sopravvivenza [43]. Inoltre se antisemitismo e antisionismo fossero la stessa cosa, osserva Isaac Deustcher, “allora gli ebrei esteuropei, nella loro stragrande maggioranza, non erano che degli antisemiti: una conclusione ovviamente assurda.” [44]
    Beninteso, l’antisemitismo può anche essere antisionista, ma finché esso mira alla “pulizia etnica” nei confronti degli ebrei e alla loro espulsione verso la Palestina, esso è stato e sarà sempre un alleato oggettivo dei sionisti. Questo non toglie che, di fronte alla prospettiva dello sterminio molti sionisti abbiano partecipato individualmente o come sezioni locali di organizzazioni internazionali alla resistenza antinazista (c’è poi l’esempio della Brigata Ebraica palestinese inquadrata nelle armate alleate): il caso di Mordechai Anielewicz, giovanissimo militante di Ha Shomer Ha Tza’ir ed eroico comandante della rivolta nel ghetto di Varsavia, è certamente il più noto, ma non l’unico. Non si tratta qui di negare o svalutare questo contributo, ma di rendersi conto che esso ebbe luogo a dispetto della posizione del movimento sionista in generale, e non grazie ad esso. È importante dirlo e ribadirlo, perché la tendenza oggi egemone è quella dell’appropriazione nazionalistica da parte israeliana della resistenza ebraica allo sterminio: il ruolo dei sionisti in quest’ultima viene enfatizzato oltre misura, e specularmente viene invece minimizzato il contributo del Bund, dei comunisti e più in generale dei non-sionisti; emblematico il caso di Marek Edelman, vicecomandante della rivolta del ghetto di Varsavia e all’epoca militante del Bund, il cui libro sull’insurrezione ha dovuto attendere cinquantasei anni prima di essere pubblicato in ebraico, perché contraddiceva la versione dei fatti propagata dall’establishment israeliano. [45] Parallelamente, invece, si tende a tacere il ruolo dei dirigenti sionisti che collaborarono attivamente allo sterminio in qualità di dirigenti degli Judenräte o dei corpi di polizia ebraica dei ghetti (fra i casi più importanti, vanno ricordati quelli di Chaim Rumkowski, Jacob Gens, Ephraim Barasz, Salek Desler, Moses Merin, Abraham Gancwajch): un esempio emblematico di questa rimozione è il Dizionario dell’Olocausto di Walter Laqueur, che nelle voci dedicate a Gens, Rumkowski e Merin tace sistematicamente la loro appartenenza a questa o quella corrente sionista.
    È quindi paradossale, alla luce di tutto questo, che oggi lo Stato di Israele possa arrogarsi il ruolo di guardiano della memoria della Shoah e di garante della democraticità e dell’antifascismo di personaggi come Fini, tanto più che l’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio degli ebrei va di pari passo con la minimizzazione o la negazione di altri stermini: lo Stato di Israele infatti non solo non ha riconosciuto il genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la Prima Guerra Mondiale, ma addirittura il suo presidente Shimon Peres ha definito tale genocidio come mere “chiacchiere” e ha affermato che il numero dei morti armeni era “insignificante” [46] (come è noto, furono sterminati più di un milione e mezzo di armeni). Tel Aviv del resto è stretta alleata di Ankara, e da sempre ha chiuso tutti e due gli occhi nei confronti del pedigree dei suoi alleati, dalla Germania Ovest dove pullulavano gli ex gerarchi nazisti [47] al Sudafrica dell’apartheid. Inoltre, presentandosi come erede delle vittime dello sterminio e presunto garante dell’antifascismo, lo Stato di Israele si pone in una posizione discorsiva che gli permette di etichettare automaticamente i suoi nemici come nazisti e antisemiti: come spiega Idith Zertal,

    La nazificazione del nemico, quale che sia, e la trasformazione delle minacce alla sicurezza in pericolo di annientamento dello Stato, sembrano aver caratterizzato, salvo rare eccezioni, il discorso dell’élite politica, sociale e culturale israeliana. [48]

    In questa visione ideologica e paranoica del mondo i vari Haj Amin al-Husayni, Gamal Abdel Nasser, Yasser Arafat, Saddam Hussein, Mahmud Ahmadinejad sono stati tutti in vari momenti dipinti come altrettante reincarnazioni di Hitler, come se la storia non consistesse in altro che in un’eterna ripetizione della Seconda Guerra Mondiale, senza alcun tipo di contestualizzazione storica concreta. Viceversa, i sionisti e i loro sostenitori occidentali si irritano terribilmente quando qualcuno paragona il modus agendi delle forze armate dello Stato di Israele a quello dei nazisti, ma non trovano nulla da ridire invece se un alto ufficiale israeliano dichiara pubblicamente che Tsahal deve prendere esempio dalla tattica utilizzata dalla Wehrmacht nel ghetto di Varsavia: [49] vale la pena ricordare a questo proposito che i primi ad equiparare il comportamento di Tsahal a quello dei nazisti furono proprio alcuni ministri del primo governo israeliano. [50] Riportare alla luce le relazioni pericolose tra il movimento sionista e la Germania nazista, in questo contesto, diventa una necessità non solo di chiarezza storica, ma anche e soprattutto di demistificazione ideologica, onde rendere possibile una critica radicale del sionismo. Certamente questo spiacerà a molti, ma come ha ammonito a suo tempo Isaac Deutscher, “Gli israeliani [...] dovrebbero anche abituarsi all’idea che il loro stato non è esente da critiche: esso è un’opera terrena, non una sacra entità biblica, non uno stato nazionale « eletto ».” [51]
    Bibliografia
    Anderson, Benedict, Imagined Communities, London-New York, Verso, 2006 [1983].
    Arendt, Hannah, Ebraismo e modernità, a cura di G. Bettini, Milano, Feltrinelli, 1998 [1986], pp. 123-37.
    Arendt, Hannah, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2005 (ed. or. Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, New York, Viking Press, 1963).
    Bensoussan, Georges, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale: 1860-1940, 2 voll., trad. it. di M. Guerra, Torino, Einaudi, 2007 (ed. or. Une histoire intellectuelle et politique du sionisme, Paris, Librairie Arthème Fayard, 2002).
    Biagini, Furio, Mussolini e il sionismo, Milano, M&B Publishing, 1998.
    Bober, Arie (a cura di), The Other Israel. The Radical Case Against Zionism, Tel Aviv, Matzpen, 1972.
    Brenner, Lenni, Zionism in the Age of Dictators, London, Croom Helm, 1983
    (reperibile online all’URL
    < www.solargeneral.com/library/ZionismInAgeOfDictators.pdf >).
    Burg, Avraham, “La révolution sioniste est morte”, Le Monde, 11 septembre 2003.
    Clark, Peter, “Faris Glubb. Journalist, Poet and Political Activist with a Deep Islamic Faith”, The Guardian, 17 May 2004.
    De Felice, Renzo, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993 [1961].
    Deutscher, Isaac, L’ebreo non ebreo e altri saggi, a cura di T. Deutscher, trad. it. di F. Franconeri, Milano, Arnoldo Mondadori, 1969 (ed. or. The Non-Jewish Jew and Other Essays, London, Oxford UP, 1968).
    Finkelstein, Norman G., L’industria dell'Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, trad. it. di D. Restani, Milano, Rizzoli, 2002 (ed. or. The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering, London-New York, Verso, 2000).
    Goldberg, David J., Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, trad. it. di P. Giordano, Bologna, Il Mulino, 1999 (ed. or. To the Promised Land. A History of Zionist Thought from its Origins to the Modern State of Israel, London, Penguin, 1996).
    Greilsammer, Ilan, Il sionismo, trad. it. di R. Riccardi, Bologna, Il Mulino, 2007 (ed. or. Le sionisme, Paris, PUF, 2005).
    Herzl, Theodor, The Diaries of Theodor Herzl, trad. inglese e cura di M. Lowenthal, New York, Dial Press, 1956.
    Herzl, Theodor, Lo Stato ebraico, trad. it. di T. Valenti, prefazione di G. Lerner, Genova, Il Melangolo, 2003 (ed. or. Der Judenstaat, Wien, 1896).
    Hirst David, Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, trad. it. di G. Lupi, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2004 (ed. or. The Gun and the Olive Branch: The Roots of Violence in the Middle East, London, Faber and Faber, 1977).
    Laqueur, Walter Z. (a cura di), Dizionario dell’Olocausto, ed. it. a cura di A. Cavaglion, trad. it. di A. Bassan Levi, G. Cantoni De Rossi, L. Pellissari, E. Recchia, A. Serafini, Torino, Einaudi, 2004 (ed. or. The Holocaust Encyclopedia, New Haven, Yale UP, 2001).
    Morris, Benny, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge UP, 2004.
    Pappé, Ilan, A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge, Cambridge UP, 2004.
    Segev, Tom, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, trad. it. di C. Lazzari, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001 (ed. or. The Seventh Million: The Israelis and the Holocaust, Tel Aviv, Keter/Domino, 1991).
    Shavit, Ari, “Leaving the Zionist Ghetto” [intervista con Avraham Burg], Ha’aretz, June 9, 2007.
    Sternhell, Zeev, Nascita d’Israele. Miti, storia, contraddizioni, trad. it. di M. Bracchitta, Milano, Baldini & Castoldi, 2002 (ed. or. The Founding Myths of Israel, Princeton, Princeton UP, 1998).
    Warschawski, Michel, Israele-Palestina: la sfida binazionale. Un “sogno andaluso” del XXI secolo, Roma, Sapere 2000, 2002 (ed. or. Israël-Palestine. Le défi binational, Paris, Textuel, 2001).
    Weinstock, Nathan, Storia del sionismo, 2 voll.trad. it. di N. De VitoeP. Sinatti, Roma, Samonà e Savelli, 1970 (ed. or. Le Sionisme contre Israël,Paris, Maspero, 1969).
    Weiss, Yf’aat, “The Transfer Agreement and the Boycott Movement: A Jewish Dilemma on the Eve of the Holocaust”, Yad Vashem Studies, vol. XXVI, 1998, pp. 129-72, ora online sul sito Shoah Resource Center,all’URL
    < www1.yadvashem.org/odot_pdf/Microsoft%20Word%20-%203231.pdf >.
    Yahia, Faris, Zionist Relations with Nazi Germany, Palestine Essays no. 47, Beirut, Palestine Research Center, 1978.
    Zertal, Idith, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, trad. it. di P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2007 (ed. or. Ha’Umah ve Ha’Mavet, Historia, Zikaron, Politika, Tel Aviv, Dvir, 2002).

    NOTE
    [1] Theodor Herzl, The Diaries of Theodor Herzl, trad. inglese e cura di M. Lowenthal, New York, Dial Press, 1956, p. 7 (nostra traduzione).
    [2] Riportato in Georges Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale: 1860-1940, 2 voll., trad. it. di M. Guerra, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 409.
    [3] Nathan Weinstock, Storia del sionismo, 2 voll.trad. it. di N. De VitoeP. Sinatti, Roma, Samonà e Savelli, 1970 [1969], p. 136.
    [4] Tom Segev,Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, trad. it. di C. Lazzari, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001 [1991], p. 182.
    [5] Idith Zertal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, trad. it. di P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 89.
    [6] Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 307.
    [7] Ibidem.
    [8] A questo proposito scrive la studiosa ebrea americana Judith Butler che l’accusa di antisemitismo contro chi critica la politica israeliana o mette in discussione il sionismo tout court costituisce uno strumento per “controllare il comportamento politico attraverso uno stigma insopportabile, [...] un dispositivo per il quale, a livello del soggetto, si sta realizzando ciò che è già esplicitamente in atto a livello della società in generale, ossia la delimitazione, la selezione di ciò che può essere ammesso e detto nella sfera pubblica.” (Judith Butler, “L’accusa di antisemitismo: gli ebrei, Israele e rischi di una critica pubblica”, trad. it. di F. De Leonardis, in Vite Precarie, a cura di O. Guaraldo, Roma, Meltemi, 2004, pp. 153-4).
    [9] Tom Segev, op. cit., p. 19.
    [10] Ibidem.
    [11] Moshe Beilinson, giornalista e scrittore sionista laburista (1889-1936), riportato in Tom Segev, op. cit., p. 18.
    [12] Riportato in Tom Segev, ibidem.
    [13] Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2005 [1963], p. 48.
    [14] Cfr. David J. Goldberg Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, trad. it. di P. Giordano, Bologna, Il Mulino, 1999 [1996], pp. 219-56 per una puntuale critica del revisionismo di destra come versione sionista del fascismo.
    [15] Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 22 e sgg.
    [16] I verbali degli incontri si possono leggere in Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993 [1961], pp. 512-24. Sulla questione dei rapporti tra fascismo e sionismo, si veda anche Furio Biagini, Mussolini e il sionismo, Milano, M&B Publishing, 1998.
    [17] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 159.
    [18] Il testo completo dei rapporti sulla missione in Palestina si trova in Renzo De Felice, op. cit., pp. 526-531.
    [19] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 526.
    [20] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., 186.
    [21] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., 187.
    [22] In realtà, fra il nazionalismo ebraico del Bund e quello sionista sussiste un’altra sostanziale differenza: se i bundisti identificavano empiricamente nella lingua yiddish il segno che determinava il carattere di minoranza nazionale, e non solo religiosa, della popolazione ebraica dell’impero zarista (e quindi identificavano nazione ebraica e yiddishkeit, cfr. Georges Bensoussan, op. cit., p. 402-3 e Ilan Greilsammer, Il sionismo, trad. it. di R. Riccardi, Bologna, Il Mulino, 2007 [2005], pp. 50-1), i sionisti miravano invece alla rinascita nazionale attraverso il revival della lingua ebraica, che comportava l’abbandono delle lingue diasporiche – definite dal fondatore del sionismo politico Theodor Herzl, che invece auspicava che il sionismo facesse propria una lingua “maggiore” come il tedesco, “lingue del ghetto […] idiomi atrofizzati e limitati […] lingue di prigionieri che le avevano rubate” (Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, trad. it. di T. Valenti, prefazione di G. Lerner, Genova, Il Melangolo, 2003 [1896], p. 90) – e una cancellazione dei tratti culturali e psicologici identificati come “tipici” della diaspora, in favore della costruzione di un nuovo homo Hebraicus.
    [23] Si può citare ad esempio lo storico e pensatore ebreo russo Shimen Dubnov (1860-1941) che pur essendo antisionista era anch’egli un nazionalista ebraico (proponeva l’autonomia degli ebrei all’interno dei paesi in cui vivevano); a differenza dei militanti del Bund, però, Dubnov non identificava l’ebraicità con il solo mondo yiddish, ma vi includeva tutti gli ebrei del mondo (cfr. Georges Bensoussan, op. cit., pp. 401-11 e Ilan Greilsammer, op. cit., pp. 52-3). Per quanti aderivano al nazionalismo ebraico dubnoviano gli ebrei erano sì una minoranza nazionale nei paesi dove vivevano, ma una minoranza nazionale autoctona, cosa che implicava, a differenza del sionismo, la lotta contro l’antisemitismo e per il riconoscimento dei propri diritti nazionali in loco.
    [24] Sulle radici culturali del sionismo, che nella sua fase iniziale, come tutti i nazionalismi, trovò espressione soprattutto in ambito letterario e giornalistico e fu da subito legato alla rinascita della lingua ebraica, si rimanda a George Bensoussan, op. cit., pp. 3-126.
    [25] Theodor Herzl, op. cit.,p. 23.
    [26] Theodor Herzl, op. cit.,p. 34.
    [27] Theodor Herzl, op. cit., p. 100.
    [28] Theodor Herzl, op. cit., p. 39.
    [29] Theodor Herzl, op. cit., p. 69.
    [30] Nathan Weinstock, op. cit., p. 50. E infatti gli articoli di Herzl trovarono accoglienza sulle colonne del quotidiano antisemita La libre parole (ibidem).
    [31] Riportato in Georges Bensoussan, op. cit., p. 416.
    [32] Ibidem. Da notare che nella retorica sul presunto “odio di sé” è implicita l’equazione tutta ideologica tra sionismo ed ebraismo: se si ritiene che un/a ebreo/a, prendendo posizione contro il sionismo, stia manifestando odio per la propria ebraicità, è sottinteso che il sionismo metonimicamente stia per l’ebraismo nella sua interezza; poiché tuttavia l’ebraismo non può in nessun modo essere ridotto al sionismo, risulta palese l’inconsistenza delle premesse su cui si basa la retorica sul presunto “odio di sé”.
    [33] Un altro esempio tipico è quello di Robert Wistrich, che nella voce “Negazionismo” del Dizionario dell’Olocausto curato da Walter Z. Laqueur (ed. it. a cura di A. Cavaglion, trad. it. di A. Bassan Levi, G. Cantoni De Rossi, L. Pellissari, E. Recchia, A. Serafini, Torino, Einaudi, 2004 [2001], p. 501) include arbitrariamente tra i negazionisti l’autore di Zionism in the Age of Dictators (London, Croom Helm, 1983) Lenni Brenner, sostenitore a suo parere di una “tesi delirante, che [...] comportava una revisione radicale dei tragici eventi della seconda guerra mondiale”: la “tesi delirante” di Brenner in realtà non comportava nessuna revisione storica se non quella del mito nazionalista che presenta il sionismo come irriducibile avversario del nazismo; quanto affermava Brenner era né più né meno che un dato di fatto, ossia che i sionisti avessero fatto dei patti con i nazisti prima della guerra e che in seguito “avessero cinicamente approfittato dell’Olocausto anche dopo che i loro capi avevano colluso con i nazisti nel genocidio degli ebrei” (ibidem). Definendo la tesi di Brenner “delirante” Wistrich retoricamente evita di affrontare l’argomentazione dello studioso americano (che essendo ebreo è difficilmente tacciabile di antisemitismo), sancendone la pertinenza nell’ambito della psichiatria. Ma è lo stesso Wistrich a confermare involontariamente l’arbitrarietà dell’inclusione di Brenner tra i negazionisti, quando afferma nella stessa frase che “Più che di una negazione dell’Olocausto si trattava di una tesi delirante” (ibidem). Brenner in realtà non nega affatto l’Olocausto, come chi legge potrà constatare di persona consultando la versione on-line del suo libro all’URL
    < www.solargeneral.com/library/ZionismInAgeOfDictators.pdf >.
    [34] Georges Bensoussan, op. cit., p. 397.
    [35] Isaac Deutscher, L’ebreo non ebreo e altri saggi, a cura di T. Deutscher, trad. it. di F. Franconeri, Milano, Arnoldo Mondadori, 1969 [1968], p. 82. A questo proposito è indicativo un parallelo con quanto sta avvenendo in questi giorni in Italia: uno dei più esagitati istigatori della pulizia etnica contro i rom, il segretario nazionale della Fiamma Tricolore Luca Romagnoli (un fascista dichiarato), ha proposto al parlamento europeo la creazione di uno Stato rom in Europa orientale.
    [36] Tom Segev, op. cit., p. 24; Georges Bensoussan, op. cit., p. 1246.
    [37] Ilan Pappé, A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 177; David Hirst, Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, trad. it. di G. Lupi, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2004 [1977], pp. 204-11.
    [38] Il testo completo della Legge del Ritorno è disponibile in inglese sul sito della Knesset all’URL
    < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm >.
    [39] The Law of Return 5710 (1950), Section 4B < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).
    [40] The Law of Return 5710 (1950), Section 4A < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).
    [41] In Ari Shavit, “Leaving the Zionist Ghetto” [intervista con Avraham Burg], Ha’aretz, June 9, 2007.
    [42] Judith Butler, op. cit., pp. 137-8.
    [43] Questo a prescindere dal carattere ideologico di detta affermazione, la quale presuppone l’esistenza di un solo popolo ebraico, astraendo dalle particolarità storiche delle molteplici esperienze dell’ebraismo e costruendolo come un soggetto omogeneo ed etnicamenente “puro” (come se tutti gli ebrei contemporanei fossero i discendenti degli antichi Ebrei, ignorando le conversioni che ebbero luoghi in diversi luoghi e tempi), laddove si tratta invece, secondo un classico procedimento nazionalista, della costruzione discorsiva di una “comunità immaginata” (cfr. Benedict Anderson, Imagined Communities, London-New York,Verso, 2006 [1983]). Chi scrive ritiene invece assai più rispondente al vero l’affermazione del rabbino inglese David J. Goldberg, storico del pensiero sionista, secondo il quale l’idea che gli ebrei fossero una nazione è un mito, giacché gli ebrei “erano, e sono, diversi popoli ebraici” (David J. Goldberg, op. cit., p. 305).
    [44] Isaac Deutscher, op. cit., p. 82. Secondo Georges Bensoussan (op. cit., p. 405), nel 1898 i membri del movimento sionista erano circa 100.000, ossia solo l’1% degli ebrei del mondo.
    [45] Idith Zertal, op. cit., p. 27 e sgg.
    [46] Riportato in Norman G. Finkelstein, L'industria dell'Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, trad. it. di D. Restani, Milano, Rizzoli, 2002, p. 114.
    [47] Hannah Arendt (op. cit., p. 24) fa notare ad esempio che degli 11.500 magistrati della Germania federale circa 5.000 avevano lavorato nei tribunali nazisti. Fra gli ex-nazisti di rango riciclati va ricordato uno stretto consigliere del cancelliere Adenauer, il giurista Hans Globke, già commentatore delle Leggi di Norimberga.
    [48] Idith Zertal, op. cit., p. 185.
    [49] Riportato in Norman G. Finkelstein, ibidem.
    [50] Si trattava del ministro dell’Agricoltura Aharon Cisling, il quale nella riunione del governo del 17 novembre 1948, a proposito di alcuni massacri commessi dalle truppe israeliane ai danni di civili palestinesi, dichiarò di non riuscire a dormire la notte al pensiero che degli ebrei avessero “commesso delle azioni naziste” (riportato in Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 488, nostra traduzione).
    [51] Isaac Deutscher, op. cit., p. 141.

    http://www.forumpalestina.org/news/2...rzaFertile.htm

  2. #2
    Costruttivista
    Data Registrazione
    28 May 2006
    Località
    È proprio vero che la libertà è preziosa; così preziosa che dovrebbe essere razionata.
    Messaggi
    1,674
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Il sionismo, contrariamente a quanto si crede, trovo' un'affinità sorprendente con il totalitarismo nazista: entrambi auspicavano una società fondata sull'apartheid, entrambi incoraggiavano la persecuzione ebraica in europa per il ripopolamento colonizzatore della palestina; sono entrambe varianti di un razzismo biologico che credono nella superiorità genetico-razziale del loro popolo vedendolo come "eletto" della storia, a partire da una mitologia tutta presunta sul mito fondativo ariano piuttosto che biblico.

  3. #3
    Forumista
    Data Registrazione
    03 May 2011
    Messaggi
    581
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    ecco Quello Che Il 99% Dei Cittadini Comuni Sa Del Conflitto Israelo-palestinese:

    Gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto nazista e a persecuzioni storiche, tentarono di ottenere una loro terra sicura nella biblica Palestina, dove fondarono comunità pacifiche e religiose. Ma gli arabi ostili tentarono subito di annientarli con la guerra del 1948. Gli ebrei combatterono un’eroica guerra partigiana che li vide vittoriosi e salvi da un secondo Olocausto. Fondarono Israele nel maggio di quell’anno, unico Stato democratico e moderno in medioriente, baluardo di civiltà fra nazioni arabe di re e dittatori corrotti e sanguinari. I quali tentarono di nuovo nel 1967 di distruggere la pacifica Israele, che li sconfisse brillantemente ancora una volta. Da allora Israele vive circondata da arabi-palestinesi fanatici, irragionevoli e brutali, che la attaccano col terrorismo in continuazione, senza farsi scrupolo di massacrare i civili ebrei, inclusi i bambini. Quei terroristi islamici sono certamente collegati oggi ad Al Qaida, e quindi Israele combatte una guerra al terrorismo anche per nostro conto. Inoltre, gli Stati canaglia come Siria e Iran appoggiano le fazioni armate arabe-palestinesi, per cui il pericolo per Israele è particolarmente insidioso. Essa deve difendersi, è un suo diritto, e nel farlo capita che ahimè ci vadano di mezzo anche alcuni civili arabi-palestinesi, ma la colpa di ciò è dei terroristi islamici che costringono Israele a combattere in zone popolate. Israele ha fatto di tutto per arrivare alla pace, ma si scontra sempre con l’ottusità e la ferocia dei leader arabi-palestinesi, corrotti e impietosi persino coi loro cittadini, che hanno sempre rovinato ogni accordo possibile. Non ci sarà pace finché la parte araba non accetterà il diritto di Israele di esistere e non cesserà di aggredirlo.

    Ogni parola di quella narrativa è falsa, grottesca persino. Ma finché essa rimarrà la narrativa della maggioranza dell’opinione pubblica italiana e occidentale, voi potrete fare tutte le manifestazioni che volete, tutte le proteste che volete, e non otterrete nulla, nulla di nulla, come nei passati 40 anni. Va fatto altro, VA RI-RACCONTATA ALLA GENTE LA VERA NARRATIVA SU COSA VERAMENTE ACCADDE LAGGIU’. E’ l’unica speranza per terminare il conflitto, l’unica.

    Serve urgentemente la fase operativa della creazione del consenso fra gli italiani sulla VERITA’ STORICA di quanto realmente acccaduto in Palestina, secondo le seguenti linee:

    1) La creazione di una compagine italiana superpartes (no palestinesi in essa) che esuli del tutto da qualsiasi affiliazione politica in Italia, che annulli ogni individualismo di lotta e si unisca attorno a un'unica meta.

    2) L’unica meta sarà di RIBALTARE LA NARRATIVA sulla Storia del conflitto arabo-ebraico, raccontando agli italiani SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Con un unica fede: SENZA LA VERITA' STORICA NON CI SARA' MAI LA PACE.

    3) Rifiutarsi quindi di dialogare su qualsiasi avvenimento successivo, se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi su Hamas o Fatah se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi sul terrorismo palestinese se non dopo una esaustiva rappresentazione del terrore sionista dal 1944 in poi.

    Questo perché nessuno può comprendere l’entità della MENZOGNA che ci hanno raccontato sul conflitto israelo-palestinese se non conosce cosa accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Ho piena fiducia nel fatto che se le opinioni pubbliche venissero a conoscenza di quegli avvenimenti, i mendaci tavoli del dibattito odierno sul processo di pace salterebbero in aria all’istante, e vi sarebbe una inarrestabile pressione verso una giustizia vera in Medioriente. Finalmente la pace.

    4) Creare dunque materiale divulgativo chiaro e fruibile, film, dvd, animazioni, libretti di 40 pagine al massimo, tutto centrato SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Poi fare conferenze in scuole (soprattutto), parlare nei circoli ricreativi, ospedali, posti pubblici, fare tavoli per strada, negli ipermercati, nei dopolavoro ecc. Essere ferratissimi contro l’accusa di antisemitismo (vedi mio libro e altri) e ribadire sempre la sopraccitata fede.

    5) Essere uniti e disciplinati attorno a questi semplici punti, da Torino a Palermo, e rivolgersi per il 99% agli italiani semplici.

    Questo cambierebbe la Storia e cesserebbe l’orrore. Perché la gente verrebbe a sapere delle pratiche neonaziste storiche degli ebrei in Palestina contro i palestinesi prima e dopo la nascita d’Israele; saprebbe l’indicibile e fredda ferocia con cui il Sionismo aveva pianificato la distruzione dei palestinesi 40 anni PRIMA dell’Olocausto; capirebbe perché, accidenti, un popolo torturato e massacrato da 60 anni con un sadismo che raggiunge il grottesco, oggi lancia razzi alla disperata e si fa saltare in aria. Perché nessun palestinese può rimanere 'civile' dopo 60 anni di ferocia neonazista israeliana in Palestina, impunita e assistita con zelo dal ‘mondo civile’. E se la gente venisse a conoscenza di tutto ciò, la gente porrebbe fine a quell’inferno, perché, come disse Noam Chomsky “quando il pubblico scopre l’esistenza della barbarie, si mobilita per porle fine”.

    Ma c’è qualcuno in questa Italia antagonista perennemente manifestante e indignata perenne che sia disposto a lavorare in quel senso? C’è? Ci siete?



    http://www.paolobarnard.info/interve...a_go.php?id=76

  4. #4
    Forumista
    Data Registrazione
    03 May 2011
    Messaggi
    581
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La furia sacrificale di Israele e le sue vittime a Gaza
    di Ilan Pappe
    su altre testate del 10/01/2009


    La mia visita di ritorno a casa in Galilea è coincisa con l’attacco genocida israeliano contro Gaza. Lo stato, attraverso i suoi media e con l’aiuto del mondo accademico, ha diffuso una voce unanime - persino più forte di quella udita durante l’attacco criminale contro il Libano nell’estate del 2006. Israele è ancora una volta divorata da una furia sacrificale che traduce in politiche distruttive nella Striscia di Gaza. Questa autogiustificazione spaventosa per l’inumanità e l’impunità non è soltanto sconcertante, ma è un argomento sul quale soffermarsi se si vuole comprendere l’immunità internazionale per il massacro che infuria a Gaza.
    E’ anzitutto fondata su bugie pure e semplici trasmesse con una neolingua che ricorda i giorni più bui dell’Europa del 1930. Ogni mezz’ora un bollettino d’informazioni su radio e televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e le uccisioni di centinaia di persone come un atto di autodifesa. Israele presenta sé stessa al suo popolo come la vittima sacrificale che si difende contro un grande demonio. Il mondo accademico è reclutato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa è la lotta palestinese, se è condotta da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che demonizzarono l’ultimo leader palestinese Yasser Arafat nel primo periodo e delegittimarono il suo movimento Fatah durante la seconda intifada palestinese.
    Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore di tutto questo. Quello che indigna di più è l’attacco diretto alle ultime tracce di umanità e dignità del popolo palestinese. I palestinesi di Israele hanno mostrato la loro solidarietà con il popolo di Gaza e ora sono bollati come una quinta colonna nello stato ebraico; il loro diritto a restare nella loro patria viene rimesso in dubbio data la loro mancanza di sostegno all’aggressione israeliana. Coloro che hanno accettato - sbagliando, secondo la mia opinione, di apparire nei media locali sono interrogati e non intervistati, come se fossero detenuti nelle prigioni dello Shin Bet. La loro apparizione è preceduta e seguita da umilianti rilievi razzisti e sono sottoposti all’accusa di essere una quinta colonna, un popolo fanatico e irrazionale. E ancora questa non è la pratica più vile. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei Territori Occupati curati per cancro negli ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo devono pagare le loro famiglie per poterli ricoverare. La radio israeliana va ogni giorno negli ospedali per chiedere ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani quanto è nel suo diritto Israele nel suo attacco e quanto demoniaco sia Hamas nella sua difesa.
    Non ci sono confini all’ipocrisia che una furia sacrificale produce. I discorsi dei generali e dei politici si muovono in modo erratico tra gli autocompiacimenti da un lato sull’umanità che l’esercito mostra nelle sue operazioni “chirurgiche” e dall’altro sulla necessità di distruggere Gaza una volta per tutte, naturalmente in un modo umano.
    Questa furia sacrificale è un fenomeno costante nella espropriazione israeliana, e prima ancora sionista, della Palestina. Ogni azione, sia essa la pulizia etnica, l’occupazione, il massacro o la distruzione è stata sempre rappresentata come moralmente giusta e come semplice atto di autodifesa commesso da Israele suo malgrado nella guerra contro la peggior specie di esseri umani. Nel suo eccellente volume “I risultati del sionismo: miti, politiche e cultura in Israele”, Gabi Piterberg esamina le origini ideologiche e la progressione storica di questa furia. sacrificale. Oggi in Israele, dalla destra alla sinistra, dal Likud a Kadima, dall’accademia ai media, si può ascoltare questa furia sacrificale di uno stato che è molto più indaffarato di qualsiasi altro stato al mondo nel distruggere e nell’espropriare una popolazione nativa. E’ molto importante esaminare le origini ideologiche di questo modo di comportarsi e derivare, dalla sua larga diffusione, le conclusioni politiche necessarie.
    Questa furia sacrificale costituisce uno scudo per la società e per i politici in Israele da ogni biasimo o critica esterna. Ma ancora peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione contro i palestinesi. Senza nessun meccanismo interno di critica e senza nessuna pressione esterna, ogni palestinese diventa un obiettivo potenziale di questa furia. Data la potenza di fuoco dello stato ebraico può soltanto finire in più massicce uccisioni, massacri e pulizia etnica.
    L’assenza di una qualsiasi moralità è un potente atto di auto-negazione e di giustificazione. Ciò spiega perché la società israeliana non può essere modificata da parole di saggezza, di persuasione logica o di dialogo diplomatico. E se non si vuole usare la violenza come mezzo di opposizione, c’è soltanto un modo per andare avanti: sfidare frontalmente questa assenza di moralità come una ideologia diabolica tesa a nascondere atrocità umane. Un altro nome per questa ideologia è Sionismo e l’unico modo di contrastare questa assenza di moralità è il biasimo a livello internazionale del sionismo, non solo di particolari politiche israeliane. Dobbiamo cercare di spiegare non solo al mondo, ma anche agli stessi israeliani che il sionismo è un’ideologia che comporta la pulizia etnica, l’occupazione e ora massicci massacri. Ciò che occorre ora non è tanto una condanna del presente massacro. ma anche la delegittimazione dell’ideologia che ha prodotto tale politica e la giustifica moralmente e politicamente. Speriamo che importanti voci nel mondo possano dire allo stato ebraico che questa ideologia e il comportamento complessivo dello stato sono intollerabili e inaccettabili e che, sino a quando persisteranno, Israele sarà boicottato e soggetto a sanzioni.
    Ma non sono ingenuo. So che anche il massacro di centinaia di innocenti palestinesi non sarà sufficiente per produrre questa modificazione nella pubblica opinione occidentale; è anche più improbabile che i crimini
    commessi a Gaza muovano i governo europei a mutare la loro politica nei confronti della Palestina.
    Ma noi non possiamo permettere che il 2009 sia un altro anno, meno significativo del 2008, l’anno di commemorazione della Nakba, che non sia riuscito a realizzare le grandi speranze che noi tutti avevamo, per la sua potenzialità, di trasformare il comportamento del mondo occidentale verso la Palestina e i palestinesi.
    Pare che persino il più orrendo dei crimini, come il genocidio a Gaza, sia trattato come un evento separato, non connesso con nulla di ciò che è già avvenuto nel passato e non associato ad una ideologia o a un
    sistema. In questo nuovo anno, noi dobbiamo tentare di riposizionare l’opinione pubblica nei confronti della storia della Palestina e dei mali dell’ideologia sionista come i mezzi migliori sia per spiegare le operazioni genocide come quella in corso a Gaza sia per prevenire cose peggiori nel futuro.
    Questo è già stato fatto, a livello accademico. La nostra sfida maggiore è quella di trovare un modo efficace di spiegare le connessioni tra l’ideologia sionista e le politiche di distruzione del passato con la crisi presente. Può essere più facile farlo mentre, in queste terribili circostanze, l’attenzione mondiale è diretta ancora una volta verso la Palestina. Potrebbe essere ancora più difficile quando la situazione sembra essere “più calma” e meno drammatica. Nei momenti “di quiete”, l’attenzione di breve durata dei media occidentali metterebbe ai
    margini ancora una volta la tragedia palestinese e la dimenticherebbe sia per gli orribili genocidi in Africa o per la crisi economica e per gli scenari ecologici apocalittici nel resto del mondo. Mentre i media occidentali non sembrano molto interessati alla dimensione storica, soltanto attraverso una valutazione storica si può mostrare la dimensione dei crimini commessi contro i palestinesi nei sessanta anni trascorsi. Perciò il ruolo degli studiosi attivisti e dei media alternativi sta proprio nell’insistere su questi contesti storici. Questi attori non dovrebbero smettere di educare l’opinione pubblica e, si spera, di influenzare qualche politico più onesto a guardare ai fatti in una prospettiva storica più ampia.
    Allo stesso modo, noi possiamo essere in grado di trovare un modo più adeguato alla gente comune, distinto dal livello accademico degli intellettuali, per spiegare chiaramente che la politica di Israele - nei sessanta anni trascorsi - deriva da un’ideologia egemonica razzista chiamata sionismo, difesa da infiniti strati di furia sacrificale. Nonostante l’accusa scontata di antisemitismo e cose del genere, è tempo di mettere in relazione nell’opinione pubblica l’ideologia sionista con il punto di riferimento storico e ormai familiare della terra: la pulizia etnica del 1948, l’oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza. Come l’ideologia dell’apartheid ha spiegato benissimo le politiche di oppressione del governo del Sud-Africa, questa ideologia – nella sua variante più semplicistica e riflessa, ha permesso a tutti i governi israeliani, nel passato e nel presente, di disumanizzare i palestinesi ovunque essi fossero e di combattere per distruggerli. I mezzi sono mutati da un periodo all’altro, da un luogo all’altro, come ha fatto la narrazione che ha nascosto queste atrocità. Ma c’è un disegno chiaro che non può essere solo fatto oggetto di discussione nelle torri d’avorio accademiche, ma deve diventare parte del discorso politico nella realtà contemporanea della Palestina di oggi.
    Alcuni di noi, in particolare quelli che si dedicano alla giustizia e alla pace in Palestina, inconsciamente evitano questo dibattito, concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori Palestinesi Occupati (OPT) - la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Lottare contro le politiche criminali è una missione urgente. Ma questo non dovrebbe trasmettere il messaggio che le potenze occidentali hanno adottato volentieri su suggerimento israeliano, che la Palestina è soltanto la cisgiordania e la Striscia di Gaza e che i palestinesi sono solo la popolazione che vive in quei territori. Dovremmo estendere la rappresentazione della Palestina geograficamente e demograficamente raccontando la narrazione storica dei fatti dal 1948 in poi e richiedere diritti civili e umani eguali per tutte le persone che vivono, o che erano abituati a vivere, in quella che oggi è Israele e i Territori Occupati.
    Ponendo in relazione l’ideologia sionista e le politiche del passato con le atrocità del presente, noi saremo in grado di dare una spiegazione chiara e logica per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi non violenti uno stato ideologico che si autogiustifica moralmente, che si permette, con l’aiuto di un mondo silenzioso, di espropriare e distruggere la popolazione nativa di Palestina, è una causa giusta e morale. E’ anche un modo efficace di stimolare l’opinione pubblica non soltanto contro le attuali politiche genocidarie a Gaza, ma, si spera, anche a prevenire future atrocità. Ancora più importante di ogni altra cosa ciò dovrebbe far sfiatare la furia sacrificale che soffoca i palestinesi ogni volta che si gonfia. Ciò aiuterà a porre fine alla immunità dell’occidente a fronte dell’impunità di Israele. Senza questa immunità, si spera che sempre più la gente in Israele cominci a vedere la natura reale dei crimini commessi in loro nome e la loro furia potrebbe essere diretta contro coloro che hanno intrappolato loro e i palestinesi in questo ciclo non necessario di massacri e violenza.

    Ilan Pappe (http://ilanpappe.com http://electronicintifada.net) insegna nel Dipartimento di storia dell’Università di
    Exeter, Inghilterra.

    (righteous fury è stato tradotto in furia sacrificale al posto della traduzione letterale furia giusta o furia santa o
    furia giustificabile - ndt).
    ISM-Italia - info@ism-italia.it - www.ism-italia.it


    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=...Articolo=17809

  5. #5
    Forumista
    Data Registrazione
    03 May 2011
    Messaggi
    581
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    PRINT



    Le origini del sionismo e gli inizi della colonizzazione

    [Dal libro di Fabio De Leonardis Palestina 1881 2006. Una contesa
    lunga un secolo, La Città del Sole, Napoli, 2007
    Fonte: most.za.beograd@libero.it]
    Alle radici del nazionalismo ebraico
    Il sionismo, sebbene tragga la sua linfa vitale dalle aspirazioni
    messianiche alla redenzione collettiva presenti nell’ebraismo sin
    dalle sue più remote origini, nasce come movimento politico solo
    nell’800, in reazione all’ondata di antisemitismo (ma anche alla
    sempre più diffusa tendenza all’assimilazione) che si stava facendo
    strada in Europa, anche se nei secoli precedenti c’erano state
    periodiche migrazioni in Palestina di piccoli gruppi di ebrei al
    seguito di presunti “Messia”. Se il mondo cristiano aveva da sempre
    perseguitato gli israeliti, il mondo arabo invece non conosceva un
    vero e proprio antisemitismo, tanto che fra i maggiori rappresentanti
    della storia letteraria araba più antica si contano anche degli ebrei,
    come il poeta-cavaliere Samawal ibn Adiyà[1]. Occasionalmente
    c’erano stati degli attriti, ma in generale essi costituivano
    un’eccezione: ebrei ed arabi erano stati alleati nella conquista
    della penisola iberica, e la Granada araba era stata un’oasi di
    tolleranza dove il giudaismo aveva vissuto una sua età dell’oro,
    prima che la reconquista permettesse ai Re Cattolici di avviare le
    loro persecuzioni antiarabe ed antiebraiche. Non dissimile era il loro
    status nell’Impero Ottomano, dove gli ebrei costituivano il proprio
    millet e dove l’abolizione delle discriminazioni formali contro i
    cittadini non-musulmani e gli sviluppi protocapitalistici avevano
    notevolmente migliorato la loro condizione. In Europa occidentale dopo
    l’Età dei Lumi e la Rivoluzione Francese gli ebrei avevano ottenuto
    pieni diritti civili e politici in diversi paesi (Francia, Gran
    Bretagna Germania, Austria-Ungheria, Italia) e godevano di pieni
    diritti civili. Effetto di questa emancipazione e della haskalah
    (l’Illuminismo ebraico), era stato la formazione di una
    intelligencija di ebrei secolarizzati imbevuti delle correnti
    culturali del proprio tempo che, fra le altre idee filosofiche
    dell’epoca, vennero in contatto anche con il nazionalismo.
    Sensibilmente diversa era invece la vita delle comunità israelitiche
    nella Russia zarista, dove la maggior parte degli ebrei era costretta
    a vivere in condizioni di indigenza in speciali aree loro riservate in
    Ucraina, Polonia e Lituania (le tristemente note “Zone di
    residenza”), ed era soggetta a numerosissime discriminazioni e
    vessazioni, anche se esisteva una piccola borghesia ebraica nelle
    grandi città[2]. Ad essi era interdetta la proprietà terriera, erano
    esclusi da molte professioni, il loro accesso all’istruzione era
    soggetto a limitazioni e soprattutto avevano l’obbligo di svolgere un
    lunghissimo servizio di leva della durata di 25 anni. Moltissimi ebrei
    di queste regioni dell’Impero zarista vivevano in villaggi in cui
    erano gli unici residenti (i caratteristici shtetl) e avevano
    sviluppato una lingua comune (lo yiddish, un dialetto tedesco
    arricchito di espressioni e vocaboli provenienti da diverse altre
    lingue) e un ricco patrimonio culturale popolare. Queste circostanze
    contribuirono probabilmente a che essi si percepissero e venissero
    percepiti come una minoranza nazionale, piuttosto che religiosa; fatto
    che, come si vedrà, avrà le sue conseguenze.
    Fu precisamente in Europa orientale, nell’ambiente ostile del
    virulento e viscerale antisemitismo slavo, che il sionismo si sviluppò
    come movimento di idee: i suoi precursori furono due rabbini, Yehuda
    Alkalai e Zvi Hirsch Kalischer. Yehuda Alkalai (1798-1878) era un
    ebreo sefardita di Sarajevo (Bosnia) che dopo aver studiato a
    Gerusalemme era diventato rabbino in Serbia. Lì aveva assistito al
    “risveglio nazionale” serbo e delle altre popolazioni dei Balcani,
    da cui aveva tratto ispirazione proponendo un nazionalismo ebraico su
    base religiosa: nella sua visione, il ritorno in massa degli ebrei
    nella “Terra promessa” avrebbe dovuto essere non la conseguenza
    della venuta del Messia, ma la sua condizione preliminare. Secondo
    Alkalai la “Terra promessa” avrebbe potuto essere riscattata
    acquistandola dal sultano ottomano, e a tal fine egli proponeva la
    creazione di un’organizzazione che si occupasse dell’acquisizione
    di terreni in Palestina; auspicò anche il recupero dell’antica
    lingua ebraica, sul modello dei revival linguistici delle nazioni
    balcaniche. Alkalai pubblicò queste sue idee in un libro intitolato
    Ascolta, Israele! (1834) e cercò con scarso successo di diffonderle
    fra le comunità ebraiche europee. Similmente, il rabbino ashkenazita
    polacco Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874) riteneva che con l’ascesa di
    un nazionalismo ebraico e il ritorno di gruppi di ebrei in Palestina
    avrebbe avuto inizio l’avvento della Redenzione. Kalischer pubblicò
    le sue riflessioni in Cercando Sion (1862) e promosse alcuni acquisti
    di terreni presso Jaffa pochi anni dopo, ma non riuscì ad andare molto
    oltre: le sue idee erano considerate blasfeme da molti religiosi,
    secondo i quali solo il Messia avrebbe potuto realizzare il ritorno
    nella “Terra promessa”, mentre gli ebrei secolarizzati cercavano
    l’assimilazione e si sentivano cittadini a pieno titolo del loro
    paese d’origine. Ciò nonostante, vi furono isolati tentativi da
    parte di altri precursori del sionismo di mettere in pratica queste
    idee: nel 1839-40, quando la Palestina era ancora sotto occupazione
    egiziana, il filantropo Moses Montefiore avviò infruttuose trattative
    con Mehmet Ali per ottenere l’autorizzazione ad un insediamento
    ebraico. Negli stessi anni, dell’idea del “ritorno a Sion” degli
    ebrei si erano fatti portatori alcuni intellettuali e politici
    inglesi, in particolare Henry Palmerston, Benjamin Disraeli e Lord
    Shaftesbury: fu quest’ultimo a inventare nel 1854 il celebre slogan
    “un popolo senza terra per una terra senza popolo”.
    Un approfondimento delle riflessioni precedenti si ebbe con il tedesco
    Moses Hess (1812-1875), ex collaboratore di Karl Marx, che nel
    pamphlet Roma e Gerusalemme: l’ultima questione nazionale (1862)
    articolò in maniera più compiuta le basi teoriche del sionismo.
    Secondo Hess l’antisemitismo avrebbe impedito agli ebrei di inserirsi
    a pieno titolo nelle società europee, pertanto sperare
    nell’assimilazione era inutile e illusorio; al contrario, quella
    ebraica andava affrontata come una questione nazionale irrisolta, la
    cui unica soluzione consisteva pertanto nella costituzione di uno
    Stato ebraico nel cuore del Medio Oriente, dove tutti gli ebrei
    avrebbero potuto trovare rifugio dai loro persecutori e, attraverso il
    lavoro agricolo, si sarebbero “redenti” diventando una nazione come
    tutte le altre. Tale Stato, argomentava Hess, sarebbe stato utile alle
    potenze europee, di cui avrebbe favorito gli interessi, e avrebbe
    contribuito alla diffusione della “civiltà” occidentale nel
    “barbaro” Oriente[3].
    Hess partiva dunque dal presupposto che gli ebrei di tutto il mondo
    costituissero una “nazione”. Tuttavia, questa affermazione era ed
    è alquanto problematica: l’ebraismo è una religione, non una
    nazionalità, se con questo temine si intende il collante linguistico-
    culturale di una comunità[4]. Quest’ultima definizione era
    probabilmente applicabile alle comunità ebraiche ashkenazite della
    Russia zarista, che effettivamente condividevano una cultura ed una
    lingua comuni (quella yiddish), e alle comunità ebraiche sefardite che
    avevano conservato la lingua e la cultura ladine, ma non coincideva
    certo con la realtà degli altri israeliti della diaspora. Altrove gli
    ebrei condividevano in genere le lingue e le culture dei paesi in cui
    vivevano e molti di loro da questo punto di vista erano completamente
    assimilati. Gran parte degli ebrei del mondo oltretutto non erano (e
    non sono) in effetti i discendenti della popolazione dispersa da Tito
    dopo la conquista romana di Gerusalemme nel 70 d.C.: l’ebraismo si
    era infatti diffuso come religione nel sude della penisola arabica,
    per cui gli ebrei di quelle regioni erano in realtà arabi di religione
    ebraica[5]. Lo stesso era avvenuto in Etiopia sudorientale, dove parte
    della popolazione locale si era convertita all’ebraismo (i cosiddetti
    falashà), mentre non pochi ebrei dell’Impero Russo e dell’Europa
    Orientale erano verosimilmente i discendenti dei Khazari, una
    popolazione di probabile origine indoeuropea che fra il VI e il X
    secolo aveva creato un impero fra la Crimea e il Caucaso e il cui re,
    Bulan, si era convertito all’ebraismo insieme a diversi suoi
    sudditi[6]. Tutt’oggi del resto la popolazione dello Stato di Israele
    è divisa al suo interno in diverse comunità a seconda dell’origine
    nazionale. A queste divisioni se ne aggiungevano altre, come quella
    fra ashkenaziti (gli ebrei originari della Germania, sparsi fra
    l’Europa centrale e orientale, la Francia e l’Italia), e sefarditi
    (gli ebrei originari della Spagna e dispersi dopo il 1492 fra
    l’Impero Ottomano, il Nordafrica, l’Italia, la Provenza e
    l’Olanda), oltre alla presenza di varie ramificazioni religiose
    interne all’ebraismo. La stessa definizione di ebreo, in mancanza di
    una lingua ed una cultura comuni a tutti gli ebrei del mondo, non
    poteva essere una definizione di tipo nazionale, perlomeno non nel
    senso che si è detto: secondo gli ortodossi, ebreo è colui/colei che
    nasce da madre ebrea o chi si converte all’ebraismo; la definizione
    “laica” di ebreo che oggi dà lo Stato di Israele con la Legge del
    Ritorno non va molto più in là di quella etnico-religiosa degli
    ortodossi, visto che riconosce come ebreo/a “chiunque abbia almeno
    un ebreo fra i quattro nonni o anche tra i parenti prossimi”[7].
    Basare una identità nazionale su questa definizione comportava
    necessariamente lo sviluppo di un nazionalismo di tipo etnicista.
    Che senso poteva avere dunque proporre un nazionalismo sulla base di
    una definizione identitaria di “ebraicità” sfuggente, a meno che
    non la si considerasse nel senso etnico-religioso che si è visto? Hess
    risolveva il problema trasformando le premesse in conclusioni: questa
    unità culturale, chiaramente perduta, sarebbe stata il frutto del
    ritorno nella “Terra promessa”, nel cui crogiuolo le varie
    identità diasporiche si sarebbero fuse in quella del “nuovo
    ebreo”. Parafrasando la celebre formula di Massimo D’Azeglio per
    cui fatta l’Italia bisognava fare gli italiani, Hess riteneva che si
    dovesse prima creare lo stato e poi attraverso questo plasmare il suo
    popolo per trasformarlo in “nazione”. Incidentalmente, l’idea che
    una rinascita ebraica potesse avere luogo solo nella “Terra
    promessa” significava quindi indirettamente negare qualsiasi valore
    alla Diaspora e a tutta la ricchissima produzione culturale delle
    varie comunità ebraiche nel mondo, un sottinteso che ritornerà spesso
    nel pensiero sionista successivo.
    Le basi teoriche del sionismo erano state poste, ma a rafforzarne la
    diffusione contribuì soprattutto l’antisemitismo russo: nel marzo
    1881 venne assassinato lo zar Alessandro II ed elementi antisemiti
    diffusero la voce che gli zaricidi fossero ebrei, scatenando così una
    serie di pogrom; in Ucraina i quartieri abitati dagli ebrei furono
    presi d’assalto da folle inferocite che si dettero indisturbate al
    saccheggio e al linciaggio, lasciando sul terreno numerose vittime
    uccise nelle maniere più atroci. Le autorità zariste, lungi
    dall’intervenire, spesso rimanevano a guardare o addirittura
    favorivano queste esplosioni di violenza, utilizzando gli ebrei come
    capri espiatori per le terribili condizioni di vita delle masse
    popolari russe. L’antisemitismo era talmente diffuso e radicato in
    Russia che Lenin qualche anno più tardi lo avrebbe definito, con
    un’espressione calzante, “il socialismo degli imbecilli”.
    Dopo questa terribile ondata di violenza, un nuovo giro di vite
    repressivo si accanì sugli ebrei dell’Impero zarista, colpiti da
    espulsioni dalle città e ulteriori limitazioni nell’accesso
    all’istruzione e nella libertà di movimento. Scosso da questi
    terribili avvenimenti, il medico Leib Pinsker, sulla scia di Hess,
    scrisse nel 1882 il pamphlet Autoemancipazione: un avvertimento alla
    sua gente da parte di un ebreo russo. Generalizzando la situazione
    degli ebrei russi e sostenendo che gli ebrei sarebbero rimasti per
    sempre degli estranei invisi alla popolazione autoctona non ebraica,
    Pinsker invitava i suoi correligionari a rifugiarsi in una “Terra
    promessa” (l’Argentina e la Palestina erano le principali
    candidate), dove tramite l’acquisto e la colonizzazione della terra
    avrebbero fatto rinascere la loro nazione. Scrive Benny Morris che
    secondo Pinsker “l’avversione per gli ebrei non era un irrazionale
    residuo del medioevo cristiano: era sempre esistito e sempre sarebbe
    esistito, nella misura in cui la stessa situazione degli ebrei era
    anormale e innaturale: senza un territorio, essi erano in un certo
    modo senza sostanza”[8]. In Pinsker quindi una concezione etnico-
    idealistica della nazione si fondeva con una visione astorica
    dell’antisemitismo. Quest’ultimo è invece un fenomeno storico con
    ben precise radici: nel caso dell’antisemitismo russo del XIX secolo
    si trattava di una forma di odio di classe sublimato, aizzato da una
    propaganda reazionaria che faceva leva sulle paure ataviche
    dell’Altro per incanalare verso gli ebrei la rabbia derivante da
    un’insoddisfazione sociale diffusa, onde evitare che questa prendesse
    di mira le autorità costituite. La propaganda antiebraica zarista
    raggiunse il culmine della sua infamia con i famigerati Protocolli dei
    Savi di Sion, un falso redatto probabilmente da agenti della polizia
    segreta che avrebbe riscosso nei decenni successivi grande successo
    negli ambienti antiebraici: in esso si descriveva un presunto
    “complotto ebraico” (altro topos caro agli antisemiti) mirante
    all’assoggettamento del mondo intero.
    I primi coloni: gli Hovevei Zion
    In seguito ai pogrom del 1881, molti ebrei lasciarono la Russia per
    gli Stati Uniti e i dominions britannici; alcuni sparuti gruppi detti
    Hovevei Zion («coloro che amano Sion»), di cui Pinsker divenne presto
    il capofila, cominciarono invece ad organizzarsi e a raccogliere fondi
    per emigrare in Palestina. Ad uno di questi gruppi, il Bilu (i cui
    aderenti furono detti biluim), appartenevano i primi coloni che
    sbarcarono a Jaffa nel 1882. Nel 1878 un gruppo di ebrei ortodossi
    gerosolimitani aveva fondato presso Jaffa il primo insediamento
    ebraico in Palestina dei tempi moderni, Petah Tikvah, che però era
    stato rapidamente abbandonato. I nuovi arrivati, che inizialmente
    avevano trovato occupazione come braccianti, lo ricostruirono e
    fondarono le prime vere e proprie colonie agricole, Gedera e Rishon
    LeTzion (essendo stata fondata da ebrei autoctoni, Petah Tikvah non
    può infatti essere considerata una colonia). I biluim si consideravano
    l’avanguardia che avrebbe costruito sul campo lo Stato e avrebbe dato
    vita ad un modello di “nuovo ebreo”. Il loro impeto pionieristico
    fu però insufficiente: la gran parte dei primi coloni, provata dalle
    durissime condizioni di vita, preferì abbandonare l’impresa e
    tornarsene in Russia, oppure raggiungere mete meno disagevoli come gli
    Stati Uniti. Per di più, i biluim non avevano né esperienza di lavoro
    agricolo né fondi: a permettere la sopravvivenza di questi primi
    insediamenti fu quindi soprattutto l’aiuto economico del ricchissimo
    barone Edmond de Rothschild, che inviò denaro ed agronomi esperti. Fra
    i primi coloni c’era il lituano Eliezer Yitzhak Perelman, che assunse
    il nome di Ben-Yehuda e che sarebbe stato il “padre” della lingua
    ebraica moderna, educando suo figlio esclusivamente in ebraico,
    insegnando l’ebraico nelle scuole e pubblicando un giornale in quella
    lingua. Ben-Yehuda avrebbe poi nel 1890 creato la Commissione sulla
    lingua e pubblicato a partire dal 1912 il primo dizionario di ebraico
    moderno.
    Questa prima, esigua ondata migratoria che va dal 1881 al 1903 sarebbe
    stata definita dagli storici israeliani “Prima ‘Aliyah”(in
    ebraico «ascesa»: raggiungere la Palestina era considerato un modo di
    elevarsi spiritualmente), ed i suoi artefici ’olim. Quello dei biluim
    fu definito “sionismo pratico”, in quanto i suoi esponenti
    cercarono di realizzare sul campo le loro aspirazioni. I numeri della
    Prima Aliyah non furono certo impressionanti, visto che in Palestina
    non arrivarono che poche migliaia di ebrei: certo è che questo
    improvviso afflusso di immigrati dalla Russia dovette preoccupare le
    sospettose autorità ottomane, che nel 1882 proibirono agli ebrei di
    trasferirsi in Palestina. L’ingiunzione ebbe scarso effetto, tanto
    più che sei anni dopo, dietro pressioni britanniche, Istanbul dovette
    fare parzialmente marcia indietro; ad ogni modo gli acquisti di
    terreni continuarono ricorrendo alla corruzione di funzionari,
    all’uso di prestanome o appellandosi ai privilegi concessi dalle
    capitolazioni ai cittadini stranieri.
    Mentre i biluim si lanciavano nella colonizzazione, a Vienna nel 1883
    il giovanissimo Nathan Birnbaum fondò un’associazione studentesca
    ebraica, Kadimah, e l’anno dopo iniziò le pubblicazioni della
    rivista Selbstemanzipation(«autoemancipazione» in tedesco). Fu su
    questa rivista che apparve per la prima volta, nel 1890, il termine
    “sionismo”.
    La svolta politica: Theodor Herzl e “Der Judenstaat”
    Fu in questi anni che nacque il sionismo politico, la corrente
    destinata ad imprimere la svolta decisiva ad un movimento fino ad
    allora di scarso o nullo rilievo. Nel 1896 fu pubblicato in Austria-
    Ungheria il pamphlet Der Judenstaat («Lo stato degli ebrei»), scritto
    dal giornalista Theodor Herzl (1860-1904). Herzl, nato a Budapest, era
    un intellettuale ebreo laico di idee conservatrici, colto e
    poliglotta, che lavorava per un giornale austriaco come corrispondente
    dalla Francia. Qui era stato testimone, rimanendone sconvolto,
    dell’esplosione di antisemitismo seguita al caso Dreyfus (1895), un
    ufficiale francese ebreo ingiustamente condannato per spionaggio.
    L’episodio lo aveva fatto riflettere sulla condizione degli ebrei
    spingendolo a scrivere Der Judenstaat, che sarebbe diventato nei
    decenni successivi il testo chiave del sionismo. Sulla scia di Hess e
    Pinsker, Herzl vi affermava che l’antisemitismo era qualcosa di
    inestirpabile, perché “la questione ebraica esiste ovunque, là dove
    vive un considerevole numero di ebrei. Là dove non esiste, viene
    importata dagli ebrei che vi si trasferiscono”[9]. Giunse quindi alla
    conclusione che, poiché “i popoli presso cui vivono gli ebrei sono
    tutti quanti antisemiti”[10], una reale assimilazione degli ebrei non
    avrebbe potuto aver luogo se non in misura estremamente limitata,
    tanto più che l’antisemitismo tendeva a crescere proprio laddove
    gli ebrei si erano emancipati maggiormente.
    Partendo da questi presupposti e dall’idea che quella ebraica fosse
    una questione nazionale, Herzl sosteneva quindi che l’unica soluzione
    alla questione fosse la fondazione di uno Stato ebraico dove gli
    israeliti potessero trovare un sicuro rifugio. Una volta creato tale
    stato, l’«anomalia ebraica» sarebbe venuta meno: pertanto,
    profetizzava Herzl, l’antisemitismo avrebbe cessato di esistere
    “ovunque e subito”[11]. A suo vedere, la creazione di questo Stato
    sarebbe potuta avvenire solo dopo essersi garantiti il sostegno
    politico di una qualche potenza all’impresa. Per spingere gli ebrei
    ad emigrare, poi, si sarebbe potuto sfruttare lo stesso antisemitismo:
    Herzl sottolineava infatti come gli stessi paesi antisemiti avrebbero
    avuto tutto da guadagnarci dalla partenza degli ebrei, visto che i
    capitalisti gentili si sarebbero liberati in un solo colpo sia dei
    loro concorrenti israeliti sia dei numerosi socialisti di origine
    ebraica (che egli chiamava “sovversivi”[12]). Come possibili sedi
    di uno Stato ebraico egli suggeriva l’Argentina, grande e ricca di
    risorse, o la Palestina; nel caso di quest’ultima, Herzl riteneva che
    le potenze europee avrebbero avuto ogni interesse ad appoggiare la
    costruzione in quel paese di tale stato, in quanto questo avrebbe
    costitutito “un avamposto della cultura contro la barbarie”[13]. Ad
    occuparsi degli aspetti scientifici e politici dell’impresa sarebbe
    stata una “Society of Jews”, mentre la colonizzazione vera e
    propria sarebbe stata messa in atto da una “Jewish Company”,
    organizzata “secondo il modello delle grandi società
    coloniali”[14]. I primi coloni ad essere inviati sul posto sarebbero
    stati elementi provenienti dagli strati sociali più bassi, perché
    “solo i desperados sono adatti alla conquista”[15], poi via via
    sarebbero arrivati commercianti, artigiani, professionisti ed infine
    imprenditori e finanzieri. Da un punto di vista costituzionale, il
    nuovo stato avrebbe dovuto configurarsi come una repubblica
    oligarchica (Herzl non credeva nella democrazia, ed era
    tendenzialmente monarchico).
    Da un punto di vista ideologico, evidentemente, Herzl non fece che
    ripetere ed epitomizzare idee già espresse dai suoi predecessori; la
    novità del suo contributo fu piuttosto l’aver articolato una
    dettagliata strategia per la realizzazione del progetto di uno Stato
    ebraico, strategia imperniata non su utopie ma sulla realpolitik del
    suo tempo, l’età dei nazionalismi e della grande espansione
    coloniale europea in Asia e in Africa, di cui il suo progetto si
    presentava come parte integrante. Teoreticamente, invece, il pamphlet
    di Herzl era piuttosto debole: la sua visione totalmente astorica
    dell’antisemitismo, visto come una sorta di ombra che inseguirebbe
    gli ebrei ovunque vadano, è mistificante, come già quella di Pinsker,
    e le considerazioni che Herzl faceva su di esso costituiscono una
    generalizzazione del tutto arbitraria. In alcuni paesi era
    effettivamente vero che l’ondata antisemita era il frutto almeno in
    parte della resistenza all’emancipazione degli ebrei, ma i casi della
    Gran Bretagna e dell’Italia, dove nel XIX secolo tale emancipazione
    non comportò alcun rigurgito antisemita, impediscono di generalizzare
    questa osservazione; viceversa il caso della Russia, dove i pogrom non
    erano certamente il risultato dell’emancipazione, smentiva un
    rapporto causa-effetto fra la conquista di una piena cittadinanza da
    parte degli ebrei e la reazione antisemita. Allo stesso tempo, Herzl
    mostrava una grande ingenuità nel ritenere che la fondazione dello
    Stato ebraico e il trasferimento in esso di tutti gli ebrei del mondo
    avrebberod’emblée posto fine all’antisemitismo. Herzl, come
    Pinsker, riteneva che quella ebraica fosse una questione nazionale
    irrisolta di un popolo senza stato: un’idea che, come si è visto,
    risultava invece estremamente problematica; tanto più che, come egli
    stesso riconosceva, a tenere insieme gli ebrei era stata “solo
    l’antica fede”[16], mentre per il resto essi condividevano la
    cultura e la lingua del paese in cui risiedevano. Nella risoluzione di
    questo nodo Herzl fu alquanto originale: secondo il fondatore del
    sionismo politico, a definire l’ebraismo come una nazionalità e gli
    ebrei come un popolo provvedevano paradossalmente proprio gli
    antisemiti: “siamo un popolo – è il nemico a renderci tale, anche
    senza che noi lo vogliamo”[17]. Nella sua visione gli ebrei si
    configuravano quindi non come una comunità linguistico-culturale, ma
    come una comunità tenuta insieme da un comune nemico. Se l’identità
    ebraica veniva definita dagli antisemiti, la logica conseguenza era
    far proprie le premesse dell’antisemitismo: non è un caso quindi che
    Herzl riproponesse nel suo pamphlet molti stereotipi antiebraici
    (“noi popolo avido”[18], scrive), né che egli non si ponesse
    affatto come fine la lotta all’antisemitismo e alle discriminazioni,
    giacché il sionismo trovava in questi la giustificazione per la
    propria stessa esistenza. Qualora ci si attenesse alla definizione di
    “popolo” data da Herzl, alla scomparsa dell’antisemitismo
    verrebbe paradossalmente meno lo stesso popolo ebraico, un rischio che
    egli stesso scongiurava affermando che comunque gli ebrei, come gli
    altri popoli, avrebbero sempre avuto abbastanza nemici.
    Il sionismo di Herzl si poneva quindi non in una relazione di antitesi
    all’antisemitismo ma di complementarità ad esso: in questa
    prospettiva, l’obiettivo degli antisemiti di liberarsi dagli ebrei
    veniva a coincidere con quello sionista di far sì che questi si
    trasferissero in massa nel futuro Stato ebraico. Questa logica, come
    si vedrà, sarà foriera di sviluppi spesso paradossali nella storia
    del sionismo.
    Il sionismo politico
    Herzl non si limitò a ripetere le idee dei suoi predecessori e ad
    articolarle in modo politicamente più definito, ma le tradusse in
    prassi: e così per il 29 agosto 1897 convocò a Basilea il primo
    Congresso Sionista Mondiale, in cui i delegati convenuti si
    costituirono in Organizzazione Sionista Mondiale e si accordarono su
    un programma finalizzato alla creazione tramite una campagna di
    pressioni politiche sui capi di stato europei di un insediamento di
    agricoltori, contadini ed artigiani in Palestina “protetto dal
    diritto pubblico”[19]. Si evitò di parlare pubblicamente di uno
    Stato ebraico, onde evitare di inimicarsi il sultano ottomano. L’idea
    iniziale era di chiedere al sultano una “carta” che desse ai coloni
    ebrei il diritto di insediarvisi, oppure di ottenere il sostegno di
    una o più grandi potenze europee. Herzl era assolutamente certo che il
    sionismo avrebbe trionfato, tanto da scrivere nei suoi diari privati
    che con il Congresso di Basilea era stato fondato lo Stato ebraico, di
    cui profetizzò la nascita entro al massimo cinquant’anni
    (curiosamente, sbagliò solo di un anno: Israele sarebbe stato
    effettivamente fondato 51 anni dopo, nel 1948).
    Altri congressi sionisti seguirono, e Herzl ebbe una serie di incontri
    con i principali capi di stato e i maggiori finanzieri ebrei
    d’Europa, chiedendo con scarso successo sostegno politico ai primi e
    finanziario ai secondi. Il kaiser tedesco Guglielmo II – noto
    antisemita - fu l’unico a manifestare un qualche interesse, ma
    anch’egli si tirò indietro per non urtare la suscettibilità del
    sultano ottomano suo alleato, che invece respinse le proposte
    sioniste. Le cose non andarono meglio con molte comunità ebraiche
    europee: nonostante all’Organizzazione Sionista aderissero alcuni
    ricchi notabili, la gran parte degli ebrei nel mondo erano all’epoca
    lontani dal sionismo, puntando piuttosto all’assimilazione. Non pochi
    erano poi impegnati nei movimenti rivoluzionari socialisti e nel Bund;
    soprattutto in Europa orientale la loro condizione di oppressione li
    rendeva più permeabili alle idee marxiste, e non per caso gran parte
    dei futuri protagonisti delle rivoluzioni russa e tedesca erano ebrei:
    si pensi ad Eugen Leviné, Kurt Eisner, Rosa Luxemburg, Karl
    Liebknecht, Lev Trockij (Leiba Bronstein), Zinov’ev (Grigorij
    Apfelbaum), Kamenev (Lev Rosenfeld), Béla Kun e tanti altri; non a
    caso, la propaganda antisocialista si nutriva sovente di triti
    stereotipi antisemiti. Un certo successo fu tuttavia riscosso da
    Herzl fra gli strati sociali più bassi degli ebrei est-europei, alle
    cui sofferenze egli sembrava poter offrire una soluzione.
    Ormai politicamente alle strette, Herzl giocò la sua carta finale,
    rivolgendosi alla Gran Bretagna e ottenendo da quest’ultima,
    all’epoca impegnata nel rafforzamento del più vasto impero coloniale
    della storia, la possibilità di insediarsi in Africa orientale, in
    Uganda. La “proposta ugandese” fu vagliata nei successivi congressi
    sionisti e dopo infuocati dibattiti, nel corso dei quali Herzl morì
    (1904), fu infine respinta nel 1905 a favore dell’originario progetto
    di edificazione dello Stato in Palestina.
    A portare linfa vitale al progetto sionista fu nel frattempo una nuova
    ondata di feroci pogrom antiebraici che scosse l’Impero Russo tra il
    1903 e il 1906; gli episodi più gravi ebbero luogo a Kišinëv nel
    1903 e ad Odessa nel 1905, e le vittime furono centinaia. In seguito a
    questi tragici avvenimenti gli ebrei russi formarono i primi gruppi di
    autodifesa e ci fu un vero e proprio boom di emigrazione diretta verso
    la Palestina, la cosiddetta Seconda ‘Aliyah (1904-1914). Furono
    questi i coloni che avrebbero costituito il nocciolo duro del
    movimento sionista laburista, che avrebbe poi fondato lo Stato di
    Israele. Fra essi c’era il giovane polacco David Grün, nato nel 1886
    a Plonsk, che avrebbe poi cambiato il proprio cognome in Ben-Gurion
    (in ebraico, «il figlio del leone»).
    La Seconda ‘Aliyah, il sionismo laburista e i primi attriti con gli
    arabi
    “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”: il movimento
    sionista aveva riassunto i propri obiettivi riprendendo lo slogan di
    Lord Shaftesbury. Si è visto tuttavia nel primo capitolo come la
    Palestina in cui i primi coloni ebrei sbarcavano fosse ben lungi
    dall’essere un deserto in attesa di redenzione, come è stata spesso
    presentata: si trattava invece di un paese popolato da più di mezzo
    milione di arabi, con un’economia centrata sull’agricoltura e il
    commercio che si stava integrando nel mercato mondiale. Di questo non
    sembravano essere consci i biluim, ma non ne erano ignari i teorici
    sionisti. Già nel 1891 Ascher Ginzburg (1856-1927), uno scrittore
    ebreo russo meglio noto come Ahad Ha’am («uno del popolo» in
    ebraico), dopo aver visitato il paese scrisse che la Palestina era
    tutt’altro che disabitata e che ben difficilmente vi si potevano
    trovare terreni non coltivati: ciò rendeva quella sionista una
    pericolosa illusione che rischiava di scatenare l’ostilità degli
    arabi palestinesi. Ginzburg proponeva quindi di abbandonare i
    propositi di costruzione di uno Stato ebraico in favore di un
    “sionismo culturalista”, ossia della creazione di un un focolare
    culturale (e non nazionale) ove far rinascere la lingua e la cultura
    ebraica, soluzione questa che avrebbe permesso loro di non entrare in
    urto con la popolazione locale. Osservazioni simili furono fatte
    dall’ebreo palestinese Yitzhak Epstein (1862-1943), secondo il quale
    l’Organizzazione Sionista non aveva tenuto conto del fatto che la
    Palestina era già abitata dagli arabi: di conseguenza, bisognava
    smettere di accaparrarsi le terre e scacciarne i contadini arabi e
    cercare invece un modus vivendi con la popolazione autoctona. Nissim
    Malul, un altro ebreo palestinese, arrivò addirittura a sostenere la
    necessità per i sionisti di assimilarsi con la popolazione locale,
    dando vita ad una sorta di nazionalismo pansemita. Altri ancora
    proposero infine di lasciar perdere la Palestina e cercarsi un altro
    paese che non fosse già abitato. Gli appelli di Ginzburg, Epstein e
    Malul non furono raccolti, ma le loro idee avrebbero dato frutti
    alcuni decenni più tardi.
    Herzl in realtà non ignorava che la Palestina fosse abitata dagli
    arabi: semplicemente, considerava gli arabi irrilevanti, così come i
    conquistatori europei dell’Africa vedevano quel continente come un
    vasto territorio disabitato; tale atteggiamento evidenziava
    chiaramente il suo debito nei confronti dell’apparato ideologico del
    colonialismo, di cui peraltro lo stesso Herzl era ben cosciente[20].
    Nel 1899 peraltro il notabile palestinese Yusuf Diya al-Khalidi aveva
    scritto al rabbino di Francia Zadok Khan (che aveva girato la lettera
    al fondatore del sionismo politico) manifestando la sua preoccupazione
    riguardo alle attività sioniste in Palestina e consigliando di fermare
    la colonizzazione; al-Khalidi profetizzò che il tentativo di
    impadronirsi del paese da parte degli ebrei avrebbe potuto condurre
    alla guerra con gli arabi. Herzl aveva risposto rassicurandolo sul
    fatto che non era sua intenzione spossessare gli arabi e che la
    colonizzazione avrebbe arrecato loro solo vantaggi, una posizione che
    in seguito sarebbe stata ripetuta dai sionisti in tutti i contesti
    pubblici. In realtà, Herzl era ben conscio del fatto che creare uno
    Stato ebraico in Palestina avrebbe avuto come corollario lo
    spossessamento degli arabi che vi vivevano: nei suoi diari scriveva
    infatti esplicitamente che bisognava “espropriare con gentilezza
    […] indurre chi è privo di mezzi a passare la frontiera
    procurandogli un impiego nei paesi limitrofi, [...] evitando nel
    contempo di dargliene nel nostro”, il tutto “con prudenza e
    discrezione”[21]. Al-Khalidi del resto non parlava sulla base di
    ipotesi, ma rifletteva su ciò che aveva visto: al loro arrivo in
    Palestina, i coloni si erano inseriti come un altro potente attore nel
    già fiorente mercato delle terre, accelerando il processo già ivi
    esistente di espulsione dei fittavoli o di loro riduzione a braccianti
    salariati. Del resto, la strategia per procedere a quella che i
    sionisti chiamavano assai eloquentemente la “conquista della terra”
    era stata sintetizzata da uno dei leaders degli Hovevei Zion, Menahem
    Ussiškin: “La terra si ottiene […] in tre modi: con la forza […]
    rubandola al legittimo proprietario; […] con l’esproprio basato
    sull’autorità di un governo; o tramite una compravendita”[22]. Non
    potendo mettere in atto i primi due sistemi, i sionisti ricorsero al
    terzo. I primi acquisti di terre furono effettuati grazie al sostegno
    di Rothschild e di altri magnati e filantropi, ma nel 1900 Rothschild
    ritirò il suo sostegno perché le colonie non facevano profitti.
    Poiché la colonizzazione basata sull’iniziativa privata non
    funzionava, nel 1901 l’Organizzazione Sionista creò il Fondo
    Nazionale Ebraico, un ente il cui fine era raccogliere denaro per
    investirlo nell’acquisto di terre su vasta scala in Palestina, terre
    che poi sarebbero state date in gestione ai coloni. I sionisti
    acquistarono terreni soprattutto lungo la costa mediterranea, nella
    valle del Giordano e in quella di Yezreel, in misura minore in
    Galilea. I grandi proprietari assenteisti che risiedevano a Beirut o
    le famiglie di notabili palestinesi erano ben contenti di vendere,
    tanto più che l’accresciuta domanda portò ad un rapido incremento
    dei prezzi; una volta acquistati i terreni, i coloni vi si insediavano
    e ne sfrattavano i fittavoli arabi, che erano costretti a trasformarsi
    in proletariato agricolo al servizio dei coloni o ad emigrare nelle
    città, incrementando il trend avviatosi dalla metà del secolo. A
    complicare questo processo c’era poi la mentalità dei coloni: essi
    erano degli europei che si trasferivano in quello che consideravano un
    «Oriente» barbaro e arretrato, e portavano con sé tutti i pregiudizi
    diffusi all’epoca in un’Europa che era all’apice delle proprie
    conquiste coloniali[23]. Il rapporto tra coloni ebrei e palestinesi
    arabi si configurava come una tipica relazione tra colonizzatori e
    colonizzati, con i primi che consideravano i secondi meri fornitori di
    manodopera a basso costo, infidi, stupidi, sottosviluppati, sporchi, o
    per dirla con le espressioni usate da alcuni biluim “gente in via di
    degenerazione”[24], “razza […] ipocrita e falsa”[25] “gente
    semiselvaggia, le cui idee sono estremamente primitive”[26]. Finanche
    quando il disprezzo nei confronti degli arabi era meno accentuato,
    l’atteggiamento che prevaleva era comunque quello di un bonario
    paternalismo, anch’esso tipicamente coloniale: “anime di bambini in
    corpi di adulti”[27], li definì al primo impatto David Grün, futuro
    Ben-Gurion. Un rapporto di questo tipo non poteva che indispettire
    ulteriormente gli arabi che entravano in contatto con gli ‘olim, che
    infatti ai loro occhi erano degli stranieri occidentali venuti a
    strappargli la loro terra e ingiustamente favoriti dai privilegi
    concessi loro dalle capitolazioni. Commenta Ilan Pappé che il
    sionismo, partito come movimento europeo di liberazione nazionale “si
    trasformò in un movimento colonialista nel momento in cui i suoi
    leaders decisero di realizzare la loro idea di rinascita nazionale in
    Palestina”[28].
    Non troppo dissimile da quello con gli arabi era il rapporto con il
    millet ebraico di Palestina: gli ebrei palestinesi, che erano in
    maggioranza ortodossi e fedeli alle autorità ottomane, specie dopo
    l’ondata di prosperità seguita alle riforme dei Tanzimat, vedevano i
    coloni come dei miscredenti moralmente degradati che con la loro
    attività rischiavano di metterli in urto con Istanbul, mentre i nuovi
    arrivati a loro volta consideravano gli ebrei orientali dei bigotti
    sottosviluppati. I coloni erano ashkenaziti, gli ebrei autoctoni
    sefarditi: le frizioni politiche fra i due gruppi assunsero quindi
    all’epoca la forma di dispute fra rabbini sul diritto religioso.
    Nonostante ciò, i coloni nelle statistiche consideravano se stessi e
    gli ebrei autoctoni come un’unica comunità, che battezzarono Yishuv
    («insediamento» in ebraico).
    Nel giro di pochi anni in Palestina sorsero decine di colonie
    ebraiche: i coloni, dopo aver acquistato un terreno, vi si insediavano
    costruendovi delle spartane abitazioni e dividendosi i lotti. Questo
    tipo di insediamenti, basati sulla proprietà privata, si chiamavano
    moshavot (al singolare moshavah), erano di solito composti da piccoli
    proprietari e solitamente sorgevano nelle vicinanze di un villaggio
    arabo. Non di rado capitava che sui terreni vivessero dei fittavoli,
    che venivano sfrattati per fare posto ai nuovi arrivati o diventavano
    braccianti al servizio dell’insediamento. Spesso succedeva che i
    fellahin espulsi tentassero di tornare e venissero respinti dai
    coloni; gli sfrattati si vendicavano allora con piccoli furti o
    aggressioni, occasionalmente con saccheggi. Peraltro i coloni,
    proveniendo dall’esperienza dei pogrom russi, erano ben decisi a
    lasciarsi alle spalle quella che consideravano la passività tipica
    dell’ebreo diasporico[29], cosicché spesso assumevano un
    atteggiamento apertamente aggressivo e sprezzante verso gli arabi,
    tanto che a volte gli attriti con i fellahin si concludevano con la
    morte di un colono o di un bracciante arabo. Questa attitudine fu
    stigmatizzata ancora una volta da Ascher Ginzburg, secondo il quale
    gli ‘olim mostravano una certa “tendenza al dispotismo, come suole
    accadere ogni volta che il servo diventa padrone”[30]. Ginzburg era
    stato personalmente testimone del fatto che i braccianti arabi che
    lavoravano per gli ebrei venivano spesso picchiati senza ragione, al
    punto che la colonia di Rehovot dovette ufficialmente proibire di
    ricorrere alla violenza nei rapporti con i dipendenti arabi. Le
    tensioni erano ulteriormente aggravate dal fatto che alcuni coloni
    prestavano denaro a interesse ai fellahin e dalla totale mancanza di
    conoscenza delle rispettive usanze da parte di entrambi, nonostante
    già i biluim avessero insistito fin dall’inizio sulla necessità di
    apprendere la lingua e i costumi locali. D’altro canto, le colonie
    ebraiche erano spesso totalmente dipendenti dai villaggi arabi
    circostanti per gli approvvigionamenti di acqua e alimenti e per la
    manodopera, tanto che a volte intere famiglie di stagionali arabi
    arrivavano anche da villaggi più lontani per lavorare al raccolto
    negli insediamenti. Gli arabi conoscevano molto meglio il terreno,
    erano più abituati ai lavori pesanti, avevano esperienza come
    agricoltori e soprattutto chiedevano salari più bassi, per cui i
    proprietari ebrei preferivano assumerli al posto dei loro
    correligionari. Utilizzando le categorie degli studiosi del
    colonialismo D.K. Fieldhouse e George Fredrickson, il sociologo
    Gershon Shafir ha definito questo tipo di insediamento una “colonia
    di insediamento etnico”[31](«ethnic plantation colony»), ossia un
    modello di colonizzazione basato sul controllo della terra da parte
    dei coloni europei e sull’utilizzo di manodopera locale. Sebbene i
    sionisti della Prima ‘Aliyah mirassero in teoria ad una
    colonizzazione ebraica di massa e all’utilizzo esclusivo di
    manodopera ebraica (come suggerito sia da Herzl che da Ussiškin), gli
    insuccessi economici dei primi insediamenti e il conseguente ricorso
    agli aiuti economici del magnate Rothschild fecero sì che per il
    momento a prevalere fosse questo tipo di modello. Non tutti i nuovi
    arrivati comunque si stabilivano nelle colonie: diverse migliaia
    preferirono insediarsi a Jaffa e Haifa e dedicarsi ad attività
    commerciali; alcuni fra loro fondarono la prima banca autoctona
    palestinese, la Anglo-Palestine Bank.
    Rispetto alla Prima, la Seconda ‘Aliyah (1904-1914) portò ad una
    svolta radicale: anzitutto i coloni di questa nuova ondata migratoria
    erano numericamente più cospicui; in secondo luogo, essi erano
    ideologicamente molto più determinati dei loro predecessori:
    anch’essi intendevano incarnare il mito del “nuovo ebreo”, ma si
    consideravano per la maggior parte socialisti e nazionalisti allo
    stesso tempo. Curiosamente questi nuovi ‘olim, se da un lato
    nutrivano disprezzo verso i fellahin e gli arabi inurbati, dall’altro
    veneravano i beduini, che vedevano come coraggiosi guerrieri nomadi
    del deserto, incarnazione del mito di un arabo “più puro” perché
    rappresentante di quell’Oriente senza tempo che abitava
    l’immaginario europeo dell’epoca. Poiché i beduini rappresentavano
    per loro “una testimonianza vivente su come, verosimilmente,
    dovessero essere i loro remoti antenati”[32]i coloni li imitavano in
    tutto, abbigliandosi con la kefiah e apprendendo a cavalcare, marcando
    così il loro “ritorno” con uno stile di vita legato alla terra e
    alla natura che li avrebbe “redenti” dal lascito della diaspora, da
    essi avvertito come un fardello di cui liberarsi. Altro segno evidente
    di questo azzeramento dell’esperienza diasporica era il cambio di
    nome: abbandonando quello dell’Esilio e ribattezzandosi con nomi
    ebraici, i coloni sionisti ridefinivano il proprio sé sulla base
    dell’acquisizione di una nuova identità personale legata a quella
    nazionale. Škol’nik diventava allora Levi Eshkol, Perski e Grün
    rispettivamente Shimon Peres e David Ben-Gurion, Perelman si
    trasformava in Eliezer Ben-Yehuda. Il mito della rinascita era
    strettamente legato a quello del pioniere e al culto del lavoro
    agricolo, ma in realtà fra gli ‘olim quanti si dedicarono
    effettivamente al lavoro agricolo furono sempre una minoranza, la
    maggior parte dei nuovi arrivati preferendo stabilirsi nei centri
    urbani.
    Ideologicamente, i coloni della Seconda ‘Aliyah appartenevano ad
    un’altra corrente del sionismo, quella laburista. Questa corrente si
    sviluppò nei primi due decenni del XX secolo ed i suoi principali
    teorici erano Ber Borochov (1881-1917) e Aaron David Gordon
    (1856-1922). Il sionismo laburista, nonostante l’apparente debito
    verso il movimento operaio, aveva origini nettamente diverse. Zeev
    Sternhell (2002) ne ha indagato la genealogia ideologica, ritrovandovi
    piuttosto una matrice comune con il cosiddetto socialismo
    nazionalista, sviluppatosi in Europa a cavallo fra il XIX e il XX
    secolo da una mistura “fra le tendenze antimarxiste e antiriformiste
    presenti nel socialismo e […] [il] nazionalismo etnico, culturale e
    religioso”[33]. Il punto nodale di questa corrente stava nella
    “accettazione del principio del primato della nazione, al cui
    servizio vengono posti i valori del socialismo”[34] e
    conseguentemente nell’auspicare l’unione tra le classi sociali per
    il bene della nazione, vista come un corpus organicamente e
    culturalmente unitario. Per il socialismo nazionalista “l’unica
    reale distinzione sociale intercorre fra il lavoratore e colui che non
    lavora, vale a dire «il parassita»”[35], donde un vero e proprio
    culto per il lavoro manuale, mentre la solidarietà nazionale alla sua
    base implicava il rifiuto del lavoro agli stranieri[36]. Come è
    evidente, si tratta dello stesso bacino di idee cui più tardi
    avrebbero attinto i vari fascismi europei. Sternhell ha indicato come
    uno dei più compiuti esempi di socialismo nazionalista il nazionalismo
    italiano di Enrico Corradini, con il suo concetto di “nazione
    proletaria”[37].
    Idee simili a quelle del socialismo nazionalista si ritrovano solo
    parzialmente in Borochov, mentre sono molto presenti nel pensiero di
    Gordon. Borochov era un ebreo russo che nel 1905 aveva fondato il
    primo partito socialista sionista, il Po’ale-Tzion(«operai di Sion»
    in ebraico); egli aveva cercato di fondere marxismo e sionismo,
    adoperando concetti marxiani per trovare un fondamento materialista al
    nazionalismo ebraico. La riflessione di Borochov non nasceva come
    reazione all’antisemitismo: lo preoccupava piuttosto il fatto che lo
    status particolare degli ebrei avesse impedito loro lo sviluppo in
    classi antagoniste. La rivoluzione socialista non avrebbe posto
    rimedio all’antisemitismo, che anch’egli vedeva come un fenomeno
    impossibile da sradicare e che avrebbe per sempre sbarrato la strada
    all’assimilazione; di conseguenza, gli ebrei dovevano impadronirsi di
    un territorio e fondarvi uno stato, se volevano salvarsi e svilupparsi
    come tutti gli altri popoli. Per Borochov, la costruzione dello Stato
    ebraico avrebbe avuto luogo tramite la lotta di classe e sarebbe stata
    guidata dal proletariato. Sostanzialmente Borochov arrivava alle
    stesse conclusioni degli altri pensatori sionisti, differenziandosene
    solo per la terminologia marxista: di fatto il suo tentativo di
    sintesi tra socialismo e nazionalismo finì per essere profondamente
    sbilanciato a favore del secondo, cui il primo veniva comunque
    subordinato[38]. Del Po’ale-Tzion entrò a far parte anche Ben-
    Gurion, che era invece portatore di una linea fortemente nazionalista.
    Aaron David Gordon era invece l’ideologo di Ha-Po’el Ha-Tza’ir,
    («Federazione dei giovani operai di Erez-Yisrael») un partito
    nazionalista ebraico nato nel 1905, che fu l’altro pilastro della
    seconda ‘Aliyah. A differenza di Borochov, Gordon era visceralmente
    antimarxista e le sue idee si inserivano perfettamente nel solco del
    socialismo nazionalista: egli vedeva l’umanità come un’insieme di
    nazioni, e la nazione come un organismo vivente strettamente legato al
    proprio suolo, da cui l’esistenza del singolo era totalmente
    dipendente; di conseguenza la diaspora era una stortura da rimediare,
    una condizione innaturale che avrebbe necessariamente distrutto la
    nazione ebraica. Il ritorno nella sua terra d’origine era quindi per
    lui una condizione necessaria ed indispensabile per la rinascita del
    popolo ebraico. Diversamente da Herzl, egli non pensava che fosse
    l’antisemitismo a costituire la principale minaccia; data la sua
    concezione della nazione come corpo organico, egli vedeva piuttosto il
    vero nemico degli ebrei in quanto popolo nell’assimilazione. Gordon
    fu profondamente influenzato dal pensiero romantico di Herder e dal
    nazionalismo slavo e considerava la religione ebraica lo “spirito
    nazionale”[39] (Volkgeist) degli ebrei. Riguardo agli arabi, Gordon
    riconosceva anche i loro diritti sulla Palestina, ed inizialmente
    sosteneva che ad acquisire il paese sarebbe stato chi lo avrebbe
    riscattato col proprio lavoro; in seguito però, considerando la Bibbia
    come un vero e proprio atto di proprietà, scrisse che le
    rivendicazioni ebraiche sulla Palestina erano storicamente più
    importanti. Il “ritorno a Sion” avrebbe permesso secondo Gordon la
    nascita di un nuovo tipo di ebreo, eliminando quello che egli chiamava
    il “parassitismo” della diaspora; il suo rigetto di quest’ultima
    era tale da condurlo a fare propri molti topoi antisemiti, come Herzl:
    “siamo un popolo parassita. Non abbiamo radici nella terra; [...]
    siamo parassiti non solo in senso economico, ma anche nello spirito,
    [...] siamo dunque nulla anche agli occhi degli altri popoli.”[40].
    L’esule al suo ritorno si sarebbe invece trasformato in un colono
    agricolo e avrebbe vissuto in simbiosi con la terra e con i suoi
    compagni di lavoro in un’ideale microcomunità che rispecchiasse la
    macrocomunità costituita dalla nazione. In questo ritorno alla terra e
    alla comunità Gordon esprimeva il suo rifiuto della modernità, che
    egli vedeva incarnata nel razionalismo, nel capitalismo e nel
    socialismo e a cui contrapponeva il suo nazionalismo nutrito di
    irrazionalismo e vitalismo. Come riassume Zeev Sternhell, “il lavoro
    manuale rappresentava per Gordon la soluzione di tutti i problemi
    dell’umanità e della società”[41]. Pur partendo da presupposti
    opposti, quindi, Borochov e Gordon avevano in comune l’idea per cui
    i lavoratori dovevano essere il motore dell’impresa sionista.
    I militanti di Ha-Po’el Ha-Tza’ir e del Po’ale-Tzion lanciarono
    quindi la campagna per la “conquista del lavoro” (kibbush
    ha-‘avodah): la colonizzazione non avrebbe mai potuto tradursi
    nell’edificazione dello Stato ebraico se le colonie impiegavano
    manodopera araba, pertanto gli imprenditori dovevano dare prova di
    patriottismo e assumere lavoratori ebrei. Il fatto che questi ultimi
    fossero meno abili e più costosi rendeva però tale provvedimento
    antieconomico, nonostante le proteste della base sionista. La
    soluzione fu trovata allora con la creazione di insediamenti
    collettivi, i celeberrimi kibbutzim e moshavim, dove non sarebbe
    esistita circolazione monetaria, la vita sarebbe stata in comune e i
    lavoratori non avrebbero avuto padroni. Il Fondo Nazionale Ebraico
    sostenne questa strategia a partire dal 1908, per impulso di Arthur
    Ruppin (che si era ispirato alla strategia già sperimentata da
    Bismarck di “germanizzazione” dei territori prussiani), e cominciò
    a dare i terreni acquisiti in gestione a delle cooperative agricole.
    Un anno dopo fu fondato in Galilea Degania, il primo kibbutz. I
    kibbutzim sarebbero diventati la bandiera del sionismo laburista,
    esempi propagandisticamente efficacissimi di presunta realizzazione
    dell’utopia di una comunità di eguali; di fatto, però, quello del
    socialismo sionista era “soprattutto un mito capace di
    mobilitare”[42]: l’elemento utopico era certamente presente
    nell’immaginario di alcuni dei coloni che vi andavano a vivere (anche
    se non di tutti, visto che a Degania c’erano anche militanti
    nazionalisti di Ha-Po’el Ha-Tza’ir e lo stesso Gordon), ma la
    realtà era che i kibbutzim erano piuttosto la soluzione ad un problema
    pratico, giacché seguendo semplicemente le leggi del libero mercato la
    colonizzazione ebraica della Palestina non avrebbe avuto successo, non
    avendo i coloni alle loro spalle la forza coercitiva di uno stato come
    nel colonialismo “classico”; con gli insediamenti collettivi invece
    i terreni su cui sorgevano i kibbutzim venivano sottratti al mercato e
    dati in gestione collettiva dal Fondo Nazionale Ebraico agli stessi
    lavoratori, i quali si mettevano così al riparo dalla concorrenza
    della manodopera araba. Gershon Shafir sottolinea come il passaggio
    dalla Prima alla Seconda ‘Aliyah segni lo spostamento da un modello
    coloniale in cui i colonizzatori possiedono la terra (o la prendono in
    affitto da un proprietario) sfruttando la manodopera locale ad uno
    basato sull’esclusione dei nativi, sul modello americano e
    australiano[43]. Vi furono naturalmente resistenze da parte degli
    imprenditori ebrei e dei rappresentanti locali dell’Organizzazione
    Sionista, che motivarono la loro opposizione con la necessità di non
    inimicarsi gli arabi; i proprietari reagirono facendo arrivare 150
    braccianti ebrei yemeniti, facendo salvi i principi della “conquista
    del lavoro” ebraica e continuando allo stesso tempo a pagare salari
    “arabi”, ossia più bassi. Ma la “conquista del lavoro” andò
    avanti, senza tuttavia avere realmente successo al di là del ristretto
    mondo dei kibbutzim e dei moshavim (che all’epoca costituivano non
    più del 6-8% della popolazione ebraica palestinese[44]): se infatti
    gli arabi finirono per essere esclusi da questi ultimi, essi
    continuarono ad essere impiegati come manodopera dalle imprese
    ebraiche che operavano nei centri urbani e nelle colonie dove la terra
    era posseduta da privati. Un particolare nodo in questa questione fu
    la difesa degli insediamenti: fino ad allora i coloni l’avevano
    appaltata a guardie arabe, ma nel 1908 alcuni membri del Po’ale-Tzion
    fondarono una organizzazione armata che si proponeva di provvedere
    essa sola alla sicurezza delle colonie, Ha-Shomer («il guardiano» in
    ebraico). I sorveglianti di Ha-Shomer diventarono a loro volta fonte
    di ulteriori attriti, sia a causa della loro aggressività sia perché
    la loro assunzione da parte dei coloni significava il licenziamento
    per le guardie arabe.
    A partire dal 1907, con l’istituzione dell’Ufficio palestinese
    dell’Organizzazione Sionista, la colonizzazione ebraica del paese
    cominciò ad essere pianificata in maniera centralizzata, tendendo a
    diventare più intensiva. Pochi mesi prima presso Jaffa era stata
    fondata Tel Aviv, che nelle intenzioni dei fondatori avrebbe dovuto
    essere il contrappeso laico a Gerusalemme. Tel Aviv si sviluppò presto
    come una vera e propria città con una fiorente economia basata sul
    commercio e sull’artigianato, attirando molti più immigrati ebrei
    rispetto alle campagne e trasformandosi nel cuore del movimento
    sionista in Palestina. La presenza sionista ormai non poteva più
    essere ignorata dagli arabi palestinesi: se già nel 1891 alcuni
    notabili più attenti e informati avevano inviato un telegramma al
    governo di Istanbul chiedendogli di bloccare l’immigrazione ebraica e
    l’acquisto di terreni da parte dei coloni, questi timori erano
    cresciuti dopo il Congresso di Basilea del 1897; negli anni successivi
    le espulsioni di fittavoli, gli occasionali scontri armati, la
    crescente presenza ebraica nelle città e la campagna per la
    “conquista del lavoro” avevano fatto suonare il campanello
    d’allarme fra le personalità dell’a’ayan, tanto più che anche
    il nazionalismo arabo, nato alla fine del secolo precedente, stava
    iniziando a prendere piede. Se questo si era inizialmente configurato
    come nazionalismo panarabo, in Palestina a dargli un particolare
    impulso era stata la presenza crescente dei coloni sionisti. Nacquero
    così i primi giornali arabi nazionalisti, e nel 1911 fu inoltrata a
    Istanbul un’altra petizione di notabili contro la vendita di terreni
    agli ebrei. Nel frattempo molti cambiamenti avevano avuto luogo
    nell’Impero Ottomano, e nuovi e maggiori sconvolgimenti erano in
    arrivo.
    [Dal libro di Fabio De Leonardis Palestina 1881 2006. Una contesa lunga un secolo, La Città del Sole, Napoli, 2007]
    [1] Su Samawal ibn Adiyà si veda Gabrieli 1967: 44.
    [2] Sugli ebrei come minoranza in Russia, cfr. Atlas narodov Rossii:
    149-50.
    [3] Sulla questa costruzione ideologica dell’ «barbaro Oriente»
    opposto al «civile Occidente», non si può che rimandare al
    fondamentale Said 2003, ancora attualissimo.
    [4] Ci rifacciamo qui alla riflessione di Benedict Anderson, che
    considera la nazione come “an imagined political community” (1983:
    6) nella cui costruzione identitaria gioca un ruolo fondamentale la
    presenza di una lingua comune. Un approfondimento della questione su
    cosa sia una nazione esula qui dai nostri compiti: data la vastissima
    bibliografia in materia, ci limitiamo a rimandare a quattro testi che
    ci sembrano fondamentali: Anderson 1983, Gellner 1983, Hobsbawm –
    Ranger 1983 e Bhabha 2004.
    [5] È ben più probabile, invece, che siano alcuni dei moderni
    palestinesi ad essere i discendenti degli antichi Ebrei: uno dei tanti
    paradossi della questione.
    [6] Cfr. Gresh 2004: 35; Ovadia 1998: 29-30; Atlas narodov Rossii:
    150. Sull’affascinante storia dei Khazari ha scritto diffusamente
    Arthur Koestler.
    [7] Warschawski 2002: 73.
    [8] Morris 2001: 29.
    [9] Herzl 2003: 23.
    [10] Herzl 2003: 34.
    [11] Herzl 2003: 100.
    [12] Herzl 2003: 38.
    [13] Herzl 2003: 43.
    [14] Herzl 2003: 45.
    [15] Herzl 2003: 99.
    [16] Herzl 2003: 49.
    [17] Herzl 2003: 39.
    [18] Herzl 2003: 69. Questo sprezzo di stampo antisemita Herzl lo
    riversò anche sulle lingue proprie delle varie culture ebraiche della
    Diaspora, come lo yiddish e il ladino, che definì “lingue del ghetto
    […] idiomi atrofizzati e limitati […] lingue di prigionieri che le
    avevano rubate”, di cui bisognava sbarazzarsi (Herzl 2003: 90). Anche
    questo rifiuto delle identità diasporiche sarà una costante del
    sionismo successivo.
    [19] Klein 2000: 11.
    [20] In una lettera a Cecil Rhodes (conquistatore inglese della
    Rhodesia), ad esempio, Herzl aveva scritto: “Il mio programma è un
    programma coloniale” (citazione riportata in Gresh 2004: 43).
    [21] Citazione riportata in Morris 2001: 35.
    [22] Citazione riportata in Morris 2001: 55.
    [23] Cfr. Said 2003.
    [24] Citazione riportata in Morris 2001: 61.
    [25] Ibidem.
    [26] Citazione riportata in Morris 2001: 62.
    [27] Citazione riportata in Morris 2001: 63.
    [28] Pappé 2004: 35 (nostra traduzione).
    [29] I coloni avevano sostanzialmente introiettato gli stereotipi
    antisemiti secondo i quali l’ebreo era debole, passivo, sottomesso,
    attaccato al denaro, senza patria, ecc. Essi vedevano quindi gli
    ebrei della diaspora attraverso il prisma di questi stessi stereotipi,
    e per sottolineare la loro “rinascita spirituale” in seguito
    all’aliyah cercavano di allontanarsene il più possibile: il “nuovo
    ebreo” avrebbe quindi vissuto del proprio lavoro agricolo, sarebbe
    stato forte, aggressivo, indipendente, ecc.
    [30] Citazione riportata in Morris 2001: 67. Scriveva Ginzburg: “si
    comportano con gli arabi con cattiveria e insensibilità, li battono
    senza ritegno né buone ragioni e se ne vantano” (ibidem). E
    concludeva amaramente: “come ci comporteremo con tutti gli altri se
    davvero diventeremo i padroni di Erez Yisrael?” (ibidem).
    [31] Shafir 1996: 84. Si veda anche Ram 1993.
    [32] Morris 2001: 62.
    [33] Sternhell 2002: 22.
    [34] Sternhell 2002: 23.
    [35] Sternhell 2002: 23.
    [36] Per un’esauriente trattazione del pensiero di Gordon, cfr.
    Sternhell 2002: 74-108.
    [37] Sternhell 2002: 45.
    [38] Su Borochov e sul Po’ale Tzion, cfr. Sternhell 2002: 117-132.
    [39] Citazione riportata in Sternhell 2002: 86.
    [40] Citazione riportata in Sternhell 2002: 75.
    [41] Sternhell 2002: 96.
    [42] Sternhell 2002: 39.
    [43] Shafir 1996: 84.
    [44] Sternhell 2002: 60.


    PRINT





    http://www.contropiano.org/Documenti...elSionismo.htm

  6. #6
    senza fretta
    Data Registrazione
    18 Feb 2008
    Messaggi
    770
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Il primo post è sponsorizzato dall' Associazione Nazionale Oculisti

  7. #7
    Forumista
    Data Registrazione
    03 May 2011
    Messaggi
    581
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da _Romano_ Visualizza Messaggio
    Il primo post è sponsorizzato dall' Associazione Nazionale Oculisti

    Forse l'ho capita. Se l'ho capita basta aumentare la percentuale della pagina cliccando in basso a destra sul disegno della lente e la pagina s'ingrandisce.
    Comunque gli oculisti potevano scegliersi un acronimo migliore

  8. #8
    senza fretta
    Data Registrazione
    18 Feb 2008
    Messaggi
    770
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Soso. Visualizza Messaggio
    Forse l'ho capita. Se l'ho capita basta aumentare la percentuale della pagina cliccando in basso a destra sul disegno della lente e la pagina s'ingrandisce.
    Oppure tenere premuti i tasti "ctrl" e il "+" per chi usa mozilla firefox anzichè internet explorer
    Citazione Originariamente Scritto da Soso. Visualizza Messaggio
    Comunque gli oculisti potevano scegliersi un acronimo migliore
    si in effetti

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 53
    Ultimo Messaggio: 02-03-13, 16:58
  2. fascismo e sionismo
    Di Lupus nel forum Destra Radicale
    Risposte: 35
    Ultimo Messaggio: 27-01-09, 09:49
  3. Sionismo e antisemitismo
    Di skanderbeg nel forum Destra Radicale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 07-04-08, 06:05
  4. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 27-01-06, 17:16
  5. interessante libro su sionismo e antisemitismo
    Di benfy nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 12-01-06, 12:30

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito