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  1. #1
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    Wink considerazioni irriverenti sul caso alitalia

    Come avevo previsto alitalia è rimasta in mani francesi.
    ecco a voi la personale top 5 dei vincitori e dei perdenti del caso air italie:
    Vincitori:
    1) L'eliseo e la banca Lazard (Mediobanca)
    2) Air France
    3) Spinetta
    4) Tutto il sistema aeroportuale francese e l'industria della moda transalpina
    5) gli "Amici" dell'eliseo italiani (gran parte del mondo politico, bancario e manageriale del Nord e di Roma)

    Perdenti:
    1) Malpensa e linate
    2) i passeggeri di tutta la penisola
    3) L'indotto
    4) l'economia del nord della penisola in generale
    5) Tutti noi

    premi speciali:
    Premio speciale per l'interpretazione magistrale dimostrata in questo "affaire" air italie...
    alla Moratti a Formigoni e a tutta la Lega nord.
    A voi i commenti
    Saluti

    •   Alt 

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  2. #2
    Non si fitta ai terroni.
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    Prima falli tu i commenti.

  3. #3
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    i lavoratori non meritavano questo orribile trattamento.
    i passeggeri nemmeno.

  4. #4
    Lumbard
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    l'inculata l'abbiamo presa noi che abbiamo tirato fuori altri soldi per sistemare i conti della società prima di metterla in vendita

  5. #5
    Non si fitta ai terroni.
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    Per me i lavoratori se lo meritavano eccome. Tutti terroni a fare un cazzo, imboscati chissà dove. Però lo abbiamo preso nel culo tutti, come dice sciadurel.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    l'inculata l'abbiamo presa noi che abbiamo tirato fuori altri soldi per sistemare i conti della società prima di metterla in vendita
    perché con il berlusca avevi qualche dubbio?

  7. #7
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    E dopo il danno la beffa

    E dopo il danno la beffa:

    Le «made in Italy»
    à prix cassés


    http://www.lefigaro.fr/conso/2009/01...ix-casses-.php

    Mercy silvio.........

  8. #8
    bah.. bastian contrario
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    Che l'affare CAI sia stata una buffonata è evidente a tutti.

    Ci sono state troppe particolarità che portano a pensare a tipici inciuci itagliani, parlo per esempio dell'affare AirOne di Toto, che mi pare sia uno di quelli che ci ha guadagnato di più, parlo di Ligresti che mi pare abbia vinto l'appalto di assicurazione sui voli di stato, il monopolio delle tratte e di conseguenza il costo del biglietto e ... i soliti leghisti che non dimostrano di avere palle quando il berlusca glielo infila da dietro... (affare malpensa)

    A parte questo, che mi sembra il ritratto tipico dell'itaglietta da 4 soldi, la cosa che mi fa incazzare di più è la faccia tosta dei governanti che si ostinano a dire che è stata una operazione grandiosa..
    Ciò che sanno fare questi è costruire una IMMAGINE.

    Ce lo mettono nel didietro e ci vogliono convincere che è GRANDIOSO riceverlo..

    Io rimango della mia idea, bisognava smembrare alitaglia (smembramento omogeneo) e mettere all'asta i pezzi: penso che si sarebbero indeboliti i sindacati, si evitava il monopolio, si avrebbe avuto più concorrenza interna.

    Più o meno quello che bisognerebbe fare con l'itaglia...


    W San Marco

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da grigioverde Visualizza Messaggio
    Che l'affare CAI sia stata una buffonata è evidente a tutti.

    Ci sono state troppe particolarità che portano a pensare a tipici inciuci itagliani, parlo per esempio dell'affare AirOne di Toto, che mi pare sia uno di quelli che ci ha guadagnato di più, parlo di Ligresti che mi pare abbia vinto l'appalto di assicurazione sui voli di stato, il monopolio delle tratte e di conseguenza il costo del biglietto e ... i soliti leghisti che non dimostrano di avere palle quando il berlusca glielo infila da dietro... (affare malpensa)

    A parte questo, che mi sembra il ritratto tipico dell'itaglietta da 4 soldi, la cosa che mi fa incazzare di più è la faccia tosta dei governanti che si ostinano a dire che è stata una operazione grandiosa..
    Ciò che sanno fare questi è costruire una IMMAGINE.

    Ce lo mettono nel didietro e ci vogliono convincere che è GRANDIOSO riceverlo..

    Io rimango della mia idea, bisognava smembrare alitaglia (smembramento omogeneo) e mettere all'asta i pezzi: penso che si sarebbero indeboliti i sindacati, si evitava il monopolio, si avrebbe avuto più concorrenza interna.

    Più o meno quello che bisognerebbe fare con l'itaglia...


    W San Marco
    Come fai a smembrare qualcosa che di fatto non è mai stata unita?
    sarebbe assurdo come è assurdo ad esempio chi parla di difesa del territorio della prosperità della propria gente e poi ha il "tesoretto" in paradisi fiscali.....vicini e lontani....
    Comunque è tutta la classe politica e dirigenziale che ha da sempre avuto cattivi maestri:
    ecco un interessante articolo al riguardo:

    Con la casta dei manager vince il modello francese
    Hanno frequentato le stesse scuole, gli stessi corridoi ministeriali, sono la base di un sistema rigido eppure mediamente efficiente che ora aspetta di vedere mosse annunciate da Sarkozy (Giampiero Martinotti)

    Se in Italia l’impresa a proprietà pubblica rappresenta praticamente quasi tutta la grande industria nazionale, è la Francia il paese dove il ruolo dello stato nell’economia è ancora ostinatamente preponderante. Non è solo una eredità, è una politica, ed è anche un solidissimo sistema di potere. Con i suoi meccanismi di selezione, i suoi riti e le sue gerarchie.
    L’incarico pubblico più prestigioso, in campo economico, è quello occupato attualmente da Augustin Pascal Pierre Louis Marie de Romanet de Beaune, lunghissimo nome per il quaranteseienne rampollo di una grande famiglia cattolica della Bassa Normandia, approdato nel marzo 2007 ai vertici della Caisse des Dépots et Consignations. Un'istituzione fondata nel 1816 e soprannominata "il braccio armato dello Stato": il suo bilancio è più importante di quello del medesimo Stato, le sue partecipazioni azionarie possono essere strategiche e Sarkozy vuole dargli un ruolo di primo piano per difendere le aziende transalpine.
    Augustin de Romanet, nominato in consiglio dei ministri, ha tutte le caratteristiche necessarie per guidare una società pubblica: fino all'ottobre 2006 era stato segretario generale aggiunto dell'Eliseo e nel suo curriculum c'è la frequentazione di una grande scuola (nel suo caso l'Ena). I grandi "patron" delle aziende pubbliche (e una gran parte di quelle private), rispondono a tre criteri principali: hanno frequentato le scuole dell'élite repubblicana (Politecnico, Mines, Ponti e strade, Ena), sono stati membri di primo piano dei gabinetti ministeriali, sono amici del potere politico che li nomina. Le eccezioni sono pochissime.
    La cosa non deve stupire. Il vecchio Stato colbertista continua a funzionare, malgrado molte cose siano cambiate, malgrado una concezione più liberale si sia fatta strada anche Oltralpe, malgrado la mondializzazione. Le aziende private continuano a non fare passi sgraditi al governo e lo fanno quasi di buon grado, visto che i loro dirigenti provengono in gran parte dai ranghi pubblici. E quelle statali, pur nella loro autonomia gestionale, eseguono quel che il potere politico vuole.
    Il sistema funziona, senza che nessuno se ne scandalizzi. In fondo, gli alti funzionari che arrivano ai vertici delle aziende pubbliche hanno la reputazione di essere competenti, il loro orientamento politico interessa solo politici e giornalisti.
    Certo, le eccezioni non mancano: il salvataggio del Crédit Lyonnais dalle follie di grandeur del suo presidente è costato non meno di 8 miliardi ai contribuenti, tenendo conto dei soldi incassati con la sua privatizzazione. Ma non mancano nemmeno le eccezioni più che felici. Per convincersene, basta ripercorrere la carriera di JeanCyril Spinetta, il "patron" di Air France: allievo dell'Ena, è stato nel 198183 il responsabile del servizio di informazione del primo ministro, il socialista Pierre Mauroy.
    Poi è diventato il braccio destro di un altro socialista, Michel Delebarre, che quando era ministro dei Trasporti, nel 1990, lo ha nominato presidente direttore generale di Air Inter, la filiale di Air France che all'epoca gestiva i voli interni. Il resto della sua brillante carriera ce l'abbiamo sotto gli occhi in questi giorni e ci sarebbe piaciuto, qualche anno fa, un qualche ministro italiano scovare fra i suoi funzionari uno Spinetta per l'Alitalia.
    Il sistema francese funziona bene, anche perché ogni tanto lascia arrivare ai vertici anche bravi dirigenti aziendali che non sono passati attraverso i ministeri. Casi rari, indubbiamente. Se guardiamo solo alcune delle grandi aziende ancora controllate dallo Stato, è difficile non trovare "consiglieri del Principe" o dei suoi sottoposti: Anne Lauvergeon, responsabile di Areva (nucleare), è stata la sherpa di François Mitterrand; Louis Gallois, che dirige Eads, casa madre di Airbus, è stato l'uomo di fiducia di JeanPierre Chevènement; AnneMarie Idrac, presidente delle ferrovie, è un ex ministro centrista (oltre che un'ex allieva dell'Ena), i due ex direttori di gabinetto dei due ultimi primi ministri, JeanPierre Raffarin e Dominique de Villepin, si sono ritrovati alla guida di Gaz de France e della Ratp (l'azienda statale dei trasporti parigini). E la lista potrebbe continuare.
    Secondo le stime disponibili, nel 2004 lo Stato controllava maggioritariamente 1.288 aziende, per un totale di 914 mila dipendenti. A loro si aggiungono società in cui il Tesoro è diventato minoritario, ma in cui detiene ancora partecipazioni significative (Renault, France Télécom, Air France, tanto per citare le più importanti).
    Grandi scuole e appoggio politico sono insomma i due grimaldelli indispensabili per raggiungere i vertici delle società pubbliche.
    L'unico vero ostacolo sono le beghe all'interno del potere, le lotte di influenza fra Tizio e Caio, che possono mandare in malora una candidatura. Ma se il sistema funziona bene, ha anche i suoi inconvenienti. Uno soprattutto: tutti i "patron" francesi, compresa gran parte di quelli del settore privato, ha le stesse origini, ha frequentato le stesse scuole, gli stessi corridoi ministeriali. È una casta che si autoriproduce, in cui tutti hanno le stesse idee, vivono nella stessa città, frequentano gli stessi circoli. È il regno del pensiero unico e con esso di una certa rigidità: se le grandi società sono certamente indispensabili per garantire lo statuto di media potenza, sia pur in declino, della Francia, l'assenza di un vero vivaio di piccoli imprenditori creativi si fa sentire. E per convincersene basterebbe guardare il catastrofico andamento del deficit commerciale, le cui ragioni strutturali non sono molto diverse da quelle di casa nostra.
    la distribuzione delle cariche all'interno delle società
    pubbliche è una formidabile leva di potere, alla quale è
    sicuramente difficile rinunciare a cuor leggero.
    (Affari&Finanza, 14.1.08)
    allora non ti ricorda qualcosa?

  10. #10
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    Adesso chiusa la parentesi irriverente vorrei fare una considerazione finale.
    Personalmente essendo amante della storiografia e delle vicende storiche e socio-politiche di questa penisola in generale.
    Spero che in un futuro non molto lontano i popoli dello "stivale" ricomincino ad avere tra loro un dialogo serio e approfondito dialogo ormai distrutto da secoli di incomprensioni, lotte, rancori e odio spesso che nulla avevano a che vedere con gli interessi e il benessere dei popoli stessi...
    Un dialogo che aiuti anche a riscoprire se stessi e la propria identità come popolo affinché si raggiunga una maturazione tale da concepire e saper decriptare anche la storia e cultura degli altri popoli che compongono questa bellissima penisola.
    Saluti

 

 
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