Berselli: allora era una sfida, oggi un luogo comune
ANDREA SCANZI
ROMA
Da
Milano Italia a
Malpensa Italia: l’evoluzione, o involuzione, della specie. Per meglio dire, del talk show politico. In 15 anni è cambiato tanto, praticamente tutto. Lo dice del politologo Edmondo Berselli: «
Milano Italia era il tentativo di incorporare la sfida leghista, la scoperta della società di Milano da parte della tv romanocentrica. Adesso è diverso, la Lega ha vinto: non tanto alle elezioni, quanto nei contenuti e nei simboli. Tutti parlano dei suoi totem linguistici, non si sa quanto declinabili politicamente, come federalismo e secessione. Ormai sono divenuti luoghi comuni. Ieri era una sfida, oggi no: Gianluigi Paragone (che condurrà
Malpensa Italia su Raidue) è un leghista doc, la Lega partecipa concretamente alla creazione di significati politici, è padrona di un linguaggio che crea consenso».
A inventare il format furono Angelo Guglielmi e soprattutto Gad Lerner. «Faccio i miei auguri a Paragone - dice Lerner - è bello quando una tua idea rimane in vita così a lungo. Alla Rai spostare il raggio d’azione a Milano fa solo bene, basta con la monotonia dei salotti romani. Detto questo, intravedo due pericoli». Quali? «Uno è contenutistico, l’altro legato al linguaggio. Sono passati vent’anni dalla nascita della Lega. Gli ideologi di secessionismo, federalismo e regionalismo sono da tempo i governanti del Nord. Detengono il potere, ma non hanno ottenuto nulla, al di là di risultati parodistici come la nazionale di calcio e il parlamento padani e Miss Padania. La sensazione è che il nazionalismo padano sia una bufala».
Malpensa Italia, nelle intenzioni, vuole essere non solo un programma sulla questione settentrionale, ma lo spazio della gente e non dei politici... «Ed ecco la mia seconda perplessità. Con
Milano Italia il pubblico si affacciava effettivamente per la prima volta in tv, non era smaliziato. Oggi, anche nelle interviste rubate per strada, gli italiani sanno fingere: si atteggiano da attori. Si è persa la sincerità, non è più possibile scoprire la vera mentalità del Nord. Come per Miss Padania, c’è il rischio che ci tocchi assistere a un’altra grande parodia sul nulla». Paragone, se non altro, è un volto (quasi) nuovo e (quasi) giovane. «Vicedirettore di
Libero, ex direttore della
Padania. Non vorrei che
Malpensa Italia sia un trucco scoperto, una finta voce di protesta condotta da chi è cantore del potere. Non puoi contemporaneamente governare e far finta di essere contro. Un equivoco di fondo che potrebbe rovinare il programma».
Lerner condusse per pochi mesi
Milano Italia. Poi fu la volta di Gianni Riotta e Enrico Deaglio. Il primo rifiuta di commentare («Per scelta non rilascio interviste»), il secondo è decisamente più disponibile: «Eccome se lo ricordo quel periodo, dalla fine del ‘93 al giugno del ‘94. Un periodo irripetibile, quello della prima vittoria di Berlusconi. Divenne striscia quotidiana perché c’era Tangentopoli, ogni giorno succedeva qualcosa. Non c'erano praticamente altri talk show, eravamo soli, eravamo “la” notizia».
Sembra passato un secolo. «
Milano Italia era concepito come un’assemblea popolare, gli ospiti famosi sedevano in cubi scomodissimi: la protagonista era la gente, che assisteva e interveniva. Oggi il pubblico non c’è più, il talk show è diventato una passerella, gli ospiti sono addomesticati». È fattibile riapplicare quel format, in salsa proleghista, a distanza di tanto tempo? «Tecnicamente sì, al Nord la Lega ha il 25%, in Lombardia e Veneto governa da decenni, il pubblico non mancherà. Bossi veniva da noi perché eravamo i soli a invitarlo, oggi è al governo». Quindi decade lo spirito critico della trasmissione. «Difficile che Paragone dedichi una puntata alla morte del ragazzo di colore massacrato a Milano. Più facile che faccia i soliti dibattiti populisti su zingari e rom.
Milano Italia era una voce libera.
Malpensa Italia ha tutta l'aria di voler essere il megafono della Lega: un altro spazio per celebrare il centrodestra».