Nuovo fallimento, forse definitivo, ai colloqui di pace tra maggioranza e opposizione
scritto per noi da
Matteo Fagotto
Ancora una fumata nera. L'ennesima, in un processo di transizione che, dallo scorso settembre, non ha fatto registrare progressi. Ma il fallimento del vertice di lunedì scorso tra il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, e il leader dell'opposizione, Morgan Tsvangirai, è più grave di quanto si pensi. Presentato come l'incontro risolutivo, quello che avrebbe dovuto portare alla nascita del nuovo governo di unità nazionale, il colloquio è invece fallito dopo 12 ore di trattativa. E lo stesso Tsvangirai ha parlato apertamente del "giorno più nero delle nostre vite".
Come nelle precedenti occasioni, il fallimento delle trattative ha portato i due partiti (lo Zanu-Pf di Mugabe e il Mdc di Tsvangirai) ad accusarsi a vicenda per la rottura: il presidente ha accusato il leader dell'opposizione di essersi presentato ai colloqui con nuove richieste, invece di accettare il posto di premier offerto dallo Zanu-Pf; dal canto suo, il Mdc ritiene di aver acquisito maggior peso dopo la vittoria alle elezioni politiche dello scorso anno, e pretende per sé alcuni tra i ministeri maggiori, tra i quali gli Interni, l'Informazione e le Finanze. Una distanza di vedute che i mediatori della Southern African Development Community tenteranno di colmare nel loro prossimo vertice, in programma lunedì prossimo. Ma è stato lo stesso Mdc a dirsi scettico sulla riuscita del nuovo vertice, se prima i leader dell'Africa meridionale non adotteranno una linea più ferma nei confronti di Mugabe.
Vincitore del ballottaggio dello scorso giugno a causa del ritiro di Tsvangirai, che aveva denunciato una campagna di terrore nei confronti dei propri sostenitori nei giorni precedenti le consultazioni, Mugabe ha mentenuto il potere, ma a un prezzo molto alto. L'economia del Paese si è liquefatta, con un'inflazione che ha raggiunto quota 231.000.000 percento, polverizzando moneta e risparmi. Lo stato non ha più i fondi per garantire i servizi di base come l'erogazione idrica e la sanità, tanto che un focolaio di colera nato lo scorso agosto si è trasformato in un'epidemia che ha ucciso finora 2.500 persone. Le voci che chiedono le dimissioni di Mugabe, sempre più isolato diplomaticamente, si moltiplicano. Uno sciopero della fame organizzato questa settimana in Sudafrica da 40 tra le personalità più eminenti del Paese, tra le quali l'arcivescovo Desmond Tutu e la moglie di Nelson Mandela, Graca Machel, chiede ai leader della Sadc di cessare la "quiet diplomacy" nei confronti di Mugabe, una politica che secondo gli organizzatori non avrebbe raggiunto i risultati sperati.
Per ora, però, i leader regionali preferiscono continuare con le trattative. Dallo scorso settembre, quando maggioranza e opposizione firmarono un memorandum di intesa per la nascita del nuovo esecutivo, le trattative non hanno portato alcun risultato. La paralisi politica, che dura ormai da quasi un anno, impedisce alle autorità di affrontare i problemi più pressanti del Paese. La crisi economica ha colpito anche l'esercito, tradizionale sostenitore del presidente. A dicembre, alcuni soldati devastarono il centro della capitale Harare a causa del mancato pagamento dei loro stipendi. Una situazione che si sta ripetendo a gennaio, tanto che il governo non ha più i soldi neanche per dar da mangiare alle truppe. Una possibile sollevazione militare contro il presidente non è più un'ipotesi così remota.
http://it.peacereporter.net/articolo...2C+fumata+nera




Come nelle precedenti occasioni, il fallimento delle trattative ha portato i due partiti (lo Zanu-Pf di Mugabe e il Mdc di Tsvangirai) ad accusarsi a vicenda per la rottura: il presidente ha accusato il leader dell'opposizione di essersi presentato ai colloqui con nuove richieste, invece di accettare il posto di premier offerto dallo Zanu-Pf; dal canto suo, il Mdc ritiene di aver acquisito maggior peso dopo la vittoria alle elezioni politiche dello scorso anno, e pretende per sé alcuni tra i ministeri maggiori, tra i quali gli Interni, l'Informazione e le Finanze. Una distanza di vedute che i mediatori della Southern African Development Community tenteranno di colmare nel loro prossimo vertice, in programma lunedì prossimo. Ma è stato lo stesso Mdc a dirsi scettico sulla riuscita del nuovo vertice, se prima i leader dell'Africa meridionale non adotteranno una linea più ferma nei confronti di Mugabe.
Per ora, però, i leader regionali preferiscono continuare con le trattative. Dallo scorso settembre, quando maggioranza e opposizione firmarono un memorandum di intesa per la nascita del nuovo esecutivo, le trattative non hanno portato alcun risultato. La paralisi politica, che dura ormai da quasi un anno, impedisce alle autorità di affrontare i problemi più pressanti del Paese. La crisi economica ha colpito anche l'esercito, tradizionale sostenitore del presidente. A dicembre, alcuni soldati devastarono il centro della capitale Harare a causa del mancato pagamento dei loro stipendi. Una situazione che si sta ripetendo a gennaio, tanto che il governo non ha più i soldi neanche per dar da mangiare alle truppe. Una possibile sollevazione militare contro il presidente non è più un'ipotesi così remota.
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