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    Essere Gay In Palestina

    di Andrea Pini andpini@libero.i

    ...Appoggiandosi al centro gay di Gerusalemme, l’Open House, e ad organizzazioni gay italiane (il Movimento Omosessuale Sardo e il Circolo Mario Mieli di Roma) presenti in Israele e in Palestina in questi ultimi anni, è riuscito ad organizzare la sua partenza forzata. Poi, grazie alla splendida ospitalità di una coppia gay di Sutri, un paesino etrusco alle porte di Roma, ha passato alcuni mesi in Italia ricominciando a vivere. Abbiamo passato una giornata con lui e con i suoi due ospiti, proprio il giorno del suo ventesimo compleanno, e ci ha raccontato la sua storia terribile e coraggiosa. Oggi si trova negli Usa dove ha raggiunto la famiglia, anch’essa costretta ad un espatrio inevitabile. Obied, come mai sei in Italia? Ho dovuto scappare dalla Palestina, e anche la mia famiglia ha dovuto farlo. Contro di me c'era la gente della mia città, Ramallah, forse l’esercito, forse il governo. Se all’inizio mi prendevano in giro, poi sono arrivati gli insulti e le minacce: frocio fottuto, siamo sotto le tue finestre! Negli ultimi mesi ogni giorno mi chiamavano sul cellulare minacciandomi, anche di morte… Hanno provato a spararmi per strada, hanno provato ad investirmi… non so chi erano, non si sono mai dichiarati. Tutto questo è cominciato quando, era il 2004 e io avevo 18 anni, ho detto in giro che sono gay, perché in Palestina i gay vivono tutti nascosti per la paura e io ho voluto provare ad aiutare anche gli altri.

    Ma come sei arrivato, a soli 18 anni, a fare il tuo coming out in una città come Ramallah?

    Vivevo con mia madre e un fratello e una sorella più piccoli. Mia madre si occupava di compravendita di case e quindi non eravamo poveri, ma ora abbiamo perso tutto… Secondo i palestinesi, i gay in Palestina non ci sono e non ci devono essere: li giudicano malati di mente e nessuno ne parla. Invece ce ne sono molti, ma nessuno può manifestarsi. D’altra parte l’omosessualità tra i maschi è diffusissima e le occasioni per scopare sono continue. Ad esempio ho fatto sesso con molti dei miei compagni di classe e nessuno di loro dice di essere gay: nessuno ammetterebbe che gli piace. Io sono stato il primo a fare coming out fuori dalla famiglia, è successo nel gennaio 2004... Mi sentivo forte perché lo avevo già detto a casa, ma la mia famiglia è più aperta della media, mia madre è vissuta per anni negli Usa, e mio padre (che è separato da noi) vive là. Certo, anche mia madre non l’aveva presa bene, ha pianto e mi diceva che era una pazzia, ma poi si era tranquillizzata. A casa veniva regolarmente il mio ragazzo (tre anni più grande di me), amici e famiglia sapevano che stavamo insieme. E inoltre mi sentivo forte perché frequentavo il Centro gay di Gerusalemme, l’Open House. Con un amico gay della mia età - chiamiamolo Diago - abbiamo cercato di creare un gruppo a Ramallah, appoggiandoci all’Open House di Gerusalemme. Abbiamo chiesto agli uffici governativi l’autorizzazione per aprire un centro per i diritti delle minoranze, un luogo di ritrovo e di protezione anche per i gay. Mi hanno preso per pazzo, cacciandomi via! Subito dopo il mio nome ha cominciato ad essere sulla bocca di tutti, veramente di tutti, passavo per strada e mi gridavano "frocio"… Anche i bambini mi offendevano e più di una volta mi hanno tirato pietre. Poi che cosa è successo? Poco dopo un gruppo di uomini col viso coperto mi ha rapito da casa, insultato e picchiato a ripetizione, incolpandomi di andare a letto con i soldati israeliani e di essere un collaborazionista; con la minaccia, le botte e la paura hanno tentato di farmi confessare. Per due volte mi hanno puntato la pistola sul viso e deviato leggermente il colpo, sfiorando l’orecchio. È stato terribile… Poi dopo quattro ore di incubo mi hanno rilasciato. Per circa due anni tra insulti, minacce e momenti più tranquilli ho potuto frequentare ingegneria all’università araba di Gerusalemme, ho continuato la storia col mio ragazzo e i miei contatti con l’Open House e riuscivo anche ad andare nei locali gay (israeliani, ndr) di Tel Aviv! Ma nel marzo 2006 qualcuno mi fa una telefonata spaventosa: tu meriti di morire perché sei un frocio e se non riesco ad uccidere te sono pronto ad uccidere me stesso! Il giorno dopo all’Università due uomini mi prendono i documenti e gridano che sono un frocio accusandomi di collaborazionismo. Davanti a tutta l’Università io sono diventato il frocio collaborazionista…. e quando ho provato a ritornarci, un gruppo di studenti che non conoscevo mi ha bloccato insultandomi e impedendomi di entrare. Quando mia madre ha telefonato all’Università chiedendo spiegazioni senza ottenerle, ho capito che nessuno voleva proteggermi, non ce l’ho fatta più ed ho abbandonato gli studi. Poi ogni notte telefonate e minacce, e non potevo più uscire perché fuori le minacce erano fisiche. Insieme a Haneen Haykey, direttrice dell’ufficio per la Palestina dell’Open House, abbiamo deciso che per me era meglio partire. Era il maggio 2006 ed è cominciato il periodo peggiore, tre mesi infernali in cui comunicando solo con il cellulare: ogni giorno provavo ad organizzare la mia partenza e tutto era difficilissimo, anche se per fortuna mia madre e i miei fratelli mi sono stati vicini. Un giorno mentre per caso ero in un appartamento accanto, a casa sono entrati tre uomini per arrestarmi per conto del governo palestinese. Hanno sfasciato tutta la casa, pezzo per pezzo, poi sono andati a casa di mia nonna e dei miei zii accusando di collaborazionismo tutta la famiglia. Mi sono salvato per miracolo, ma solo mia madre e i miei fratelli mi hanno difeso. Da quel giorno mia nonna non mi ha più chiamato Obied, mi ha chiamato maniaco. Io e mia madre siamo andati a denunciare alla polizia l’accaduto e raccontato che i tre uomini si erano dichiarati del gruppo politico Kataeb Shohadà El Aqsa, ma i poliziotti non hanno dato nessun peso alle nostre parole. La polizia palestinese non mi ha mai aiutato, e non ha mai fatto nulla per trovare i colpevoli dei vari episodi di cui sono stato vittima. Ci siamo trasferiti tutti a casa di un amico di mia madre: il nostro appartamento era diventato inabitabile e pericoloso. Chi ti ha aiutato a partire? L’Open House e Massimo Mele del MOS. Avremmo dovuto partire insieme io e Diago, ma all’ultimo momento è rimasto, perché il padre lo ha picchiato al punto di mandarlo in ospedale… Massimo è riuscito a procurarmi un visto di espatrio per un anno per motivi di studio, mentre l’Open House ha fatto una colletta per il biglietto aereo. Nel frattempo mia madre con i miei fratelli piccoli, odiata da tutti e senza lavoro, ha deciso di raggiungere un fratello negli Usa, ma per lei è stato più facile espatriare perché avendo già vissuto negli Usa, aveva la green card. E tu che farai? Anche se sapevo che era una cosa temporanea, partire da qui mi dispiace moltissimo. L’altro giorno al telefono con mia madre scherzavo che qui ho trovato un nuovo padre e una nuova madre! Ma è vero, sono molto affezionato a Lillo e a Claudio, sono stati meravigliosi con me! Adesso passerò un po’ di tempo in pace con la mia famiglia, anche se non credo che mi piaceranno gli Usa: io amo l’Europa, la sua cultura e il suo modo di vivere. Spero tanto di poter tornare presto e magari di andare a vivere in Spagna: là potrei anche sposarmi! Hai mai provato a chiedere “asilo politico” a Israele? Hai avuto contatti con la polizia israeliana a proposito delle tue persecuzioni a Ramallah e all’università di Gerusalemme? Naturalmente no. E adesso continuerai nel tuo impegno contro l’omofobia? Certo! Farò tutto il possibile per aiutare i gay che vivono in Palestina e soffrono ogni giorno. Diago ad esempio, l’amico che doveva partire con me, ora sta vivendo delle cose terribili. Ci siamo sentiti al telefono ed abbiamo pianto per quello che sta subendo. Voglio fare qualcosa per lui e forse può servire raccontare il più possibile le nostre storie a tutto il mondo. È anche per questo che ho accettato questa intervista ed è la prima volta che racconto le cose intime della mia vita. Ma va bene così e puoi scrivere il mio nome e cognome, Obied Quran, e farmi delle foto…. Sono Lillo Di Mauro e Claudio Casalotti che hanno accolto Obied in Italia, nella loro casa di Sutri. Lillo e Claudio sono una coppia gay consolidata, stanno insieme da 20 anni, ed entrambi lavorano in una Cooperativa romana di assistenza sociale. Lillo inoltre da 10 anni presiede la Consulta per le carceri, nata per garantire i diritti delle persone detenute. Nel 2005 avevano ospitato un altro giovane gay palestinese, che aveva vissuto vicende meno drammatiche di Obied ed era in Italia per studiare. L’estate passata il Circolo Mario Mieli, conoscendo la passione e l’impegno per i diritti che contraddistingue la coppia, li ha pregati di accogliere due ragazzi palestinesi in gravi difficoltà.

    Racconta Lillo: Per noi era troppo accogliere due ragazzi insieme, ed abbiamo deciso di ospitarne solo uno, anche se è stata una scelta dolorosa. Non avevamo elementi per scegliere e abbiamo dovuto sorteggiare una delle due lettere che ci aveva consegnato il Circolo, lettere che erano arrivate in Italia con un percorso tortuoso. Ma non c’era un telefono o un indirizzo o una e-mail. Non sapevamo come fare. Sapevamo che stava per arrivare ma non c’era una data né alcuna altra notizia. Alla fine il giovane palestinese che avevamo aiutato in precedenza, e che ora vive in Africa, anche lui di Ramallah, è riuscito ad avere qualche notizia di Obied da amici comuni, utilizzando Messenger. E così finalmente siamo riusciti a sapere appena in tempo la data del suo arrivo, e il 16 agosto siamo andati a prenderlo a Fiumicino! Come sai per la legge Bossi-Fini sull’immigrazione entro otto giorni è obbligatoria la registrazione e la richiesta del permesso di soggiorno, ma scopriamo di dover prima consegnare le ricevute dell’iscrizione a scuola e dell’assicurazione sanitaria, e tutto questo nella settimana di ferragosto! E così è partita la nostra trafila burocratica che si è conclusa con la consegna del permesso di soggiorno quasi 3 mesi dopo! Ma per noi è stata una grande emozione e una grande opportunità la possibilità di ospitare Obied. Lo abbiamo visto lentamente rifiorire e tornare a sorridere, ricominciare a fare progetti, e questa per noi è un’enorme soddisfazione. Io ho sempre avuto un grande amore per il popolo palestinese e continuo a difendere la loro causa di libertà, ma le mie convinzioni sono veramente vacillate per quello che hanno potuto fare a Obied!

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    L'omosessualità per molti islamici è ancora oggi un dramma, del resto nemmeno in Italia mancano le discriminazioni. L'unica via sembra essere quella (triste) dell'emigrazione.

 

 

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