L'enigma Bush e la crisi del conservatorismo USA


di Florian


Adesso che l’era di Bush il Secondo si è definitivamente chiusa nel fragore delle accuse rivoltegli contro dagli avversari vincitori e da tutti coloro che non ne hanno condiviso le scelte politiche, a difenderne l’immagine immacolata è rimasta solo una ristretta cerchia di intellettuali e militanti che custodiscono l’eredità del loro idolo con passione ideologica speculare a quella dei loro più numerosi detrattori.

Per quanto mi riguarda, avendo difeso strenuamente Bush quando era al potere, specialmente durante gli anni del suo primo mandato e prima che il disastro Katrina lo rendesse di fatto un’anatra zoppa, non me la sento oggi di continuare ad agitare un’inutile e controversa bandiera. Al contrario, cercherò con queste mie riflessioni di fornire un’interpretazione - da destra, ma non per questo faziosa - di quanto accaduto in questi ultimi otto anni di storia conservatrice.

Cattivi perchè Repubblicani

Molti di coloro che avversano George W. Bush sostengono che le loro accuse riguardano esclusivamente gli errori del Presidente e non sarebbero determinati da pregiudizi di partito. Chi si appiglia a questa tesi, accampando così una pretesa oggettività di giudizio che travalichi la partigianeria politica, è molto spesso in malafede. La realtà ci dice, invece, che il Presidente è stato oggetto di un’ostilità preconcetta che ha riguardato lui come gran parte dei candidati presidenziali repubblicani del secolo scorso. Costoro hanno dovuto infatti fronteggiare non solo (e non tanto) i loro rivali politici, ma un compatto mondo dei media e una vasta opinione popolare che è stata loro manifestamente ostile, in patria come a livello internazionale. Le ragioni di ciò risalgono al lascito della Depressione e alle vicende della Seconda Guerra Mondiale, con i repubblicani segnati dall’isolazionismo e i democratici giocare il ruolo dei liberatori dalle armate nazifasciste. Se nel XXX Secolo è esistito un sogno americano questo, da Woodrow Wilson a Franklin Delan Roosevelt, da John F. Kennedy a Bill Clinton, è stato schiettamente democratico, con i repubblicani nella parte, scomoda, dei fratelli minori o addirittura dei fratellastri. Questo pregiudizio storico si è accresciuto ancor di più a partire dagli anni sessanta quando, con il Movimento Goldwater un conservatorismo più ruvido e aggressivo ha preso il posto del liberalismo moderato di Hoover ed Eisenhower. Questo è quanto hanno sostenuto due intellettuali liberali britannici, Micklethwaith e Wooldridge, nel loro apprezzato libro The Right Nation (pubblicato da Mondatori col titolo La destra giusta), per i quali la progressiva perdita di consenso dell’America nel mondo è dipesa in primo luogo dalla sua peculiare destra politica, una destra dai caratteri estremistici rispetto al consueto modello continentale - più moderato in economia e meno sensibile alla morale religiosa -, distante persino dall’apparente gemello partito conservatore inglese.

Il mito del Bush colpevole-perché-ignorante-e-cattivo è solo e nient’altro che un mito buono per chiunque abbia di volta in volta l’onere di rappresentare la destra politica. Chi ha buona memoria sa infatti che questo genere di diffamazione appartiene al bagaglio propagandistico della sinistra intellettuale dalla notte dei tempi, ovvero da quando l’utilitarista inglese John Stuart Mill definì il partito conservatore - tradizionalista pur senza il fondamento di una speculazione filosofica - come il partito degli stupidi.
Dopo Yalta l’Occidente ridisegnato dai progressisti ha riservato al conservatorismo politico quella tolleranza pelosa che si deve ad un avversario sedicente democratico. In realtà tutti coloro che non hanno simpatizzato apertamente per la sinistra hanno dovuto sopportare l’eterno (e spesso immotivato) peso di un antifascismo ideologico, usato come arma politica non solo dai comunisti, ma talvolta anche dai partiti laburisti, popolari e liberali per delegittimare le forze di una destra democratica perennemente sotto schiaffo e rinchiusa nello spazio angusto riservato alla critica del vincente modello liberal.

Negli USA del dopo-Hoover tutti i candidati repubblicani con l’eccezione di Nelson Rockefeller, progressista ed ebreo, sono stati accompagnati da una pessima nomea, nonostante si proponessero spesso in chiave non ideologica, pragmatica e centrista.
Un eroe di guerra come Ike Eisenhower, corteggiatissimo dalla sinistra democratica, con Eleanor Roosevelt in testa, una volta scelto per sè il cavallo repubblicano è divenuto agli occhi del progressismo occidentale nient'altro che un vecchio reazionario.
Un moderato come Richard Nixon venne additato per anni a fascista solo perché manteneva buoni rapporti con l’impresentabile gruppo intellettuale della National Review. Un Nixon a cui la sinistra marxista fu lieta di addossare la colpa morale e l’insuccesso politico della guerra vietnamita e che, processandolo pubblicamente grazie ad un volgare scoop giornalistico, gli fece pagare duramente la posizione presa a suo tempo contro la spia comunista Alger Hiss.
E’ ancora il caso di Barry Goldwater, subito accusato di essere un candidato di estrema destra per aver difeso in un libro le ragioni del Vero Conservatorismo, ritenuto addirittura filonazista per il mancato sostegno ai diritti civili negli stati del Sud, e caratterizzato dai media come un personaggio eccentrico e volgare proveniente da un posto sperduto del selvaggio West. Ebbe la fortuna di perdere di brutto, cosicché gli strali nemici, fortissimi per circa un biennio, non si esercitarono più sul suo conto con eguale veemenza.
Contro Ronald Reagan, infatti, considerato reazionario già quando era governatore della California, la stampa occidentale portò avanti per anni una lunga campagna denigratoria, accusandolo apertamente di essere guerrafondaio, prigioniero di idee antidiluviane, modesto attore di B-Movies, bizzarro cultore dei dischi volanti, e infine afflitto da demenza senile. Una stampa che gli preferì sempre il rivale Gorbaciov, comunista non pentito, ritenuto un più affidabile agente della distensione e della pace internazionale.
Su George Bush il Maggiore pesavano, oltre l’eredità reaganiana i trascorsi alla CIA, che lorendevano un guerrafondaio di diritto nonostante appartenesse di fatto alla fazione delle colombe repubblicane. Venne considerato un degno erede del liberismo reaganiano, un palese bigotto, il marito della vecchia babbiona, l’espressione del mondo che fu.
La sinistra quando attacca il proprio avversario non usa molti giri di parole: scende in guerra per affossare il nemico dispiegando l’imponente macchina propagandista di cui dispone. E quando hai contro la BBC, la CNN, il New York Times, L’Economist, Hollywood, MTV e compagnia cantante allora è dura per chiunque. Figuratevi per Bush il Minore.

Bush I: Il pragmatico centrista

George W. Bush viene considerato unanimemente oggi un conservatore di ferro, un neocon, un fondamentalista evangelico, un pazzo ideologico. A dire il vero nessuna di queste definizioni gli si addice. In realtà Bush, per quanto la cosa possa sorprendere i più, non andrebbe di rigore nemmeno considerato come un conservatore doc. Meno che mai di destra, un termine questo che negli USA connota generalmente solo frange radicali dell’evangelicalesimo politico e del libertarismo.
Quando è apparso sul proscenio nazionale George W. Bush apparteneva invece alla vasta area del Repubblicanesimo moderato, centrista e pragmatico su questioni di politica interna, e realista kissingeriano riguardo la politica estera. Suo padre era riuscito a fare dell’America la nazione leader di un Nuovo Impero Mondiale e lui non aveva alcun interesse a mutare, in un senso o nell’altro, lo status quo che aveva ereditato. I suoi avversari nel partito erano posizionati principalmente alla sua destra, dai liberisti (Forbes), ai conservatori culturali (Bauer, Keyes), ai paleocons (Buchanan). A questi, più tardi, si aggiungerà un candidato dalle posizioni eccentriche e difficilmente collocabili sull’asse destra/sinistra, ovvero il pupillo dei neocons John McCain, che più degli altri gli darà filo da torcere e più influirà sulla sua successiva azione presidenziale, finendo per ereditarne il ruolo e condividerne la sconfitta.

Nel 1998 lo spauracchio del figlio primogenito di Bush iniziò ad aleggiare minacciosamente su quei leader reaganiani che erano faticosamente riusciti a portare a destra la linea moderata del partito per l’orrore del mondo liberal e contrariamente a tutte le buone regole della correttezza politica occidentale. Nel 2000 questo spauracchio era divenuta concreta realtà, con il duro Gingrich in disarmo per il mancato impeachment di Clinton, e i paleoconservatori fuoriusciti definitivamente dal partito. La voglia di moderazione e centrismo fra le elites repubblicane era talmente forte che in un primo momento si pensò addirittura di affiancare a Bush la moglie del senatore Dole, nota temporeggiatrice in tema di aborto.
Bush Junior era allora il campione del conservatorismo compassionevole, una bizzarra combinazione di idee assistenzialistiche d’intonazione religiosa che per i liberisti del partito significava un netto cedimento all’ideale socialista. In più, Bush era un multiculturalista dichiarato il cui sito internet era accessibile anche in lingua spagnola, per la gioia dei latinos e in barba ai paleoconservatori, ultimi strenui difensori dell’idioma inglese.
Fin quando sorrideva e salutava le folle del suo Texas Bush il giovane sembrava inattaccabile, ricco di charme e stella preannunciata del firmamento politico americano. Quando in campagna elettorale si trovò però a fronteggiare i più scafati media liberal incappò in alcune gaffes che ne rovinarono l’immagine frettolosamente confezionata. Bush il giovane si rivelava al pubblico nazionale come un ragazzotto di provincia troppo inesperto da essere inadatto alla carica presidenziale.
Quando il più anziano e raffinato rivale McCain lo maltrattò pesantemente all’apertura delle primarie in New Hampshire, le fortune di Bush Junor sembrarono esaurite per la gioia dei democratici che lo temevano per le grosse capacità di fundraising. La sua vittoria, data unanimemente per scontata, doveva conquistarsela sul campo. Fu allora che l’uomo, con una mossa da giocatore d’azzardo che lo contraddistinguerà anche in seguito, fece ciò che solo un politico estraneo alle ideologie quanto deciso ad imporsi a tutti i costi avrebbe potuto fare. Ovvero, andò a chiedere i voti che gli servivano alla Chiesa fondamentalista di Bob Jones, altra cosa rispetto all’evangelicalesimo moderato di Billy Graham che gli aveva fatto conoscere la Fede, ovvero un presunto covo di estremisti razzisti dal quale ogni politico americano considerato rispettabile (Mc Cain incluso) si sarebbe guardato dal fare. Bush invece giocò abilmente la carta del cristiano rinato catturandosi in extremis l’appoggio della base evangelica, solitamente fredda con i repubblicani e ancor più dopo l’abbandono di Buchanan. Grazie a questo elettorato fortemente ideologizzato Bush riuscì a far man bassa nei popolosi Stati del Sud, che gli garantirono la candidatura presidenziale conferendogli un’immagine di candidato della destra in alcun modo veritiera.

Nel confronto dialettico con Gore, tuttavia, Bush preferì rimettersi nei panni del moderato centrista cosicchè il dibattito elettorale che ne derivò fu tra i più incolori e poveri di interesse. Fortemente posizionato al centro, Bush riuscì nell’intento di spostare Gore su posizioni più populiste che sconfessavano in parte l’operato dell’ex Presidente Clinton ancora molto amato.
Per tradizionale partigianeria progressista la stampa europea tifava apertamente per il candidato democratico non fidandosi per nulla di Bush, della sua morale religiosa e del suo ostentato isolazionismo. Durante tutta la sua campagna elettorale Bush aveva infatti promesso agli americani (e al mondo) un’America gentile, ovvero meno interessata ad immischiarsi nelle faccende internazionali. Questa posizione velatamente isolazionista, che aveva uno sponsor importante in Colin Powell, destinato all’incarico di Segretario di Stato, era condivisa da ampi settori del Partito Repubblicano, tradizionalmente poco propenso ad imbarcarsi in dispendiose avventure militari e paventata invece dalle segreterie europee che rabbrividivano all’idea di una riduzione di responsabilità internazionali dell’esercito a stelle strisce. Oltre a questa ragione meramente politica, la poca simpatia che Bush riscuoteva nell’Europa antifascista e kantiana consisteva nel fatto che egli era, in ogni caso, un candidato repubblicano, ovvero, un esponente della destra. Ovunque e comunque una vittoria dei conservatori desta sospetti e antipatie: rischio concreto di guerre, di restrizioni alle libertà individuali, di politiche socialmente aggressive. Questa è la ragione per cui a Washington come a Londra, a Parigi come a Berlino la stampa illuminata, ovvero quella che conta e fa opinione, sponsorizzava apertamente Al Gore. E quando la sentenza della Corte Suprema garantì a Bush la risicata quanto rocambolesca nonché controversa vittoria il coro unanime fu quello di un’elezione rubata e l’immagine del neoeletto Presidente fu quella di un usurpatore, di un Presidente per caso.

Bush II: Il conservatore compassionevole

In patria Bush si era garantito il supporto dell’ala reaganiana e un’apertura di credito dai conservatori culturali, mentre era manifesta l’ostilità del gruppo neoconservatore che mirava ad un impegno internazionale in senso unilateralista contro il vecchio nemico Saddam Hussein. Bush, al contrario, aveva primariamente in agenda le sue riforme compassionevoli, compresa quella sull’istruzione che riuscì a far approvare col sostegno della sinistra del Partito Democratico e di influenti liberals come Ted Kennedy. Per la destra repubblicana George W. Bush sembrava nient’altro che la fotocopia sbiadita del mai amato genitore, un RINO come si suole intendere i repubblicani di nome ma non di fatto.
Poi, all’improvviso, due aerei pilotati da fanatici musulmani si schiantarono sulle Twin Towers di New York mutando il corso della storia e in primis dell’uomo e del politico Bush.
Prima di allora George W. era un semplice manager abituato a circondarsi di validi specialisti di settore, incline al compromesso come testimonia la sua fruttuosa esperienza di Governatore del Texas. Nel suo governo si era scelto gente di provata abilità quali Dick Cheney e Donald Rumsfeld, oltre a Powell e all’astro nascente Condoleezza Rice. Gli equilibri vedevano Cheney spostato a destra, Powell a sinistra e Rumsfeld e la Rice in posizione mediana. Le vedute non erano sovrapponibili, ma Bush pensava inizialmente di giovarsi dal vivace scambio di opinioni che si profilava all’orizzonte.
Lasciati fuori dalle stanze del potere, i neocons potevano contare solo sul fido Wolfowitz e, in misura minore, su Cheney per spingere Bush ad un concreto impegno militare contro Saddam, ritenuto da essi una minaccia per gli interessi geopolitici degli USA e per l’esistenza stessa dello Stato di Israele. Per questo scopo incalzavano il Presidente con articoli al vetriolo sulla stampa conservatrice.
Poi arrivò, come si è detto, l’Undici settembre e l’azione suicida di Al Qaeda col suo impatto mediatico spettacolare e l’alto costo di vite umane cambiò totalmente i piani dell’Amministrazione. Da principio Bush sembrò tergiversare, incapace di fronteggiare l’attacco più letale che un nemico degli Stati Uniti avesse lanciato dopo Pearl Harbour in casa loro. I primi giorni la Presidenza non reagì e venne oscurata dall’attivismo eroico dei pompieri di New York e del Governatore Rudolph Giuliani.
Quando alla fine Bush si decise, non sappiamo se di sua iniziativa o meno, di affrontare in prima persona il dramma venutosi a creare, e tra le macerie di Ground Zero, in maniche di camicia e megafono alla mano, il Presidente per Caso divenne a pieno titolo il Comandante in Capo dell’America ferita.

Cosa avrebbe fatto Bush in risposta all’attacco subito? Fu chiaro sin dall’inizio a tutti, simpatizzanti e antipatizzanti dell’iperpotenza americana, che essa avrebbe risposto militarmente e con durezza. Ciò che era meno chiaro e anzi piuttosto oscuro era definire l’oggetto di questa risposta armata. La guerra tradizionale si combatte tra gli Stati, ma non erano questi oggi – a differenza del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale – a muovere guerra agli americani. L’Amministrazione iniziò a parlare di terrorismo e della necessità di rendere il mondo più sicuro da esso. I pacifisti dell’umanitarismo peloso (ovvero, antiamericano) storsero subito il naso, ma l’Occidente abbozzò. Perfino Woody Allen, non certo sospetto di simpatie repubblicane, si allineò all’Amministrazione. La stessa cosa fecero anche le varie rockstars che prestarono il loro impegno per le vittime di Ground Zero.
Le maggiori resistenze alla sua politica di prudenza l’Amministrazione Bush le incontrò ancora una volta alla sua destra. Tra i conservatori nazionalisti destava infatti sconcerto la manifesta riluttanza del Comandante in Capo a far pesare internazionalmente le ragioni e la potenza degli Stati Uniti, mentre i neoconservatori erano inorriditi all’idea di un’America mediaticamente ostaggio dei terroristi attivi su Al Jazeera e del risorgente pacifismo internazionale. L’incubo di un novello Carter sembrò per qualche giorno prendere consistenza, con la differenza sostanziale che un Presidente militarmente imbelle se desta malumore in campo democratico, in casa repubblicana è considerato un affronto.
Nonostante le continue pressioni che lo spingevano ad una reazione subitanea ed unilaterale, Bush preferì la via della prudenza e del tradizionale multilateralismo, recandosi all’ONU e rispettando il protocollo abituale. Quello che in Patria venne sottolineato, negli ambienti conservatori, come un pericoloso cedimento al politically correct gli valse invece una piccola apertura di credito da parte delle cancellerie europee. Fu così che il mondo - terroristi e amici dei terroristi esclusi - si trovo ad essere per un po’, come assai raramente gli capita, unanimemente americano.

Bush III: Il Comandante in Capo

Scacciata ma non annientata la pericolosa minaccia di al Qaeda, con Bin Laden super-ricercato dalla CIA e dai servizi segreti di tutto il mondo, all’Amministrazione Bush toccava decidere come spendere ora quel successo politico e di immagine che la campagna afgana aveva conseguito.
Nel frattempo, al vertice repubblicano erano mutate le gerarchie, con le colombe Powell e Rice in netto ribasso e i falchi Cheney e Rumsfeld in prorompente ascesa. I neocons, attraverso soprattutto Wolfowitz, spingevano sull’acceleratore per disfarsi, ora più che mai, dell’eterno nemico Saddam Hussein e ridisegnare così, a vantaggio degli USA e di Israele, lo scenario geopolitico. Per i falchi, infatti, nessuna situazione poteva essere maggiormente propizia dell’attuale – con gli americani ancora intenti a piangere i propri morti – per un’opzione militare rimasta da troppo tempo colpevolmente in agenda.
In questo contesto di lutto e di politica di potenza Bush si trovò ancora una volta a mediare tra due linee contrapposte. Accanto a quella, tradizionale in casa repubblicana, della realpolitik volta a mantenere lo status quo si imponeva in tutta la sua carica attrattiva – un misto di idealismo democratico e potere imperiale - la prospettiva neocon. In un frangente in cui la sinistra americana è totalmente fuori dai giochi e la polemica è tutta repubblicana, tutta interna alla destra, con scambi violentissimi di accuse tra esponenti moderati e radicali. Alle porte ci sono infatti le importanti elezioni di mid-term, che prepareranno le successive elezioni politiche.

Un idealista troverà sconveniente l’idea che si possa muovere una guerra per vincere delle elezioni. Eppure due volte su tre funziona così. Le guerre generano patriottismo e questo porta consenso. Se tutto va per il meglio.
I neocons spargevano dalle loro colonne ottimismo a piene mani, convinti che il popolo irakeno non aspettasse altro che essere liberato. L’ossessione per la tecnologia spinse un politico esperto come Rumsfeld a credere di poter aver ragione dell’avversario con mezzi leggeri. Il conservatorismo americano, orgoglioso della propria potenza militare non meno che del suo sistema politico, dimenticava la lezione di Burke volta alla prudenza e al rispetto delle tradizioni locali per un più rozzo liberalismo imperialista. I neocons ragionavano infatti come novelli whigs desiderosi di riportare l’occidente ai fasti dell’epoca vittoriana. Ma avrebbe accettato George W. Bush di calarsi nei panni di un nuovo Gladstone?
Nonostante fosse lontano culturalmente ed umanamente dall’ambiente neoconservatore, il Presidente si avvicinerà progressivamente e costantemente a questa piccola ma influente corrente, convintosi, forse anche per via della sua formazione religiosa, di dover rispondere ad una missione affidatagli dal Cielo, come era accaduto in passato a Lincoln, a Roosevelt e a Truman. Come molti conservatori tradizionali anche Bush non è insensibile alla forza, tipicamente americana, della retorica democratica di stampo neocoservatore. Anche la Rice rivede le consolidate posizioni realiste a favore dell’interventismo idealista. Per i neocon Saddam rappresentava un pericolo non solo in quanto possessore di armi di distruzione di massa, ma soprattutto perché l’Irak islamofascista, bizzarro termine propagandistico per catturare alla causa bellica la riluttante sinistra pacifista, rappresentava l’antitesi dell’ideale americano e un pericolo per la stabilità liberal-democratica internazionale.
Di contro, la più autentica destra paleoconservatrice accusava l’Amministrazione di cedere all’influenza nefasta di intellettuali ebrei intenti ad usare la potenza militare americana per gli scopi dello Stato di Israele. Fondata o meno la loro posizione, tuttavia i paleocons – da quando Pat Buchanan è fuoriuscito dal GOP – erano totalmente delegittimati in ambito repubblicano e il loro isolazionismo considerato viziato da uno spirito antisemita.
Il mondo arabo reagì invece violentemente all’attacco preventivo che si profilava all’orizzonte e che appariva non solo a loro immotivato nella sostanza e contrario al diritto internazionale. Anche l’Europa ideologicamente pacifista era infatti contraria all’opzione militare e ancor di più il Vaticano, intento a scongiurare uno scontro di civiltà con l’Islam.
Nonostante nazionalisti come Cheney e Rumsfeld spingessero ora apertamente sull’acceleratore della guerra preventiva, catturati dallo spirito crociato neoconservatore, Bush sperava sempre di poter ripetere l’operazione multilateralista sperimentata con successo in Afghanistan. Non solo i realisti ma anche amici internazionali come Blair lo consigliavano apertamente in tal senso. Tuttavia la manifesta ostilità della Francia alla guerra irakena rese vana questa possibilità, che tra i conservatori più radicali era comunque osteggiata.

Bush IV: Il giocatore d'azzardo

Sull’onda patriottica della guerra i Repubblicani riescono a vincere le elezioni del 2002 e a sbarazzarsi del nemico irakeno. Ma se in Patria la prova di forza inizialmente sembra sorridere a Bush, all’estero l’immagine del Presidente americano crolla, venendo egli dipinto come una marionetta in pugno alla cabala diabolica dei neoconservatori straussiani.
Successivamente, le difficoltà a vincere la pace in terra irakena, funestata da continui attacchi alle forze americane, sgretoleranno a poco a poco anche in America quell’unità patriottica che si era registrata a sostegno dell’Amministrazione. La guerra era vinta, ma la pace era lontana a venire.

Come spesso accade negli USA l’attacco politico della sinistra radicale e pacifista viene preceduto ed indirizzato dalle inchieste propagandistiche dei media. Nell’occasione, ad aprire le danze anti-Bush è il regista/militante Michael Moore che confeziona un film denigratorio, ovviamente premiato a Cannes, che ha l’intento manifesto di demolire l’immagine presidenziale a vantaggio dello sfidante democratico che lo affronterà nelle elezioni del 2004. Gli attacchi di Moore, pur grossolani e perfino fantasiosi, colgono però nel segno e ricompattano le organizzazioni liberal e di sinistra che sembravano totalmente delegittimate. Accanto a queste forze si unisce in coro, piuttosto maldestramente, la destra paleocon e persino qualche realista, avvelenati con l’Amministrazione neoconservatrice per l’indirizzo preso in Irak.
La delegittimazione a mezzo stampa e il numero crescente di vittime in terra straniera portano l’indice di gradimento di Bush a toccare livelli mai così bassi. Adesso i Repubblicani rischiano seriamente di perdere le elezioni che si apprestano. Come reagire?

In difficoltà con l’avversario democratico, il pur scialbo John F. Kerry, George W. Bush capisce che non potrà essere l’Irak a garantirgli il secondo mandato, e decide quindi di giocarsi tutte le sue chances politiche sul sostegno alla causa della destra cristiana, mai completamente a proprio agio in casa repubblicana. Le elezioni del 2004 si giocano dunque, prima volta nella storia americana, sull’importanza dei valori culturali e religiosi, messi improvvisamente in agenda da un’incauta accelerazione della sinistra liberal che in California reclamava il diritto ai matrimoni omosessuali. Un referendum di limitata importanza diventa così un assist inaspettato per i conservatori in affanno, i quali riescono a portare alle urne un numero elevatissimo di votanti. Ancora una volta la mossa spregiudicata di Bush, calatosi nelle vesti di leader nazionale del fondamentalismo cristiano, sortisce l’effetto sperato. I democratici subiscono un imprevisto KO, ma si tratta dell’ultimo asso nella manica del Presidente, il quale d’ora in avanti per sua colpa e un pizzico di sfortuna collezionerà soltanto insuccessi.
Il padre intellettuale dei paleocons, Russell Kirk, ebbe a dire sulla scia di Burke, che il potere intossica e il potere assoluto intossica al sommo grado. Si riferiva per l’occasione alla malaugurata scelta di George Bush il Maggiore di affrontare militarmente Saddam nel 1991. Questa riflessione calza ancor più per George Bush il Minore, un uomo che è sembrato rimanere intossicato dal suo potere.
L’Irak destabilizzato, l’impreparazione a gestire l’uragano Katrina, i numerosi scandali connessi a spregiudicati politici repubblicani, i litigi tra Powell e Cheney e tra Cheney e Rumsfeld, le bordate ad alzozero dei neocon contro il disimpegno dell’Amministrazione a mandare più truppe nel cuore della battaglia… Tutto ciò ha messo in secondo piano i buoni risultati ottenuti in politica interna – in primis il drastico taglio delle tasse fatto approvare dal Congresso - e sul fronte delle battaglie culturali - la scelta di due nuovi giudici della Corte suprema, entrambi di indirizzo antiabortista.
Il 2006 diventa così l’anno della riscossa progressista, la vittoria dei democratici al Congresso che prepara la successiva elezione presidenziale di Barack Obama, avvenuta due anni più tardi. Nel 2009 Bush lascia la Presidenza nell’indifferenza di chi l’ha votato e tra le grida di giubilo e lo scherno dei suoi avversari. Un altro film, questa volta del più serio, ma non meno militante, Oliver Stone, contribuisce a picconarne quel che resta di un’immagine abbrutita dauna ponderosa mole di saggi di avversa propaganda. Nonostante l’Irak a fatica sembra risollevarsi gli americani desiderano voltare pagina. I sondaggi sul Presidente uscente sono impietosi. La recente crisi economica è stato il definitivo colpo di grazia per Bush trovatosi persino a recitare la parte dello statista liberal in rotta con i congressisti conservatori della sua stessa parte politica.

La crisi del conservatorismo USA

Nel 2004 avevano conquistato l’America e nel 2006 l’hanno miserabilmente persa. Cosa rimane oggi, all’inizio dell’era Obama, della Right Nation di Bush?
Mossi dalla voglia di potere, spinti dal desiderio di conquistare ad ogni costo il consenso popolare, i repubblicani, sconfitti con Bush, hanno in definitiva perso la loro anima. Dilaniati tra liberismo e assistenzialismo, tra interventismo e isolazionismo, usata malamente la carta religiosa al puro scopo elettorale, il partito che esce sconfitto nel 2008 è l’immagine di una coalizione sfilacciata, tenuta insieme per anni da miti - l’antistatalismo e l’anticomunismo su tutti – che oggi mostrano inesorabilmente la corda. La ricetta neocon di rifondare il conservatorismo su una mitologia prettamente yankee quale l’idealismo democratico e le crociate contro gli islamo-fascisti non ha finora funzionato perché fa appello necessariamente ad una mentalità internazionalista e collettivista che non è mai stata repubblicana e tantomeno di destra. Al contrario, è appartenuta ed è tuttora interna al bagaglio ideologico della sinistra liberal, dalla quale i neoconservatori non si sono mai del tutto emancipati.

La sconfitta dell’improbabile duo McCain-Palin (laicista il primo, fondamentalista la seconda) chiude un’epoca caotica di guerre civili americane iniziatasi alla fine della Presidenza Reagan. Venti anni in cui l’America è stata gestita da due famiglie agli antipodi, i Bush e i Clinton, specchio di una nazione diametralmente spaccata sulla morale cristiana e i diritti civili, incapace di scegliere se continuare ad essere una repubblica o diventare un Impero.
Si pensa che con Bush abbiano perso i neoconservatori, ma non è così. Ad aver perso influenza nella società americana è semmai la destra tradizionale, quei paleocons già scacciati dal loro partito per mano di un’efficacissima azione neoconservatrice che dagli anni ottanta ad oggi ha operato per trascinare la destra americana su posizioni di sinistra moderata, nella convinzione che il conservatorismo ideologico fosse un-american e che l’unica autentica tradizione politica degli americani fosse il liberalismo. Una tesi, questa, già sostenuta negli anni cinquanta da intellettuali democratici quali Hartz, Hofstadter, Bell, Schlesinger e ripresa negli ultimi anni da intellettuali neoconservatori quali Fukuyama, Kristol, Kagan, Krauthammer, che ha finito per modificare forse irrimediabilmente i connotati della destra USA.
L’America di Obama è, almeno sul fronte interno, l’America che i neocons – figli di immigrati e appartenenti a minoranze etnico-religiose – hanno in definitiva sempre sognato: la nazione di Martin Luther King, di Bayard Rustin e di chi negli anni sessanta ha lottato per una Nuova America fondata sui diritti civili e sulla proposizione della Dichiarazione di Indipendenza. Ma l'America liberale di Jefferson, cantata dai neoconservatori, è paradossalmente anche l'America della New Left che volge le spalle al proprio retaggio anglosassone, che dimentica il canone occidentale per culture tribalistiche e innalza il relativismo culturale a dogma liberale. Questa America, che è l’America di Obama, dei neocons e della New Left, è stata resa possibile dall’indifferenza delle precedenti elites repubblicane a lottare sulle tematiche culturali – riguardanti i rapporti tra le etnie, la questione dell’immigrazione, la morale cristiana, le tradizioni locali, la cultura occidentale - che solo i paleoconservatori hanno strenuamente difeso e per le quali sono stati marginalizzati da una campagna denigratoria messa in atto dai loro (ex) compagni di partito prima ancora che dagli stessi avversari. Non a caso, nell’america che guarda Obama come un Messia i neocons sono in prima fila, convinti di poter combattere le loro battaglie democratiche per l’americanizzazione del mondo anche e forse persino meglio con un Presidente liberal spendibile a livello internazionale.

Mentre i repubblicani sono intenti a leccarsi le ferite, l’ex Comandante in Capo ha fatto sapere che lavorerà adesso alle sue memorie, che consegneranno alla Storia la sua personale versione degli eventi che lo hanno reso partecipe. Per l’intanto, come considerare, a posteriori, una figura tanto controversa? Chi è davvero George W. Bush? Un incapace, un debole, un opportunista? O magari una vittima predestinata, un agnello sacrificale, un uomo coraggioso ed incompreso che verrà rivalutato dai posteri?
Forse ciascuna di queste immagini, nella sua parzialità, contiene un pizzico di veridicità. Bush è giunto all’appuntamento della vita e diventato l’uomo più potente del mondo pur non essendo preparato per quella responsabilità, non essendo un’aquila, non avendo il carisma e l’esperienza di molti dei suoi predecessori. E’ stato un politico che spesso si è fatto guidare dall’opportunismo giocandosi la propria carriera e il ruolo dell’America nel mondo come se fosse una partita di poker. Ma a suo favore può anche dire di aver avuto da principio contro i poteri forti dei media, di essersi trovato a gestire le contraddizioni ideologiche del suo partito, di aver dovuto fronteggiare Al Qaeda senza che il popolo americano e occidentale fosse preparato ad uno scontro di civiltà.

Per questi motivi George W. Bush è destinato a rimanere un personaggio enigmatico, difficile da giudicare per i suoi contemporanei. Tuttavia è arduo ipotizzare che le sue debolezze e i suoi azzardi politici risulteranno più determinanti della profonda crisi del pensiero occidentale nella quale, suo malgrado, si è trovato ad agire.



Florian