Tra gli aspetti più odiosi della riforma elettorale che approderà in Parlamento martedì 11 febbraio vi è, a nostro giudizio, il sistema di alti sbarramenti che – se non corretto rispetto alle prime proposte formulate – rischia di accentuare, invece di ridurre, il deficit democratico e la disaffezione popolare che hanno caratterizzato il precedente quadro legislativo bocciato dalla Corte costituzionale.
Un rischio non compensato dall’adozione di quella medesima logica maggioritaria, che sovrintende anche a questo progetto di legge, adottata da oltre vent’anni e propugnata dai suoi corifei proprio perché reputata più idonea a garantire la governabilità. Sulla fondatezza di questa ragione ci permettiamo di affidare ad una serena analisi storica di questi quattro lustri un compiuto giudizio di veridicità.
Ad animare paure e speranze dei soggetti politici è, tuttavia, la competizione elettorale che interesserà il prossimo 25 maggio 2014 il rinnovo del Parlamento europeo, prima prova generale dopo quel valzer di cocenti vittorie, imboscate presidenziali, sentenze giudiziarie, scissioni, decadenze, cambi di maggioranze e nuove leadership che hanno contrassegnato un convulso 2013.
Sebbene con impianto proporzionale e senza previsione di coalizioni, il sistema che regola l’elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento di Strasburgo evidenzia un’analoga criticità. In esso è infatti presente uno sbarramento che ammette all’assegnazione dei 73 seggi spettanti all’Italia soltanto le liste che conseguano, a livello nazionale, almeno il 4% dei voti validi espressi. Questa soglia (che presumibilmente verrà adottata anche dalla imminente riforma elettorale nazionale) è stata introdotta dalla legge n. 10 del 20 febbraio 2009 con l’intento – precisa il sito della Camera dei Deputati – di limitare la frammentazione della rappresentanza politica. Ci permettiamo di confutare la ratio di questa norma con due argomentazioni di carattere istituzionale e politico.
Nel caso di elezioni europee la previsione di uno sbarramento non può essere giustificato da ragioni di governabilità. È la Commissione europea infatti che, oltre ad essere l’organismo esecutivo dell’Unione europea, annovera tra le sue funzioni anche il diritto di iniziativa nel processo legislativo, un compito che a livello nazionale spetta invece, seppure non in regime di monopolio, alle assemblee parlamentari.
Il fatto che il Parlamento europeo eserciti un potere di emendamento sul contenuto degli atti normativi comunitari, esprima la sua approvazione sul Presidente della Commissione (designato, al pari degli altri commissari, dai governi degli Stati membri) ed abbia la possibilità di votare mozioni di censura nei confronti dei membri della Commissione non autorizza, tuttavia, ad assimilare il rapporto Commissione-Parlamento ad una tipizzata forma di governo parlamentare, dove, cioè, esecutivo ed assemblee elettive sono legati dall’istituto della fiducia e dove, quindi, la stabilità delle maggioranze è proporzionata alla stabilità di consenso di segmenti parlamentari omogenei al riparo da ricatti e pressioni di piccole formazioni. Tale argomentazione trova ulteriore fondamento se valutata alla luce della seconda considerazione di natura politica.
Prevedere una soglia di sbarramento al 4% non solo evidenzia dubbi di costituzionalità (pensiamo – benché riferito all’elezione delle Camere nazionali – al principio di uguaglianza del voto sancito dal secondo comma dell’art. 48 della Costituzione italiana), ma presenta una incredibile contraddizione funzionale finora non rilevata, per quanto ci consta, da politologi o costituzionalisti. Ci riferiamo alla assurda regola in forza della quale per una consultazione europea viene preso in considerazione il solo risultato nazionale e non quello complessivo su base continentale.
Se di sbarramento si deve proprio parlare, sarebbe più corretto che le modalità di accesso (o di divieto) ai seggi di Strasburgo dei partiti nazionali siano commisurate anche ai risultati complessivamente raggiunti dalle grandi famiglie politiche continentali alle quali essi si richiamano. In altre parole è assurdo impedire, ad esempio, ad un 2% di elettori socialisti italiani di avere una loro rappresentanza in Europa poiché al di sotto della tagliola del 4% e, al contempo, vedere duecento deputati socialisti di altri paesi formare uno dei più numerosi gruppi parlamentari europei.
Comparare il suffragio ricevuto da un partito in un singolo paese soltanto alla soglia di sbarramento “nazionale” non solo discrimina – poniamo – ecologisti, nazionalisti, liberali, euroscettici italiani rispetto agli omologhi elettori tedeschi, spagnoli o fiamminghi, ma presenta un grave vulnus ontologico (da nessuno ancora rilevato), stante la disparità operata su base nazionale in occasione dell’elezione di un’assemblea con composizione e competenze dichiaratamente sovranazionali.
La constatazione, inoltre, che la Commissione europea (Presidente e commissari) sia espressione dei governi dei rispettivi Stati membri e che, dunque, in essa non sia geneticamente presente alcun elemento di opposizione (benché, come detto, eserciti la funzione legislativa) rende non solo opportuno, ma essenziale che la composizione del Parlamento europeo recepisca e tuteli le variegate articolazioni socio-politiche ed ideologico-culturali dei diversi popoli continentali, la cui ricchezza e rappresentanza nell’emiciclo di Strasburgo possono fattivamente contribuire a quell’azione di emendamento e controllo dell’attività di una Commissione a vocazione “maggioritaria” e governativa.
Impedire con intenzionali sbarramenti di legge l’accesso al Parlamento europeo soprattutto a quelle forze politiche portatrici di opinioni ed istanze minoritarie conferma il carattere lobbistico, antidemocratico ed autoreferenziale di un ceto politico solerte a conformarsi al pensiero unico globalizzato che, di certo, non contribuisce a ridurre il solco di diffidenza e lo scollamento tra popolo e b(e)urocrazia.


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