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    Citazione Originariamente Scritto da Jotsecondo Visualizza Messaggio
    Chiedo scusa se faccio una piccola osservazione di metodo.
    Se il libretto di Giulio Einaudi intitolato “ Via il prefetto” è stato criticato da un fondatore, ancora facente funzione della lega, in automatico vi è la garanzia che tale libro è utile, interessante per la causa del Nord.

    Fino a quando ci arrabbiamo perché la lega ostacola in modo evidente qualcosa, che la base ritiene utile per il raggiungimento della libertà, si da per scontato che in fin dei conti la lega è per il Nord.

    E la lega si basa su questo equivoco.

    Pertanto il libro di Einaudi se tratta di problemi inerenti agli ideali dei militanti , essendo stato criticato da un sommo della lega è certamente una cosa interessante, e pericolosa per roma.

    Qui se non comprendiamo che la lega è stata costruita ai suoi tempi, diventa tutto difficile.

    Perdonami la puntualizzazione

    Già nel 1991 vi erano le prove, e anche prima.
    Ok. Ma non si tratta di "un libretto". E' un articolo di giornale contenuto in una raccolta di articoli di Luigi Einaudi pubblicata col titolo IL BUONGOVERNO. Mi sembra che sia stato pubblicato anche su Padania. Lo riporto qui, tante le volte qualcuno volesse rileggerselo.
    ___________________________

    Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il « prefetto » sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l'amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d'ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati italiani governavano entro i limiti posti dalle « libertà » locali, territoriali e professionali. Spesso « le libertà » municipali e regionali erano « privilegi » di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all'universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l'opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all'interno, amante dell'ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l'opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L'Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d'ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.

    Democrazia e prefetto repugnano profondamente l'una all'altro. Né in ltalia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L'auto-governo continua nel cantone, il quale e un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli. Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse.

    La classe politica non si forma tuttavia se l'eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non e pienamente responsabile per l'opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l'eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l'attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell'interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell'intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l'iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l'approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è : non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l' idea semplice che l'eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l'eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale è essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, , consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la « pratica » senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. È antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l'orologio, diceva: a quest'ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l'autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell'amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell'interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell'interno se non vuol correre il pericolo di vedere « farsi » le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l'esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.

    Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è : Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l'amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L'unità del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L'unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente. Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, suI governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così : col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall'altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc. ; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.

    Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell'altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall'alto, urge distruggere l'idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l'unità nazionale. L'accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia « economica » , ossia arbitraria. L'arbitrio poliziesco erasi affievolito all'inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.

    Che cosa ha dato all'unità d'Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l'occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno stato vero e vivente.

    (« L'Italia e il secondo risorgimento », supplemento alla Gazzetta ticinese, 17 Iuglio 1944, a firma Junius.)

    •   Alt 

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  2. #12
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    Grazie. Ho letto.
    Certamente la lega doveva 20 ani or sono, essere contro questi principi di libertà.

    Solamente adesso potrebbe far finta di accettare questo scritto, in quanto la situazione attuale del centralismo si è consolidata in questi ultimi anni.

    Ormai il centralismo grazie all’avvento del cip, ha accresciuto poco alla volta il suo potere, e pertanto la lega potrebbe permettersi delle divagazioni lessicali.

    Tuttavia la lega, quale braccio di roma, non può permettere che vengano tolti i prefetti.
    Pertanto per sinergia la lega deve essere favorevole alle province.

    E’ vero che si mormora che la lega è favorevole alle province per la questione delle cadreghe, ma in effetti vi è una ragione politica di fondo..

    I prefetti non si toccano.

    Sulle piazze la lega ogni tanto parla contro i prefetti, ma sono i soliti discorsi necessari, che vengono esternati per recitare la parte di essere contro il potere centrale.

    Mentre la lega è invece il simbolo di difesa del poterete centrale romano.

    Comunque bello l’articolo di Einaudi. Equilibrio piemontese.
    Anche se ai suoi temi passava da centralista in quanto era monarchico.
    Tuttavia fu votato Presidente della repubblica.

    Cioè un monarchico dell’altro secolo è meno centralista della lega.

  3. #13
    piemonteis downunder
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    Citazione Originariamente Scritto da Jotsecondo Visualizza Messaggio
    Comunque bello l’articolo di Einaudi. Equilibrio piemontese.
    Anche se ai suoi temi passava da centralista in quanto era monarchico.
    Tuttavia fu votato Presidente della repubblica.

    Cioè un monarchico dell’altro secolo è meno centralista della lega.
    Gia, un bel temino. Bravo Einaudi, 7+.

    Tanti politici itagliani sono bravi a scrivere belle composizioni, da pubblicare nelle loro memorie. Soprattutto quelli che hanno fatto il liceo classico al D'Azeglio. Pero' il signor Einaudi in tanti anni di occupazione di cadreghe parlamentari negli anni 40 e 50, ha mai fatto qualcosa di concreto per abolire il prefetto? Ha mai proposto una legge anti-prefetti, o fondato un partito federalista, o anche solo votato un partito federalista? No. E allora tutte le sue bellissime parole sul prefetto rimangono solo parole di un intellettuale che trova la sua soddisfazione nello scrivere Belle Lettere ma non si sporcherebbe mai le mani cercando di fare qualcosa di concreto. Questo era qualcosa che Miglio aveva capito, e per questo era rimasto affascinato da Bossi, anche a costo di rovinarsi la reputazione di "intellettuale" presso i suoi pari...ma Miglio preferiva sporcarsi le mani con l'aiuto di uno zappatore popolano come Bossi, piuttosto che rimanere in facolta' a scrivere bei temini per Limes o per i posteri.

  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da Jotsecondo Visualizza Messaggio
    [.....

    Cioè un monarchico dell’altro secolo è meno centralista della lega.
    No: era infinitamente più federalista della Lega di Bossi e di Calderoli, perché conosceva bene: cosa era la monarchia inglese; a cosa avrebbe portato il regime dei partiti; che cosa era davvero uno stato federale come la Svizzera. Diversamente i leghisti incolti ed arroganti hanno solo distrutto nella coscienza popolare la grande idea di federalismo, come la sola teoria possibile dello stato dell'umanità futura.

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da aussiebloke Visualizza Messaggio
    Gia, un bel temino. Bravo Einaudi, 7+.

    Tanti politici itagliani sono bravi a scrivere belle composizioni, da pubblicare nelle loro memorie. Soprattutto quelli che hanno fatto il liceo classico al D'Azeglio. Pero' il signor Einaudi in tanti anni di occupazione di cadreghe parlamentari negli anni 40 e 50, ha mai fatto qualcosa di concreto per abolire il prefetto? Ha mai proposto una legge anti-prefetti, o fondato un partito federalista, o anche solo votato un partito federalista? No. E allora tutte le sue bellissime parole sul prefetto rimangono solo parole di un intellettuale che trova la sua soddisfazione nello scrivere Belle Lettere ma non si sporcherebbe mai le mani cercando di fare qualcosa di concreto. Questo era qualcosa che Miglio aveva capito, e per questo era rimasto affascinato da Bossi, anche a costo di rovinarsi la reputazione di "intellettuale" presso i suoi pari...ma Miglio preferiva sporcarsi le mani con l'aiuto di uno zappatore popolano come Bossi, piuttosto che rimanere in facolta' a scrivere bei temini per Limes o per i posteri.
    Einaudi era persona mitissima. Ciò che lo distingueva da Miglio era l'esperienza di un diverso passato e la mancanza quasi assoluta di movimenti che si ispiravano al federalismo nel dopoguerra. Di Miglio e di Einaudi si potrebbe parlare a lungo, giungendo a conclusioni soddisfacenti per me e per te. Ma per Bossi si liquiderebbe la questione in due parole e con un giudizio assolutamente negativo, non per quello che ha fatto, ma per ciò che non è stato capace di fare e perché per interessi personali ha consegnato il federalismo alla peggior specie politica che abbia mai infestato uno stato. Tieni anche presente che l'articolo è stato scritto nel '44.

  6. #16
    piemonteis downunder
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    Citazione Originariamente Scritto da paulus Visualizza Messaggio
    Einaudi era persona mitissima. Ciò che lo distingueva da Miglio era l'esperienza di un diverso passato e la mancanza quasi assoluta di movimenti che si ispiravano al federalismo nel dopoguerra. Di Miglio e di Einaudi si potrebbe parlare a lungo, giungendo a conclusioni soddisfacenti per me e per te. Ma per Bossi si liquiderebbe la questione in due parole e con un giudizio assolutamente negativo, non per quello che ha fatto, ma per ciò che non è stato capace di fare e perché per interessi personali ha consegnato il federalismo alla peggior specie politica che abbia mai infestato uno stato. Tieni anche presente che l'articolo è stato scritto nel '44.
    Si, hai ragione. Pero' c'erano varie forze autonomiste, libertarie e federaliste fra i partigiani (almeno quelli piemontesi che ho studiato di persona, non so nel resto delle Alpi)....vedi carta di Chivasso, val d'Ossola, ecc. Nessuna di quelle forze e' passata nell'assemblea costituente?

  7. #17
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    Nessun dubbio su quanto dici. Adriano Olivetti è uno splendido esempio, purtroppo dimenticato, delle forze libertarie e repubblicane che agivano in Piemonte. Neppure lui seppe dar vita ad un forte movimento popolare federalista, anche se in "L'ordine politico delle comunità" enuncia, partendo dagli studi di Ferdinand Tonnies, l'idea di comunità come spazio naturale dell'uomo. Inoltre distingue la comunità dalla società sulla base dei diversi diversi tipi di rapporti che producono: umani la prima, virtuali la seconda. La contrapposizione fra comunità e società serve ad Olivetti per porre la nuova misura dell'ordine politico fondato sul federalismo, che ritiene il punto di convergenza fra la persona e lo stato e fra la dimensione limitata della comunità in rapporto alla babele delle grandi società moderne. Da allora, a parte Miglio, si è come arrestato il processo culturale del federalismo e ben pochi contributi teorici sono stati apportati a questa bella dottrina di stato e di governo. Ad esempio pochissimi hanno chiara la contrapposizione netta fra STATO MODERNO e STATO FEDERALE, senza la quale è molto difficile avviare un discorso sul federalismo e renderlo accettabile e credibile. Con la Lega ci ho provato, non puoi immaginare con quanta pazienza e dedizione. Risultati ZERO. Forse anche perché ho un carattere bislacco che non mi consente di accettare compromessi su ciò che ritengo politicamente scorretto.

  8. #18
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    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem Visualizza Messaggio
    http://www.adnkronos.com/IGN/Politic...3.0.2962709434

    Roma, 29 gen. - (Adnkronos) - Con il federalismo "sara' accresciuto ed esaltato il ruolo dei prefetti". E' il sottosegretario all'Interno con delega alla Pubblica sicurezza, Alfredo Mantovano, a sottolineare che, in un'ottica federalista, l'ufficiale territoriale del governo sara' "destinato ad avere poteri piu' incisivi in materia di prevenzione, sicurezza urbana, coordinamento dei patti per la sicurezza sul territorio. Quindi -ha osservato Mantovano intervenuto oggi al Viminale alla tavola rotonda 'Piu' sicurezze per la liberta' dei cittadini', organizzata dal Sinpref, Associazione sindacale dei funzionari prefettizi- la sicurezza nazionale non e' in opposizione con quella del territorio ma deve necessariamente procedere di comune accordo".


    Una volta c'era qualcuno che voleva abolirli.
    Ed era l'attuale diretto superiore di Mantovano agli Interni.
    Oggi danno più poteri al rappresentante statale non eletto e inviato da roma (le cui origini sappiano a che latitudini si collochino) nelle nostre terre.
    Federalismo?
    No, questo paese sta correndo verso una versione più aggiornata
    e furba di "fascismo" e il movimento di Sbrodolino sta dando
    una gran mano alla sua realizzazione.
    Supermercati, giornali, pubblica amministrazione:
    in tutte le regioni del nord a controllare quei settori
    sono imprese meridionali legate ad una idea centralistica di stato,
    per non dir di peggio.

  9. #19
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    Citazione Originariamente Scritto da Rotgaudo Visualizza Messaggio
    Federalismo?
    No, questo paese sta correndo verso una versione più aggiornata
    e furba di "fascismo" e il movimento di Sbrodolino sta dando
    una gran mano alla sua realizzazione.
    Supermercati, giornali, pubblica amministrazione:
    in tutte le regioni del nord a controllare quei settori
    sono imprese meridionali legate ad una idea centralistica di stato,
    per non dir di peggio.
    Un giorno ci renderemo conto, TUTTI, della saggezza dei proverbi antichi: "Chi fu causa del suo mal, pianga se stesso". Grazie lega, il vento del federalismo bossiano ci porterà lontano. Ma vai a cagare!

  10. #20
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    Citazione Originariamente Scritto da paulus Visualizza Messaggio
    Un giorno ci renderemo conto, TUTTI, della saggezza dei proverbi antichi: "Chi fu causa delo mal, pianga se stesso". Grazie lega, il vento del federalismo bossiano ci porterà lontano. Ma vai a cagare!
    Che ne dite di organizzare un massiccio invio di carta igienica a Bossi e a tutti coloro che infangano il nome di 'federalismo'?

 

 
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