Copincollo qui il paper che ho scritto per l'esame di Storia dell'Integrazione EuropeaSpero vi possa interessare !
“LA CARTA CINESE: CINA-CEE, 1950-1988.”
La storia dei rapporti sinoeuropei è stata complessa e costellata di scontri: la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, cambiò radicalmente le carte in tavola. Gli imperi europei erano rimasti vittime dello scontro bipolare, improvvisamente stretti in un ruolo subalterno simile a quello imposto alla Cina, a sua volta soggetta, comunque, in una certa misura anche al soft power culturale del Vecchio Continente (di grande effetto sull'elitè comunista, che commemorò con grande sfarzo il centenario della Comune). Partì allora un reciproco corteggiamento tra la Cina e la CEE, che, nonostante Tien An Men, mantiene ancora oggi una importanza fondamentale, sia nelle strategie cinesi che nelle possibili prospettive dell'Unione Europea.
L'immediato dopoguerra non lasciava sperare il meglio: tranne Bonn, i paesi CECA avevano tutti partecipato alla Guerra di Corea e non riconoscevano la legittimità del governo di Mao. Gli unici paesi occidentali a intrattenere rapporti con la Cina Popolare erano il Regno Unito, per la situazione di Hong Kong, la Danimarca e i Paesi Bassi. La nascita della CEE nel '57 era stata quindi accolta con scarsa fiducia dai cinesi, inclini a considerarla subalterna al blocco a guida USA. Già all'epoca, tuttavia, nei paesi europei non mancarono voci dissonanti, come quella di De Gaulle, il cui ritorno alla presidenza non portò però nessun frutto immediato, di fronte al compattarsi dei blocchi e alla guerra in Algeria, dove il PCC supportava il FLN. Fu comunque la Francia a stabilire un primo ponte: dopo alcuni contatti infruttuosi, il dissidio con l'URSS e la carestia in Cina portarono le prime relazioni non ufficiali con gli industriali francesi: i flussi commerciali tra i due paesi raddoppiarono, rendendo Parigi il terzo partner commerciale di Pechino. La fine del conflitto algerino rimosse il principale contenzioso in corso, e la Cina iniziò a corteggiare apertamente il Generale. I piani gollisti di un'Europa autonoma avevano subito duri colpi con il fallimento del Piano Fouchet e la visita di Kennedy in Germania: rapporti con la Cina avrebbero concesso all'Europa più spazio di manovra, e diminuito la pressione sovietica. Idee in sintonia con la nuova, meno ideologica dottrina maoista in politica estera: il periodico “Bandiera Rossa” già nel '63 aveva ridefinito la CEE, non più come alleanza di capitalismi, ma di governi nazionali, con una potenzialità antiamericana.
Due eventi in particolare spinsero De Gaulle verso il passo finale: il trattato sulla Limitazione dei Test Nucleari, inviso anche alla Cina, e il crescente coinvolgimento USA in Vietnam, con De Gaulle che sperava di sfruttare le frizioni con Diem per porsi come mediatore. Il negoziato, svoltosi in gran segreto, portò al riconoscimento il 27 gennaio '64, con un preavviso di 2 settimane per USA, URSS e Germania Occidentale. De Gaulle lo intese come il primo passo di un'ambiziosa strategia diplomatica, assieme all'azione francese in Cambogia, e i cinesi giustificarono la mossa con la teoria del “campo intermedio”, formulata da Mao nel '46: la CEE era sì formata da Stati capitalistici, ma impegnati a liberarsi dall'influenza americana, formando quindi una “zona grigia” tra le superpotenze “imperialiste” USA e URSS, la Cina e gli altri paesi del Terzo Mondo. De Gaulle non ottenne comunque vantaggi immediati: nel biennio '64-'66 la Cina rifiutò incontri ad alto livello per non inimicarsi Hanoi, e a livello commerciale la Germania superò Parigi prima della Rivoluzione Culturale; paradossalmente, De Gaulle ottenne un rinnovato interesse di Mosca, concretizzato in accordi tra il '62 e il '67, nel tentativo di allontanarlo dalla Cina. Tuttavia, la strada per rapporti diretti tra la CEE e Pechino era stata spianata: parallelamente all'azione di Nixon del '72, con la Repubblica iniziarono infatti a intrecciarsi vari rapporti. Tra il '70 e il '73 tutti gli Stati CEE tranne l'Irlanda avevano riconosciuto la Cina, ed erano avvenuti vari scambi di delegazioni (i più impegnati ovviamente i francesi, con le visite di Schumann, Chaban-Delmas e Pompadour). Del resto, anche senza accordi, i rapporti economici avevano già raggiunto dimensioni importanti, con la CEE al secondo posto come partner commerciale e al terzo come mercato di riferimento della Cina. Germania e Italia avevano inoltre negoziato accordi commerciali bilaterali tra il '70 e il '72. La stampa cinese aveva appoggiato il primo allargamento delle Comunità in funzione sia antiamericana che antisovietica, nonostante l'estensione al Regno Unito della tariffa CEE minacciasse l'accesso cinese al mercato: la delegazione italiana, guidata dai Ministri Zagari e Medici, fu accolta con grande entusiasmo dal primo ministro Zhou En Lai, che li sorprese sottolineando la necessità di una integrazione anche politica e militare; ancora maggiore fu la sorpresa di Schmidt e Kohl, quando lo stesso dichiarò l'inevitabilità della riunificazione tedesca. Nonostante ciò, non vennero inviti ad abbandonare l'ombrello strategico USA, per timore di Mosca: più positiva la valutazione di un deterrente continentale nel lungo periodo, con voci (smentite) di una collaborazione nel nucleare bellico per Italia e Francia.10 Grande interesse vi fu anche per la prospettiva di un'integrazione monetaria europea, come contrappeso al dollaro, e perfino la politica CEE verso i PVS ottenne le lodi di Pechino. L'europeismo cinese faceva il paio con un forte impegno contro la Distensione, nel timore di una “finlandizzazione” dell'Europa, che lasciasse così mano libera all'URSS. Queste pressioni, particolarmente forti durante la CSCE di Helsinki, provocarono una dura reazione sovietica, con l'accusa alla Cina di appoggiare la NATO: un aspetto di questa controversa politica fu l'azione mediterranea cinese, che, contro la “rivalità tra USA e URSS per l'egemonia”, sostenne l'indipendenza cipriota e maltese, ma anche i regimi di Grecia e Spagna. A questo punto, l'unico vero ostacolo a un'intesa tra CEE e Cina era la questione di Taiwan, ancora collegata a Bruxelles da un accordo commerciale del '70, che non venne però rinnovato dalla CEE nel '73. Seguì una revisione unilaterale del sistema di quote import più favorevole, comunicata nel novembre del '74 assieme a una proposta formale di accordo. La Cina, che un anno prima si era impegnata a trattare direttamente con la Commissione i futuri rapporti commerciali, invitò a Pechino il Presidente Soames, che riaffermò la legittimità del governo di Mao e si impegnò a non intrattenere alcuna relazione ufficiale con Taipei: nel settembre 1975 l'ambasciatore cinese offriva le credenziali, e Pechino era l'unico paese comunista a riconoscere la CEE. La sua morte nel '76, e la lotta di potere che ne seguì, bloccarono i negoziati fino al luglio del '77, dopo la vittoria di Deng, nei cui piani era fondamentale l'afflusso di capitali stranieri: l'apertura all'esterno sarebbe stata meno controversa se l'apporto maggiore non fosse venuto dai “nemici” nippo-americani. Proprio in quest'ottica, Pu Ming, dirigente della Banca Centrale, pose come obiettivo del suo viaggio in Europa nel '78 il creare le condizioni perchè l'interscambio con la CEE raggiungesse quello con Tokyo. Il Consiglio aveva circoscritto il campo d'azione della Commissione, per inserire una clausola di sospensione unilaterale degli accordi in caso di congiunture negative o dumping sui prezzi, mentre i cinesi miravano a clausole di bilanciamento dei flussi e allo status di Nazione più Favorita (riservato ai membri del GATT, di cui la Cina non faceva parte). Una bozza di trattato, con entrambe le clausole, era pronta già a gennaio '78, e prevedeva anche un joint committee che monitorasse l'applicazione delle norme e risolvesse i contrasti. La Cina entrò dal 1980 anche nel sistema GPS, ottenendo uno speciale accordo sul tessile, nonostante i timori di sindacati, governi e in parte anche della Commissione: Francia e Gran Bretagna temevano un deteriorarsi dei rapporti con i PVS e chiesero un limite di 20.000 tonnellate l'anno, contro le 40.000 chieste da Pechino. La rottura dei negoziati Cina-USA in seguito alla vittoria di Carter permise però alla CEE di imporsi, scambiando quota 40.000 per l'estensione della clausola di salvaguardia a tutti i prodotti parte dell'accordo, con un sistema di prezzi minimi. L'intesa diede buoni frutti: tra '75 e l'80 il commercio raddoppiò, con un incremento del 41% nell'ultimo anno, e la concessione di ingenti crediti; già nel '79 l'obiettivo della parità col Giappone era stato raggiunto: il boom non toccò però il settore militare, su veto del Consiglio. I leaders della CEE, con l'eccezione thatcheriana, non erano disposti a rischiare la Distensione per una alleanza con un paese militarmente debole, particolarmente quelli retti da governi socialdemocratici, nonostante il laburista Callaghan avesse rifornito Pechino di caccia. La crisi dell'URSS durante gli anni '80 permise alla Cina relazioni più distese con Mosca, per contenere la spesa militare e stabilire rapporti commerciali a vantaggio delle regioni settentrionali: l'atteggiamento verso la CEE mutò, per renderla un partner stabile in un nuovo equilibrio multilaterale. Si rafforzarono i legami con la Germania, vista come motore dell'integrazione, e con la Commissione, in particolare grazie al Joint Committee, divenuto un foro per discutere di qualsiasi questione non strettamente politica. La Commissione a sua volta organizzò incontri tra funzionari cinesi e europei (dalla Sino-EEC Business Week del 1981 alla nascita, nel 1985, del Training Centre for Economic Cadres di Pechino), a cui si affiancarono formali consultazioni semestrali Cina-Consiglio (1983); in quegli stessi anni, molte Università cinesi si aprirono agli Studi Europei, e a partire dal giugno 1980 osservatori cinesi assistettero alle sedute parlamentari. Negli anni '80, vi fu un rallentamento delle relazioni economiche, per il sommarsi di numerosi fattori, come la necessità cinese di formare adeguatamente il management e di contenere il debito estero puntando sugli impianti esistenti, e la bassa competitività europea, tranne nel settore aerospaziale, per il peso dei sistemi di Welfare. La CEE mantenne però un ruolo fondamentale grazie a un approccio flessibile ai rapporti commerciali: si privilegiarono infatti contratti e cessioni di brevetti rispetto alle joint-ventures, permettendo al Governo di mantenere maggior controllo sugli investimenti e incentivando inoltre interazioni di lungo periodo in grado di aiutare la formazione di quadri e la nascita di economie di scala. Divenne a questo punto necessaria una nuova forma di collaborazione, trovata con l'Accordo quinquennale di Cooperazione Economica e Commerciale del 21 maggio 1985, che prevedeva il supporto della CEE alla modernizzazione cinese in settori come l'industria, l'agricoltura, la scienza, i trasporti e le comunicazioni, l'ambiente, tramite joint ventures e joint productions, trasferimenti di tecnologie, cooperazione tra istituzioni finanziarie, assistenza tecnica ad hoc: inoltre, i membri venivano autorizzati a sviluppare relazioni economiche bilaterali con Pechino. L'Accordo segnò l'avvio di una nuova fase di espansione commerciale, con un raddoppio del volume di commercio, a quota 11,6 miliardi di dollari nel 1987: la CEE era in prima fila anche nella concessione di crediti (1,2 miliardi su 5,8 complessivi) e nelle commesse statali, al 44%. La cooperazione venne estesa anche al settore agricolo e a quello industriale, con un importante accordo sullo sviluppo delle imprese casearie nel 1988 per 9,2 milioni di dollari. E' quindi evidente come quello tra Cina e Comunità Europea sia stato un rapporto fortemente peculiare: la Cina mantenne (e mantiene) un atteggiamento tipicamente westfaliano con l'Europa, interlocutore privilegiato e anzi “alleato naturale” in funzione del comune interesse a contenere l'espansionismo russo, ad affrancarsi dalla tutela americana e dei differenti ambiti geopolitici di riferimento. L'Europa, inizialmente semplice oggetto della politica gollista verso la Cina, non appena divenne soggetto attivo della relazione con Pechino, adottò un atteggiamento articolato, derivato da tre approcci: “terzaforzista”, “conservatore” e “socialdemocratico”. Il secondo, prediletto dalla Thatcher ma anche dalla CDU-CSU, era il più vicino all'approccio realista cinese, ma se ne distanziava per l'atlantismo, sposando la “carta cinese” solo in funzione tattica. Viceversa, i governi di centrosinistra europei subordinarono l'apertura alla Cina alla prosecuzione della Ostpolitik (lo stesso Callaghan si adoperò con Mosca perchè la vendita di caccia a Pechino non venisse interpretata come antisovietica): l'enfasi autonomista era gradita, ma non al prezzo di una rottura incrociata con Washington e Mosca. In mezzo alle due linee, e in più aperta sintonia con la Cina, si collocavano terzaforzisti come i gollisti francesi, per i quali la prospettiva di una Europa autonoma nel sistema internazionale, propedeutica al superamento dei blocchi, rivestiva grande attrattiva. La stessa Commissione può essere ascritta a questo campo, pur muovendosi sopratutto con il duplice scopo di aumentare lo spazio di manovra europeo nelle trattative della CSCE e il proprio peso specifico tra le istituzioni. Non bisogna poi sottovalutare il peso delle opinioni contrarie, dai gruppi sindacali ai settori industriali più esposti alla concorrenza cinese, a cui diede voce il Consiglio. La CEE, in quest'occasione, seppe tuttavia trovare una sintesi forte tra queste tendenze, in linea col progressivo dispiegarsi sulla scena internazionale della “Potenza Civile”-Europa: uscendo dalle logiche dell'equilibrio di potenza, la CEE riuscì non solo a promuoversi efficacemente all'esterno come attore credibile, ma anche a negoziare relazioni fondate sul reciproco beneficio, e sulla promozione, con l'Accordo del 1985, di un modello flessibile di sviluppo, vicin alle esigenze locali. La “carta cinese”, giocata sempre armonizzando i diversi interessi in gioco, è stata spesa più per un generale ripensamento sistemico dei rapporti internazionali, che per creare “alleanze di comodo” contro il nemico del momento. Il risultato è stato l'accumularsi di un grosso “credito d'immagine” delle Istituzioni Europee (sistematicamente ritenute in Cina più forti e autonome di quanto in realtà non fossero) che ha resistito dall'embargo dell'89 fino ad oggi, rappresentando uno dei più grandi successi, quantunque poco noto, dell'azione esterna della CEE.
Bibliografia:
Volumi :
Balducci, Giuseppe, “L'importanza della Comunità Europea nell'apertura internazionale della Cina, 1972-1989”, elaborato di fine corso, relatrice Giuliana Laschi, 2002, Università di Bologna, Facoltà di Scienze Politiche Sede di Forlì
Ellison, Herbert J., edited by, “The Sino-Soviet Conflict: a global perspective”, 1982, University of Washington Press
Milani, Sergio, “Cina Domani”, Edizioni Napoleone, Roma, 1971
Saggi:
Martin, Garret, “Playing the China Card”, Journal of Cold War Studies, Vol.10 No.1, (2008), Harvard College / Massachussets Institute of Technology
Weinrod, Bruce W., “US and European approaches to China”, Mediterranean Quarterly 17.2 (2006), Mediterranean Affairs Inc.
Wilson, Dick, “China and the European Community”, The China Quarterly No.56 (1973), Cambridge University Press
Articoli:
Scisci, Francesco, “La Cina ci guarda e piange”, Quaderni Speciali di Limes, “L'Euro senza Europa”, 2010, Gruppo Editoriale L'Espresso




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