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Discussione: dossier Italia - Libia

  1. #1
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    Predefinito dossier Italia - Libia

    Italia/Libia, D'Elia: basta con il ricatto libico

    http://www.radicali.it/view.php?id=122079
    Roma, 9 maggio 2008
    • Dichiarazione di Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino

    "Occorre dire basta alla politica della minaccia e del ricatto a cui le autorità libiche ci hanno abituato ormai da molto tempo," ha dichiarato Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino, a proposito della nota con la quale il governo di Tripoli ha annunciato l'interruzione della
    collaborazione sul fronte della immigrazione clandestina (<http://www.corriere.it/politica/08_maggio_09/libia_italia_caprara_9544c530-1d93-11dd-a82d-00144f486ba6.shtml>) .
    "Si può dire tutto il male possibile del comportamento di Calderoli, che a me pare più dell'ordine della goliardia propagandistica che della seria minaccia politica, ma esso non è paragonabile alla gravità del comportamento di Gheddafi che usa i disperati che partono dalle coste libiche verso l'Italia come carne da macello e massa di manovra destabilizzante il nostro paese."
    "L'ultimo esempio di questo comportamento abituale – ha ricordato D'Elia – è stato quello delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese condannati ingiustamente alla pena capitale e liberati solo dopo sette anni di trattative in cui la Libia ha letteralmente estorto all'Unione Europea e alla Bulgaria e anche al nostro paese milioni di euro in contanti o sotto forma di 'aiuti'."
    "Occorre che l'Italia e l'Unione Europea – ha concluso D'Elia – reagiscano alla politica ricattatoria del regime libico con il rigore e la fermezza delle proprie convinzioni e comportamenti. Solo così si può ottenere rispetto da parte di un interlocutore poco abituato a rispettare principi e regole del diritto, del dialogo e della nonviolenza nelle relazioni internazionali."

    •   Alt 

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  2. #2
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    Dalla Libia all’Egitto, le rotte dei migranti all’ombra di accordi anti-sbarchi mai applicati


    • da L'Unità del 17 giugno 2008, pag. 2

    di Umberto De Giovannangeli

    Altro che il Mare della cooperazione, del dialogo tra civiltà. Il Mediterraneo «sta diventando una fossa comune» per i clandestini e negli ultimi mesi si sta assistendo a «un imbarazzante scaricabarile tra gli Stati che vi si affacciano, impegnati più a discutere sulle rispettive responsabilità che non a salvare vite in pericolo». Così denunciava Amnesty International alla vigilia della Giornata mondiale per i Rifugiati. Una «fossa comune»: questo è oggi il Mediterraneo. Una fossa disseminata non solo di migliaia di vittime innocenti, ma anche di accordi di cooperazione siglati sotto i flash delle telecamere ma mai applicati, di strette di mano tra leader a cui non fanno seguito atti concreti, conseguenti. «Capita sempre più spesso che imbarcazioni alla deriva che chiedono soccorso a navi o pescherecci di passaggio sono lasciate al loro destino da capitani preoccupati delle conseguenze del salvataggio», ha spiegato Daniela Carboni, dirigente della sezione italiana di Amnesty. Ma il salvataggio delle vite in mare «è un imperativo umanitario, oltre che un’antica consuetudine della gente di mare», continua Carboni, «e per questo gli Stati dovrebbero non solo impegnarsi a fondo nella ricerca e nel soccorso in mare, ma anche permettere lo sbarco immediato delle persone tratte in salvo».

    Dovrebbero. Ma la realtà è ben altra. E la realtà racconta di una immensa «fossa comune» chiamata Mediterraneo. La realtà denuncia una serie interminabili di accordi siglati da ministri dell’Interno italiani, di governi di centrosinistra e di centrodestra, con le autorità libiche: 2003, 2005, 2007, 2008 ... Pisanu, Amato, Maroni...Recitano i titoli dei giornali: «Clandestini, via intesa Italia-Libia». Pisano conclude a Tripoli l’accordo antisbarchi «Stretta collaborazione tra le polizie dei due Paesi». Ma il Mediterraneo resta una «fossa comune», nonostante il colonnello Gheddafi annuncia: il Mediterraneo diventerà regione di sicurezza e di pace. «L’accordo Italia-Libia non solo non ha fermato gli sbarchi sulle coste italiane che sono ripresi massicciamente, ma ha scatenato le reazioni del governo libico nei confronti di tanti disperati», denunciava (2005), Amnesty International. Si dice: la cooperazione salva vite e migliora gli standard democratici dei nostri partner, Libia ed Egitto, ad esempio. Parole, a cui non corrispondono i fatti. La realtà è altra. La realtà, denunciano le più importanti associazioni umanitarie internazionali, è che la Libia, insieme all’Egitto, costituiscono Paesi nei confronti dei quali, sono state accertate pratiche diffuse di tortura, di giustizia sommarie di mancato rispetto dei diritti umani. Una umanità sofferente, umiliata, spesso perseguitata, fugge da questi «inferni». Molti finiscono nella «fossa comune» chiamata Mediterraneo.

    Accordi richiamano accordi. Titolano i giornali: Immigrazione, accordo Italia-Libia. Pattugliamenti congiunti davanti alle coste del Paese africano. A siglare il nuovo accordo è il ministro dell’Interno italiano dell’epoca (recentissima), Giuliano Amato, e il ministro degli Esteri libico, Abdurrahman Mohamed Shalgam. «In base all’intesa - si legge in una nota - le due parti intensificheranno la collaborazione nella lotta contro le organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani e allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina...» . L’accordo prevede, in particolare, l’organizzazione di pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche. «In questo modo sarà possibile salvare molte vite umane e sgominare le bande criminali che gestiscono i trafficanti di uomini», dichiara Amato. Una speranza. Ma la realtà, purtroppo, non cambia di molto. Il numero dei morti cresce, le autorità libiche, ma non solo libiche, non fanno nulla, anzi, per intervenire alla radice sulle cause che alimentano l’immigrazione clandestina, che in diversi casi - dice a l’Unità una fonte diplomatica - viene addirittura incentivata e usata come strumento di «ricatto» sui governi dell’altra sponda del Mediterraneo. Accordi siglati. Accordi inevasi. Crisi annunciate, rientrate, e poi riesplose. Come l’ultima scoppiata tra Tripoli e Roma per la ventilata, e poi realizzata, nomina del leghista Calderoli a ministro. In quei giorni caldissimi, Umberto Bossi, neoministro del governo Berlusconi quattro - tuonava: «Sono i libici che ci mandano gli immigrati. Bisognerebbe mandarli indietro quando li vedi con il satellite». Così il leader del Carroccio. Post scriptum. In un recente incontro a Roma, Silvio Berlusconi aveva chiesto ammirato al presidente egiziano Hosni Mubarak il segreto della sua trentennale longevità politica. Avrebbe fatto meglio a chiedere conto al rais di ciò che non aveva fatto per evitare che il Mediterraneo restasse una «fossa comune».

  3. #3
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    Gheddafi: l’Italia non darà le basi Nato contro di noi


    • da Il Messaggero del 3 settembre 2008, pag. 7

    di Marco Berti

    Non solo le scuse a Tripoli per i trent’anni di colonialismo e di crimini commessi dal nostro Paese, non solo i cinque miliardi di dollari di risarcimento. ma anche qualcosa di più e di molto importante: l’impegno dell’Italia a non concedere l’uso delle basi alla Nato e agli Stati Uniti nel caso di un attacco alla Libia. E’ scritto all’articolo 4 del Trattato di amicizia e cooperazione fra Italia e Libia firmato sabato scorso a Bengasi dal premier Silvio Berlusconi e dal leader della "Jamahiriya araba di Libia’" Muhammar Gheddafi.

    A rivelare quest’aspetto fino a ieri inedito del trattato, che non mancherà di sollevare polemiche politico-diplomatiche anche al di là dell’Atlantico, è stato lo stesso Gheddafi, in un discorso ufficiale tenuto domenica scorsa a Bengasi e rilanciato dall’agenzia di stampa libica Jana. «Nel rispetto del principio della legalità internazionale - recita l’articolo 4 del Trattato - l’Italia non usa e non permette di usare i suoi territori contro fa Libia per ogni aggressione contro la Libia, e la Libia non userà e permetterà di usare il suo territorio per ogni atto ostile contro l’Italia».

    Palazzo Chigi non smentisce, anzi, con una nota conferma, seppur non esplicitamente, la circostanza, con una precisazione: «In relazione a quanto riportato dall’ agenzia di stampa libica Jana - si legge -, circa il trattato firmato sabato scorso tra l’Italia e la Libia, si precisa che l’accordo fa, come è ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dal nostro Paese, secondo i principi della legalità internazionale». Aggiunge il ministro degli Esteri Franco Frattini: «Si tratto di un patto reciproco di non aggressione».

    Ed è in questo non previsto contesto che oggi atterrerà in Libia il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, per una visita che non è retorico definire storica: in oltre cinquant’anni,è la prima visita di un ministro degli Esteri Usa. «Una visita - commenta il portavoce del dipartimento di Stato, Sean McConnack - che apre un nuovo capitolo nei rapporti tra. Stati Uniti e Libia». La Rice incontrerà Gheddafi in clima di ritrovata distensione dopo che nel 2003 Tripoli ha rinunciato al suo programma nucleare.

    La replica di palazzo Chigi all’annuncio di Gheddafi non è piaciuta all’opposizione. Il ministro ombra degli Esteri del Pd, Piero Fassino, definisce la nota «imbarazzata e reticente» e chiede che il governo riferisca sulla vicenda in Parlamento. Per Fassino è inaccettabile che «un Paese rinunci preventivamente a decisioni che attengono alla sua sovranità e al suo interessa nazionale». Dalla Nato giunge invece un «no comment». La portavoce Carmen Romero spiega che «al momento non disponiamo di informazioni dettagliate sul Trattato». Da Washington arriva la posizione degli Usa. Il sottosegretario agli Esteri David Welch non entra nel dettaglio del Trattato, ma nella sua globalità lo giudica «uno sviluppo positivo che si inserisce nel nuovo sentiero di collaborazione intrapreso dalla Libia».

    La formulazione dell’articolo 4 del Trattato Italia-Libia a detta di Gheddafi, non è stata facile. E’ lo stesso rais che rivela il retroscena. «Sono servite lunghe discussioni - racconta - perché l’Italia voleva impegnarsi solo a non compiere aggressioni contro la Libia. ma questo non era abbastanza perché l’attacco dell’86 contro i territori libici era partito dall’Italia». L’Italia ha poi ceduto, sempre secondo il racconto di Gheddafi, dopo la minaccia libica di non chiudere l’accordo, con conseguente crisi nelle relazioni diplomatiche.

    L’attacco a cui fa riferimento il leader libico fu sferrato dagli Usa, all’insaputa degli alleati Nato, nella notte fra il 14 e il 15 aprile per rappresaglia contro l’attentato, attribuito ad agenti di Gheddafi, alla discoteca "La Belle" di Berlino dove morirono tre militari americani e più di duecento rimasero feriti. Nell’attacco furono uccisi alcuni familiari del raìs, sembra anche una figlia. Per ritorsione la Libia lanciò due missili Scud non lontano dalla costa occidentale dell’isola di Lampedusa (un episodio ancora non del tutto chiarito). L’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, convocò l’ambasciatore di Tripoli informandolo che le nostre forze annate avevano avuto l’ordine di difendere il Paese con ogni mezzo disponibile.

  4. #4
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    La Nato non boccia il Trattato Italia-Libia


    • da Il Messaggero del 4 settembre 2008, pag. 18

    di Stefano Marinone

    E’ stata la stessa Nato a disinnescare la tempesta politico-diplomatica provocata martedì dalle "rivelazioni" del colonnello Gheddafi su alcune clausole, e su come sarebbero state concordate, del "Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, tra Roma e Tripoli. L’articolo 4 in particolare aveva scatenato l’orgoglio libico, l’imbarazzo dei governo Berlusconi e il prudente "no comment" dell’Alleanza Atlantica. «L’Italia - recita l’articolo "strappato" dal raìs a Berlusconi dopo "lunghe discussioni" come lui stesso ha raccontato non userà e non permetterà di usare il suo territorio per ogni aggressione contro la Libia» con chiaro riferimento a Nato e Stati Uniti.

    «Abbiamo specificato con grande chiarezza che ci sono trattati internazionali che sono multilaterali e che ovviamente rimangono» ha risposto il ministro degli Esteri Franco Fratti- rii. «L’accordo con la Libia prevede un reciproco impegno a non esercitare azioni di aggressione, cosa che l’Italia esclude categoricamente di poter fare» ha aggiunto il capo della Farnesina.

    Tanto è bastato per far dichiarare ieri a James Appathurai, portavoce della Nato che se «il ministro Frattini ha assicurato che l’Italia rispetterà tutti gli impegni e obblighi internazionali, noi non abbiamo alcun dubbio in proposito». Nella riunione del Consiglio atlantico poi, secondo fonti diplomatiche, «nessuno ha chiesto informazioni all’Italia sulla questione, nessuno è sembrato preoccuparsene». Ambienti Nato hanno spiegato che almeno in teoria rientra nei legittimi diritti di uno stato membro dell’Alleanza opporsi all’impiego di basi sul proprio territorio per determinati scopi. Il problema, in questo caso, sarebbe esclusivamente di natura politica. «La Nato - hanno precisato al quartier generale dell’Alleanza a Bruxelles - per lo più non possiede l’intera base in uno Stato membro, ma ha proprie istallazioni su quella esistente dei Paese ospite». Inoltre «se uno Stato membro decide di usare basi poste sul territorio di un altro alleato per un’azione militare, informa il Paese ospite». Non si tratta di una richiesta formale di autorizzazione tuttavia, una volta informato, «lo Stato ospite può rifiutare l’impiego della base».

    A tal proposito Margherita Boniver (Pdl) ha ricordato il precedente del 1986 quando l’allora premier Bettino Craxi si rifiutò di autorizzare gli Usa al sorvolo dell’Italia per bombardare Tripoli e Bengasi come rappresaglia dopo l’attentato alla discoteca "La Belle" di Berlino in cui morirono due americani. Ma le autorità libiche hanno sempre sostenuto che in quella occasione venne usata una base radar americana a Lampedusa. «Vogliamo stare tranquilli che l’Italia non permetterà l’uso di queste basi» ha ammesso l’ambasciatore libico in Italia, Hafed Gaddur, uno dei principali negoziatori che ha «preparato il Trattato insieme agli amici italiani». «Quest’accordo - ha detto Massimo D’Alema alla festa nazionale del Pd - era stato negoziato da noi: la traccia è quella che avevamo predisposto, non prevede clausole segrete». Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini: «Se Tripoli dice che non verranno mai concesse le basi italiane ho l’impressione che appartenga più a ragioni di propaganda che ai contenuti degli impegni».

    Intanto oggi a Tripoli, Condoleezza Rice, stringerà la mano a Muammar Gheddafi. E’ la prima volta di un segretario di Stato Usa dopo più di 50 anni. La visita avviene a meno di un mese dalla firma dell’accordo sui risarcimenti ai parenti delle vittime degli attentati anti-americani dei libici e delle rappresaglie americane degli anni Ottanta, che ha portato alla completa normalizzazione dei rapporti tra Washington e l’ormai ex "Stato canaglia".

  5. #5
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    Italia-Libia, D'Elia: regime di Gheddafi inaffidabile


    Roma, 22 settembre 2008
    • Dichiarazione di Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino

    La tecnica minatoria del creare emergenze per poi chiedere soldi per risolverle, è stata utilizzata spesso dal regime libico caratterizzatosi tra l'altro per l'uso cinico, e destabilizzante il nostro Paese, del dramma dei clandestini che partono dalle coste libiche." Lo ha dichiarato Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino, intervenendo nella polemica tra l'ambasciata libica in Italia e il Ministro dell'Interno Roberto Maroni.

    La Libia ha già ottenuto negli anni scorsi, grazie alla legge n. 271 del 2004, aiuti per realizzare almeno tre centri di detenzione per migranti, e i risultati di questo aiuto si è visto sulle coste italiane," ha dichiarato D'Elia.

    "Il problema – continua D'Elia – è che l'Italia non ha condizionato questi aiuti al rispetto dei diritti umani fondamentali e delle regole minime internazionali per la detenzione nelle strutture di trattenimento, dove le violazioni dei diritti umani sono sistematiche."

    "A confermare gli abusi non sono state solo le organizzazioni umanitarie, ma i vertici dei servizi segreti italiani, come l'ex direttore del SISDE Prefetto Mario Mori che nel 2005, durante una audizione del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, dichiarava come in Libia «i clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…»." "Nel centro di accoglienza di Seba, uno di quei centri di detenzione finanziato dagli italiani dove venivano trasferiti anche i clandestini respinti dai centri di permanenza temporanea italiani, secondo Mori che l'aveva visitato nel gennaio del 2005, «c'erano 650 persone, invece delle cento in grado di essere ospitate, una ammassata sull'altra senza il rispetto di alcuna norma igienica e in condizioni terribili»."

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    Italia-Libia: Nessuno tocchi Caino, necessarie indagini sulle condizioni in tutti i “centri di detenzione” finanziati dall’Italia in Libia


    Roma, 2 ottobre 2008
    • Dichiarazione di Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino


    “Ci aspettiamo che il Ministro degli Esteri Franco Frattini, in occasione delle interrogazioni a risposta immediata sul trattato Italia-Libia che si terranno oggi pomeriggio al Senato, faccia chiarezza anche sulle condizioni degli immigrati nei centri di ‘accoglienza’ presenti in territorio libico finanziati dall’Italia.” Lo chiede l’associazione radicale Nessuno tocchi Caino che nel Rapporto “I DIRITTI UMANI SECONDO GHEDDAFI - Con chi l’Italia ha stretto un Trattato di «amicizia, partenariato e cooperazione»” presentato l’11 settembre scorso, aveva denunciato “la situazione in almeno tre centri di detenzione per migranti in Libia realizzati con fondi italiani e dove le violazioni dei diritti umani sono sistematiche”.
    “A confermare gli abusi – sostiene Nessuno tocchi Caino - non sono state solo le organizzazioni che difendono i diritti umani o i giornalisti che hanno potuto visitare la Libia, ma i vertici dei servizi segreti italiani, come l’ex direttore del SISDE Prefetto Mario Mori che nel 2005, durante una audizione del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, dichiarava come in Libia «i clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…».”
    Secondo Nessuno tocchi Caino, “La Libia ha già ottenuto negli anni scorsi, grazie alla legge n. 271 del 2004, aiuti per realizzare almeno tre centri di detenzione per migranti, tra cui quello di Kufra e quello di Seba, dove avvengono ripetute violazioni dei diritti dei migranti, della Convenzione di Ginevra e degli standard internazionali previsti per la detenzione.”
    “I risultati di questi finanziamenti e, più in generale, del credito che l’Italia continua a dare al regime di Gheddafi, si vedono sulle coste italiane dove non passa giorno che non arrivino poveracci partiti dalla Libia,” ha dichiarato Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino. “Ma il problema più grave - secondo D’Elia - è che l’Italia non ha condizionato questi aiuti al rispetto dei diritti umani fondamentali e delle regole minime internazionali per la detenzione nelle strutture di trattenimento.”
    Sulla situazione nei “centri di detenzione” in Libia e su quella più generale del recente Trattato Italia-Libia, i deputati e i senatori radicali hanno depositato nei giorni scorsi interrogazioni al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Esteri e a quello degli Interni.

  7. #7
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    Italia-Libia, Mecacci: Governo renda noto trattato Berlusconi-Gheddafi alle Camere.


    Roma, 23 ottobre 2008
    • Dichiarazione di Matteo Mecacci, Deputato Radicale- PD, Vice-Presidente del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito

    Dopo le rivelazioni di Repubblica di oggi è ormai improcrastinabile l’invio da parte del Governo al Parlamento del testo firmato da Berlusconi e Gheddafi lo scorso 30 agosto.

    E’ evidente infatti che le autorità libiche hanno utilizzato - com’è loro abitudine - questo accordo come mezzo di propaganda, spacciando quella che la Farnesina ha definito un’intesa di cooperazione bilaterale in vari settori con l’Italia, come la fuoriuscita del nostro paese dagli impegni sottoscritti con la Nato; impegni che riguardano non solo la legittima difesa, ma anche la possibilità di interventi per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale al di fuori dei suoi paesi membri, come è avvenuto ad esempio nel caso del Kosovo.

    Occorre porre fine a questa farsa e alle illazioni, e mettere invece il Parlamento, che è l’unico organo che può far entrare in vigore questo trattato, nelle condizioni di conoscerlo.

    Sono certo infatti, – o quanto meno sono certo di sperarlo…- che chi ha redatto il Trattato sottoscritto lo scorso 30 agosto, non abbia messo l’Italia fuori dal rispetto del diritto internazionale che, come è noto, consente a determinate condizioni di compiere interventi militari.

    Altra cosa, invece, è la valutazione politica sulla scelta compiuta da Berlusconi di stipulare un Trattato di amicizia con la Libia di Gheddafi; un paese retto da un dittatore che per decenni ha fatto delle minacce e del ricatto strumenti essenziali del negoziato diplomatico e commerciale. Mi pare una scelta avventata quella compiuta da Berlusconi e assai rischiosa per il nostro paese. Non mi pare comunque una novità come dimostrano gli atteggiamenti di legittimazione e di garanzia internazionale che Berlusconi ha messo in campo – da vero antesignano – nel corso degli ultimi anni - dalla guerra in Cecenia alla guerra con la Georgia - nei confronti dell’autocrate russo Vladimir Putin, e sui cui risultati ciascuno può giudicare.

  8. #8
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    Italia-Libia, le zone d’ombra


    • da Europa del 28 ottobre 2008, pag. 1

    di Sergio D'Elia, Marco Perduca, Cesare P.R. Romano

    Il 30 agosto Berlusconi ha voluto suggellare il lento ma costante riavvicinamento della Libia alla comunità internazionale avviato dal primo governo Prodi nel 1998 con la firma di un trattato di "Amicizia, partenariato e cooperazione°. A una prima lettura salta agli occhi una chiara questione politica; infatti, all’articolo 2 è scritto che i due paesi «rispettano il diritto di ciascuna delle Parti di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale». Una clausola inaccettabíle se consideriamo che, negli ultimi quarant’anni, il regime libico si è caratterizzato per la sistematica di persecuzione di ogni forma di dissenso politico, per la repressione sistematica delle libere opinioni individuali e delle associazioni non riconosciute dal regime, per l’assenza assoluta di organi di stampa indipendenti, per l’incarcerazione o la sparizione degli oppositori politici, per il ricorso a tribunali segreti e la tenuta di processi a porte chiuse, nonché per la pratica della tortura e della pena di morte.

    Trattandosi di impegni politici ed economici sottoscritti a nome del nostro paese occorre un’approfondita conoscenza tanto delle caratteristiche del regime libico quanto del dettaglio del Trattato. A questo regime l’Italia riconoscerà il diritto di «sviluppare liberamente il proprio sistema politico» e, magari quindi, di continuare, per un altro mezzo secolo, sulla strada della repressione di ogni forma di libertà.

    L’unica notizia del Trattato che ha destato un minimo di dibattito, e la solita catena di smentite, è il famoso articolo 4.2 col quale le parti si impegnano a «non usare o permettere di usare il proprio territorio per atti ostili». La questione è la compatibilità di questo impegno cogli obblighi italiani previsti in un altro trattato, quello dell’Alleanza Atlantica. Ora, l’articolo recita: «Nel rispetto dei principi della legalità internazionale». È ovvio che questo incipit sia stato utilizzato per accontentare ambo le parti, ma siamo sicuri che, in caso di controversie, questa formulazione possa produrre gli effetti desiderati? Cosa s’intende con "legalità internazionale"? Un conto è il "principio di legalità" che ha un significato ben preciso, ma di solito si usa per il diritto penale (internazionale o non) un conto la formulazione generica del trattato. Se si vuol dire che il diritto internazionale va rispettato e gli obblighi liberamente contratti vanno rispettati (pacta sunt servanda), la formula non risolve il problema fondamentale di quale dei due obblighi contratti dall’Italia (verso la Libia e verso la Nato) prevalga. Nel caso in cui la Nato decidesse di attaccare la Libia, secondo la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, l’Italia sarebbe obbligata ad adempiere al patto con la Libia e non a quello con la Nato, perché il trattato Italia-Libia è successivo a quello Nato. I primi di settembre abbiamo letto sulla stampa internazionale che la Nato ha commentato con un "tutto a posto" la notizia della conclusione del trattato, ma ci sembra una posizione più politica che legale.

    A ben vedere, poi, nel Trattato le parti si sono impegnate a ben poco. Nella maggior parte degli articoli si elencano varie attività, ma non come e quando si metteranno d’accordo. E se Roma e Tripoli non dovessero mettersi d’accordo? L’articolo che contiene la clausola di risoluzione delle controversie è tanto debolissimo da risultare quasi superfluo. In sostanza si lascia a intendere che se Italia e Libia dovessero avere controversie sull’applicazione del trattato, e ci si può scommettere, esse verranno risolte in modo pacifico. Molto, troppo, vago. Sarebbe stato molto meglio se l’articolo avesse dato il potere di risolvere controversie a richiesta di parte ad un tribunale arbitrale ad hoc, o alla Corte internazionale di giustizia.

    L’articolo 8 sui "progetti infrastrutturali di base", al paragrafo 2 recita: «Le aziende Italiane provvederanno alla realizzazione di questi progetti previo un comune accordo sul valore di ciascuno». Accordo fra chi? Il presidente del consiglio italiano e Gheddafi? Il Parlamento, che alla fine dei conti dovrà ratificare l’esborso, sarà coinvolto? Come? E gli appalti alle aziende italiane verranno messi all’asta? O com’altro si prevede di distribuire i contratti? E se un giudice italiano ci volesse veder chiaro in uno di quegli appalti, che succederebbe? Potrà ottenere rogatorie in Libia, paese con il quale non ci risulta l’ Italia abbia accordi di cooperazione giudiziaria? Il problema è che il Trattato, che è tanto rispettoso della sovranità libica, crea anche una zona d’ombra per le autorità giudiziarie italiane. Si creano le condizioni per speculazioni non trasparenti dalle dimensioni colossali dove alla fine chi ci rimette sono, oltre ai contribuenti italiani, quei poveracci in Libia i cui terreni saranno espropriati per fare strade, porti e aeroporti.

    All’articolo 19 Tripoli si impegna a realizzare un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche. L’ Italia che ha "frontiere colabrodo" Offre alla Libia di realizzare un sistema per controllare 4.348 km di frontiere desertiche. Gli Stati Uniti che ne hanno 3.141 col Messico non ci riescono con miliardi di dollari investiti e gli ultimi ritrovati della tecnologia. Come si può pensare che in pochi mesi il regime di Gheddafi possa far meglio di Washington? In realtà, quest’articolo diventerà l’ennesimo alibi per la Libia che continuerà a dire che visto che il sistema non è stato realizzato è colpa delle scarse risorse dedicate dall’Italia se il flusso non cessa.

    Dulcis in fundo, con l’articolo 20, paragrafo 2, Italia e Libia «si impegnano altresì ad agevolare la realizzazione di un forte e ampio partenariato industriale nel settore della difesa e delle industrie militari». Non solo scuse «per le sofferenze arrecate al popolo libico» nel periodo coloniale, non solo pieno "rispetto del sistema politico", non solo 5 miliardi di dollari per i prossimi vent’anni, ci sono anche armi e formazione militare da dare alla Libia.

    Per combattere, con le armi della nonviolenza, il pericolo per la pace e la sicurezza che nel mondo possono rappresentare i regimi illiberali, che costituiscono oggi la maggioranza dei paesi membri dell’Onu, il Partito Radicale Nonviolento ha proposto fin dal 2002 la costituzione di una Organizzazione mondiale della e delle democrazie che tenga una linea di condotta fondata sul rispetto dello stato di diritto internazionale e la non collaborazione economica coi dittatori. Il nostro paese, che della Community of Dcm ocracies è socio fondatore e, grazie alla risposta fattiva del governo Berlusconi alle sollecitazioni di cinque anni fa, oggi fa parte del comitato di pilotaggio di quel gruppo, pare non essere disposto né a riconoscere la vera natura del regime di Gheddafi né a negargli alimento per ben cinque miliardi di dollari nei prossimi vent’anni.

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    Clandestini. D'Elia: Frattini prenda atto della inaffidabilità di Gheddafi


    Roma, 27 dicembre 2008
    • Dichiarazione di Sergio D'Elia, Segretario dell'associazione radicale "Nessuno tocchi Caino":

    Al di là dei non meglio precisati 'problemi tecnici' che secondo Frattini avrebbero ritardato la ratifica del Trattato Italia-Libia e degli appelli al regime libico che lasciano il tempo che trovano, rimane il fatto che il Colonnello Gheddafi non ha mai tenuto fede agli accordi internazionali sottoscritti. Infatti, in base agli accordi in materia di immigrazione del 13 dicembre 2000 e del 29 dicembre 2007, la Libia avrebbe dovuto già contrastare l'esodo clandestino verso le coste italiane. Il governo italiano prenda atto della inaffidabilità di Gheddafi e della sua solita prassi del creare emergenze per poi battere cassa con la promessa di risolverle, anche perchè è facile prevedere che, dopo la ratifica da parte italiana del Trattato con la Libia, l'uso cinico e destabilizzante il nostro Paese del dramma dei clandestini che partono dalle coste libiche continuerà come in passato.

  10. #10
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    Italia-Libia, deputati radicali a Frattini: basta soldi a Gheddafi senza garanzie, ci opporremo a ratifica-lampo sia in commissione che in aula
    Entro domani saranno depositati moltissimi emendamenti in Commissione Esteri della Camera.

    Roma, 13 gennaio 2009
    • Dichiarazione dei deputati radicali Matteo Mecacci, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Maurizio Turco, Elisabetta Zamparutti


    Come abbiamo da tempo annunciato, riteniamo che il Trattato stipulato lo scorso 30 agosto a Bengasi dal Presidente del Consiglio Berlusconi con il Colonnello Gheddafi, rappresenti un grave errore della politica estera del Governo, e per questo ci opporremo sia in Commissione Esteri che in Aula alla ratifica-lampo che è stata auspicata oggi dal Ministro Frattini.





    Il Trattato di "Amicizia, Cooperazione e Partnerariato", rappresenta infatti un vero e proprio assegno in bianco (di 5 miliardi dollari, circa 200 milioni di euro all'anno per 20 anni) consegnato a un regime che usa l'arma dell'immigrazione clandestina per ricattare il nostro paese, e che non fornisce alcuna garanzia di controllo e di rispetto delle norme internazionali in materia di diritto d'asilo e di immigrazione. E' ormai evidente a tutti come il tratto di mediterraneo tra la Libia e l'Italia sia una "bara a cielo aperto" dove centinaia e probabilmente migliaia di migranti finiscono in fondo al mare per responsabilità di organizzazioni criminali che operano al di fuori di qualsiasi monitoraggio internazionale, impedito proprio dal regime di Gheddafi.





    Inoltre, il Trattato impegna l'Italia a non usare basi Nato per eventuali operazioni militari contro la Libia mettendo in discussione, primo paese democratico e occidentale a farlo a favore del regime di Gheddafi, gli impegni sottoscritti con il Patto Atlantico. Oltre a cio', l'Italia dimentica completamente la sorte delle imprese italiane creditrici verso la Libia, non ottenendo nessuna garanzia che quanto e' dovuto alle nostre imprese (oltre 600 milioni di euro) sia dato, mentre l'Italia si appresta ad aumentare le tasse (aumento addizionale Ires) con probabibili ripercussioni sulla bolletta del gas e alla pompa della benzina.





    Per questi motivi in apertura della discussione del Trattato avvenuta oggi in Commissione Esteri, Matteo Mecacci ha annunciato il deposito moltissimi emendamenti, sia in Commissione che in Aula, per consentire una discussione piu' approfondita. Per questo ci rivolgiamo a tutti i Deputati, a partire da quelli del Gruppo del Partito Democratico, affinche' si oppongano alla ratifica di questo trattato.

 

 
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