La Civiltà Cattolica, anno XXVII, serie IX, vol. XI, Firenze 1876, pag. 305-317
R. P. Valentino Steccanella S.J.
IL CIMITERO CRISTIANO
II.
Dell'uso di seppellire i fedeli defunti, in ordine alla liturgia
Entriamo in un cimitero cristiano. Purificata, benedetta e consacrata è la terra che calca il nostro piede. Tale l'ha resa, mercè dei suoi riti, la religione, così richiedendo l'alta nobiltà di quei corpi, che vi giacciono sepolti. Imperocchè, sacro essendo il corpo del cristiano, perchè mondato col lavacro della rigenerazione, santificato colla unzione del sacro crisma, nutricato colle carni immacolate di Cristo, e intorno a lui aleggiando la certa speranza di risorgere e partecipare l'eterna beatitudine, sarebbe un'onta indegnissima o il gittarlo ad imputridire dovechessia, qual morta bestia, o lo struggerlo colla violenza del fuoco, qual tronco informe, a cui non rimane altra sorte, che quella di venir arso. La Chiesa sentì tutto l'orrore di simile indegnità, e perciò rifuggendone, siccome madre pietosa, volle che i corpi dei fedeli suoi figli fossero, quai corpi di veri fratelli, accolti nel medesimo luogo, e così ancora ordinò, che sacro fosse il suolo, in cui giacciono, e che nella sua bruna mestizia facesse balenare la più lieta speranza dell'avvenire. Studiamo ora un po' la liturgia, che ella usa nella benedizione dei cimiteri, e la vedremo fondarsi sul seppellimento dei corpi, e sotto questo riguardo riferirsi alla nobiltà cristiana dei medesimi ed alla ferma speranza della loro beata sorte in futuro.
La benedizione di un cimitero per opera di un Vescovo, stante l'uso del seppellire che suppone, presenta allo sguardo dell'osservatore alcun che di sublime. Vedutala, conviene conchiudere, che la dignità del morto corpo di un fedele, e la speranza della futura risurrezione, che l'accompagna nella tomba, vi splendono insieme intemerate. Cinque croci piantate nel futuro cimitero ed ordinate in modo da presentare la figura di una gran croce, che lo parte e domina, ne hanno già preso il possesso, quando esce dalla chiesa il Prelato ne'suoi abiti pontificali e coll'usato accompagnamento del clero. Muove i suoi passi alla croce, che si erge nel mezzo, e là assiso fa un breve sermone al popolo intorno alla santità e alla libertà del cimitero cristiano. Indi, levatosi e messosi in atto di supplicante, si volge a Dio onnipotente e lo prega, che al suo ingresso il cimitero sia benedetto, sia santificato e sia consecrato, affinchè gli umani corpi, che vi riposano, siano nel gran dì del giudizio resi partecipi degli eterni gaudii colle anime beate. Finita questa orazione, il coro intuona le litanie dei Santi e tutti si prostrano supplichevoli insieme col Pastore. Il quale al versetto, in cui si chiede al Signore, che doni a tutti i fedeli defunti l'eterna requie, si alza, e benedicendo tre volte colla mano il luogo, nella prima a voce alta prega Dio, che si degni di benedirlo; nella seconda, che si degni di benedirlo e di santificarlo; nella terza, che si degni di benedirlo, di santificarlo e di consacrarlo. Terminate le litanie e benedetta l'acqua lustrale, mentre il coro va mestamente cantando il Miserere, egli movendo dal destro lato gira pontificalmente tutto il campo, aspergendone le zolle, che dovranno chiudere le salme dei trapassati [1].
Alla lustrazione tengono dietro cinque stazioni di preghiera quante sono appunto le croci, che vi stanno inalberate. La prima stazione si fa dinanzi alla croce che sta di fronte a quella del centro, la seconda dinanzi alla croce che sta dopo le spalle della medesima, la terza dinanzi alla croce che le sta a destra, la quarta dinanzi a quella che le sta a sinistra, l'ultima dinanzi alla croce del centro. Il Prelato, nel suo passaggio dall'una croce all'altra, asperge un'altra volta di acqua lustrale quinci e quindi il suolo, e i canti e gli inni del salterio ne accompagnano i passi. Ogni stazione è luogo di prece solenne, in ognuna s'invoca la benedizione del Signore, in ognuna l'obbietto primario è il corpo del cristiano, che dovrà esservi sepolto. I motivi, che vi si adducono, sono diversi, diversa pure è la forma delle singole preghiere. Nella prima stazione il Pastore indirizza la sua preghiera a Dio, creatore del mondo e redentore dell'uomo, e chiedegli che benedica e santifichi il cimitero, in cui hanno a riposare i suoi servi e le sue serve, e che, come per sua misericordia concedette il perdono delle colpe a quelli che confidarono in lui, così conceda in larga misura perpetuo godimento
ai corpi, che vi riposano in aspettazione del suono dell'angelica tromba [2]. Passato alla seconda, alza la sua voce a Dio trino ed uno, e chiede che, come benedisse in pro de' santi patriarchi la terra comprata da Abramo in Hebron ad uso di sepolcro, così benedica il nuovo cimitero, formato in onore del suo nome, e che ai corpi dei fedeli, i quali vi entrano, lo renda una sede di pace e che nella risurrezione doni loro la beatitudine eterna [3]. Giunto alla terza e chiesto a Dio, glorificatore ed aiutatore dell'uomo, che custodisca il nuovo cimitero libero da ogni bruttura e dall'insidie degli spiriti maligni, supplica che dia a'corpi, che vi saranno portati, perpetua sicurezza, ed a quelli, che ricevuto il battesimo durarono costanti nella fede e raccomandarono al cimitero la loro salma, il conseguimento del premio dei celesti gaudii, [I]ricongiuntisi corpi ed anime allo squillo dell'angelica tromba [4]. Pervenuto alla quarta si volge a Cristo, il quale a riparazione dell'angelo caduto creando l'uomo fe' del limo il corpo umano, cui assunse per riscattarci dalla colpa, e secondo la natura della carne lo torna alla terra, e dalla terra lo risuscita per essere immortale; e pregalo, che a quel suolo, consacrato all'uso del seppellire, partecipi la benedizione del suo corpo sepolto, ed ai fedeli consepolti nell'onda battesimale e secondo la condizione dell'umana carne da doversi in esso conseppellire, conceda sotto le ali della speranza della risurrezione la requie nella sua misericordia [5].
Siamo all'ultima. Tre fiate egli ôra, tre fiate invoca la benedizione sul nuovo cimitero e tre fiate prega a' corpi requie e pace nei futuri sepolcri e la partecipazione della beatitudine eterna. Potenti sono i motivi della preghiera. Ei pone avanti a Dio, come il cimitero è stato compro in figura col prezzo del sangue dell'unigenito Figliuol di Dio, affinchè vi riposassero i corpi infino al dì in cui dalla polvere risorgerebbero alla gloria [6]; come il divin Figlio ha sparso pietose lagrime per gli occhi della santa sua umanità su Lazzaro estinto; e come infine siano i morti corpi sepolti appartenenti ad anime, che separate da essi letiziano in cielo, finchè vengano a ripigliarli nel gran dì del giudizio. Al grave e devotissimo rito della benedizione pone il suggello l'oblazione del divin Sacrificio sull'altare. Benedizione al luogo, pace ai corpi da seppellirvisi, speranza ferma nella risurrezione, e nella gloria eterna sono i soavi sentimenti, che informano le tre orazioni, solite a recitarsi in acconcio dell'obbietto proprio della messa.
Togliete ora il seppellimento, e sostituitegli la cremazione. Siccome tolta la base convien che cada tutto l'edifizio; così abolito l'uso del seppellimento cadrebbe tutta la liturgia usata nella benedizione del cimitero, se pure non si voglia commettere un atto della più ridicola finzione. Stantechè, ridicolo sarebbe pregare da Dio benedizione sovra un campo, dove si dice che riposano i corpi dei fedeli, quando questi fossero già consunti dal fuoco. Ridicolo sarebbe implorare su di essi pace e requie, quando venissero distrutti da una fiamma divoratrice, non che turbati nel lor riposo. Ridicolo sarebbe recare a motivo della implorata benedizione, sia la tomba, in cui giacquero sepolti i Patriarchi, benedetta dal Signore; sia il campo, che fu compro dai giudei col prezzo del sangue di Cristo per seppellirvi i pellegrini, citato qual figura del cimitero cristiano; sia la creazione del corpo umano ed assunto dal Verbo eterno; sia la sepoltura del Signore e la figura del seppellimento nel santo Battesimo. Tutti cotesti motivi ed altrettali, portati nella benedizione del cimitero, non esistendo più l'obbietto che suppongono, perchè già combusto, non avrebbero più forza, ed usati sarebbero una finzione degna di riso. Quindi la liturgia cadrebbe, e con essa perirebbe il cimitero cristiano nella sublime idea, che sola la religione ha saputo immaginare ed attuare conforme alla nobiltà ed alle speranze dei corpi cristiani.
Nè questa solamente, ma eziandio i riti funebri non avrebbero più senso: essi pure cadrebbero. I primi cristiani e quelli che vennero nei secoli appresso, usarono pietosamente intorno ai corpi dei loro cari defonti speciali cure di affetto e di onore. Prima di tutto li lavavano e ripulivano da ogni bruttura, gli ungevano con balsami odorosi, e, chiusi loro gli occhi, vestivanli a festa o gli avvolgevano in candidi lini. Adorni così di tutto punto gli esponeano a grande onore in luogo acconcio. Abbiamo dal Grisostomo la descrizione di questi uffizii di pietà adoperati da' genitori verso il morto figlioletto: «Appena che il fanciullo ha reso l'anima a Dio, i genitori lo compongono, gli stendono le mani, gli chiudono gli occhi, gli drizzano il capo, gli assestano i piedi, lo lavano e lo vestono orrevolmente coi funebri ornamenti [7].» Cotesti atti di carità presso i primitivi cristiani erano in sì alta stima, che anche nelle distrette più forti sia di persecuzione, sia di pestilenza, in quanto era possibile, non si intralasciavano. Dionigi di Alessandria, descrivendo una terribile pestilenza de' suoi dì, narra come i cristiani operando tutto il contrario di ciò che faceano i gentili, prestavano ai morti le cure più amorose; «chè anzi, soggiunge, senza il menomo riguardo di sè, accolgono nelle loro braccia i cadaveri, ne chiudono gli occhi e la bocca, se li levano in ispalla, gli adornano convenientemente, se gli stringono caramente al seno, lavangli con diligenza, avvolgonli nella funebre sindone [8].» Nè di simile onore, benchè dispendioso, erano privi i poverelli. V'erano nella Chiesa speciali collette per sopperire alla spesa; e chi si pigliava la cura spontanea di rendere loro cotali servigi n'era sommamente lodato. Ondechè negli atti di san Marziano si conta a grande gloria di questo santo, esser lui andato in cerca dei morti corpi dei poveri derelitti, e trovatili lavisse, induisse, sepulturaeque mandasse. '
Quanto studio si ponesse in tali onorificenze funebri, quanto largamente si spendesse in unguenti odorosi, l'abbiamo da Tertulliano, da Clemente Alessandrino e da Minucio Felice. I filosofi gentili lo sapeano, e si pigliavano stolto giuoco dei cristiani, perchè invece di usare somiglianti delicatezze coi loro corpi vivi, le usavano coi corpi morti. I tiranni ne arrabbiavano e bestemmiando minacciavano a' martiri tutti i furori contro dei loro corpi dopo morte, affinchè non avessero quegli onori, che loro soleano rendere i cristiani superstiti. Ma indarno. I cristiani sapeano, «che i corpi umani non sono da gittarsi comecchessia o da aversi in dispregio, specialmente quelli dei giusti e dei fedeli, dei quali si valse lo Spirito Santo a modo di stromenti in tutte le opere buone [9].» Cristo stesso avendone dato l'esempio nella sepoltura del suo santissimo corpo, i fedeli suoi membri lo seguirono, nè cessano dal seguirlo tuttavia. In tutto l'orbe cattolico, dove più e dove meno, si continua in forza dell'antica tradizione ad onorare in ogni famiglia il corpo del trapassato. Pognamo ora che venga introdotto il costume della cremazione. Cotesti onori, che si fanno al corpo del defonto, sarebbero dinanzi agli occhi del cristiano un'opera di scherno; perchè dopo di essi verrebbe il fuoco a distruggere violentemente l'onorato. La idea d'imitare la sepoltura di Cristo non avrebbe più senso: imitata nella prima parte, il fine della cerimonia sarebbe totalmente difforme; perchè questo non sarebbe il sepolcro quale fu quello del corpo estinto di Cristo, ma la fiamma consumatrice di un forno crematorio.
Gli onori funebri resi dalla famiglia cristiana sono preparazione a quelli della religione. Eccovi il clero venire processionalmente a levare il corpo del fedele estinto. Sacro ed inviolabile si è tal corpo dinanzi agli occhi della Chiesa, siccome essa ne fa solenne professione nella sua liturgia. Il ministro del Signore l'asperge dell'acqua benedetta, e detto il De profundis, intuona l'antifona della più dolce speranza, che cioè verrà dì, in cui il corpo dell'uomo, umiliato dalla morte, tornando vivo, esulterà nel suo Signore: Exultabunt Domino ossa humiliata. Intanto la processione
muove di ritorno. Esce dalla casa la bara coll'estinto, ricoperta dalla coltre mortuaria, della quale gli amici più teneri del defonto reggono i lembi. Camminano dietro i famigliari ed i conoscenti; e fra il chiarore di ceree faci e le salmodie, la salma cristiana viene portata al sacro tempio. Che sia e che significhi cotesto rito lo sappiamo dal Grisostomo [10]. Esso importa una nobile onorificenza fatta all'atleta cristiano defonto; importa una lode al Signore, che gli ha dato vittoria dei nemici suoi; importa un ossequioso accompagnamento, quasi ad sanctarum coronarum donationem, come scrisse Dionigi Areopagita [11]. Pensate, se tanta sublimità di rito si confaccia colla cremazione, ossia col fine di un secco tronco da gittarsi tra le fiamme! Ben altri sono i pensieri della Chiesa. Pervenuta la bara al tempio, s'invocano gli angeli perchè a modo di trionfo conducano il defonto nella gloria sempiterna. Indi gli si prega la pace eterna dal Signore: si offre a tale intento l'Ostia immacolata sul sacro altare, e fatte le esequie, il ministro della Chiesa conduce il cadavere alla tomba, e chiamata su di esso la benedizione del Signore, supplica, che un angelo sia deputato a custodirlo, lo asperge di acqua benedetta, lo incensa. Indi si parte, e partendo rammenta la
soave speranza della risurrezione coll'antifona: Ego sum resurrectio, e scioglie un inno di lode a Dio, che visita con tanta misericordia i suoi servi, recitando il cantico del Benedictus. Il dì della
sepoltura è notato nella sacra liturgia col titolo di Dies depositionis.
Scrissero i cremazionisti, che l'abbruciamento del cadavere non isconcia punto la funebre liturgia della Chiesa, che l'uno può stare coll'altra, cioè dall'una parte la Chiesa coi suoi riti, dall'altra il necroforo ed il crematoio. Ma così scrissero, o perchè ignoravano i riti funebri usati dalla Chiesa, o perchè conoscendone l'esistenza non gli hanno considerati. Supposta la cremazione del cadavere del cattolico, la liturgia, che si pratica nella benedizione del cimitero, diviene una menzogna ridicola, ed i funerali un'opera senza senso. Non si dà scampo: o liturgia e non cremazione; o cremazione e non liturgia. L'una non può stare coll'altra senza un aperto disaccordo. Donde appar manifesto quale dei due presti un culto cieco, o il cattolico al passato sostenendo il seppellimento, oppur il liberale cremazionista allo spirito di riforma.
III
Dell'uso di seppellire i fedeli defunti in ordine al domma
Vi è di più: l'uso di seppellire è strettamente legato col domma capitale del cristianesimo, vogliamo dire col domma della risurrezione. Le orazioni, che si recitano dalla Chiesa nella benedizione del cimitero, ci manifestano in primo luogo cotesto rapporto. Pigliate la prima. I corpi sepolti si rappresentano in atto di riposo e come chi aspetta il suono dell'angelica tromba, che gli risvegli a nuova vita. Leggete la seconda. Vi troverete, che si prega pace ai corpi fino a che ricongiuntisi coi loro spiriti per la risurrezione siano partecipi della beata sorte. Altrettanto vedrete nella terza, nella quarta, quinta e sesta. In tutte e singole nel corpo sepolto vi si presenta l'imagine di chi dorme, di chi dorme a tempo determinato, cioè infin a quel dì in cui risvegliato al suono della parola onnipotente del Signore si desti a nuova e ad eterna vita. Distruggete il corpo del defonto nel crematoio? Voi distruggete l'imagine di chi dorme ed aspetta lo squillo angelico, e distrutta tale imagine rimane distrutta anche l'idea del domma, al quale si riferisce.
Il nome stesso di cimitero ci manifesta lo stesso rapporto. Cimitero, come ognun sa, significa dormitorio. Ondechè siccome il luogo di dormizione ci dice, che chi vi piglia riposo non è morto; così la voce cimitero ci ricorda, che i corpi sepolti in esso non son morti eternamente, ma a modo di chi dorme dover un giorno destarsi vivi. Cotesta imagine è uscita dalla penna dell'apostolo san Paolo, il quale scrivendo a quei di Tessalonica dicea: «Fratelli, non vogliamo, che siate nella ignoranza intorno a quelli che dormono; acciocchè non siate contristati, come gli altri che non hanno speranza. Conciossiachè se crediamo che Gesù è morto ed è resuscitato; Iddio addurrà ancora con lui quelli che dormono in Gesù [12].» Di che il Grisostomo, commentando questo luogo: «Vedi, egli dice, come la morte è chiamata continuamente sonno, donde il nome di cimitero, ossia di dormitorio, al luogo in cui seppellisconsi i trapassati. Nome utile, nome pieno di filosofia. Quando tu vi conduci il morto, non ti affliggere inconsolabilmente. Non lo conduci al luogo della morte, ma in quello del sonno: cotesto nome ti sia di lenimento al tuo dolore. Intendi dunque dove tu lo conduci: lo conduci al cimitero: e quando ve lo conduci, cioè dopo la morte di Cristo, quando la morte ebbe tronchi i nervi del suo braccio [13].» Cosi il santo Dottore. Ora fate, che i corpi siano abbruciati dopo morte: scomparirà l'idea del sonno; il nome cimitero non avrà più senso; indi rimarrà spenta la grande credenza, che ci viene sì mirabilmentc simboleggiata in esso.
Come il cimitero cristiano, in quanto i corpi vi sono adagiati entro le fosse a modo di chi dorme, rappresenta secondo san Paolo l'immagine di un dormitorio; così per sentenza dello stesso apostolo e per lo stesso motivo ci porge l'idea di un campo, dal quale i cadaveri, seminativi a guisa di grano eletto, dovranno sorgere rigogliosi di altra vita. Dimodochè il rapporto tra il cimitero e il domma della risurrezione non potrebbe più vagamente, o più sensibilmente esser rappresentato. Pigliamo la prima lettera, scritta dal santo Apostolo a quei di Corinto. Apriamola al capo XV. Dimostrata la verità della futura risurrezione, ei risponde alle obbiezioni circa la possibilità e il modo di risorgere, in questi termini: «Ma dirà alcuno: come risuscitano i morti e con qual corpo verranno? Stolto, quel che tu semini non è vivificato, se prima non muore. E quant'è a quel che tu semini, tu non semini il corpo, che ha da nascere, ma un granello ignudo, secondo che accade, o di frumento o di alcun altro seme. E Iddio, secondochè ha voluto, gli dà il corpo e a ciascuno dei semi il suo proprio corpo. Non ogni carne è la stessa carne; anzi altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra la carne degli uccelli, altra poi quella de' pesci. Vi sono ancora dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altra è la gloria dei celesti, altra quella dei terrestri. Altro lo splendore del sole ed altro lo splendore della luna, ed altro lo splendor delle stelle: perciocchè un astro è differente dall'altro astro in isplendore. Così ancora sarà la risurrezione de'morti: il corpo è seminato in corruzione e risusciterà in incorruttibilità. Egli è seminato in disonore e risusciterà in gloria, egli è seminato in debolezza e risusciterà in forza; egli è
seminato corpo animale e risusciterà corpo spirituale. [14].» Fin qui l'Apostolo: il cui argomento è più che limpido. Come, egli dice, il grano seminato dopo di essersi infracidato rivive per opera del Signore a vita più nobile, come le carni degli animali, benchè convengano nella qualità generica di carne, pure si diversificano nella loro qualità specifica; così accadrà per opera del Signore nella risurrezione dei corpi. Il cimitero è come il campo da seminarsi, i corpi, che vi sono seppelliti, sono il seme che vi si gitta. Eglino s'infracidano, si disciolgono: ma quella onnipotenza, che opera nel grano seminato, opererà anche in essi, e dal fracidume, in cui sono caduti, li tornerà a nuova vita con gloria più o meno grande, o con pene più o meno acerbe, secondo la qualità delle opere loro nella vita mortale. Donde appar manifesto, che sostituita la cremazione al seppellimento sarà sotto questo capo ridotta a nulla quella idea del domma della risurrezione, che l'Apostolo con argomento sì vago e sì stringente fa spiccare nel cimitero, considerato qual campo seminato a guisa di grano dai cadaveri.
Non è a dire, se i Padri abbiano fatto lor pro di un tal argomento dell'Apostolo. L'idea, che rappresenta il cimitero, in cui vengono sepolti i cadaveri dei cristiani, somigliante ad un campo seminato, ha in sè tutto insieme del sommamente semplice e del sommamente grande. Tertulliano spende un intero capo nell'esporre in tutti i sensi il concetto dell'Apostolo, e continuando la metafora: «Sì, egli dice, quello che risorge, non è punto diverso da ciò che si semina; e quello che si semina non è punto diverso da ciò che va in dissoluzione nel seno della terra: nè va in dissoluzione altra cosa, che la carne. Essa è la fulminata dalla sentenza del Signore: Terra es, et in terram redibis, perchè fu presa dalla terra. Quindi l'Apostolo ebbe il concetto di dirla seminata appunto quando essa torna alla terra nel seppellimento; stantechè la terra sia il luogo, in cui si depongono i semi per riaverli a nuova vita sotto altre spoglie [15].» Scrisse pure intorno allo stesso argomento dell'Apostolo una splendida omelia il Grisostomo. Il quale dopo di averlo spiegato in tutta la sua beltà e robustezza, ne trae per conclusione finale il più dolce conforto nella perdita dei proprii cari in queste parole. «Tali essendo i beni, di che godremo per la risurrezione, non dubbiamo piangere quelli che muoiono sibbene quelli che finiscono malamente la propria vita. Come l'agricoltore, non piange, nè si querela, quando vede infracidare e disciorsi il grano, che ha seminato; così non dobbiamo noi dolerci, quando veggiamo infracidare e disciorsi nella tomba l'uomo che vi fu seminato. Il seme, che cade nella sepoltura, è migliore di molto rispetto a quello, che cade nella terra. Giacchè a questo, tornato di nuovo in vita, succede di nuovo la morte, richiede nuove cure e nuove fatiche. Non così accade con quello: risorto non fa ritorno ad una vita stentata, ma va a quella, donde fuggì il dolore, il lutto ed il sospiro [16].» Abbruciati i corpi e non sepolti, tutte coteste dolcissime immagini di conforto per la futura risurrezione andranno in dileguo. Siccome il seme abbruciato non è più atto alla seminagione; così il corpo dell'uomo incenerito, perduta ogni idea di seme, non sarà più atto al divino concetto dell'Apostolo ed ai magnifici discorsi pieni di saviezza e di conforto, che su di esso hanno fatto i santi Padri.
Quale fosse il motivo, che indusse i cristiani fino dagli inizii della Chiesa a rendere solenni onori ai corpi dei fedeli, non è punto difficile il conoscerlo. Fu il sentimento di umanità, fu l'affetto verso i congiunti; il motivo però che spicca sovra gli altri fu la credenza nella risurrezione, fu la brama di confermarla con pubblica testimonianza. Chi crede, scrivea S. Agostino, dovere quel corpo morto uscir di nuovo dalla tomba glorificato, partecipare della beatitudine eterna, regnare con Cristo, non può astenersi dal fargli solenne onore. Tanto più, che esso ridonda in testimonianza della risurrezione: impensum eiusmodi officium sit etiam quodammodo eiusdem fidei testimonium [17]. La quale testimonianza, non solamente veniva professata da essi nel rito funebre, ma eziandio intorno alla tomba.
Era professata nella sepoltura, procurandosi di conformarla, in quanto era possibile, a quella di Cristo, sia nella forma del loculo, sia nella forma di avvolgere nelle sindoni i morti, sia nella positura dei medesimi. Era professata nel ritrarre entro i cimiteri i simboli della futura risurrezione: Giona che esce vivo dalla balena, e Lazzaro che risorge alla voce del Redentore. Era professata nelle iscrizioni, che scolpivansi su le tombe, nelle quali comunissimi erano i modi: dormit, quiescit, tolti dal linguaggio, usato prima da Cristo, quando recavasi a risuscitare la figlia del principe della sinagoga e Lazzaro, e poscia universaleggiato da S. Paolo in risguardo di tutti i fedeli. Col medesimo intendimento essi non iscriveano sul sepolcro coi pagani: situs, positus, compositus; ma sollevandosi alla credenza, che il corpo del loro caro estinto era affidato temporaneamente alla tomba a modo di deposito, usavano all'uopo le voci depositus, depositio [18]. Cotesto antico costume a traverso dei secoli è giunto in fino a noi. E i nostri cimiteri, dove la incredulità non ha fatto ancor sentire le sue profanazioni, rendono ancora testimonianza del consolantissimo e tutto insieme sicurissimo domma della risurrezione. La quale non potrebbesi rendere in niuna maniera, ove la cremazione pigliasse il luogo del seppellimento.
Concludiamo. Contro la cremazione sta il costume di seppellire introdotto dagli Apostoli, mantenuto a costo di rischi e consecrato da' secoli nella Chiesa; sta la liturgia funebre, che tutta si fonda sul seppellimento, sia nella benedizione del cimitero, sia nei riti dentro e fuori del sacro tempio; sta infine la testimonianza del domma della risurrezione. Vengano ora a dirci i cremazionisti, che colla cremazione non si reca niuna offesa alla religione. Voi l'avete veduto: colla cremazione si calpesta un costume apostolico, si demolisce la liturgia, si toglie di mezzo la confessione e la testimonianza più solenne in prova della risurrezione.
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NOTE:
[1] Vedi Pontif. rom.
[2] ... Te supplici voce ac puro corde exposcimus, ut hoc coemeterium, sive polyandrum, in quo famulorum famularumque tuarum corpora quiescere debent post curricula huius vitae labentia, purgare, benedicere et sanctificare digneris; quique remissionem omnium peccatorum per tuam magnam misericordiam in te confidentibus praestitisti; corporibus quoque eorum in hoc coemeterio quiescentibus et tubam primi archangeli hic expectantibus consolationem largiter impertire.
[3] ... praesta propitius, ut hoc coemeterium in honorem nominis tui comprositum benedici et sanctificari concedas, qui beato Abrahae famulo tuo terram a filiis Hebron comparatam in sepulturam benedixisti...., famulorum famularumque tuarum corporibus in hoc coemeterium intrantibus quietis sedem... largitor tribuas, ut post animarum corporumque resurrectionem coadunata, te donante atque concedente, beatitudinem sempiternam percipere mereantur.
[4] ... Te supplices flagitamus, ut hoc servorum tuorum coemeterium ab omni spurcitiae inquinamento el immundorum spirituum insidiis custodire, mundare et benedicere digneris, atque corporibus humanis in hunc locum advenientibus securitatem perpetuam tribuere non desinas, ut quicumque baptismi sacramentum perceperint, et in fide catholica usque ad vitae terminum perseverantes fuerint, atque decurso huius aevi termino corpora sua in hoc coemeterio requiei commendarunt, angelicis tubis concrepantibus, animae simul cum corporibus praemia caelestium gaudiorum percipiant sempiterna.
[5] Domine Iesu Christe, qui corpus humanum de terra pro angelica reparatione formasti, et in te pro redemptione, assumpsisti..., hanc terram, quaesumus, ad usum sepulturae de benedictione tui sepulti corporis consecrare dignare, et in baptismate tibi consepultos, in natura carnis hic consepeliendos sub spe tuae resurrectionis requiescere concede.
[6]... quaesumus Domine, benedicere, sanctificare et consecrare digneris hoc coemeterium pretio unigeniti filii tui D. N. Iesu Christi sanguinis typice comparatum ad nostrae peregrinationis corpora quiescenda, donec per eumdem D. N. I. C. de pulvere ad gloriam dones resurgenda etc.
[7] Cum reddiderit puer animam, parentes cum componunt, manus extendunt, oculos claudunt, caput directo statuunt, pedes exporrigunt, lavant, dignis ornamentis funeralibus amiciunt. Hom. I, de pat. Iob.
[8] Hi ergo sanctorum corpora supinis manibus gremioque excipientes; oculos illis et ora claudentes; baiulantes ea in humeris suis; componentes; adhaerescentes illis; complectentes; lavacro et vestimentis ornantes, paullo post eadem officia ab aliis consecuti sunt. Eusebius, Hist. lib. VII, c. 22.
[9] Non contemnenda et abiicienda esse corpora defunctorum, maximeque iustorum atque fidelium, quibus tamquam organis et vasis ad omnia opera bona sanctus usus est Spiritus. Augustinus, De Civitate Dei, lib. I, c. 13.
[10] Hom. IV in epist. ad Hebr.
[11] De Eccles. Hier., c. VII.
[12] Nolumus autem vos ignorare, fratres, de dormientibus, ut non contristemini sicut et ceteri, qui spem non habent. Si enim credimus quod Iesus mortuus est et resurrexit; ita et Deus eos, qui dormierunt per Iesum, adducet cum eo. I Thess. IV, 12, 13.
[13] Vide quomodo ubique mors nominetur somnus, qua de causa et locus coemeterii, quasi dicas, dormitorii, nomen accepit. Utile enim hoc nomen est, et philosophiae plenum. Quando igitur huc mortuum ducis, ne ipse te concidas. Non enim ipsum ad mortem sed ad somnum ducis: sufficit tibi nomen hoc ad calamitatis solatium et levamen. Disce quo ducas; in coemeterium: et quando ducis; post mortem Christi, postquam nervi mortis excisi sunt. In coemeterii appellationem et in Crucem Domini, num. 1.
[14] Sed dicet aliquis: Quomodo resurgunt mortui? qualive corpore venient? lnsipiens, tu quod seminas non vivificatur, nisi prius moriatur. Et quod seminas, non corpus quod futurum est seminas, sed nudum granum, ut puta tritici aut alicuius caeterorum. Deus autem dat illi corpus, sicut vult: et unicuique seminum proprium corpus. Non omnis caro, eadem caro: sed alia quidem hominum, alia vero pecorum, alia volucrum, alia autem piscium. Et corpora coelestia, et corpora terrestria: sed alia quidem coelestium gloria, alia autem terrestrium. Alia claritas solis, alia claritas lunae, el alia claritas stellarum. Stella enim a stella differt in claritate. Sic et resurrectio mortuorum. Seminatur in corruptione: surget in incorruptione. Seminatur in ignobilitate; surget in gloria. Seminatur in infirmitate: surget in virtute. Seminatur corpus animale: surget corpus spiritale. vv. 35-44.
[15] De resurrectione carnis, c. LII.
[16] In Epist. I ad Cor. hom. XLI.
[17] De cura pro mortuis, cap. ult.
[18] Vedi Marchi, Monumenti delle arti cristiane etc., p. 63.