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    Predefinito Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza

    Comunicato n. 78/11 del 17 ottobre 2011, Santa Margherita Maria Alacoque

    Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    La Chiesa ha sempre vietato la cremazione, negando la sepoltura ecclesiastica. Invece Paolo VI (“Istruzione” De cadaverum crematione: piam et constantem del 5 luglio 1963) e Giovanni Paolo II ("nuovo diritto canonico" del 1983, c. 1176 par. 3) l’hanno ammessa. Compassi e grembiulini ringraziano. In altre parole: i nemici esterni della Chiesa ringraziano i nemici interni.


    Massoneria italiana e cremazione

    Le prime testimonianze certe di questa pratica risalgono al neolitico tra le popolazioni nomadi,

    tra i soldati caduti in battaglia o riservata alle donne morte durante il parto.

    I Greci e gli Etruschi la consideravano un atto di purificazione e di liberazione dello spirito riservato alle persone illustri.

    Nel mondo romano questo rito era esclusivo delle classi nobili; solo i ricchi potevano permettersi le sontuose cerimonie funebri con le pire di legni irrorati di balsami: fu anche per questa ragione che le prime comunità cristiane, pervase da un senso di umiltà ed uguaglianza, preferirono, allo sfarzo tipico di queste cerimonie, la semplicità dell'inumazione.

    La stessa cultura ebraica considerava la cremazione un onore straordinario riservato ai Re e agli eroi come Davide, Salomone, Saul.

    Dopo qualche secolo dall'instaurazione del Cristianesimo, la cremazione dei cadaveri fu abolita poiché considerata una istituzione pagana.In età moderna si ricomincia a discutere di cremazione nella Francia rivoluzionaria, alla fine del 1700.

    Nell'Italia ottocentesca, caratterizzata dall'allarmante degrado della sanità pubblica, dalle precarie situazioni igieniche, dall'altissimo tasso di mortalità, e dal proliferare di ogni genere di malattia, illustri esponenti della Massoneria, molti dei quali medici, si adoperarono per dare al paese un insieme organico di disposizioni legislative capaci di razionalizzare il settore ed avviare il "risorgimento" sanitario italiano.

    Così anche il paradigma cremazionista fu indissolubilmente legato ad un progetto massonico di

    modernizzazione della società per questioni non solo igieniche, ma anche morali, religiose ed economiche.

    La spinta più convincente in favore dell’ ”incinerazione” veniva, in primo luogo, dall'analisi fatta dalla scienza medica del tempo, che aveva ormai dimostrato come le principali cause di epidemie e affezioni morbose erano da ricercarsi nell'eccessiva vicinanza dei cimiteri alle zone abitate.

    Il Professor Ferdinando Coletti, Rettore della Facoltà di Farmacia di Padova, dimostrò come le conseguenze per l'igiene e la salute dei cittadini fossero drammatiche e come le epidemie, che infierivano nelle contrade, fossero la conseguenza di frettolosi e non accurati seppellimenti, per cui tale “propinquità e tale pratica di tumulazione” doveva essere sostituita dalla pratica della cremazione, che preveniva la naturale decomposizione dei corpi, ed offriva la più assoluta garanzia di igienicità.

    Coletti si richiamò all'esperienza francese di fine Settecento, allorché, nell'ambito del tentativo rivoluzionario di elaborare un nuovo rito funerario alternativo a quello cattolico, si ebbero le prime cremazioni, avvenute in Europa dopo l'avvento del Cristianesimo, nonché i primi progetti legislativi per dare veste organica e riconoscimento giuridico alla pratica dell'incenerimento.

    Egli affrontò anche gli aspetti etico-religiosi della questione, soffermandosi sulla totale inesistenza di precisi vincoli dogmatici, ai quali i cattolici potessero attingere per avversare la cremazione.

    Coletti svolse alcune interessanti considerazioni morali sulla questione: sostenne che la morte, ricondotta alle dimensioni di un fenomeno naturale, “svestita d'ogni immagine di ribrezzo, di ogni idea di putredine e vermificazione”, perdesse molti dei suoi aspetti più crudi; si dilungò sul ruolo delle urna, che con la loro presenza materiale all'interno delle case avrebbero svolto una concreta testimonianza di legame fra generazioni, di permanenza e solidità dei vincoli familiari, ma anche di un sentimento di appartenenza alla propria terra.

    Come antichi lari, le urna avrebbero esercitato un'influenza salutare sulla morale degli individui, rappresentando una sorta di santuario della famiglia, base eterna dell'ordine sociale.

    II 18 Giugno 1867 il Fr\ Salvatore Morelli, presentò agli uffici della Camera dei Deputati una proposta di Legge per circoscrivere il culto cattolico nella Chiesa e sostituire ai Campisanti il sistema della Cremazione.

    Il deputato denunciò "l'abuso del culto praticato dal clero cattolico per spirito di fanatismo e per alimentare la più barbara superstizione fra le poveri plebi”.

    In nome di un maggior rispetto per tutti i culti religiosi e per i nuovi principi igienici, Morelli chiedeva di instaurare in Italia il sistema della cremazione.

    Il progetto, dal contenuto dirompente, non fu preso in considerazione dagli uffici della Camera, che lo archiviarono.

    Per farlo conoscere Morelli lo stampò a sue spese, con una prefazione con cui Giuseppe Garibaldi lodava chi aveva osato, “con audacia senza pari, sfidare i pregiudizi dei secoli”.

    Affiliato alla Loggia “LA CISALPINA” di Milano, Gaetano Pini fu uno degli esponenti più attivi del nuovo movimento cremazionista.

    Volontario nella guerra del 1866 e nella spedizione garibaldina del 1867, conosce e si appassiona delle iniziative umanitarie e sociali di Domenico De Luca che aveva fondato, nel 1864, una clinica per la cura gratuita dei poveri malati agli occhi, con il sostegno economico della Massoneria.

    Diede così vita all'istituzione della scuola per rachitici, e nel 1878 fondò la “REALE SOCIETÀ' ITALIANA DI IGIENE” e la prima “Società per la Cremazione Italiana”, impegnandosi poi per far nascere molte altre società nel Nord della penisola, riuscendo a collegarle tra loro dopo averle raccolte in una “Lega Italiana delle Società di Cremazione”, tutte presiedute o coordinate da esponenti della Massoneria.

    Elaborò gran parte del materiale che a mezzo della Massoneria servi alla preparazione della legge Crispi del 1888, che permise alla pratica della Cremazione di entrare ufficialmente nel nostro Ordinamento.

    Il GOI (istituito nel 1861 nello stesso anno in cui nacque lo Stato Italiano), deliberò, il 26 Maggio del 1874, che i fratelli si sarebbero impegnati a promuovere presso i Municipi l'uso della cremazione.

    - Questo il testo della proposta:

    “La Massoneria Italiana, augurando che i cimiteri divengano esclusivamente civili senza distinzione di credenze e di riti, mentre lascia ai singoli Fratelli ed alle loro famiglie piena libertà di determinare il luogo ed il modo di deposito delle salme dei loro defunti, si propone di promuovere presso i Municipi l'uso della cremazione, da sostituirsi all'interramento.

    Raccomanda perciò tale concetto a tutte le Officine e ai singoli Fratelli, lo studio di sistemi atti a raggiungere l'intento in modo cauto, igienico e poco dispendioso.

    Le urna contenenti le ceneri dei Massoni e delle loro famiglie potrebbero così essere raccolte nei Templi o nelle loro adiacenze come in un sepolcreto di famiglia.

    A Pistoia la “Società per la Cremazione” fu costituita nel Febbraio del 1883 e l'impianto crematorio venne inaugurato nel 1901, grazie all'appoggio delle Logge Massoniche locali ed all'impegno, in seno alla rappresentanza municipale, di due suoi dirigenti: Giuseppe Tesi e Lodovico Canini, ottenendo il concorso del Comune nelle spese per la costruzione del Tempio.

    Pochi mesi dopo la Rivista della Massoneria Italiana, organo ufficiale della Comunione, cominciò a trattare il tema della laicizzazione della morte, evidenziando la necessità di rendere assolutamente civili i cimiteri sacri, perché, si scrive, “se il prete ne tiene in mano le chiavi, rifiuterà con cristiano amore, di aprire le porte a coloro che non siano trapassati con tutti i sacramenti della religione ortodossa”.

    I Fratelli della Loggia Universo di Roma avevano infatti denunciato che molte volte i Fratelli Massoni non erano stati ricevuti nei pubblici cimiteri laici e la cremazione dei cadaveri fu una delle tematiche trattate in parallelo per alcuni anni, tematiche fatte proprie dalla Massoneria, sino a diventare parte integrante del suo programma, avvicinando all'Istituzione personaggi che ne condividevano le motivazioni ideali.

    L'architetto Augusto Guidini concordava con il Fratello medico e scienziato Paolo Gorini nel ritenere che la cremazione non fosse altro che il sistema più decoroso ed innocuo per restituire alla natura gli elementi primi ed indistruttibili che le erano necessari per fabbricare “nuovi viventi. La natura per mettere insieme l'organismo umano trasse dalla terra alcuni principi solidi fissi, e ne compose l’ordito. Poi con sostanze volatili, che tolse dal seno dell'aria atmosferica, ne compose il tessuto. Avvenuta la morte, essa ridomanda la materia per fabbricare nuovi viventi”.

    Nella scelta cremazionista dei Massoni del secolo scorso si deve ricercare, oltre alle già accennate motivazioni scientifiche, tecniche ed igieniche, una più profonda concezione della morte della spiritualità iniziatica, che consiste nella consapevolezza nella potenzialità insita in alcuni uomini di potersi reintegrare nell'Essenza Prima.

    La morte deve essere intesa come evoluzione, come un momento del processo di mutazione generale, come legge di trasformazione-mutazione: si muore alla vita profana per rinascere alla vita iniziatica, come Hiram che muore e rinasce per richiamare il ruolo centrale della morte come metamorfosi.

    Il trapasso non è che l'iniziazione ai misteri di una risurrezione, nel contesto di una metamorfosi della natura di cui il fuoco è principio e simbolo.

    In questo rituale processo nulla può essere lasciato alla materialità profana.

    Un’ulteriore prolungata fase di decomposizione rallenterebbe o arresterebbe il processo trasmutatorio.

    L'opera compiuta nel Tempio è reale, non virtuale, perciò le spoglie mortali devono essere autenticamente purificate, cioè penetrate e consumate dal Fuoco, per essere strutturalmente da esso modificate.

    Solo così si realizza il consummatum est, la parte più eterea della materia mortale ed immortale.

    Il significato mitico del Fuoco si perde nella notte dei tempi: nel linguaggio alchemico il Fuoco è un sostanza pura, eterna, indispensabile per il compimento della Grande Opera.

    Il Fuoco è lo strumento della modificazione degli stati che nella natura appaiono a prima vista stratificati e insuperabili, è il mezzo affinché la vita, trascorrendo dall'una all'altra forma, si riveli.

    Attraverso il Fuoco l'uomo dovrebbe bruciare tutte le sue scorie e, divenuto pura scintilla, unirsi alla Fonte da cui si è separato.

    Il valore dei riti funebri che fanno ricorso al Fuoco sta nel modificare ciò che è mortale trasformandolo in ciò che non può morire.

    E' interessante notare come la trasmutazione dell'essere fisico e animico che, attraverso il Fuoco, avviene fisicamente sul cadavere che viene sottoposto alla cremazione, si compie anche nell'essere fisico e animico di chi partecipa alla cerimonia funebre rituale nel Tempio Massonico e anche nel Tempio Crematorio.

    Sono molti, in questo senso, gli edifici crematori del secolo scorso che ripropongono la simbologia del Tempio: a Milano in stile dorico-greco, il Tempio è sormontato da un Gallo in bronzo, che simboleggia l'annuncio della Luce del giorno, ma anche l'annunciatore esoterico della Luce Massonica; a Torino le urna cinerarie sono sormontate da una Piramide; a Roma, nel cinerario del Verano, vi è una complessa alternanza di simboli politici ed esoterici, dove campeggia l'edera, pianta funebre che rappresenta Dioniso, e che come lui simboleggia la morte rituale e la rinascita, la Luce e l'Oscurità, il calore e la freddezza.


    Massoneria Pistoiese Loggia Ferruccio n. 118 Oriente di Pistoia

    _____________________________


    Il materiale da noi pubblicato è liberamente diffondibile, è gradita la citazione della fonte: Centro Studi Giuseppe Federici

    Archivio dei comunicati: Centro Studi Giuseppe Federici

  2. #2
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    Predefinito Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    La Civiltà Cattolica, anno XXVII, serie IX, vol. XI, Firenze 1876, pag. 34-46

    R. P. Valentino Steccanella S.J.

    IL CIMITERO CRISTIANO

    Nella lotta pro e contro la cremazione si mise pure in disputa la quistione: se sì o no occorresse dal lato della religione qualche serio argomento in riprovazione dell'abbruciamento dei cadaveri. Altri fra i cremazionisti non se ne curarono punto, altri ne fecero menzione col piglio dell'incredulo, ed altri la toccarono leggermente. Il comm. Polli, bramando saviamente di vederne il netto, ricorse per una consultazione al Buccellati, professore di diritto penale nella Università di Pavia, ed ebbela in data del 6 aprile del 1874. La conclusione sta recisamente pel no. Diciannove sono le considerazioni o gli argomenti, che la sorreggono, colla giunta di una calda esortazione a tirare innanzi nel proponimento di rinnovare l'antico uso della cremazione: «Avanti dunque con coraggio ! - All'Italia, uso le parole del venerando straniero Lucas, membro effettivo dell'Istituto di Francia (La peine de mort 1874), è affidata per diritto l'iniziativa del progresso umanitario. - Noi nasciamo oggi nelle rovine del mondo medioevale, epperò non possiamo disconoscere lo spirito riformatore dell'epoca. Questa è la nostra vita morale e civile, come nostra morte sarebbe un culto cieco ed irrazionale del passato.» Ma come taluno può lasciarsi guidare da un culto cieco ed irrazionale del passato, così tale altro può lasciarsi trasportare da un culto cieco ed irrazionale verso lo spirito riformatore dell'epoca. Chi nel caso nostro si è messo al servigio del culto cieco? Il cremazionista o l'anticremazionista? Indaghiamolo considerando l'uso di seppellire in ordine alla disciplina, alla liturgia ed al domma.

    I.
    Origine dei cimiteri e valore dell'uso di seppellirvi i fedeli defunti in ordine alla disciplina.

    La voce κοιμητήριον, coemeterium, cimitero, per sentenza eziandio dei pagani indica un sepolcreto cristiano. In questo senso essa è di conio schiettamente cristiano, ed il suo uso sale alle prime origini del cristianesimo. I Greci diedero cotesto nome anche ad una sola tomba, e gli Africani, voltando la greca forma nella corrispondente latina, scrissero pure accubitorium. Tanto ricavasi dalle epigrafi trovate presso l'una e l'altra gente. Vi ebbero due maniere comuni di cimiteri: cimiteri sotterranei e cimiteri aprichi o all'aria aperta. Quelli nominavansi, criptae, cripta arenaria, arenarium; questi horti, areae, poliandrium. Gli appartenenti alla prima maniera vanno ora sotto il nome di Catacombe.

    Quando sia incominciato l'uso di simili cimiteri, non è punto dubbio. Esso monta agli inizii del cristianesimo, a' tempi degli apostoli. Il Bosio ci dà infatti più cimiteri di origine apostolica. Tali sono quello del Vaticano sulla via Cornelia, quel di Lucina sull'Aurelia, quello pur di Lucina sulla Ostiense, quello di Domitilla sulla Ardeatina, quello di Priscilla sulla Salaria e le catacombe a san Sebastiano. Gli argomenti, che li provano di origine sì antica, sono: 1° la sepoltura, che ebbero in essi i santi Martiri dei tempi apostolici. I santi Processo e Martiniano, battezzati da san Pietro, furono sepolti nel cimitero di Lucina sull'Aurelia. I santi Nereo ed Achilleo e santa Petronilla, discepoli dello stesso san Pietro, in quello di Domitilla sull'Ardeatina. In quello di Priscilla san Pietro conferiva il battesimo ai convertiti, e vi ebbe seppellimento la famiglia dei Pudenti, che prima fra le senatorie diè ospizio allo stesso apostolo. È noto universalmente, che i corpi dei santi Apostoli Pietro e Paolo furono nascosti poco dopo la loro morte in una cella delle catacombe, e che quello del primo giacque sepolto nel vaticano, e quello del secondo nel cimitero di Lucina sulla via ostiense. 2° Le lapidi trovate in essi con epigrafi di certa data. Così in quel di Lucina sulla Ostiense fu rinvenuta una lapide portante la data del 107; il Boldetti si abbattè in un'altra del 110, ed il Marangoni ne trasse e riferì una terza con indizii proprii della stessa età. 3° La forma propria di alcuni precipui cubicoli, che li diparte da quella degli altri di epoca evidentemente posteriore. Essi non presentano le pareti, quali escono dal taglio della tufa, in cui sono incavati, ma tirate su per mano di muratori; non contengono loculi, ma grandi nicchie lavorate per sarcofagi. La maniera della decorazione è nobilmente condotta, finissimi stucchi a fogliame, putti graziosi, tinte delicate nei rimasugli delle pitture, scarsissimi simboli cristiani, epigrafia particolare. In somma tutta la loro forma sia nella costruzione, sia nell'addobbo, ritrae molto dei cubicoli, che soleano usare i pagani nelle loro tombe, e del tempo dei primi Augusti, in cui fiorivano le arti. Vi si vede il primo tentativo dell'arte, che staccandosi dal fare pagano tendea a rendersi cristiana. La cella, dove giacquero nascosti i corpi dei santi Apostoli Pietro e Paolo nelle catacombe, due cubicoli nel cimitero di Domitilla, e la cappella greca in quello di Priscilla ne sono una prova indubitata. Valga di saggio esplicativo ciò che scrive circa il cimitero di Priscilla, il chiarissimo e spertissimo di questa materia Comm. De Rossi.

    «I caratteri d'antichità della cosi detta cappella greca, e di tutta la circostante regione sono: lo stile classico degli affreschi, le scene in essi effigiate nel loro maggior numero, diverse dai tipi solenni del noto ciclo pittorico cristiano; i bellissimi ornati in istucco; una famiglia speciale d'iscrizioni tracciate col minio sulle tegole, ove le formole solenni della cristiana epigrafia ancor non appaiono, ma nudi nomi, talvolta l'apostolico saluto pax tecum, spessissimo il simbolo dell'àncora. Ivi anche nelle iscrizioni in pietra osservo caratteri di rara bellezza e di classiche
    forme, ivi l'epitaffio di un Tito Flavio Felicissimo. In fine gli ipogei ed i sepolcri, ove segno cotesto gruppo d'arcaici monumenti, sono diversissimi dalla consueta escavazione cemeteriale. Gli ambulacri son un'antica arenaria cominciata a trasformare in sepolcreto; dalla quale poi furono diramate le vie scavate dai fossori cristiani. I sepolcri sono in grande numero nicchioni sormontati da un arco destinati a ricevere ampli sarcofagi, dei quali molti frammenti vide il Bosio e non pochi ne vediamo anche noi».

    Dal che apparendo chiaramente, che nei cimiteri, cui la storia e la tradizione rapportano in origine all'età apostolica, si ebbero gl'inizii degli ipogei cristiani, dell'arte cristiana e della epigrafia pure cristiana, lo stesso ch. Autore pone la conclusione seguente: «Il buon senso, che negli studii storici ed antiquarii è guida sicura, farà riconoscere a chiunque ha l'animo libero da opinioni preconcette, un siffatto complesso d'indizi, di monumenti, di dati diversi e in siti l'uno dell'altro lontani non poter esser effetto del caso, ma darci un pegno di verità per l'asserita origine apostolica di quei cimiteri [1].» Laonde possiamo anche noi conchiudere, che la origine apostolica dei cimiteri per tali veridiche osservazioni è posta fuori di quistione.

    Nè si pensi, che cosiffatto uso dei cimiteri fosse cosa particolare di Roma. Esso fu comune a tutta la cristianità. In conferma di che in Italia abbiamo le cripte di Napoli, di Chiusi e di Bari [2], e nelle sue isole quelle di Malta [3]. Per l' Africa abbiamo le testimonianze di Tertulliano, il quale parla de areis sepulturarum nostrarum; abbiamo quelle dello scritto: Gesta Purgationis Caeciliani, in cui si legge, che i cittadini furono chiusi in area martyrum [4], e l'altra della relazione del martirio di san Cipriano, in cui si narra, come il suo corpo fu deposto in areis Macrobii Candidi [5]. Eusebio fa menzione dei cimiteri di Alessandria, di quello di Nicomedia e di Antiochia per l'oriente [6]. Di maniera che noi ci troviamo di fronte ad un fatto, che montando all'età apostolica si mostra universalmente esteso a tutte le parti della Chiesa.[7] Vuolsi però considerare in esso una varietà, la quale si è, che in alcune regioni seppellivasi nelle cripte e in altre ne' campi all'aria aperta, e che qua e là oltre, i grandi sepolcreti delle comunità cristiane incontransi i piccoli appartenenti a qualche famiglia particolare. Laonde quello che trovasi nel fatto dei cimiteri cristiani universale e costante, fino dall'età degli apostoli, si è l'uso del seppellimento. Quale debba essere stata la ragione di cotale uso universale e costante è facile il vederla: essa non può essere stata altra, che un ordinamento apostolico di disciplina.

    La quale conclusione si rende, più manifesta per un altro capo. Gli Scipioni, i Lentuli, i Silla e qualche altra grande famiglia conservarono fedelmente in Roma l'antico uso del seppellire, come abbiamo veduto altrove. Ma non così il grosso dei cittadini. Quando vi nacque il cristianesimo la cremazione dei cadaveri era divenuta di uso comunissimo. I ricchi pigliavano occasione da essa per isfoggiare la propria opulenza colla solennità dei riti, i cittadini non ricchi si associavano affine di sopperire alla spesa necessaria, e quelli della plebe più vile venivano abbrustolati a carico del pubblico erario. In generale pareva cosa obbligatoria o, se non altro, conveniente, che i cadaveri dovessero toccare come che fosse la purificazione del fuoco. La moltiplicità dei colombai, e il grande utile che ne ricavavano quelli che, fabbricatili per proprio conto,ne faceano mercato, vendendone a gruppi od al minuto i loculi o le nicchiette, la moltitudine delle urnette cinerarie e la svariata loro qualità di materia, di forma e di lavoro siccome indicano il grande spaccio che se ne facea, così testificano la generalità dell'uso di abbruciare i cadaveri, che si era a poco a poco introdotto in Roma. Basti il dire che, fatto il confronto tra i corpi sepolti e gli arsi alla venuta de' santi Apostoli in Roma, si ha la proporzione di un sepolcro per cinquanta bruciati [8]. Di che Tacito riferendo, come il cadavere di Poppea non fosse bruciato, dà cotesto fatto quale eccezione al costume dei romani: Corpus non igne abolitum, ut romanus mos est [9]. E Laerzio afferma senz'altro in generale, che i
    Romani incenerivano i corpi morti: Aegyptii quoque condientes sepeliunt corpora, Romani vero incendunt [10]. Or bene: vi giungono i santi Apostoli, vi fondano il cristianesimo; ed eccovi i seguaci di Cristo romperla bruscamente coll'uso della cremazione ed appigliarsi all'altro del seppellire, tenuto poco meno che in dispregio, qual moda rancida, disusata. Una sola ragione esplicativa può darsi intorno a cosiffatto modo di procedere, assai strano in apparenza; e questa è da cercare in un ordinamento disciplinare apostolico, il quale dicesse ai resisi cristiani: non abbruciate i morti; seppelliteli.

    Nè si venga a dirci, che l'uso di seppellire nella Chiesa non è altro che una continuazione del costume giudaico, trapiantatovi dai figli della sinagoga, i quali, essendo i primi convertiti a Cristo, formarono la base della cristiana società nascente, fondata dagli apostoli tutti della stessa nazione ebrea. La differenza che dispaia l'uso cristiano ed il giudaico, non lo consente. Difatto presso gli ebrei si chiudea bensì la bocca della stanza mortuaria, ma i cadaveri introdottivi erano posti a giacere entro arche o in nicchie aperte; presso i cristiani invece sono messi entro loculi od arcosolii murati e strettamente chiusi. Presso gli ebrei i sepolcri erano in generale isolati, e chiudenti i morti della stessa famiglia; quando presso i cristiani trovansi talmente aggruppati e congiunti da formare quelle vaste necropoli che tutti sappiamo. Presso di quelli chi trattava o toccava il cadavere, veniva a contrarre una macchia della quale dovea purificarsi; mentre presso di questi nulla ci occorre di tale legalità. Le differenze adunque tra l'uso di seppellire degli uni e l'uso di seppellire degli altri si può dire essenziale. Quello che vi è di comune, consiste nel deporre il cadavere intero lasciandone la dissoluzione in balia della natura. Ma sotto questo riguardo l' uso di seppellire non è più ebreo di quello che sia fenicio, etrusco, falisco, latino. Non si può quindi per niun conto asserire, che l'uso cristiano di seppellire sia una continuazione dell' uso ebraico; ma conviene affermare che esso proviene da ordinamento apostolico fatto alla Chiesa.

    Il grande lavoro, che richiedea l'attenersi costantemente a cotale uso ne è una conferma, secondo noi, irrefragabile. Mettetevi di grazia entro una cripta romana. Voi trovate in essa fino a tre scompartimenti, l'uno sovrapposto all'altro, a guisa di palazzo messo a tre piani. Ma con questa differenza, che la cripta non vi apre dinanzi un palazzo, ma sibbene tre ampie città l'una posta a sopraccapo dell'altra, e tutte e tre scavate nelle viscere della
    terra a forza di colpi di grevi picconi ed a punta o taglio di scalpelli. Vi è l'ampia stanza, in cui si adunavano i fedeli per i santi misteri. Da questa partono i lunghi ambulacri, i quali indi moltiplicandosi corrono e s'intrecciano in cento luoghi, e dividendo il sotterraneo masso in varie e tutte sicure maniere, vengono a formare altrettanti quartieri massicci, sui fianchi del quale entro i loculi tagliati con ordine ed a misura giaceano distesi a migliaia i corpi dei fedeli defunti. Il P. Marchi fa il seguente calcolo circa il lavoro delle cripte romane. «Non siano, egli dice, più che venti le confraternite dei fossori (scavatori delle cripte); delle quali ciascuna tagli giornalmente non più che un metro di lunghezza, in una via cimiteriale larga un metro e alta quattro, e non più che cinque loculi, quanti propriamente ne rinveniamo nelle pareti di coteste vie, le quali talora ne contano fino a dodici e tredici, talora tre e quattro. Su questo fondamento in ciascun giorno possiamo aver ottenuto venti metri in lunghezza di vie cimiteriali e un numero di arche bastevole alla sepoltura di cento cadaveri almeno; e quindi alla fine di ogni anno, che non abbia più di trecento giorni di opera, la lunghezza delle vie aperte arriverà a sei chilometri, co' luoghi ncccssarii alla sepoltura d'almeno trentamila cadaveri. Alla fine d'un secolo la lunghezza delle vie sarebbe giunta a seicento chilometri, e alla fine di due secoli avrebbero avuto i cimiterii mille dugento chilometri di lunghezza con sei milioni di sepolcri. Incominciaronsi coteste escavazioni fino dall'età degli apostoli e non cessarono interamente, se non dopo la meta del quinto secolo; talchè la loro durata oltrepassò i quattrocent'anni.» Ma, stante il non grandissimo numero dei fedeli nel primo secolo ed il rallentamento dell'uso di seppellire nei cimiterii sotterranei nel quinto, rimanendoci alla somma data abbiamo, che «se i cimiteri intorno a Roma non fossero che sessanta, e fosse una sola la misura di tutti, ciascun cimitero avrebbe un'ampiezza di venti chilometri con centomila sepolcri [11].» Nè è meno gigantesco il lavoro delle cripte e catacombe napoletane. Profondandosi esse fino ad aver tre ordini l'uno sopra l'altro, corrono dentro il suolo per lo spazio di due miglia in lunghezza, ed aperti quinci e quindi i loro lati si addentrano con altre escavazioni, le quali, stendendosi ed allargandosi a guisa di grandi cappelle, sono sì ampie da sembrare per poco altro catacombe nelle catacombe stesse [12].

    Figuratevi ora il numero tragrande di operai, che la Chiesa dovette occupare in lavoro sì esteso, sì difficile e sì disagiato. Altri doveano aprire gli ambulacri, altri tagliarvi quinci e quindi sui lati i loculi, altri trarre all'aperto per la bocca dei lucernai la materia scavata e, se ciò non poteasi, trasportarla a stento in altri ambulacri già popolati di sepolti, e tutto questo incominciare e condurre a fine sotterra. I titoli, sotto cui erano divisi
    ed aggruppati i cristiani di Roma, crebbero fino a venticinque, e ad ognuno di essi supponesi con verità che appartenesse un cimitero. Fate ora il calcolo delle braccia, che era necessario tenere occupate di dì e di notte, sia nel tagliare le roccie, stritolarle e trasportarle, sia nel preparare i cadaveri e recarli fuori dell'abitato nel fondo delle cripte, sia nell'adagiarli e chiuderli entro le arche, sia nello scolpirvi o,scrivervi sulle pietre le memorie o gli epitaffi: voi vi troverete sotto gli occhi una bella somma. Per aver gente sempre pronta e in non piccolo numero a sì faticoso ministero convenne formare in seno della Chiesa una società o confraternita di uomini scelti, che sotto l'umile titolo di fossores, con nobile esempio di annegazione di sè stessi, attendesse al seppellire. Ma essi non viveano di aria. E perciò bisognando ricompensarli della loro fatica, pensate le grosse somme annuali che doveano costare. Il P. Marchi si provò a darcene una qualche idea fondandosi su due epigrafi, l'una del secolo quarto e l'altra de' principii del secolo quinto. Tirati i conti riuscì a questa conclusione, che nel sesto lustro del quinto secolo un seppellimento non potea costare meno di otto scudi e mezzo, e nel quarto tra gli undici e dodici scudi romani [13]. Abbiamo veduto di sopra, che la cifra media dei loculi, che si lavoravano annualmente, potea salire a trentamila. Or pigliando ne' secoli antecedenti a prezzo medio di un seppellimento dodici scudi, perchè secoli di maggior ricchezza in Roma e di persecuzione, e per ciò di maggior costo per la mano d'opera, si avrà che l'opera dei cimiteri costava annualmente in Roma presso a due milioni di lire. I ricchi, non vi ha dubbio, avranno pagato del loro la propria sepoltura. Ma non così i poveri, i quali hanno sempre formata la grande maggioranza della società. La spesa del loro seppellimento dovea provenire dai tesori della carità della Chiesa. Di fatto sappiamo da Tertulliano, che a tale uopo si erano tra i fedeli istituite delle collette di danari. Modicam unusquiscue stipem menstrua die, vel quam velit, vel si modo velit, et si modo possit, apponit... inde non epulis, nec potaculis, nec ingratis voratrinis dispensatur, sed egenis alendis, humandisque [14]. [Ognuno versa una modica offerta in un giorno del mese, o quando vuole e solo se vuole e solo se può... Invero non per banchetti, nè per bicchierate, nè per ingorde gozzoviglie vi si attinge, ma per i poveri da nutrire e seppellire... N.d.R.]

    Pognamo ora, che il seppellire fosse stato cosa libera, indifferente, un uso introdotto per semplice amore d'imitazione verso i primi fondatori della Chiesa; vi par egli probabile, che si fosse incominciata e continuata con sì mirabile costanza una impresa così difficile, così gigantesca, così dispendiosa? L' amor dell'imitazione potea bensì indurre i primi cristiani a seppellire i proprii morti; potea indurre qualche ricca famiglia ad osservare cotesto costume appresso, quale tradizione domestica; potea, se volete, mantenerla in qualche comunità cristiana, dove le difficoltà a vincere erano poche, piccoli i dispendii; ma non avrebbe mai potuto tenervi fermi tutti i fedeli non meno in tempo di persecuzione, che in tempo di pace, non meno in una Chiesa che in tutte quelle, che si erano fondate, nel principio del cristianesimo e nei secoli appresso, nè avrebbe potuto tenerli costanti nello spendere sì largamente, e nelle tante e sì gravi difficoltà che si incontravano nella continuazione dell'impresa. Simile impresa, simili dispendii, simile costanza di secoli e tanta universalità nell' osservare un tal uso non si spiega col ritenerlo per sè libero e indifferente, e mantenuto pel semplice amore di imitazione. Ponete un ordinamento disciplinare proveniente dagli apostoli, e voi non vedrete solo, ma palperete la ragione sufficiente di tanto miracolo d'impresa, di tanta abnegazione dei fedeli nel continuarlo in tutto il mondo cattolico.

    Se non che, oltre la immensità e la difficoltà della impresa vi era ancora il rischio della vita. «Non vi è oro, esclama il P. Marchi, che basti a pagare il sacrifizio di un fossore di qualsiasi povera condizione, il quale si consacra a' pericoli, agli stenti, alle disagiatezze di que' sotterranei lavori, e del trasporto di quei corpi.» Quelli che esercitavano il pietoso ministerio, specialmente ne' dì, in cui infieriva la persecuzione, erano in continuo pericolo di essere colti in esso dai persecutori, e indi conosciuti quali cristiani venir tradotti innanzi ai giudici per esservi condannati ai tormenti ed alla morte. Tale pericolo ci viene testificato dalla lettera, che scrisse il clero di Roma a quello di Cartagine, durante il ritiro di san Cipriano, nella quale si chiama grande il pericolo, che minacciava gli addetti al pio ministero del seppellire [15]. Lo stesso ci è confermato presso di Eusebio dal santo Vescovo Dionisio, il quale ci afferma, che non sine capitis sui periculo il bravo diacono Eusebio seppelliva i corpi dei defunti, ed ha un tale atto in conto di sommo coraggio, messogli in cuore da Dio [16]. Quindi troviamo altamente commendato un Asturio romano dell'ordine senatorio, perchè si tolse in collo il corpo del santo martire Marino e lo portò a seppellire [17], e ricolmo di elogi il Pontefice san Simpliciano, perché ne portò sulle proprie spalle alla sepoltura fino a 342. Nel che v'avea l'altro rischio, che i cimiteri essendo conosciuti fossero violati o colla confisca, come fece l'imperatore Valeriano [18], o colle escavazioni dei corpi sepolti, come fu ordinato da Diocleziano in Nicomedia [19], o colla profanazione dei più venerandi misteri, che vi si operavano, e colla uccisione dei fedeli, che vi assistevano, perpetrata dagli scherani dei persecutori, i quali come in luoghi cogniti vi penetrarono di fatto non poche volte, furtivamente, e finalmente coi decreti d'interdizione ai cristiani di adunarvisi a pregare dinanzi alle tombe dei cari estinti e dei martiri [20]. Ma ciò, che più monta, si era il pericolo corso dalla stessa religione. Giacchè i pagani dal costume di seppellire usato dai cristiani traevano motivo di deriderla e di metterla in rea fama presso dei suoi seguaci. I cristiani difatto si rappresentavano per tal motivo qual gente amante dei nascondigli e schivi della luce [21]; si gridavano fanatici, perchè esecravano il rogo [22]; si accagionavano di cieca superstizione, come se volessero adorare quai numi i martiri che seppellivano con tanta cura [23]; si mettevano in derisione, come se usassero di seppellire, per la pazza credenza, che i cadaveri sepolti e non abbruciati dovessero poscia risuscitare [24]. Or tutti e tre queste specie di rischi, rischio della vita, rischio della violazione dei cimiteri, rischio d'infamia in danno della religione sarebbero scomparse, se i cristiani si fossero acconciati al costume della cremazione. Ma no: essi rimasero fermi in quello del seppellimento, e ciò con tanta sollecitudine, che i giudici persecutori riputavano una delle più gravi pene il non permettere la sepoltura dei morti nella confessione della fede [25].

    I nostri cortesi lettori veggono da sè, che tanta costanza sotto la minaccia di rischi sì gravi e sì pressanti, verificati già non rare volte, non sarebbe stato un atto di virtù, ma sibbene un atto di stupida caparbietà. Diciamo anche più; sarebbe stato un atto iniquo ed empio: giacchè con nulla più che abbandonando un costume indifferente, per acconciarsi all'uso comune della cremazione, sarebbesi scansato il pericolo di tanto male. Ma a voler supporre nei cristiani dei primi secoli cotanta ostinazione e sì rea non solamente si farebbe un gravissimo torto alla loro provata virtù, ma ancora un oltraggio alla storia. La quale ci manifesta la grande saviezza e cautela, che essi usavano nell'esercizio della loro pietà, e come senza la menoma difficoltà si adattavano agli usi indifferenti della società in cui vivevano. Oltre a che, un capriccio sommamente pericoloso non si segue dalle generazioni di tre secoli nelle varie parti del mondo con una costanza non mai interrotta. Una causa potente dovea quindi sussistere, la quale avesse la forza di mantenere i cristiani costantemente fedeli all'uso di seppellire i morti. Ponete un ordinamento od una legge disciplinare degli apostoli, che lo imponesse, e voi avrete subito nella coscienza cristiana la ragione sufficiente di tanta costanza dei tre primi secoli del cristianesimo.

    Nè la Chiesa appresso venne meno in alcun tempo all'uso di seppellire. Essa non solamente lo mantenne sempre intatto tra i suoi antichi figli, ma ancora ai nuovi, che provenivano dai popoli barbari, lo impose nei secoli vegnenti. Così in forza di tale ingiunzione i Turingi abbandonarono l'uso di abbruciare i cadaveri nel secolo VII, i Sassoni nel 785, come, appare dal Capitolare di Paderborn, gli Scandinavi, i Norvegi, gli Svedesi, i Danesi nel 1205, e in fine i Prussiani nel 1245, quando vinti dai cavalieri teutonici si soggettarono al cristianesimo.

    Ci troviamo adunque di fronte ad un uso della Chiesa, il quale è di origine apostolico, universale, e continuato senza interruzione infino al presente. Le quali proprietà gli danno tanta fermezza da doverlosi contare fra quegli usi od ordinamenti disciplinari, il cui valore è sommo nella Chiesa. Dimodochè sant'Innocenzo I non dubitò di affermare, che il violare simili ordinamenti di disciplina era uno dei più gravi scandali nella Chiesa, e che non poteasi abrogarli o dispensarne i fedeli se non se nel caso di necessità [26]. Fu sentenza comune fino dai primi tempi della Chiesa, che cosiffatti ordinamenti si riputassero inviolabili dinanzi a qualunque privata autorità. Di che la loro guarentigia più forte consisteva appunto nella tradizione o nella loro continuità dagli apostoli in giù. Quindi è, che Tertulliano favellando del lor valore scrivea doversi cotali usi inviolabilmente osservare in forza del solo argomento della tradizione, della consuetudine e della osservanza dei medesimi [27]. Nè tale ragione incominciò a valere ne' secoli posteriori agli apostoli: giacchè la stessa fu adoperata anche dallo stesso san Paolo in risguardo dei costumi già introdotti. Si era posto in discussione se le donne dovessero sì o no stare in Chiesa col capo velato. Il santo apostolo dopo di avere recate alcune ragioni pel sì, aggiunse quale argomento definitivo, che tale uso era già stato introdotto ed osservato dalla Chiesa fin dal principio [28]. Dal che è facile vedere, come chi tenta di stabilire fra i cattolici la cremazione dei cadaveri si lascia trasportare da un culto cieco verso lo spirito riformatore dell'epoca, non badando, che sta contro di lui un ordinamento della Chiesa, il, quale non si può lecitamente violare.
    ______________________________________

    NOTE:

    [1] La Roma sotterranea cristiana v. I, Nozioni generali c. III, § 1.

    [2] Cf. Antiquitatam chrystianarum Institutiones, auctore T. Selvagio, in Append. ad T. III, § I.

    [3] Gatt Said, La grotta di san Paolo a Malta pag. 85.

    [4] Ad Scapulam c. III.

    [5] Cf. ad calcem Optati.

    [6] Cf. Ruinart, Acta SS. Mar.

    [7] Hist, lib. VII, 11; VIII, 6; IX, 2.

    [8] Cf P. Marchi, Monumenti delle arti cristiane primitive, pag. 58, 65.

    [9] Ann. lib. XV.

    [10] De rit. philos. lib. IX, in Pyron.

    [11] Loc. cit., pag. 90.

    [12] Cf. Selvaggi, loc. cit. ed il Can. Celano, Notit. Urbis Neapol.

    [13] Loc. cit., pag. 87.

    [14] Apologet. cap. 39.

    [15] Et quod maximum est, corpora martyrum aut caeterorum si non sepeliantur, grande periculum imminet eis, quibus incumbit hoc opus. Epis. II.

    [16] Eusebius, inquam, quem Deus iam inde ab initio roboravit impulitque, ut confessoribus in custodia positis ministeria strenue exhiberet; utque consummatorum ac beatorum martyrum cadavera non sine capitis sui periculo sepeliret. Lib. VII, c. 11.

    [17] Ibid. c. 16.

    [18] Cf. Euseb. Hist. lib. VII, c. 11, 13.

    [19] Id. lib. VIII, 6.

    [20] Nullatenus autem licebit vobis nec quibuscumque aliis, conventus agere, aut ea quae vocantur coemeteria adire. Euseb. lib. VII, c. 11.

    [21] Latebrosa et lucifugax natio. Minuc. Fel. in Octav.

    [22] Execrantur rogos et damnant ignium sepulturam. ib.

    [23] Quidam igitur suggesserunt Nicetae Herodis patri, fratri autem Dalces, ul proconsulem adiret, moneretque ne cadaver illius (s. Polycarpi) donaret; ne forte, ut aiebant, relicto crucifixo, hunc deinceps Christiani colere inciperent. Euseb. lib. IV, c. 23. Sed et corpora regiorum cubiculariorum, quae post mortem convenienti tradita fuerant sepulturae, ipsi eorum legitimi domini erui ex sepulcro et in mare proiici oportere censuerunt, ne quis illos sepulcris conditos pro diis, ut ipsi quidem opinabantur, reputans in posterum adoraret. Id. lib. VIII, c. 6.

    [24] Nec, ut creditis, ullum damnum sepulturae timemus, sed veterem et meliorem consuetudinem humandi frequentamus. Minuc. Fel. in Octav.

    [25] Ac gentilium quidem insectatio talem habuit varietatem. Nos vero gravissimo interim dolore premebamur, quod humare cadavera nobis non liceret. Nam neque noctis tenebras neque aurivis flectere neque preces ullae animos eorum commovere potuerunt; sed omni studio atque industria cadavera custodiebant, quasi ingens lucrum facturi, si sepultura caruissent. Eusebius, lib. V, c. 2.

    [26] Epist. XVII ad Episcopos Macedon. c. V; Epist. ad Decentium Episc. Eugub. c. I.

    [27] De corona militis.

    [28] Cf. Canum De loc: theol. Lib. III, c. 6.

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    Predefinito Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    La Civiltà Cattolica, anno XXVII, serie IX, vol. XI, Firenze 1876, pag. 305-317

    R. P. Valentino Steccanella S.J.

    IL CIMITERO CRISTIANO

    II.
    Dell'uso di seppellire i fedeli defunti, in ordine alla liturgia

    Entriamo in un cimitero cristiano. Purificata, benedetta e consacrata è la terra che calca il nostro piede. Tale l'ha resa, mercè dei suoi riti, la religione, così richiedendo l'alta nobiltà di quei corpi, che vi giacciono sepolti. Imperocchè, sacro essendo il corpo del cristiano, perchè mondato col lavacro della rigenerazione, santificato colla unzione del sacro crisma, nutricato colle carni immacolate di Cristo, e intorno a lui aleggiando la certa speranza di risorgere e partecipare l'eterna beatitudine, sarebbe un'onta indegnissima o il gittarlo ad imputridire dovechessia, qual morta bestia, o lo struggerlo colla violenza del fuoco, qual tronco informe, a cui non rimane altra sorte, che quella di venir arso. La Chiesa sentì tutto l'orrore di simile indegnità, e perciò rifuggendone, siccome madre pietosa, volle che i corpi dei fedeli suoi figli fossero, quai corpi di veri fratelli, accolti nel medesimo luogo, e così ancora ordinò, che sacro fosse il suolo, in cui giacciono, e che nella sua bruna mestizia facesse balenare la più lieta speranza dell'avvenire. Studiamo ora un po' la liturgia, che ella usa nella benedizione dei cimiteri, e la vedremo fondarsi sul seppellimento dei corpi, e sotto questo riguardo riferirsi alla nobiltà cristiana dei medesimi ed alla ferma speranza della loro beata sorte in futuro.

    La benedizione di un cimitero per opera di un Vescovo, stante l'uso del seppellire che suppone, presenta allo sguardo dell'osservatore alcun che di sublime. Vedutala, conviene conchiudere, che la dignità del morto corpo di un fedele, e la speranza della futura risurrezione, che l'accompagna nella tomba, vi splendono insieme intemerate. Cinque croci piantate nel futuro cimitero ed ordinate in modo da presentare la figura di una gran croce, che lo parte e domina, ne hanno già preso il possesso, quando esce dalla chiesa il Prelato ne'suoi abiti pontificali e coll'usato accompagnamento del clero. Muove i suoi passi alla croce, che si erge nel mezzo, e là assiso fa un breve sermone al popolo intorno alla santità e alla libertà del cimitero cristiano. Indi, levatosi e messosi in atto di supplicante, si volge a Dio onnipotente e lo prega, che al suo ingresso il cimitero sia benedetto, sia santificato e sia consecrato, affinchè gli umani corpi, che vi riposano, siano nel gran dì del giudizio resi partecipi degli eterni gaudii colle anime beate. Finita questa orazione, il coro intuona le litanie dei Santi e tutti si prostrano supplichevoli insieme col Pastore. Il quale al versetto, in cui si chiede al Signore, che doni a tutti i fedeli defunti l'eterna requie, si alza, e benedicendo tre volte colla mano il luogo, nella prima a voce alta prega Dio, che si degni di benedirlo; nella seconda, che si degni di benedirlo e di santificarlo; nella terza, che si degni di benedirlo, di santificarlo e di consacrarlo. Terminate le litanie e benedetta l'acqua lustrale, mentre il coro va mestamente cantando il Miserere, egli movendo dal destro lato gira pontificalmente tutto il campo, aspergendone le zolle, che dovranno chiudere le salme dei trapassati [1].

    Alla lustrazione tengono dietro cinque stazioni di preghiera quante sono appunto le croci, che vi stanno inalberate. La prima stazione si fa dinanzi alla croce che sta di fronte a quella del centro, la seconda dinanzi alla croce che sta dopo le spalle della medesima, la terza dinanzi alla croce che le sta a destra, la quarta dinanzi a quella che le sta a sinistra, l'ultima dinanzi alla croce del centro. Il Prelato, nel suo passaggio dall'una croce all'altra, asperge un'altra volta di acqua lustrale quinci e quindi il suolo, e i canti e gli inni del salterio ne accompagnano i passi. Ogni stazione è luogo di prece solenne, in ognuna s'invoca la benedizione del Signore, in ognuna l'obbietto primario è il corpo del cristiano, che dovrà esservi sepolto. I motivi, che vi si adducono, sono diversi, diversa pure è la forma delle singole preghiere. Nella prima stazione il Pastore indirizza la sua preghiera a Dio, creatore del mondo e redentore dell'uomo, e chiedegli che benedica e santifichi il cimitero, in cui hanno a riposare i suoi servi e le sue serve, e che, come per sua misericordia concedette il perdono delle colpe a quelli che confidarono in lui, così conceda in larga misura perpetuo godimento
    ai corpi, che vi riposano in aspettazione del suono dell'angelica tromba
    [2]. Passato alla seconda, alza la sua voce a Dio trino ed uno, e chiede che, come benedisse in pro de' santi patriarchi la terra comprata da Abramo in Hebron ad uso di sepolcro, così benedica il nuovo cimitero, formato in onore del suo nome, e che ai corpi dei fedeli, i quali vi entrano, lo renda una sede di pace e che nella risurrezione doni loro la beatitudine eterna [3]. Giunto alla terza e chiesto a Dio, glorificatore ed aiutatore dell'uomo, che custodisca il nuovo cimitero libero da ogni bruttura e dall'insidie degli spiriti maligni, supplica che dia a'corpi, che vi saranno portati, perpetua sicurezza, ed a quelli, che ricevuto il battesimo durarono costanti nella fede e raccomandarono al cimitero la loro salma, il conseguimento del premio dei celesti gaudii, [I]ricongiuntisi corpi ed anime allo squillo dell'angelica tromba [4]. Pervenuto alla quarta si volge a Cristo, il quale a riparazione dell'angelo caduto creando l'uomo fe' del limo il corpo umano, cui assunse per riscattarci dalla colpa, e secondo la natura della carne lo torna alla terra, e dalla terra lo risuscita per essere immortale; e pregalo, che a quel suolo, consacrato all'uso del seppellire, partecipi la benedizione del suo corpo sepolto, ed ai fedeli consepolti nell'onda battesimale e secondo la condizione dell'umana carne da doversi in esso conseppellire, conceda sotto le ali della speranza della risurrezione la requie nella sua misericordia [5].
    Siamo all'ultima. Tre fiate egli ôra, tre fiate invoca la benedizione sul nuovo cimitero e tre fiate prega a' corpi requie e pace nei futuri sepolcri e la partecipazione della beatitudine eterna. Potenti sono i motivi della preghiera. Ei pone avanti a Dio, come il cimitero è stato compro in figura col prezzo del sangue dell'unigenito Figliuol di Dio, affinchè vi riposassero i corpi infino al dì in cui dalla polvere risorgerebbero alla gloria [6]; come il divin Figlio ha sparso pietose lagrime per gli occhi della santa sua umanità su Lazzaro estinto; e come infine siano i morti corpi sepolti appartenenti ad anime, che separate da essi letiziano in cielo, finchè vengano a ripigliarli nel gran dì del giudizio. Al grave e devotissimo rito della benedizione pone il suggello l'oblazione del divin Sacrificio sull'altare. Benedizione al luogo, pace ai corpi da seppellirvisi, speranza ferma nella risurrezione, e nella gloria eterna sono i soavi sentimenti, che informano le tre orazioni, solite a recitarsi in acconcio dell'obbietto proprio della messa.

    Togliete ora il seppellimento, e sostituitegli la cremazione. Siccome tolta la base convien che cada tutto l'edifizio; così abolito l'uso del seppellimento cadrebbe tutta la liturgia usata nella benedizione del cimitero, se pure non si voglia commettere un atto della più ridicola finzione. Stantechè, ridicolo sarebbe pregare da Dio benedizione sovra un campo, dove si dice che riposano i corpi dei fedeli, quando questi fossero già consunti dal fuoco. Ridicolo sarebbe implorare su di essi pace e requie, quando venissero distrutti da una fiamma divoratrice, non che turbati nel lor riposo. Ridicolo sarebbe recare a motivo della implorata benedizione, sia la tomba, in cui giacquero sepolti i Patriarchi, benedetta dal Signore; sia il campo, che fu compro dai giudei col prezzo del sangue di Cristo per seppellirvi i pellegrini, citato qual figura del cimitero cristiano; sia la creazione del corpo umano ed assunto dal Verbo eterno; sia la sepoltura del Signore e la figura del seppellimento nel santo Battesimo. Tutti cotesti motivi ed altrettali, portati nella benedizione del cimitero, non esistendo più l'obbietto che suppongono, perchè già combusto, non avrebbero più forza, ed usati sarebbero una finzione degna di riso. Quindi la liturgia cadrebbe, e con essa perirebbe il cimitero cristiano nella sublime idea, che sola la religione ha saputo immaginare ed attuare conforme alla nobiltà ed alle speranze dei corpi cristiani.

    Nè questa solamente, ma eziandio i riti funebri non avrebbero più senso: essi pure cadrebbero. I primi cristiani e quelli che vennero nei secoli appresso, usarono pietosamente intorno ai corpi dei loro cari defonti speciali cure di affetto e di onore. Prima di tutto li lavavano e ripulivano da ogni bruttura, gli ungevano con balsami odorosi, e, chiusi loro gli occhi, vestivanli a festa o gli avvolgevano in candidi lini. Adorni così di tutto punto gli esponeano a grande onore in luogo acconcio. Abbiamo dal Grisostomo la descrizione di questi uffizii di pietà adoperati da' genitori verso il morto figlioletto: «Appena che il fanciullo ha reso l'anima a Dio, i genitori lo compongono, gli stendono le mani, gli chiudono gli occhi, gli drizzano il capo, gli assestano i piedi, lo lavano e lo vestono orrevolmente coi funebri ornamenti [7].» Cotesti atti di carità presso i primitivi cristiani erano in sì alta stima, che anche nelle distrette più forti sia di persecuzione, sia di pestilenza, in quanto era possibile, non si intralasciavano. Dionigi di Alessandria, descrivendo una terribile pestilenza de' suoi dì, narra come i cristiani operando tutto il contrario di ciò che faceano i gentili, prestavano ai morti le cure più amorose; «chè anzi, soggiunge, senza il menomo riguardo di sè, accolgono nelle loro braccia i cadaveri, ne chiudono gli occhi e la bocca, se li levano in ispalla, gli adornano convenientemente, se gli stringono caramente al seno, lavangli con diligenza, avvolgonli nella funebre sindone [8].» Nè di simile onore, benchè dispendioso, erano privi i poverelli. V'erano nella Chiesa speciali collette per sopperire alla spesa; e chi si pigliava la cura spontanea di rendere loro cotali servigi n'era sommamente lodato. Ondechè negli atti di san Marziano si conta a grande gloria di questo santo, esser lui andato in cerca dei morti corpi dei poveri derelitti, e trovatili lavisse, induisse, sepulturaeque mandasse. '

    Quanto studio si ponesse in tali onorificenze funebri, quanto largamente si spendesse in unguenti odorosi, l'abbiamo da Tertulliano, da Clemente Alessandrino e da Minucio Felice. I filosofi gentili lo sapeano, e si pigliavano stolto giuoco dei cristiani, perchè invece di usare somiglianti delicatezze coi loro corpi vivi, le usavano coi corpi morti. I tiranni ne arrabbiavano e bestemmiando minacciavano a' martiri tutti i furori contro dei loro corpi dopo morte, affinchè non avessero quegli onori, che loro soleano rendere i cristiani superstiti. Ma indarno. I cristiani sapeano, «che i corpi umani non sono da gittarsi comecchessia o da aversi in dispregio, specialmente quelli dei giusti e dei fedeli, dei quali si valse lo Spirito Santo a modo di stromenti in tutte le opere buone [9].» Cristo stesso avendone dato l'esempio nella sepoltura del suo santissimo corpo, i fedeli suoi membri lo seguirono, nè cessano dal seguirlo tuttavia. In tutto l'orbe cattolico, dove più e dove meno, si continua in forza dell'antica tradizione ad onorare in ogni famiglia il corpo del trapassato. Pognamo ora che venga introdotto il costume della cremazione. Cotesti onori, che si fanno al corpo del defonto, sarebbero dinanzi agli occhi del cristiano un'opera di scherno; perchè dopo di essi verrebbe il fuoco a distruggere violentemente l'onorato. La idea d'imitare la sepoltura di Cristo non avrebbe più senso: imitata nella prima parte, il fine della cerimonia sarebbe totalmente difforme; perchè questo non sarebbe il sepolcro quale fu quello del corpo estinto di Cristo, ma la fiamma consumatrice di un forno crematorio.

    Gli onori funebri resi dalla famiglia cristiana sono preparazione a quelli della religione. Eccovi il clero venire processionalmente a levare il corpo del fedele estinto. Sacro ed inviolabile si è tal corpo dinanzi agli occhi della Chiesa, siccome essa ne fa solenne professione nella sua liturgia. Il ministro del Signore l'asperge dell'acqua benedetta, e detto il De profundis, intuona l'antifona della più dolce speranza, che cioè verrà dì, in cui il corpo dell'uomo, umiliato dalla morte, tornando vivo, esulterà nel suo Signore: Exultabunt Domino ossa humiliata. Intanto la processione
    muove di ritorno. Esce dalla casa la bara coll'estinto, ricoperta dalla coltre mortuaria, della quale gli amici più teneri del defonto reggono i lembi. Camminano dietro i famigliari ed i conoscenti; e fra il chiarore di ceree faci e le salmodie, la salma cristiana viene portata al sacro tempio. Che sia e che significhi cotesto rito lo sappiamo dal Grisostomo [10]. Esso importa una nobile onorificenza fatta all'atleta cristiano defonto; importa una lode al Signore, che gli ha dato vittoria dei nemici suoi; importa un ossequioso accompagnamento, quasi ad sanctarum coronarum donationem, come scrisse Dionigi Areopagita [11]. Pensate, se tanta sublimità di rito si confaccia colla cremazione, ossia col fine di un secco tronco da gittarsi tra le fiamme! Ben altri sono i pensieri della Chiesa. Pervenuta la bara al tempio, s'invocano gli angeli perchè a modo di trionfo conducano il defonto nella gloria sempiterna. Indi gli si prega la pace eterna dal Signore: si offre a tale intento l'Ostia immacolata sul sacro altare, e fatte le esequie, il ministro della Chiesa conduce il cadavere alla tomba, e chiamata su di esso la benedizione del Signore, supplica, che un angelo sia deputato a custodirlo, lo asperge di acqua benedetta, lo incensa. Indi si parte, e partendo rammenta la
    soave speranza della risurrezione coll'antifona: Ego sum resurrectio, e scioglie un inno di lode a Dio, che visita con tanta misericordia i suoi servi, recitando il cantico del Benedictus. Il dì della
    sepoltura è notato nella sacra liturgia col titolo di Dies depositionis.

    Scrissero i cremazionisti, che l'abbruciamento del cadavere non isconcia punto la funebre liturgia della Chiesa, che l'uno può stare coll'altra, cioè dall'una parte la Chiesa coi suoi riti, dall'altra il necroforo ed il crematoio. Ma così scrissero, o perchè ignoravano i riti funebri usati dalla Chiesa, o perchè conoscendone l'esistenza non gli hanno considerati. Supposta la cremazione del cadavere del cattolico, la liturgia, che si pratica nella benedizione del cimitero, diviene una menzogna ridicola, ed i funerali un'opera senza senso. Non si dà scampo: o liturgia e non cremazione; o cremazione e non liturgia. L'una non può stare coll'altra senza un aperto disaccordo. Donde appar manifesto quale dei due presti un culto cieco, o il cattolico al passato sostenendo il seppellimento, oppur il liberale cremazionista allo spirito di riforma.

    III
    Dell'uso di seppellire i fedeli defunti in ordine al domma

    Vi è di più: l'uso di seppellire è strettamente legato col domma capitale del cristianesimo, vogliamo dire col domma della risurrezione. Le orazioni, che si recitano dalla Chiesa nella benedizione del cimitero, ci manifestano in primo luogo cotesto rapporto. Pigliate la prima. I corpi sepolti si rappresentano in atto di riposo e come chi aspetta il suono dell'angelica tromba, che gli risvegli a nuova vita. Leggete la seconda. Vi troverete, che si prega pace ai corpi fino a che ricongiuntisi coi loro spiriti per la risurrezione siano partecipi della beata sorte. Altrettanto vedrete nella terza, nella quarta, quinta e sesta. In tutte e singole nel corpo sepolto vi si presenta l'imagine di chi dorme, di chi dorme a tempo determinato, cioè infin a quel dì in cui risvegliato al suono della parola onnipotente del Signore si desti a nuova e ad eterna vita. Distruggete il corpo del defonto nel crematoio? Voi distruggete l'imagine di chi dorme ed aspetta lo squillo angelico, e distrutta tale imagine rimane distrutta anche l'idea del domma, al quale si riferisce.

    Il nome stesso di cimitero ci manifesta lo stesso rapporto. Cimitero, come ognun sa, significa dormitorio. Ondechè siccome il luogo di dormizione ci dice, che chi vi piglia riposo non è morto; così la voce cimitero ci ricorda, che i corpi sepolti in esso non son morti eternamente, ma a modo di chi dorme dover un giorno destarsi vivi. Cotesta imagine è uscita dalla penna dell'apostolo san Paolo, il quale scrivendo a quei di Tessalonica dicea: «Fratelli, non vogliamo, che siate nella ignoranza intorno a quelli che dormono; acciocchè non siate contristati, come gli altri che non hanno speranza. Conciossiachè se crediamo che Gesù è morto ed è resuscitato; Iddio addurrà ancora con lui quelli che dormono in Gesù [12].» Di che il Grisostomo, commentando questo luogo: «Vedi, egli dice, come la morte è chiamata continuamente sonno, donde il nome di cimitero, ossia di dormitorio, al luogo in cui seppellisconsi i trapassati. Nome utile, nome pieno di filosofia. Quando tu vi conduci il morto, non ti affliggere inconsolabilmente. Non lo conduci al luogo della morte, ma in quello del sonno: cotesto nome ti sia di lenimento al tuo dolore. Intendi dunque dove tu lo conduci: lo conduci al cimitero: e quando ve lo conduci, cioè dopo la morte di Cristo, quando la morte ebbe tronchi i nervi del suo braccio [13].» Cosi il santo Dottore. Ora fate, che i corpi siano abbruciati dopo morte: scomparirà l'idea del sonno; il nome cimitero non avrà più senso; indi rimarrà spenta la grande credenza, che ci viene sì mirabilmentc simboleggiata in esso.

    Come il cimitero cristiano, in quanto i corpi vi sono adagiati entro le fosse a modo di chi dorme, rappresenta secondo san Paolo l'immagine di un dormitorio; così per sentenza dello stesso apostolo e per lo stesso motivo ci porge l'idea di un campo, dal quale i cadaveri, seminativi a guisa di grano eletto, dovranno sorgere rigogliosi di altra vita. Dimodochè il rapporto tra il cimitero e il domma della risurrezione non potrebbe più vagamente, o più sensibilmente esser rappresentato. Pigliamo la prima lettera, scritta dal santo Apostolo a quei di Corinto. Apriamola al capo XV. Dimostrata la verità della futura risurrezione, ei risponde alle obbiezioni circa la possibilità e il modo di risorgere, in questi termini: «Ma dirà alcuno: come risuscitano i morti e con qual corpo verranno? Stolto, quel che tu semini non è vivificato, se prima non muore. E quant'è a quel che tu semini, tu non semini il corpo, che ha da nascere, ma un granello ignudo, secondo che accade, o di frumento o di alcun altro seme. E Iddio, secondochè ha voluto, gli dà il corpo e a ciascuno dei semi il suo proprio corpo. Non ogni carne è la stessa carne; anzi altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra la carne degli uccelli, altra poi quella de' pesci. Vi sono ancora dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altra è la gloria dei celesti, altra quella dei terrestri. Altro lo splendore del sole ed altro lo splendore della luna, ed altro lo splendor delle stelle: perciocchè un astro è differente dall'altro astro in isplendore. Così ancora sarà la risurrezione de'morti: il corpo è seminato in corruzione e risusciterà in incorruttibilità. Egli è seminato in disonore e risusciterà in gloria, egli è seminato in debolezza e risusciterà in forza; egli è
    seminato corpo animale e risusciterà corpo spirituale
    . [14].» Fin qui l'Apostolo: il cui argomento è più che limpido. Come, egli dice, il grano seminato dopo di essersi infracidato rivive per opera del Signore a vita più nobile, come le carni degli animali, benchè convengano nella qualità generica di carne, pure si diversificano nella loro qualità specifica; così accadrà per opera del Signore nella risurrezione dei corpi. Il cimitero è come il campo da seminarsi, i corpi, che vi sono seppelliti, sono il seme che vi si gitta. Eglino s'infracidano, si disciolgono: ma quella onnipotenza, che opera nel grano seminato, opererà anche in essi, e dal fracidume, in cui sono caduti, li tornerà a nuova vita con gloria più o meno grande, o con pene più o meno acerbe, secondo la qualità delle opere loro nella vita mortale. Donde appar manifesto, che sostituita la cremazione al seppellimento sarà sotto questo capo ridotta a nulla quella idea del domma della risurrezione, che l'Apostolo con argomento sì vago e sì stringente fa spiccare nel cimitero, considerato qual campo seminato a guisa di grano dai cadaveri.

    Non è a dire, se i Padri abbiano fatto lor pro di un tal argomento dell'Apostolo. L'idea, che rappresenta il cimitero, in cui vengono sepolti i cadaveri dei cristiani, somigliante ad un campo seminato, ha in sè tutto insieme del sommamente semplice e del sommamente grande. Tertulliano spende un intero capo nell'esporre in tutti i sensi il concetto dell'Apostolo, e continuando la metafora: «Sì, egli dice, quello che risorge, non è punto diverso da ciò che si semina; e quello che si semina non è punto diverso da ciò che va in dissoluzione nel seno della terra: nè va in dissoluzione altra cosa, che la carne. Essa è la fulminata dalla sentenza del Signore: Terra es, et in terram redibis, perchè fu presa dalla terra. Quindi l'Apostolo ebbe il concetto di dirla seminata appunto quando essa torna alla terra nel seppellimento; stantechè la terra sia il luogo, in cui si depongono i semi per riaverli a nuova vita sotto altre spoglie [15].» Scrisse pure intorno allo stesso argomento dell'Apostolo una splendida omelia il Grisostomo. Il quale dopo di averlo spiegato in tutta la sua beltà e robustezza, ne trae per conclusione finale il più dolce conforto nella perdita dei proprii cari in queste parole. «Tali essendo i beni, di che godremo per la risurrezione, non dubbiamo piangere quelli che muoiono sibbene quelli che finiscono malamente la propria vita. Come l'agricoltore, non piange, nè si querela, quando vede infracidare e disciorsi il grano, che ha seminato; così non dobbiamo noi dolerci, quando veggiamo infracidare e disciorsi nella tomba l'uomo che vi fu seminato. Il seme, che cade nella sepoltura, è migliore di molto rispetto a quello, che cade nella terra. Giacchè a questo, tornato di nuovo in vita, succede di nuovo la morte, richiede nuove cure e nuove fatiche. Non così accade con quello: risorto non fa ritorno ad una vita stentata, ma va a quella, donde fuggì il dolore, il lutto ed il sospiro [16].» Abbruciati i corpi e non sepolti, tutte coteste dolcissime immagini di conforto per la futura risurrezione andranno in dileguo. Siccome il seme abbruciato non è più atto alla seminagione; così il corpo dell'uomo incenerito, perduta ogni idea di seme, non sarà più atto al divino concetto dell'Apostolo ed ai magnifici discorsi pieni di saviezza e di conforto, che su di esso hanno fatto i santi Padri.

    Quale fosse il motivo, che indusse i cristiani fino dagli inizii della Chiesa a rendere solenni onori ai corpi dei fedeli, non è punto difficile il conoscerlo. Fu il sentimento di umanità, fu l'affetto verso i congiunti; il motivo però che spicca sovra gli altri fu la credenza nella risurrezione, fu la brama di confermarla con pubblica testimonianza. Chi crede, scrivea S. Agostino, dovere quel corpo morto uscir di nuovo dalla tomba glorificato, partecipare della beatitudine eterna, regnare con Cristo, non può astenersi dal fargli solenne onore. Tanto più, che esso ridonda in testimonianza della risurrezione: impensum eiusmodi officium sit etiam quodammodo eiusdem fidei testimonium [17]. La quale testimonianza, non solamente veniva professata da essi nel rito funebre, ma eziandio intorno alla tomba.

    Era professata nella sepoltura, procurandosi di conformarla, in quanto era possibile, a quella di Cristo, sia nella forma del loculo, sia nella forma di avvolgere nelle sindoni i morti, sia nella positura dei medesimi. Era professata nel ritrarre entro i cimiteri i simboli della futura risurrezione: Giona che esce vivo dalla balena, e Lazzaro che risorge alla voce del Redentore. Era professata nelle iscrizioni, che scolpivansi su le tombe, nelle quali comunissimi erano i modi: dormit, quiescit, tolti dal linguaggio, usato prima da Cristo, quando recavasi a risuscitare la figlia del principe della sinagoga e Lazzaro, e poscia universaleggiato da S. Paolo in risguardo di tutti i fedeli. Col medesimo intendimento essi non iscriveano sul sepolcro coi pagani: situs, positus, compositus; ma sollevandosi alla credenza, che il corpo del loro caro estinto era affidato temporaneamente alla tomba a modo di deposito, usavano all'uopo le voci depositus, depositio [18]. Cotesto antico costume a traverso dei secoli è giunto in fino a noi. E i nostri cimiteri, dove la incredulità non ha fatto ancor sentire le sue profanazioni, rendono ancora testimonianza del consolantissimo e tutto insieme sicurissimo domma della risurrezione. La quale non potrebbesi rendere in niuna maniera, ove la cremazione pigliasse il luogo del seppellimento.

    Concludiamo. Contro la cremazione sta il costume di seppellire introdotto dagli Apostoli, mantenuto a costo di rischi e consecrato da' secoli nella Chiesa; sta la liturgia funebre, che tutta si fonda sul seppellimento, sia nella benedizione del cimitero, sia nei riti dentro e fuori del sacro tempio; sta infine la testimonianza del domma della risurrezione. Vengano ora a dirci i cremazionisti, che colla cremazione non si reca niuna offesa alla religione. Voi l'avete veduto: colla cremazione si calpesta un costume apostolico, si demolisce la liturgia, si toglie di mezzo la confessione e la testimonianza più solenne in prova della risurrezione.
    __________________________________

    NOTE:

    [1] Vedi Pontif. rom.

    [2] ... Te supplici voce ac puro corde exposcimus, ut hoc coemeterium, sive polyandrum, in quo famulorum famularumque tuarum corpora quiescere debent post curricula huius vitae labentia, purgare, benedicere et sanctificare digneris; quique remissionem omnium peccatorum per tuam magnam misericordiam in te confidentibus praestitisti; corporibus quoque eorum in hoc coemeterio quiescentibus et tubam primi archangeli hic expectantibus consolationem largiter impertire.

    [3] ... praesta propitius, ut hoc coemeterium in honorem nominis tui comprositum benedici et sanctificari concedas, qui beato Abrahae famulo tuo terram a filiis Hebron comparatam in sepulturam benedixisti...., famulorum famularumque tuarum corporibus in hoc coemeterium intrantibus quietis sedem... largitor tribuas, ut post animarum corporumque resurrectionem coadunata, te donante atque concedente, beatitudinem sempiternam percipere mereantur.

    [4] ... Te supplices flagitamus, ut hoc servorum tuorum coemeterium ab omni spurcitiae inquinamento el immundorum spirituum insidiis custodire, mundare et benedicere digneris, atque corporibus humanis in hunc locum advenientibus securitatem perpetuam tribuere non desinas, ut quicumque baptismi sacramentum perceperint, et in fide catholica usque ad vitae terminum perseverantes fuerint, atque decurso huius aevi termino corpora sua in hoc coemeterio requiei commendarunt, angelicis tubis concrepantibus, animae simul cum corporibus praemia caelestium gaudiorum percipiant sempiterna.

    [5] Domine Iesu Christe, qui corpus humanum de terra pro angelica reparatione formasti, et in te pro redemptione, assumpsisti..., hanc terram, quaesumus, ad usum sepulturae de benedictione tui sepulti corporis consecrare dignare, et in baptismate tibi consepultos, in natura carnis hic consepeliendos sub spe tuae resurrectionis requiescere concede.

    [6]... quaesumus Domine, benedicere, sanctificare et consecrare digneris hoc coemeterium pretio unigeniti filii tui D. N. Iesu Christi sanguinis typice comparatum ad nostrae peregrinationis corpora quiescenda, donec per eumdem D. N. I. C. de pulvere ad gloriam dones resurgenda etc.

    [7] Cum reddiderit puer animam, parentes cum componunt, manus extendunt, oculos claudunt, caput directo statuunt, pedes exporrigunt, lavant, dignis ornamentis funeralibus amiciunt. Hom. I, de pat. Iob.

    [8] Hi ergo sanctorum corpora supinis manibus gremioque excipientes; oculos illis et ora claudentes; baiulantes ea in humeris suis; componentes; adhaerescentes illis; complectentes; lavacro et vestimentis ornantes, paullo post eadem officia ab aliis consecuti sunt. Eusebius, Hist. lib. VII, c. 22.

    [9] Non contemnenda et abiicienda esse corpora defunctorum, maximeque iustorum atque fidelium, quibus tamquam organis et vasis ad omnia opera bona sanctus usus est Spiritus. Augustinus, De Civitate Dei, lib. I, c. 13.

    [10] Hom. IV in epist. ad Hebr.

    [11] De Eccles. Hier., c. VII.

    [12] Nolumus autem vos ignorare, fratres, de dormientibus, ut non contristemini sicut et ceteri, qui spem non habent. Si enim credimus quod Iesus mortuus est et resurrexit; ita et Deus eos, qui dormierunt per Iesum, adducet cum eo. I Thess. IV, 12, 13.

    [13] Vide quomodo ubique mors nominetur somnus, qua de causa et locus coemeterii, quasi dicas, dormitorii, nomen accepit. Utile enim hoc nomen est, et philosophiae plenum. Quando igitur huc mortuum ducis, ne ipse te concidas. Non enim ipsum ad mortem sed ad somnum ducis: sufficit tibi nomen hoc ad calamitatis solatium et levamen. Disce quo ducas; in coemeterium: et quando ducis; post mortem Christi, postquam nervi mortis excisi sunt. In coemeterii appellationem et in Crucem Domini, num. 1.

    [14] Sed dicet aliquis: Quomodo resurgunt mortui? qualive corpore venient? lnsipiens, tu quod seminas non vivificatur, nisi prius moriatur. Et quod seminas, non corpus quod futurum est seminas, sed nudum granum, ut puta tritici aut alicuius caeterorum. Deus autem dat illi corpus, sicut vult: et unicuique seminum proprium corpus. Non omnis caro, eadem caro: sed alia quidem hominum, alia vero pecorum, alia volucrum, alia autem piscium. Et corpora coelestia, et corpora terrestria: sed alia quidem coelestium gloria, alia autem terrestrium. Alia claritas solis, alia claritas lunae, el alia claritas stellarum. Stella enim a stella differt in claritate. Sic et resurrectio mortuorum. Seminatur in corruptione: surget in incorruptione. Seminatur in ignobilitate; surget in gloria. Seminatur in infirmitate: surget in virtute. Seminatur corpus animale: surget corpus spiritale. vv. 35-44.

    [15] De resurrectione carnis, c. LII.


    [16] In Epist. I ad Cor. hom. XLI.

    [17] De cura pro mortuis, cap. ult.

    [18] Vedi Marchi, Monumenti delle arti cristiane etc., p. 63.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    Grazie ancora per l'ottima segnalazione del centro studi Augustin Barruel. Ricordo ancora che nella vecchia Politicaonline c'era un thread anticremazionistico, allora molto visitato. Segnalo questo interessante volume del conte Alessio de Besi Vitturi uscito nel 1886 e recensito positivamente dalla Civiltà Cattolica, che ho avuto il piacere di leggere in passato. Il conte Besi, amico di Giuseppe Sacchetti, fu uno dei maggiori rappresentanti dell'intransigentismo cattolico veneto.

    Inumazione e Cremazione dei Cadaveri
    Considerate nella Religione, nella Storia nell'Igiene, nella Legislazione, nell'Economia e nel Sentimento Da Alessio Besi. Padova, 1886

    Ultima modifica di Guelfo Nero; 22-10-11 alle 17:22

  5. #5
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    Predefinito Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    L'eventuale cremazione preclude la salvezza e la resurrezione della carne?
    Chi dovesse acconsentire alla cremazione del proprio corpo, una volta defunto, in buona fede perché convinto che tale pratica sia compatibile con la dottrina cattolica e i dettami della Chiesa pecca mortalmente?

    p.s.: anch'io sono contrario alla cremazione
    Ultima modifica di Giò; 23-10-11 alle 15:05
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    Da un punto di vista materiale nulla può precludere alla resurrezione della carne: risorgeranno tutti col proprio corpo integro in "Dies illa" cattolici e non, inumati e cremati, affinchè il Supremo Giudice possa emettere il giudizio finale su ciascuno.

    Riguardo la disciplina ecclesiastica attualmente in vigore (essendo il codice wojtyliano del 1983 nullo ed irrito e nulla anche Istruzione dei S. Ufficio dell'8 maggio 1963, approvata da Montini a luglio di quell'anno ) continua ad avere valore il Codice di diritto canonico pio-benedettino del 1917 e le successive disposizioni esplicative e completive, emanate dall'autorità cattolica negli anni successive.
    Ovviamente la generale ignoranza di queste leggi vigenti, la crisi nella Chiesa, il fatto che autorità apparenti abbiano emanato "disposizioni" diverse e totalmente permessive
    creano una generale ignoranza dei fedeli cattolici riguardo la cremazione. Per il peccato mortale mancherebbe quindi la "piena avvertenza" in moltissimi casi.


    Qui una breve storia delle condanne

    Si dovette attendere il secolo dei Lumi per veder riaffiorare l’idea della cremazione, sostenuta, da un lato, per ragioni d’igiene e, dall’altro, per motivazioni areligiose, in odio e disprezzo alla religione cattolica.
    Intento principale di questa corrente filosofica – che troverà pratica attuazione durante gli anni della Rivoluzione francese e di Napoleone – era quello di “laicizzare” o, più correttamente, “scristianizzare” l’Europa, sostituendo al culto cattolico un vago deismo, fondato sulla Dea Ragione e sull’Essere Supremo. In quegli anni tormentati, numerose furono le proposte per l’introduzione in Francia della cremazione. Soltanto però nel 1887 tale modalità di sepoltura entrò nell’ordinamento francese. Ciò lo si comprende perché, in quegli anni, la Francia viveva sotto la Terza Repubblica che, braccio secolare della massoneria più anticlericale, si richiamava ossessivamente all’eredità rivoluzionaria.
    L’art. 3 della l. 15.11.1887, infatti, permise a chiunque di regolare le modalità della propria sepoltura, intendendo con tale espressione non soltanto l’inumazione, ma anche la cremazione. Alla legge fu data attuazione con il decreto 27.4.1889. Dalla Francia, comunque, questo crogiuolo di idee ed iniziative legislative pro cremazione si estesero in tutt’Europa: dalla Germania, all’Italia, al Regno Unito.
    La Chiesa, da parte sua, pur non facendo della materia oggetto di verità di fede e pur non ritenendo, a stretto rigore, la cremazione contraria alla Divina Rivelazione, non mancò di pronunciarsi negativamente sulla suddetta modalità di sepoltura, in quanto proposta in odio alla fede.
    A tal riguardo, la Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione, con proprio decreto Quoad cadaverum cremationes del 19.5.1886 (in ASS, XIX[1886], 46, nonché in Denzinger, n. 3188), rispose a due quesiti: se fosse lecito per i fedeli, da un lato, iscriversi a società per la cremazione e se fosse altresì consentito ai fedeli assentire alla cremazione del cadavere proprio o dei parenti. Ad entrambi i quesiti fu data risposta negativa, con la precisazione, riguardo al primo, che «se si tratta di associazioni affiliate alla setta massonica, si incorre nelle pene comminate contro di questa».
    Nella clausola di approvazione del decreto, il Pontefice allora regnante, Leone XIII, invitava gli Ordinari a trasmettere ai fedeli della propria circoscrizione ecclesiastica la dottrina tradizionale della Chiesa, onde evitare l’abuso della cremazione dei cadaveri.
    La stessa Congregazione tornò a pronunciarsi sull’argomento con decr. 15.12.1886, Quoad corporum creamationem (in ASS, XXV [1892-1893], 63, nonché in Denzinger, n. 3195-3196), ripubblicato tre anni dopo con un titolo diverso (decr Quoad cremationem aliena voluntate peractam, in ASS, XXIX [1896-1897], 642). In questo caso, il Dicastero pontificio precisò che, qualora si tratti di corpi di persone che, non per loro volontà, ma per volontà altrui, sono stati cremati, evitato lo scandalo, fosse lecito utilizzare i riti prescritti per la sepoltura ecclesiastica ed i suffragi in chiesa, non però sino al luogo di cremazione. Si aggiungeva, inoltre, che lo scandalo potesse essere rimosso rendendo noto che la cremazione non era stata scelta di propria volontà dal defunto, ma da altri. Si ribadiva, infine, che qualora, invece, la cremazione fosse stata scelta di propria volontà ed il soggetto avesse perseverato in essa in modo certo e notorio, in tal caso avrebbe dovuto negarsi la sepoltura ecclesiastica. Nei casi particolari e dubbi, in ogni caso, si doveva consultare l’Ordinario del luogo .
    Il medesimo interrogativo fu nuovamente posto alla Sacra Congregazione del Sant'Uffizio negli anni ’30 del ‘900 da un vescovo locale. In special modo si domandavano lumi circa il modo di procedere nel caso in cui la cremazione non fosse stata scelta dal defunto, ma da altri. La predetta S. Congregazione, con responso del 14.4.1930, ribadì che, evitato lo scandalo e fatto noto che la scelta di cremare non fosse stata compiuta dal defunto ma da altri, in tal caso non avrebbero potuto negarsi le esequie ecclesiastiche.
    Un secondo interrogativo era stato posto, sempre alla S. Congregazione R. U. Inquisizione, dall’arcivescovo di Friburgo nel 1892. In effetti, le pene canoniche stabilite dalla Suprema Autorità suscitavano i dubbi di quei sacerdoti chiamati ad amministrare i sacramenti ed a celebrare celebrazioni eucaristiche di suffragio per persone che sceglievano la cremazione. A ciò si aggiungeva un ulteriore interrogativo: se cioè se fosse lecito per un fedele collaborare alla cremazione dei cadaveri, come nel caso di medici necroscopi o funzionari od operai addetti al forno crematorio e se fosse lecito amministrare i sacramenti a tutti questi soggetti se da tale attività non vogliono o non possono desistere.
    La Congregazione, con proprio responso 27.7.1892 (in Denzinger, nn. 3276-3279), precisò che a coloro i quali, una volta ammoniti, non avessero ritrattato la disposizione della cremazione del loro corpo, non venisse accordato il conforto dei sacramenti, evitato comunque lo scandalo. Parimenti, per quanto riguardava l’applicazione del sacrificio eucaristico in suffragio dei fedeli defunti, i cui corpi «sono stati cremati non senza loro colpa», il Dicastero pontificio rispose negativamente «per quanto riguarda l’applicazione pubblica della messa», ma affermativamente circa l’applicazione privata. In merito alla seconda parte dei quesiti, e cioè se fosse lecita la collaborazione di cattolici alla cremazione, fu risposto che, in linea di principio, non era mai lecita siffatta collaborazione, ma che tuttavia talvolta poteva tollerarsi una «collaborazione materiale», purché essa non fosse considerata come un segno di protesta della setta massonica, non esprimesse un rifiuto della dottrina cattolica o che i soggetti predetti fossero stati chiamati a collaborare in disprezzo della religione cattolica, fermo restando, comunque, che chiunque avesse collaborato alla cremazione doveva essere pur sempre ammonito.
    Quest’applicazione rigorosa dei precetti del S. Uffizio portò a ritenere che non fosse possibile rifiutare i sacramenti ed i sacramentali a coloro che avessero optato per la cremazione per ragioni diverse da motivi antireligiosi, come ragioni d’igiene, di progresso, ecc.
    Le disposizioni sinora esaminate furono tutte inserite puntualmente nella codificazione pianobenedettina del 1917.
    Innanzitutto, venivano in rilievo i cann. 1203 e 1204, disciplinanti la sepoltura ecclesiastica.
    Il can. 1203 § 1 esordiva imponendo la sepoltura dei corpi dei defunti e riprovando la violenta distruzione con il fuoco del cadavere:

    «Fidelium defunctorum corpora sepelienda sunt, reprobata eorundem crematione».

    La categoricità del divieto faceva sì che una volontà espressa, in un contratto o testamento o altro atto, di voler essere cremati fosse da considerare giuridicamente illecita e, come tale, non apposta (can. 1203 § 2):

    «Si quis quovis modo mandaverit ut corpus suum cremetur, illicitum est hanc exsequi voluntatem; quae si adiecta fuerit contractui, testamento aut alii cuilibet actui, tanquam non adiecta habeatur».

    Viene affermato, riguardo a tali due disposizioni, che:

    «Questa disciplina molto severa contraria alla cremazione è stata presentata in punti molto chiari. I decreti di condanna della cremazione da parte del S. Ufficio, emanati in seguito alla diffusione del “Movimento per la cremazione” sostenuto ed appoggiato da varie società massoniche, restano tuttavia in pieno vigore, assieme alle disposizioni del Codice, ove la cremazione è voluta e intesa da persone o ambienti come espressione sensibile e simbolica antireligiosa, specie della non esistenza dell’aldilà, della negazione dell’immortalità dell’anima e della resurrezione dei corpi, come professione esplicita di materialismo, come significato di estrema ostilità alla fede cristiana, di assoluto rifiuto di ogni forma di conforto religioso e di suffragio.
    In questo divieto perde la sua forza il contratto, testamento o qualunque altro atto con cui una persona ordina che il suo corpo venga cremato. Questo tipo di divieto viola la volontà del defunto, rendendola e nello stesso tempo considerandola come illecita: “illicitum est hanc exsequi voluntatem”. Tuttavia, l’esecuzione della volontà del defunto è considerata e trattata come non posta: “tanquam non adiecta habeatur”»


    Il can. 1204 forniva una definizione di «sepoltura ecclesiastica» conforme alla Tradizione della Chiesa cattolica:

    «Sepultura ecclesiastica consistit in cadaveris translatione ad ecclesiam, exsequiis super illud in eadem celebratis, illius depositione in loco legitime deputato fidelibus defunctis condendis».

    Il successivo can. 1240 § 1, negava la sepoltura ecclesiastica a coloro che, senza mostrare alcun segno di pentimento in punto di morte, si fossero resi colpevoli di determinati delitti canonici. Tra questi erano privati della sepoltura ecclesiastica, oltre ai c.d. peccatori manifesti (can. 1240 § 1 n. 6), coloro «qui mandaverint suum corpus cremationi tradi» (can. 1240 § 1 n. 5). Si trattava di una vera e propria pena canonica, che il Codex del 1917 annoverava tra le pene vendicative (cfr. can. 2291).
    In ogni caso, la disposizione del legislatore canonico di cui al can. 1240 § 1 andava interpretata secondo quanto indicato dalla risposta della Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica del codice del 10.11.1925 (in AAS, XVII[1925], 583), in base alla quale, anche se la volontà espressa da colui che avesse disposto la cremazione del proprio cadavere non avesse trovato esecuzione, doveva negarsi al defunto la sepoltura ecclesiastica.
    L’istruzione De crematione cadaverum dell’allora Sacra Congregazione del Sant'Uffizio del 19.6.1926 (in AAS, XVIII[1926], 282, ed in Denzinger, n. 3680) riassumeva la posizione della Chiesa cattolica in materia di cremazione, riprovando il «barbarum hunc morem» di cremare i cadaveri, da parte di alcuni cattolici, sotto il pretesto del progresso civile della scienza, per la salvaguardia della salute, ecc., dato che, con la combustione dei corpi, si esprimeva comunque una convinzione contraria all’insegnamento di un’esistenza oltremondana e della resurrezione dei corpi. Ciononostante, pur ribadendo tutte le precedenti condanne, si chiariva che la cremazione, in sé, non era da ritenersi pratica intrinsecamente negativa e che, anzi, in particolari circostanze ben potessero esistere ragioni di bene pubblico che suggerivano di praticare la cremazione, come ad es., porre un argine ad una pestilenza o in casi di guerre, ecc.
    Ultima modifica di Luca; 23-10-11 alle 17:25

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    Predefinito Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    Condanna cattolica della cremazione dei cadaveri: una delle tante condanne che "Concilio" e "postconcilio" hanno trasformato in approvazioni.
    Monsignor Attilio Vaudagnotti, uno dei teologi dell'arcivescovo di Torino, l'eminentissimo Fossati, chiedeva che il "Vaticano II" ribadisse solennemente la condanna della cremazione contro qualche "teologo" modernizzante molto possibilista al riguardo.La condanna non vi fu, anzi quello che un tempo era costume di anticlericali e massoni è diventato pratica comune anche tra i cattolici.

    Scriveva Monsignor Vaudagnotti.

    La chiesa cattolica ha sempre la condannato la cremazione: l'inumazione è stato costume comune dei cristiani, anche in mezzo al mondo pagano ovviamente cremazionista.
    Sparito progressivamente il paganesimo, l'inumazione dei cadaveri è diventata pratica universale nel mondo cristiano.
    Solo la rivoluzione francese e il razionalismo del XIX secolo hanno con varie motivazioni (estetiche, psicologiche, igieniche, economiche) riabilitato la cremazione.
    Ma il motivo di fondo della strategia dei cremazionisti rimane il materialismo, l'odio verso la chiesa, il tentativo di rendere sempre più laici i cimiteri, di laicizzare la morte, di distruggere o affievolire la fede nella risurrezione e la vita eterna.
    È vero: la cremazione non è direttamente contro il dogma cattolico (la chiesa l'ha sempre permessa in due casi :quando sia impossibile inumare per grandi battaglie o epidemie, quelle ad esempio dei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale oppure per eseguire una sentenza di morte per un delitto antisociale particolarmente grave) ma rimane contro i costumi cristiani, la prassi ecclesiastica, il naturale senso di pietà verso i defunti e le leggi canoniche ed è stata condannata dalla chiesa fin dai tempi antichissimi.
    La chiesa cattolica non solo ha condannato la cremazione ma proibisce di dare esecuzioni alle volontà testamentarie (considerate in tal caso nulle) stilate in tal senso.
    Tutto questo secondo il canone 1203 comma 2 del codice di diritto canonico e l'istruzione del santo uffizio del 19 giugno 1926 pubblicata negli atti della santa sede volume 18, p. 282 e seguenti) prima del funesto "Vaticano II" chi voleva che il suo corpo venisse cremato o si isriveva a società filo-cremazionistiche era privato del funerale e della sepoltura ecclesiastica (anche se in vita mostrava in qualche suo atto di essere cattolico)
    Monsignor Vaudagnotti diceva, a chiusura della sua richiesta, che il cattolico deve conformarsi a Cristo che "fu sepolto" e rammentarsi che, secondo la dottrina di San Paolo, il corpo è "come un seme che non viene bruciato ma nascosto nella terra, in fede e speranza di risurrezione".
    Il buon Monsignor Vaudagnotti, fecondo apologeta e teologo, negli anni '70 e '80 difese con tutte le forze la Santa Messa a Torino contro le follie montiniane della "nuova messa" celebrando sempre il santo sacrificio cattolico.
    Sempre "ha combattuto la buona battaglia" per usare le parole di San Paolo.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    Dal Catechismo ad uso dei Parroci pubblicato da S. Pio V Pont. Mass. per decreto del Concilio di Trento, nuova traduzione a cura di Mons. E. Benedetti, Roma 1918, parte I, art. XI, pag. 177-178

    Il corpo risorgera integro.

    135. Ma non risorgerà solo il corpo, bensì anche tutto ciò che è parte della sua vera natura, e del decoro e ornamento dell'uomo, deve ritornare a lui. Abbiamo su ciò uno splendido argomento di sant'Agostino: Non vi sarà allora nei corpi ombra di difetto; se alcuni furono troppo obesi e grassi per la pinguedine, non prenderanno tutta la massa del corpo, ma quel che supererà la misura normale sarà considerato superfluo; e, al contrario, tutto quello che nel corpo sarà consumato da malattia o vecchiaia, sarà ridonato da Cristo per virtù divina, come se alcuni furono gracili per magrezza; perchè Cristo non solo ci riparerà il corpo, ma tutto quello che ci fu tolto dalla miseria di questa vita (La Città di Dio XXII, 19). Cosi in un altro luogo: Non riprenderà l'uomo i capelli che aveva, ma quelli che gli stavano bene, secondo il passo: Tutti i capelli del vostro capo furono numerati, i quali devono ripararsi secondo la divina sapienza (ib.). Innanzi tutto poi, giacchè le membra fanno parte della completa natura umana, esse saranno ridonate tutte. Chi dunque o fin dalla nascita sia stato privo degli occhi, o li abbia perduti per qualche malattia, gli zoppi, e quelli del tutto storpi, e i difettosi in qualsiasi membro, risorgeranno con il corpo intero e perfetto, che altrimenti non sarebbe soddisfatto il desiderio dell'anima la quale tende alla congiunzione con il corpo; il quale desiderio tutti crediamo con certezza che debba essere appagato. Inoltre è certo che la risurrezione, appunto come la creazione, va annoverata fra le migliori opere di Dio. Come dunque tutte le cose fin dal principio della creazione furono perfettamente da Dio compiute, così dovra certamente avvenire anche nella risurrezione. Nè ciò si deve dire solo dei martiri, dei quali sant'Agostino afferma: Non saranno senza quelle membra: poiche quella mutilazione non potrebbe non essere un difetto del corpo; altrimenti quelli che furono decapitati, dovrebbero risorgere senza la testa; però rimarranno nelle loro membra le cicatrici della spada, più risplendenti dell'oro e di qualsiasi pietra preziosa, così come le cicatrici delle ferite di Cristo (ib.): il che si afferma con verita anche dei cattivi, sebbene le loro membra siano state amputate per colpa di essi stessi; poiche l'acutezza del dolore sarà in ragione delle membra che avranno; perciò una tale restituzione delle membra non ridonderà a loro felicità, ma a loro disgrazia e miseria, poichè i meriti non vengono attribuiti alle membra, ma alla persona che veste il corpo cui esse sono unite; perchè a quelli che fecero penitenza saranno restituite per premio; a quelli invece che la penitenza aborrirono, per supplizio. Se dunque tutto questo i Parroci considereranno attentamente, non mancheranno loro mai i fatti e i pensieri per muovere ed infiammare all'amore della pietà gli animi dei fedeli, onde considerando i fastidi e le afflizioni di quaggiù, dirigano i loro ardenti desideri verso la gloria beata della risurrezione, preparata per i giusti e i pii.

    ____________________________________

    Dal Catechismo Maggiore promulgato da san Pio X, Roma 1905, pag. 62-63


    CAPO XII. Dell'undecimo articolo.

    239. D. Che cosa c'insegna l'undecimo articolo: La risurrezione della carne?

    R. L' undecimo articolo del Credo c'insegna che tutti gli uomini risusciteranno, ripigliando ogni anima il corpo che ebbe in questa Vita.

    240. D. Come avverrà la risurrezione dei morti?

    R. La risurrezione dei morti avverrà per virtù di Dio onnipotente, a cui nulla è impossibile.

    241. D. Quando avverrà la risurrezione dei morti?

    R. La risurrezione di tutti i morti avverrà alla fine del mondo, e allora seguirà il giudizio universale.

    242. D. Perchè vuole Iddio la risurrezione dei corpi?

    R. Dio vuole la risurrezione dei corpi, perchè, avendo l'anima operato il bene o il male unita al corpo, sia ancora insieme con esso premiata o punita.

    243. D. Gli uomini risorgeranno tutti alla stessa maniera?

    R. No, vi sarà grandissima differenza tra i corpi degli eletti e i corpi dei dannati, perchè i soli corpi degli eletti, avranno a somiglianza di Gesù Cristo risorto le doti dei corpi gloriosi.

    244. D. Quali sono queste doti che adorneranno i corpi degli eletti?

    R. Le doti che adorneranno i corpi gloriosi degli eletti sono: 1.° la impassibilità, per cui non potranno più essere soggetti a mali, a dolori di veruna sorta, né a bisogno di cibo, di riposo o d'altro; 2.° la chiarezza, per cui risplenderanno a guisa del sole e d'altrettante stelle; 3.° l'agilità per cui potranno passare in un momento e senza fatica da un luogo all' altro e dalla terra al cielo; 4.° la sottigliezza, per cui senza ostacolo potranno penetrare qualunque corpo, come fece Gesù Cristo risorto.

    245. D. I corpi dei dannati come saranno?

    R. I corpi dei dannati saranno privi delle doti dei corpi gloriosi dei Beati, e porteranno l'orribile marchio dell'eterna riprovazione.

  9. #9
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    Predefinito Re: Rif: Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 111/17 del 14 dicembre 2012, San Lazzaro

    Trentino: la cremazione massonico-conciliare a tutto gas

    La pratica massonica della cremazione, sempre condannata dalla Chiesa e invece permessa da Paolo VI (De cadaverum crematione: piam et constantem del 5/07/1963) e Giovanni Paolo II (nuovo diritto canonico del 1983, c. 1176 par. 3,) sta dilagando nel “bianco” Trentino. Sull’argomento gli amici dell’associazione La Torre hanno segnalato l’articolo che segue, col titolo redazionale: “I Trentini vanno su per il camino”. E’ proprio il caso di dirlo: il “cattolicesimo” ratzingeriano è tanto fumo e poco arrosto...

    Cremazioni, il momento del sorpasso, di Luca Marognoli

    Il sorpasso è avvenuto: oggi il numero dei cittadini che decidono di farsi cremare è superiore a quello di chi opta per la sepoltura. A Riva del Garda, nell’ultimo triennio sono stati 77 su 130, a Pergine centro più del 50% (nel Comune hanno raggiunto il 40%) e anche Trento virtualmente ha superato la fatidica soglia. «Rispetto a due anni fa – dice Carmelo Passalacqua, dirigente dei Servizi funerari di Palazzo Thun – le cremazioni sono in continuo aumento: dal 40% siamo arrivati al 45%. Il sorpasso in linea teorica è già avvenuto perché l’inumazione è anch’essa al 45% (sepoltura con sistema a rotazione, con durata minima di 10 anni, anche se la media è di 18 anni), poi c’è un 10% di sepolture private, cioè tombe di famiglia e loculi in concessione per 30 anni, rinnovabili». Con una determinazione della settimana scorsa, i Servizi funerari hanno deciso di aumentare l’impegno di spesa per le cremazioni di 60 mila euro, portando la cifra complessiva per il 2012 da 175 mila a 235 mila euro. Ma c’è un motivo specifico. «La spesa non è data solo dalla crescita dei cremati del 5%», continua Passalacqua. «Il grosso dell’impatto è dovuto alle esumazioni effettuate quest’anno per liberare l’area dove sarà realizzato il tempio crematorio. Nel cimitero di Trento le esumazioni ordinarie (per garantire la rotazione, ndr) hanno interessato il campo vicino alla chiesa, dove abbiamo liberato 200 fosse, tra primavera e autunno». [...] Nei cittadini si è fatta strada l’idea che la cremazione sia una scelta più ecologica, in termini di risparmio del territorio e per motivi igienico-sanitari. Un boom spiegabile anche con l’informazione. «Solo il fatto di parlare del tempio crematorio ha fatto aumentare la percentuale e credo che quando sarà in funzione arriveremo tra il 50% e il 60%, come a Bolzano. Nel 2013 ci sarà l’affido lavori e si prevede che la struttura sia pronta a fine 2015 – inizio del 2016».

    Catering, musica e proiettori per l’addio
    Una “scenografia” adeguata al momento dell’addio alla salma, con fasci di luce o sipari che si chiudono sulla bara che si avvia all’incenerimento. E, nell’attesa, una sala ampia, confortevole e attrezzata dove poter proiettare immagini della vita del defunto, ascoltare musica e – per chi lo desidera – organizzare un pasto o offrire un tè ai convenuti. L’arrivo del tempio crematorio rappresenterà un passo avanti di civiltà. Perché la qualità della vita, che vede Trento sempre ai primi posti, si misura anche dal rispetto per la morte e per i defunti. Ne è fermamente convinto il dirigente dei Servizi funerari del Comune, Carmelo Passalacqua, uomo colto che da sempre ha dimostrato una grande attenzione, sia in termini filosofici che umani oltre che tecnici, per la dignità che questo momento di passaggio richiede. «Oggi la cremazione è una cosa pietosa: dopo il cimitero, si scioglie il consesso dei parenti e la salma viene caricata sul mezzo che la riporta nelle camere mortuarie in attesa di carico per Mantova. I giorni di partenza sono lunedì e giovedì. Può capitare quindi che il corpo resti qui per tre giorni, in una stanza spoglia e senza nessuno che lo veglia. Poi viene trasportato a Mantova, in furgoni in grado di contenere 4 bare, dove nel 90% dei casi la cremazione avviene senza la presenza di parenti. Le ceneri ritornano dopo una settimana e si fissa la data della tumulazione o della consegna. Questo, a mio avviso, è un incenerificio, non un tempio crematorio. La nostra idea è di fare tutt’altro: una cerimonia appropriata, senza tempi di attesa. Con i congiunti che seguono il feretro fino al tempio, danno l’ultimo saluto nella sala del commiato e poi attendono l’urna delle ceneri guardando memorie filmate e ascoltando musica». Sono pochi i Comuni in Italia che hanno la gestione diretta dei funerali. Trento è fra questi. Dall’inizio della messa alla consegna dell’urna passeranno circa tre ore, ma tutto sarà contestuale. Potranno essere celebrati quattro funerali, due al mattino e due al pomeriggio (si partirà a metà mattina e non alle 6 come avviene in certi forni extraregionali), con orari sfalsati di una mezz’ora. Gli impianti per la cremazione, infatti, saranno due, ma la “sala del commiato” una sola. «Da lì la salma passerà nella sala tecnologica, dove ci sono le macchine. Ma vi sarà una scenografia adeguata, a significare la sacralità del momento. Dovremo decidere quale: a Bolzano c’è l’ascensore che porta al piano inferiore la salma, a Parma c’è un fascio di luce che avvolge la bara, in altri luoghi una tenda che fa una sorta di sipario. Il processo di cremazione dura 60-70 minuti, poi c’è il confezionamento dell’urna. In un’ora e mezzo viene consegnata ai parenti, che nel frattempo sono rimasti nella sala d’attesa. Sarà attrezzata con tutti i comfort: la musica, il proiettore, ho richiesto anche degli spazi dove posizionare dei tavoli. Guardo alle tradizioni nordeuropee: in Belgio si fanno portare un pranzo o un tè con i biscottti. In certe culture la morte è abbinata al mangiare assieme, anche se certi benpensanti storcono il naso. Tutto comunque va visto come un’opportunità, non certo un obbligo. Se in futuro il servizio verrà richiesto, ci sarà lo spazio necessario, ma è oggi che dobbiamo pensarci. Io non sono certo un ristoratore: potremo fare delle convenzioni con società di catering». Una volta consegnata l’urna, si va al loculo per la tumulazione, oppure a casa se si è decisa la conservazione nel proprio domicilio. E se qualcuno volesse disperdere le ceneri? «Nel cimitero ci sarà la facoltà di farlo nel giardino delle rimembranze. Ora si può solo in natura, in virtù di una legge che lo consente dal 2008». La cremazione è conveniente anche economicamente. «La struttura è finanziata dalla Provincia, dovremo quindi recuperare solo i costi vivi, il personale, l’energia e la manutenzione. Credo che staremo sotto i 300 euro, più o meno quello che si paga per l’inumazione. Si risparmierà sulla concessione (un loculo piccolo, che ospita anche 3 urne, costa 500 euro per 30 anni, rispetto ai 3 mila euro per 30 anni), e sul marmista».

    Ma Rovereto va in controtendenza: si ferma al 28%
    Solo Rovereto va in controtendenza: nel capoluogo della Vallagarina su 263 morti, 189 sono stati avviati a sepoltura e 74 a cremazione. Una percentuale del 28%, bassissima se si raffronta con quella degli altri principali centri provinciali. A Trento, dove vengono celebrati circa mille funerali l’anno, in un biennio la percentuale è salita dal 40% al 45%, raggiungendo quella dell’inumazione. Il 10% rimanente è invece riferito alle sepolture private (in tombe e loculi di famiglia). La previsione del Comune è che con il tempio crematorio a regime, si arrivi attorno al 50-60% di cremazioni. Attualmente sono in corso le esumazioni dai campi 9 e 10, dove sarà realizzato il tempio crematorio, che potrebbe entrare in funzione all’inizio del 2016. A Riva del Garda, che da Rovereto dista una manciata di chilometri, la situazione è diametralmente opposta: in tre anni sono state cremate 77 salme su 130, quasi il 60%. Da oltre un decennio l’amministrazione comunale infatti ha deciso di incentivare la pratica della cremazione in alternativa all’inumazione per ragioni ecologiche e sanitarie.

    Fonte: Trentino Corriere Alpi dell’8/12/2012

    Segnalazione di: I Trentini vanno su per il camino

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