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Discussione: Parleremo etrusco

  1. #1
    INVICTIS VICTI VICTURI
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    Parleremo etrusco



    Il Sarcofago degli sposi (600 circa a. C.) conservato a Roma, a Villa Giulia

    Gli studiosi del Cnr hanno messo a punto un dizionario di tredicimila voci: l’antica lingua svela i suoi segreti

    RAFFAELLO MASCI
    ROMA
    Unialastres. Questa parola, foneticamente così impegnativa, significa «da parte di Giunone per se stessa» e appartiene a una lingua non più misteriosa, ma ormai svelata: l’etrusco, il cui livello di conoscenza è ora così avanzato che dopodomani, presso l’Accademia dei Lincei, verrà presentato il Thesaurus linguae etruscae (Fabrizio Serra editore), un dizionario con 13 mila voci, affidato alla cura di Enrico Benelli dell’Istituto di studi sulle civiltà del Mediterraneo antico del Cnr. Il lavoro fa seguito a quello intrapreso dal padre nobile degli etruscologi italiani, Massimo Pallottino, che nel 1978 pubblicò un primo lessico del genere.

    Che cosa è accaduto nel frattempo? «È accaduto - spiega il professor Benelli - che le ricerche etruscologiche sono aumentate in quantità ma soprattutto in estensione territoriale. Mi spiego: prima della seconda guerra mondiale, la maggior parte dei reperti recanti iscrizioni provenivano dall’Etruria settentrionale (cioè le attuali province di Grosseto, Arezzo e Siena) e si riferivano all’etrusco più recente, quello cioè che va dal terzo al primo secolo avanti Cristo. Le indagini successive, invece, hanno consentito di recuperare molto materiale dall’Etruria meridionale (il Viterbese e parte dell’Umbria) con iscrizioni molto più arcaiche, dal settimo al quarto secolo. In sostanza abbiamo più testi e di periodi più antichi». Questo spinse Pallottino a redigere la prima edizione del dizionario che conteneva circa 8 mila lemmi, ai quali oggi se ne sono aggiunti altri 5 mila circa, raggiungendo una massa critica che consente di parlare - per la prima volta, forse - dell’etrusco come una lingua nella sostanza svelata.

    «In realtà - spiega Benelli - di questi 13 mila lemmi il 90 per cento è costituito da nomi di persona e, per il resto, da un lessico sacro o funerario, oppure legato alla produzione dei vasi. Tuttavia, ed è questo il vero punto di svolta, conosciamo ormai le strutture della lingua e il loro funzionamento, al punto che siamo in grado di individuare un verbo, o un aggettivo, o un altro elemento grammaticale, anche quando non ne conosciamo il significato».

    Inoltre è ormai chiarita del tutto la pronuncia dell’etrusco, un tempo controversa, grazie alle traslitterazioni greche e latine. Siamo quindi in grado di apprezzare il suono di questo idioma che ha smesso di essere parlato all’incirca verso la metà del primo secolo avanti Cristo, ai tempi - per intenderci - di Giulio Cesare, ed è sopravvissuto ancora un altro secolo ma solo come lingua liturgica, affidata a una casta sacerdotale residuale.

    L’imperatore Claudio (10 a.C. - 54 d.C.), che è stato un etruscologo ante litteram, studiava già l’etrusco come una lingua definitivamente morta (l’ultima iscrizione che ci è giunta risale all’epoca di Tiberio) al punto che lui stesso - per primo - ritenne opportuno raccoglierne il patrimonio in un dizionario greco-etrusco, di cui però abbiamo solo memoria ma nessuna traccia.

    Ma che cosa sappiamo, in estrema sintesi, oggi dell’etrusco? «Intanto - spiega Benelli - che è una lingua “agglutinante” (in cui cioè le parole sono costituite da più morfemi, ad esempio: uno indica il sostantivo, uno il numero singolare o plurale, uno il caso eccetera) a differenza di tutte le lingue europee dell’epoca e attuali. Poi che è una lingua non indoeuropea (e anche questo la distingue da tutte le lingue limitrofe) ma che ha con le lingue confinanti indoeuropee un forte sistema di scambi, specie con l’umbro e con il sabino. Infine che ha un alfabeto il cui numero di lettere varia nel tempo con un massimo di 24 caratteri che procedono dall’alfabeto greco».

    Infine sappiamo che ha lasciato traccia nel nostro parlare quotidiano, non per la C aspirata del toscano, come si è creduto per molto tempo, ma proprio perché deriva dall’etrusco una delle parole italiane più moderne: «satellite». A introdurla nell’italiano fu Galileo Galilei, il quale la prese dal latino satelles che significa «uomo di scorta», ma al latino giunse dall’etrusco zatlath in cui zatl è l’ascia e il suffisso -ath è un morfema che indica «colui che agisce». Il significato è dunque «colui che brandisce l’ascia», il «littore», l’uomo di scorta, per l’appunto. Il bodyguard, in qualche modo, è una parola etrusca, ancora tra noi.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Atlantideo Visualizza Messaggio
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    Ma che cosa sappiamo, in estrema sintesi, oggi dell’etrusco? «Intanto - spiega Benelli - che è una lingua “agglutinante” (in cui cioè le parole sono costituite da più morfemi, ad esempio: uno indica il sostantivo, uno il numero singolare o plurale, uno il caso eccetera) a differenza di tutte le lingue europee dell’epoca e attuali. Poi che è una lingua non indoeuropea (e anche questo la distingue da tutte le lingue limitrofe) ma che ha con le lingue confinanti indoeuropee un forte sistema di scambi, specie con l’umbro e con il sabino.

    Dunque Benelli smentisce nettamente le conclusioni di Georgieff e Pittau che vogliono l'etrusco un ramo anatolico dell'indoeuropeo.
    Come si vede, e come dicevo anche in altra discussione, gli Etruschi sono ancora avvolti in un fitto mistero, quindi massima prudenza nel valutare/sopravvalutare il loro ruolo.
    "C'era un Tempo in cui l'uomo viveva accanto agli Dei..poi la predicazione galilea ci porto' il deserto del nulla...e infine caddero le tenebre della modernità"



 

 

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