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    Conservatorismo americano e ideologia tory
    Perché Sarah Palin non abita tra noi



    Sul Concise Oxford Dictionary, le prime due definizioni del termine “conservatore” sono “contrario a un mutamento rapido” e “moderato, che evita gli estremi”, entrambe non appropriate per descrivere ciò che sta avvenendo oggi in America. “Conservatorismo” (al pari dei suoi contrari: “liberalismo” e “comunitarismo”) è diventata una di quelle parole tanto imprecise quanto emotivamente caricate. Basta aprire un giornale per vedere il termine usato per definire Jacques Chirac, Trent Lott, il mullah Omar e Vladimir Putin. I conservatori hanno sempre ribadito che il loro credo profondamente pragmatico non può essere rinchiuso in una casella ideologica.

    Ma, almeno in termini filosofici, il conservatorismo classico ha un contenuto ben preciso. Il credo di Edmund Burke, il suo più autorevole fautore, può essere sostanzialmente ridotto a sei principi fondamentali: profonda diffidenza verso il potere dello Stato; maggior amore per la libertà che per l’uguaglianza; patriottismo; fede nelle istituzioni e nelle gerarchie tradizionali; scetticismo nei confronti dell’idea di progresso; elitarismo.

    Winston Churchill accettò volentieri questi principi: era devoto alla nazione e all’impero, restio a dare qualsiasi credito alle classi inferiori, ostile al welfare state, preoccupato per la riduzione della libertà e, come lui stesso una volta osservò malinconicamente, “preferiva il passato al presente, e il presente al futuro”.

    Per semplificare un po’ il discorso: l’eccezionalità dell’odierno conservatorismo americano sta nella sua estremizzazione dei primi tre principi di Burke e nel suo rifiuto degli ultimi tre. La destra americana è caratterizzata da un’ostilità verso lo Stato molto più profonda di quella di qualsiasi altro moderno partito conservatore. (…) La destra americana ha anche una fissazione per la libertà personale che non ha riscontro in qualsiasi altro partito conservatore, ed è disposta ad accettare un livello di ineguaglianza infinitamente più alto. (…) Quanto al patriottismo, nessuno può negare che in tutto il mondo i conservatori siano una compagine piuttosto nazionalista. (…) Tuttavia, molti conservatori europei hanno accettato l’idea che la loro nazionalità debba essere diluita in “programmi e ipotesi” come l’Unione europea”, e sembrano più pronti a considerare la sicurezza nazionale su base multilaterale. I conservatori americani la pensano in modo nettamente diverso.

    Se la destra americana fosse semplicemente una forma di conservatorismo più vigorosa, le sue posizioni sarebbero molto più prevedibili. Di fatto, la destra americana ha un atteggiamento decisamente liberal nei confronti degli ultimi tre principi di Burke: gerarchia, scetticismo ed elitarismo. Gli eroi dell’odierno conservatorismo americano non sono signorotti paternalisti, ma irriducibili individualisti che non si lasciano rinchiudere in gabbia: imprenditori che creano dal nulla grandi aziende, coloni che si trasferiscono nell’Ovest e, naturalmente, cowboy. Nella destra soffia uno spirito di frontiera, cosa per nulla sorprendente dato che buona parte del suo nucleo più importante è rappresentato da nuove città.

    La geografia del conservatorismo contribuisce anche a spiegare il suo ottimismo. Nella guerra tra la Dinamo e la Vergine (per usare i termini con cui Henry Adams aveva descritto la battaglia tra progresso e tradizione), quasi tutti i conservatori americani sono schierati dalla parte della Dinamo. Sono convinti che il mondo offra ogni sorta di splendide opportunità, e ritengono che la sola cosa che impedisce alla gente di sfruttarle è la defunta mano liberal del passato. In netto contrasto, Burke è stato descritto con tono lusinghiero dai conservatori europei come un “profeta del passato”. Basta trascorrere un po’ di tempo con un gruppo di repubblicani per sentirsi quasi soffocati dal loro entusiasmo per il futuro.

    Quanto all’elitarismo, anziché sognare la creazione di un “clero” colto di intelligenti governanti (come fecero Coleridge e T.S. Eliot), a partire dagli anni Sessanta i repubblicani hanno giocato la carta populista. Richard Nixon si considerava il campione della “maggioranza silenziosa”. Nel 1988 l’aristocratico George H.W. Bush si presentò come il difensore dei valori più autenticamente americani contro il liberalismo harvardiano di Michael Dukakis. Sia nel 2000 che nel 2004 George W. Bush, il figlio di un presidente che aveva studiato ad Andover, a Yale e alla Harvard Business School, ha recitato la parte di un pratico texano che sfidava la potenza di Washington. Di conseguenza, l’odierno conservatorismo americano è cresciuto non soltanto nei country club e nei consigli di amministrazione, ma anche tra la gente comune, nei programmi radiofonici e nelle riunioni di quartiere, nelle rivolte contro le tasse troppo alte, la regolamentazione delle armi e altri odiosi tentativi con cui gli zelanti “benefattori” liberal cercano di incasellare gli onesti cittadini americani in un modello predeterminato.

    * * *

    (…) Il conservatorismo americano combina il rinnovamento con l’eresia. La fede stabilita che la Right Nation ha reinterpretato è il conservatorismo classico; l’eresia che vi ha introdotto è il liberalismo classico (o, perlomeno, una buona fetta di esso).Il risultato può anche non essere una netta rottura con altre forme di conservatorismo, perché anche queste hanno perlopiù subito a propria volta processi di miniriforma e controriforma, ma costituisce comunque un credo molto singolare.

    Il punto di partenza è stata la vecchia Chiesa stabilita, non riformata (conservatorismo classico). (…) Il risultato finale è una peculiare combinazione di ultratradizionalismo e liberalismo classico. (…)

    Il liberalismo classico è stato tradizionalmente l’acerrimo nemico del conservatorismo in quanto pone al centro della sua filosofia l’individuo privo di vincoli. Il liberalismo classico considera la libertà il bene supremo; il conservatorismo classico è più interessato all’idea di virtù. Il liberalismo sostiene tenacemente il diritto di scelta; il conservatorismo teme le scelte che il popolo potrebbe fare non lasciandosi guidare dalla tradizione e dalla saggezza. Il liberalismo affonda le proprie radici nell’Illuminismo; il conservatorismo nella critica dell’Illuminismo. “L’età della cavalleria è tramontata” si lamentava Burke “ed è cominciata quella degli economisti, dei sofisti e dei contabili”.

    Occorre però guardarsi dal trasformare il conservatorismo europeo nello stereotipo di una filosofia stagnante. Lord Hugh Cecil paragonava la propria versione di conservatorismo a un grande fiume che trae le sue acque da molti affluenti. Nel diciannovesimo secolo il grande fiume dell’ideologia tory inglese raccolse almeno una parte delle sue acque dal liberalismo. I conservatori rifiutarono la tesi aristocratica secondo la quale i grandi proprietari terrieri erano il baluardo della libertà e accolsero quella nettamente più democratica secondo la quale la migliore difesa della libertà era una democrazia di proprietari. Conservatori come Disraeli cercarono incessantemente di sfruttare i mezzi liberal ai fini conservatori, di riconnettere la proprietà alla responsabilità e il privilegio al dovere. Il genio elettorale del Partito conservatore inglese nel ventesimo secolo è stato quello di identificarsi con una sorta di borghese “individualismo a basso contenuto calorico”, concedendo ciò che era necessario alla middle-class, ma assicurandosi nello stesso tempo che l’èlite dei proprietari terrieri continuasse a mantenere un’importanza molto maggiore di quanto le spettasse. Quasi tutti i partiti democristiani del Vecchio continente hanno finito per adottare più o meno la stessa scelta.

    I conservatori americani non hanno fatto concessioni strategiche all’individualismo, lo hanno abbracciato con la passione di un giovane amante. Hayek, il Calvino della riforma conservatrice americana, scrisse un saggio intitolato Perché non sono un conservatore, nel quale accusava e malediceva quel credo perché adorava lo Stato e cercava di incatenare gli individui. Se gli eroi del conservatorismo classico sono normalmente definiti dal loro rapporto con la tradizione e la comunità (ciò che fa di un uomo un gentleman è una combinazione tra la sua discendenza e la sua disponibilità a servire la propria comunità locale come datore di lavoro, giudice di pace e benefattore), gli eroi del moderno conservatorismo americano sono inguaribili individualisti: gli uomini d’affari che hanno trasformato i propri sogni in compagnie di grande successo, i pionieri che hanno portato la civiltà in una terra selvaggia e, come sempre, i cowboy.

    Una volta Irving Kristol e il compianto accademico conservatore Max Beloff si impegnarono in un dibattito sull’uso dei titoli nobiliari che esemplifica perfettamente la differenza tra il conservatorismo americano e l’ideologia tory inglese. Kristol sostenne che l’Inghilterra “è guastata da un sottile ma tenace assortimento di pretese aristocratiche” che “preclude ogni opportunità e reprime uno spirito di eguaglianza che deve ancora trovare piena espressione”. Il risultato è che la vita inglese è, allo stesso tempo, “deprimente” e “piena di rancore”. Beloff, che era molto orgoglioso di essere un “pari a vita”, cioè un membro della Camera alta, replicò che la vera minaccia per il conservatorismo inglese “non sono i suoi legami ancora esistenti con la tradizione aristocratica, ma la sua presunta indifferenza di fronte ad alcuni abusi del capitalismo. Non sono i duchi a farci perdere voti, ma i “malfattori straricchi””. Beloff si chiedeva perché Kristol si considerasse un “conservatore”, visto che era “incapace, come tutti gli americani, di essere conservatore nel vero senso della parola”. Il conservatorismo deve contenere qualche elemento della ideologia tory, concluse Beloff, altrimenti non rimane altro che “la scuola di Manchester” del liberalismo classico.

    Questi elementi mancano invece del tutto nel movimento conservatore americano. Se osservate i vari angoli della Right Nation, trovate un sorprendente numero di soldati conservatori ossessionati dal desiderio di spezzare i vincoli posti dal governo alla libertà dell’individuo. (…)

    Per un outsider, la cosa più sorprendente in Ronald Reagan e George W. Bush è la loro assoluta fiducia in se stessi e la loro determinazione nel perseguire i propri obiettivi, entrambe frutto della ferma convinzione che il futuro stia dalla loro parte. La grande preoccupazione del conservatorismo classico è stata quella di fronteggiare la decadenza e organizzare dignitose ritirate. Evelyn Waugh, il più grande scrittore inglese del ventesimo secolo, andò in luna di miele mettendo in valigia Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, intitolò il suo primo romanzo, pubblicato nel 1928, Decline and Fall, e col passare degli anni, divenne sempre più pessimista. Enoch Powell, un politico conservatore, disse una volta senza mezzi termini che “ogni vita umana è destinata al fallimento, perché questa è la natura della politica e dei rapporti umani”. Negli ultimi venticinque anni un solo politico europeo ha potuto dichiarare “non ci sono alternative” e intenderlo sul serio. E Margaret Thatcher appare sempre più come un’aberrazione: una conservatrice americana alla quale era capitato di nascere a Grantham anziché a Houston.

    Molti conservatori europei si sono tenacemente opposti allo “spirito di innovazione”, sia nel senso della più banale adorazione del cambiamento in sé e per sé, sia in quello più profondo della convinzione che il mondo possa essere ricreato di sana pianta. Disraeli diceva che “ci sono infiniti piani e progetti, e altrettante infinite ragioni per cui non ci dovrebbero essere né piani né progetti”. R.A. Sayce, un docente della vecchia scuola di Oxford, sosteneva che “qualsiasi cambiamento è in peggio, anche se in meglio”. Una volta Lord Percy of Newcastle, un conservatore che fu ministro dell’Istruzione negli anni Trenta, spiegò la sua opposizione alle nuove idee per il miglioramento dell’istruzione con queste parole: ”Tutte assurdità. Un bambino dovrebbe essere educato come se la sua prospettiva fosse l’infelicità”. Più recentemente, Michael Oakeshott, il più classico esempio di filosofo tory, ha deriso l’innovazione come “un’impresa quasi sempre ambigua ed incerta, nella quale perdite e guadagni sono così strettamente intrecciati che appare estremamente difficile prevedere il risultato finale: non esiste affatto un progresso assoluto”.

    Il conservatorismo europeo è permeato di nostalgia tanto quanto Brideshead Revisited. Vecchi saggi come Burke e Louis de Bonald riconobbero la società migliore non in un qualche utopico futuro, ma nel passato medievale, con il suo codice feudale di cavalleria, il suo culto per l’uomo nobile e la sua diffusa religiosità. Oggi, ovviamente, nessun politico piange la fine del feudalesimo, eppure molti sono inclini alla nostalgia. Il più celebre slogan di John Major, il figlio di un acrobata da circo che era arrivato al vertice del Partito tory, era: “Torniamo alle cose fondamentali”. Quando gli veniva chiesto di parlare dell’Inghilterra, descriveva con grande passione le partite di cricket in aperta campagna e “le ragazze ancora signorine che, attraverso la nebbia mattutina, andavano in bicicletta a fare la comunione”.

    (…) Nel mondo di Evelyn Waugh la tecnologia era il nemico: l’unico ritrovato che sembra abbia accolto con favore era un apparecchio acustico, e soltanto perché gli dava la possibilità di farne a meno tutte le volte che si annoiava. Per contro, Gingrich ha accusato la sinistra di rifiutare “qualsiasi speranza di salvezza attraverso l’innovazione tecnologica”. (…)

    Il conservatorismo americano ha un taglio decisamente prometeico. Il tory inglese Oakeshott sosteneva che “essere conservatore… significa preferire il noto all’ignoto, lo sperimentato al non sperimentato, i fatti al mistero, il reale al possibile, il limitato all’illimitato, il vicino al lontano, il conveniente al perfetto, il piacere presente alla gioia utopica”. Il conservatorismo americano è praticamente l’opposto del credo di Oakeshott: una filosofia attivista, percorsa da una vena utopica. Altro che imparare a vivere con le imperfezioni attuali! I conservatori americani non possono vedere un difetto senza cercare di ripararlo. Una volta Gingrich ha osservato che la frase “la ricerca della felicità” conteneva un sostantivo verbale di valore attivo: “Non bollini della felicità, dipartimento della felicità o terapia per la felicità. Ricerca”.

    I conservatori americani credono nella capacità dell’uomo di trasformare in meglio il mondo. Non hanno alcuna simpatia per l’antiquata preoccupazione del conservatorismo sui limiti e la scarsità di mezzi. Nel corso di un comizio in Ohio durante la campagna elettorale del 1984 Ronald Reagan accusò Mondale di offrire “un futuro di pessimismo, paura e limiti”. (…)

    Cercare di definire il conservatorismo americano come una sottoclasse di qualche ideale del Vecchio mondo non ha senso, perché tutti questi ideali sono stati mescolati tra loro sino a formare qualcosa di completamente nuovo e di specificatamente americano. I principali ingredienti del conservatorismo americano (ultratradizionalismo e individualismo) sono, a nostro parere, assolutamente eccezionali. Ma ciò che distingue veramente il conservatorismo americano da tutte le altre dottrine è il modo in cui questi ingredienti sono mescolati tra loro.


    Da John Micklethwaith/Alan Wooldridge, La destra giusta, Mondadori, 2005
    Ultima modifica di Florian; 18-05-10 alle 21:03

  2. #2
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    Predefinito Rif: Conservatorismo americano e ideologia tory

    Questo testo è stato per me fondamentale per addentrarmi nella comprensione del conservatorismo politico. L'ho ricopiato affinchè possa essere d'aiuto a tutti.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Conservatorismo americano e ideologia tory

    Erano i primi mesi del 2005. Ricordo che era tanta l'attesa da parte mia per l'uscita di questo libro, da tempo promozionato sul Foglio, che passavo ogni giorno in libreria con la speranza di vederlo esposto. Finchè una mattina non lo trovai e subito me lo comprai. Sarò stato, credo, il primo in tutta Napoli!

    Una volta in mio possesso il libro è stato letto e riletto, cosa che non mi capita spesso di fare. Ma la cosa paradossale è un'altra.

    Avevo comprato il libro per immergermi nel conservatorismo americano con la gioia di un fan... e invece mi sono ritrovato, man mano che lo leggevo e rileggevo ad apprezzare maggiormente un altro genere di conservatorismo, per certi versi agli antipodi con quello made in USA, vale a dire il toryismo.

    L'ideologia tory nasce come la versione britannica del tradizionalismo europeo, ma a differenza di questo - per via delle diverse cause storiche - non si fossilizza nè si estremizza verso forme esasperate di autoritarismo o nazionalismo. Al contrario, accompagna l'evoluzione dei tempi facendosi carico progressivamente di varie iniezioni di liberalismo. Questa sua capacità di riuscire a modernizzarsi senza perdere di vista gli obiettivi essenziali nè rinnegare la propria storia è un tratto distintivo del Partito Conservatore britannico che mi ha profondamente impressionato.

    Viceversa una lettura speculare del conservatorismo USA ha di molto raffreddato i miei entusiasmi per esso. E le ragioni di questo raffreddamento sono dovute a quell'influenza liberale classica che gli autori del volume in questione hanno così accuratamente messo in evidenza.

    C'è da dire, e in altre pagine del libro viene sottolineato, che correnti assai minoritarie della destra USA sono più in linea con la visione classica tory e continentale del conservatorismo (tradizionalisti alla Kirk, paleocons, straussiani), ma il conservative mainstream è in larga misura ispirato da quello che spesso da noi viene detto libertarianism, ovvero l'antistatalismo che ha costituito il filo rosso da Goldwater a Reagan all'attuale movimento del Tea Party, e dall'ultratradizionalismo della destra religiosa.

    Sia i libertari che gli ultratradizionalisti si considerano forze "progressiste", ottimiste e volte al futuro, cosa che permette loro di additare i liberal della sinistra a zavorra passatista e pessimista. L'esatto contrario di ciò che avviene comunemente in Europa, con la possibile eccezione dell'Italia.

    Mentre il sottoscritto, come Churchill e altri tories venuti prima di lui e dopo di lui, si ritrova a preferire "il passato al presente e il presente al futuro". Un concetto, questo, assai poco americano, ma di certo molto conservatore.
    Ultima modifica di Florian; 18-05-10 alle 20:57

  4. #4
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    Predefinito Rif: Conservatorismo americano e ideologia tory

    Grazie Florian. L'ho letto solo in parte per una questione di tempo ma lo finirò appena posso. Molto interessante.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Conservatorismo americano e ideologia tory

    in realtà sia nei tory che nel labour ci sono delle aree politiche che hanno dei forti collegamenti con i due partiti americani

 

 

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