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    Predefinito la speranza di rendere oneroso per le aziende italiane l'internazionalizzazione

    Day by day.

    Scritto da Uriel Fanelli

    Ho saputo all'inizio dell'anno della nuova legge che impone una tassa a non rendere(1) del 20% su tutte le transazioni che faccio verso un conto corrente personale in Italia. Per quello che ci faccio io, ho semplicemente deciso di incaricare un'agenzia di disbrigo di pagarmi le tasse, che ha un conto aziendale ed emette fattura , e tutto finisce li': a questo punto il conto personale in Italia non mi serve piu', e l'ho chiuso. Ma per chi e' un expat e intende inviare soldi in italia, di fatto rimane solo il Money Transfer.





    Siccome un money transfer richiede circa l' 8% , si risparmierebbe comunque rispetto al trasferimento SEPA (2) col 20% di balzello,e c'e' il vantaggio che il Money Transfer ti consegna del contante , quindi dopo quel che ci fai sono affari tuoi.


    Ovviamente la domanda e': perche'? Cioe', dal momento che per "scudare" i capitali basta pagare un 5% allo stato , che senso ha che per "scudare" un eventuale reddito si paghi il 20%?


    Il mio reddito e' gia' tassato in Germania, ed esiste un trattato di non duplicazione fiscale tra paesi UE, ovvero, oltre ad essere una violazione di Schengeh e del SEPA, (Single Euro Payments Area - Wikipedia, the free encyclopedia ) si configura anche come violazione di un accordo di non duplicazione fiscale.


    E' assolutamente ovvio che prima o poi l' Italia si becchera' un bel multone europeo per questa roba, e sara' anche costretta a restituire il maltolto: sono troppi gli accordi spezzati da un provvedimento del genere. Ma quando l'ho saputo, la domanda che mi sono posto e' stata un'altra:


    Quanto puo' resistere ancora un paese ridotto a questi mezzucci?
    Quanto manca ad una patrimoniale con prelievo forzoso?




    La domanda non e' retorica, non appena la mettiamo nella giusta prospettiva.


    Partiamo dall'ipotesi che si tratta di rimesse, cioe' di un provvedimento che colpisce soldi che arrivano verso un conto personale. Non si parla di aziende. Anche tassando il 20% , il volume di questo provvedimento cuba qualche decina di milioni di euro. Una cifra irrisoria, se paragonata allo sforzo esercitato per ottenere quei soldi.


    • Si e' dovuta fare la legge, e poi attendere che le banche la attuassero tecnicamente.
    • Si sono dovuti istruire i centri di riscossione, i tribunali (per eventuali ricorsi) , si sono dovuti stampare e distribuire dei moduli.
    • I soldi rimangono ALLE BANCHE sino a quando non finisce la procedura - non ancora definita - per decidere che quelli siano redditi.




    Ora, vista la cubatura totale del flusso, i casi sono due : o si intende risolvere un problema serio e grave, oppure si fatica nel sostenere flusso di cassa "day by day".


    Di per se', le rimesse non possono essere un problema. Essendo soldi guadagnati all'estero , cioe' eventualmente a carico del welfare straniero, si tratta di un guadagno netto sul mercato locale. Quando avviene in euro la colorazione "forex" e' neutrale, nel senso che non cambia gli equilibri nelle riserve.

    Se avviene in altre monete, come sterline, dollari, franchi svizzeri, ed altri, ha un effetto POSITIVO sulle riserve di valuta estera.


    Stabilito che non sia questo il problema, possiamo ipotizzare un solo caso (diviso in sottocasi) in cui questo sia un problema:


    1. Il caso in cui si tratti di un'azienda italiana che si e' mossa all'estero e paga dall'estero i dipendenti che vivono in Italia.
    2. I casi di aziende straniere che assumano lavoratori italiani per lavorare "da remoto" e li pagano dall'estero.
    3. Il caso in cui partite IVA con conti personali lavorino per aziende straniere, sotto forme indirette quali consulenze, crowdsourcing, procura, provvigioni, ed altro, senza ricoprire la veste di agente in italia.




    Nel primo caso vengono in mente i transfrontalieri, ma se avete un contratto di lavoro con un'azienda straniera, tipicamente avete anche un conto corrente all'estero. Se mia moglie vivesse in Italia e dovesse vivere col mio stipendio tedesco, dopo questa tassa non farei altro che richiedere una carta di credito per lei, da usare in Italia per prelievi e acquisti e aggirerei con enorme facilita' la norma. Allo stesso modo, quello che faranno adesso i nostri lavoratori italiani di aziende spostatesi all'estero sara' di farsi una carta di credito che consenta il prelievo di contanti all' ATM, e darla alle famiglie in Italia, o tenerla per se qualora fisicamente risiedano in Italia.


    Idem per aziende straniere che assumano lavoratori italiani per fare dumping. Procurare loro una carta di credito con cui aggirare la norma sara' semplicissimo, se pensate che all'estero le HR sono abituate a discutere di benefit che vanno da cellulari ad automobili ad assicurazioni sulla salute: questa volta apriranno tutti i conti dei dipendenti nella stessa banca, e nel pacchetto avranno anche una carta di credito per loro.


    Il terzo caso e' analogo, con la differenza che alla nostra partita IVA italiana che fa questo si chiede di aprire un conto Online e farsi dare una carta di credito abilitata al prelievo di contanti sugli ATM. Niente di che, rispetto alla complicazione fiscale di un reddito italiano.


    Quindi, se si trattava di fermare un problema di lavoratori italiani che risiedono in Italia ma lavorano (da remoto o meno) per aziende straniere, la norma e' completamente inefficace, ed e' difficile che i tecnici del ministero non lo sappiano.


    C'e' pero' un'ultima possibilita':


    In questo momento, il cash flow dello stato e' cosi' problematico che esso fatica anche con il day by day.
    In questo caso, anche uno, due milioni di euro "cash" sono una boccata di ossigeno.



    Sicuramente ci saranno altre nuove tassette da qualche milione di euro in quasi tutti i settori. Robine piccole, che non finiscono sui giornali. Ma la domanda e' sempre quella: quanto difficile deve essere il day by day , per rendere indispensabili delle minchiatine che di per se' renderanno pochi milioni di euro , e solo per qualche mese? E quanto tempo passera' ancora, prima che si debba ricorrere a prelievi forzosi e patrimoniali enormi?


    Moltissimi expat , me compreso, avevano lasciato il proprio CC in Italia, "declassandolo" a "conto per l'estero" (un altro assurdo, visto il SEPA e visto Schengen) , perche' "puo' venire comodo", "non si sa mai", "magari serve per pagare tasse e minchiatine". Adesso, ovviamente stiamo andando a chiuderlo. Non conosco un solo Expat che non stia chiudendo il conto, tranne coloro che devono pagarci un mutuo e sono vincolati a tenerlo aperto (per il quale la banca si guardera' bene dal prelevare il 20%, a meno che non vogliano ottenere maggiori sofferenze sui mutui).


    Le aziende straniere che avevano assunto italiani adesso si trovano ad avere una ragione in piu' per "tirarseli a bordo" all'estero, i frontalieri hanno un motivo in piu' per spostare il conto oltreconfine e girare coi contanti, e cosi' via. Cosi', la domanda e': QUALE "day by day" e' difficilissimo?


    Possiamo fare TRE ipotesi:


    1. Dopo il SEPA, il business del money transfer e dei circuiti come Swift e' in pericolo. Si tratta quindi di un pompino a qualche lobby, o quella dei money transfer o quella di Swift. O quella delle carte di credito.
    2. I soldi vengono trattenuti DALLA BANCA sino a quando non si dimostra ad equitalia che non si tratti di reddito. Si tratta quindi di un pompino alle moribonde banche italiane, mi riferisco alle medie e alle piccole.
    3. Esiste una mostruosa quantita' di aziende italiane che riaporono all'estero tenendo i dipendenti in Italia. In questo caso, ne va dalla sopravvivenza fiscale dello stato.


    Sulla prima ipotesi ho forti dubbi. I Money Transfer lavorano poco intraUE, e Swift e' usato molto poco dai privati, se non quasi per nulla. Qualche migliaio di carte di credito non sono un gran pompino, visti i volumi in gioco.


    Sulle banche ho dubbi, ma meno forti. In questo periodo tutti i giornali italiani parlano di quanto si caghino sotto le Sparkasse degli stress test , ma non vi dicono come MPS li passera', e come li passeranno le medie e piccole banche italiane. Inoltre, LTRO incombe. Le banche italiane , sebbene continuino a vantare - per mezzo di giornali che possiedono - uno stato di salute eccellente, sono come il porco a dicembre.


    Ma queste cifre non bastano a salvarle. Anche giocando a "un po' di qui, un poco di la' ", con 7 miliardi da Bankitalia , la cifra raccolta con questo provvedimento non e' rilevante. E durera' poco, producendo anzi la chiusura di molti conti privati di italiani all'estero.


    Rimane l'ipotesi numero tre. Se questa ipotesi e' vera, allora c'e' un FORTE problema di aziende italiane che si spostano, e una percentuale fiscalmente rilevante delle aziende che chiudono in realta' consiste in aziende che si muovono oltreconfine. Se le cose stanno cosi', la domanda "quanto tempo possono durare ancora" e' del tutto pertinente.


    Lasciamo perdere la quantita' di aziende che si sposta tout-court all'estero. Il loro numero si perde nelle aziende che "chiudono" e non si sapra' MAI quali si siano spostate e quali abbiano davvero chiuso. In assenza di numeri, qualsiasi cosa e' ok.


    Poi ci sono le aziende che fanno nuovi investimenti, che magari assumono, ma per i NUOVI investimenti decidono di aprire filiali all'estero. Qui siamo a dimensioni diverse, e possiamo avere qualche abbozzo di numero.


    Ci aiuta il buon Wolfram Alpha ( ital export - Wolfram|Alpha ) , e notiamo questo:






    come notate, nel 2011 c'e' stato una specie di "picchetto" di export, che poi sta rientrando. La volatilita' annua nel 2013, (se leggete tutto il report) e' del ~6%. Tra marzo ed ottobre del 2013 , l'export e' sceso da 476 miliardi a 440 (mentre i giornali italiani gridavano alla "luce alla fine del tunnel") , anche se NON si e' notato un calo del 6% delle importazioni nei paesi principali clienti dell' Italia. Strano, eh?

    Non voglio polemizzare tanto sul fatto che i politici vi parlavano di "luce in fondo al tunnel" mentre l'export calava, dicendovi che l'export stesse aumentando. Questo e' un problema vostro che li votate. Qui stiamo parlando di soldi.


    Com'e' che gli altri comprano allo stesso modo ma voi vendete meno? Risposta: unita' produttive all'estero.



    Guardiamo adesso questa tabella:




    Nella tabella piu' in alto notate diversi numeri che mostrano una cosa molto semplice: sebbene muovano moltissimo, le aziende italiane hanno un reddito piuttosto basso rispetto al volume di PIL, e il "exports as a capacity to import" e' quanto di quell'esport vale, se confrontato con gli indici inflattivi dei prezzi. Insomma, le aziende italiane hanno un enorme vantaggio nell'andare a produrre all'estero, e a giudicare dai numeri di "net income from Abroad", ne hanno un enorme BISOGNO.


    Se osservate "export partners fractions", osservate bene DOVE alle aziende italiane convenga aprire nuove unita' produttive: Germania, Francia, Spagna, UK e USA alla fine.

    Questa tassa nasce nel TERRORE che le aziende italiane esportatrici spostino la produzione (e le assunzioni) all'estero, lasciando solo uffici di rappresentanza in Italia per mantenere il "made in Italy".

    Sinora era una cosa che succedeva solo quando l'azienda veniva comprata da stranieri: per tenere il "mAde in Italy" lo straniero lascia la sede sociale e amministrativa qui, ma fa il grosso del lavoro fuori, lasciando magari un ultimo passaggio per soddisfare le regole sul marchio. Con Schengen eravamo al secondo livello, in cui l'azienda puo' assumere dipendenti italiani con contratto straniero e versare direttamente nel loro conto in banca. Il passaggio che si vuole impedire.

    Ma ora, col sEPA, si apre una prospettiva tremenda: che siano le stesse aziende italiane a muoversi all'estero, offrire contratti a tempo indeterminato dalla filiale estera - che per l'italiano precario sembrera' sempre una manna - ed eludere cosi' il fisco italiano.


    Il primo passo di un'azienda italiana che apre una filiale produttiva all'estero e' quello di creare la ragione sociale straniera e mandarci lavoratori in trasferta. Lo know-how, anche assumendo ottimi elementi in loco, va preservato. Poi, la seconda fase e' di chiedere ai quadri e ad altre figure lavorative, piu' avvezze al cambiamento ed al rischio , e all'internazionalizzazione, di andare a lavorare nell'altra filiale. Eventuali maestranze vengono mosse in trasferta con costi notevoli e problemi fiscali (183 giorni nella UE) o di visto (in USA il visto per business non e' eterno e non si puo' lavorare) .

    l'ultima fase e' il "chi e' dentro e' dentro, chi e' fuori e' fuori", ove si promettono - tipicamente a chi lavora in loco con contratti precari - assunzioni a tempo indeterminato se ci si sposta all'estero.


    Nel periodo intermedio, cioe' nella fase di operativita' che precede l'entrata in linea della sede straniera , i costi sono fondamentali, ed una mossa simile sembra concepita per colpire le aziende nella fase in cui cercano di avere dipendenti italiani pagati da sedi straniere.


    E allora, possiamo fare un'ipotesi numericamente consistente. Con un 6% di volatilita' , una crisi del credito in italia ed una massa di precari che sono disposti a spostarsi se vengono anche regolarizzati, o ad accettare contratti stranieri se a tempo indeterminato, lo scopo della mossa e' facile da intuire :

    Questa mossa e' una mossa disperata, nella speranza di rendere oneroso per le aziende italiane l'atto di internazionalizzarsi tenendo in casa lo know-how, ovvero facendo contratti di lavoro stranieri a dipendenti italiani.





    se questo e' vero, e la mossa cuba quindi (al massimo) le revenue fiscali di 13 miliardi di euro, significa che il governo italiano ha problemi di cash flow attorno ai 7 miliardi di euro , il che significa, essenzialmente, che ha difficolta' col day by day.


    In sintesi, cioe', e' solo questione di tempo, probabilmente aspetteranno le elezioni europee per evitare catastrofi, e poi arriveranno la patrimoniale e/o un bel prelievo forzoso sui conti.


    Quando si arriva a questi provvedimenti, l'acqua e' gia' alla gola, e ci si dispera di riuscire a tenere in piedi il quotidiano: ci sono dubbi, cioe', di reggere il "day by day".



    Uriel




    (1) E' eterna. Anche se dicono che poi verra' restituita , non succedera'.Di fatto per sbloccare quella cifra dovete convincere equitalia che quello non sia un reddito. Per farlo avete bisogno di uno stampato. Lo stampato attuale permette solo di inserire affermazioni sul peso specifico delle palle del rinoceronte, potete discutere sul libero arbitrio delle nutrie nell'apposito riquadro. Inoltre c'e' un test di cucina tibetana e altre cose che NON permettono di dimostrare che non sia un reddito. Quindi, di fatto se li terranno.



    (2) Mi chiedo perche' cazzo l' Italia abbia aderito al SEPA, se poi piazza roba del genere sui conti correnti dei privati.


  2. #2
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    Predefinito Re: la speranza di rendere oneroso per le aziende italiane l'internazionalizzazione

    La Fiat assesta un colpo all’orgoglio dell’Italia

    DI PABLO ORDAZ
    – 17 FEBBRAIO 2014PUBBLICATO IN: SPAGNA
    TRADUZIONE DI ITALIADALLESTERO.INFO

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    Per vedere una Vespa a Roma bisogna rifarsi a quella guidata da Gregory Peck con Audrey Hepburn, insieme ai manifesti colorati (si è mai vista una tale eresia? ) che vendono i pachistani nei dintorni della Fontana di Trevi o del Colosseo, anche loro testimoni di un paese che crolla. L’Italia che in questi giorni guarda con preoccupazione alla fuga della Fiat (non esiste metafora più dolorosa della caduta dell’impero industriale italiano) aveva già deciso da molto tempo che i motorini giapponesi, con le ruote più grandi e i prezzi più bassi, sono più affidabili quando si tratta di fronteggiare quotidianamente la pazzia del traffico.
    Per questo motivo, sommerso fino al collo dalla piena della globalizzazione, Donato Costa, 59 anni, esodato, padre di un giovane laureato disoccupato e zio di un’ingegnera che è dovuta emigrare in Germania, assicura che la fuga della Fiat non è un problema di sentimenti nè di patriottismo ferito. “A me – dice mentre aspetta nella stazione Termini un treno ritardato dal temporale – non importa molto che la nuova sede sia in Olanda, che paghi le tasse in Inghilterra o che sia quotata a New York. Quello che veramente mi preoccupa è che per mantenere gli stabilimenti che rimangono qui ci obbligano a essere pagati come polacchi.”
    E’ molto curioso che domandando quà e là, leggendo un po’ i giornali, praticamente nessuno attribuisce tutta la colpa ai manager della Fiat, né a John Elkann, l’erede di Gianni Agnelli nato a New York, né a Sergio Marchionne, l’amministratore delegato italocanadese nemico delle cravatte, sulla decisione di andarsene. La fusione con la Chrysler consolida il gruppo come il settimo costruttore mondiale di automobili, e davanti ad opportunità così, nessuno si sarebbe aspettato che i padroni del capitale avrebbero esitato a spezzare una storia che era iniziata nel 1899 con la nascita della Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT) o che ringraziassero lo Stato Italiano di tutti i soldi spesi per salvare gli stabilimenti in decadenza.
    Pertanto il problema più grave non è che ora la FIAT abbia cambiato il nome in FCA (Fiat Chrysler Automobili) e nemmeno che in tutto ciò risparmierà una bell’ammontare di tasse come avviene per le più grandi aziende tecnologiche. La cosa più preoccupante è che, invece di rappresentare la spinta, l’innovazione, il gusto e addirittura l’azzardo di un paese che un tempo era disposto a mangiarsi il mondo, si sia trasformata nel simbolo di un tessuto sociale in costante liquidazione. Il trasferimento della FIAT, oltre ad essere un brutto colpo per il patrio orgoglio, ha messo gli italiani di fronte a uno specchio che restituisce loro un’immagine terribile.
    “Il nostro vero problema” scriveva giovedì sul Sole 24 Ore Luigi Zingales, professore di finanza all’università di Chicago “ non è che la FIAT voglia trasferirsi all’estero, ma che molte aziende seguiranno il suo esempio e, soprattutto, che pochissime vogliano fare il contrario (…)
    Ma non solo le imprese. Solo nel 2013, 9.000 giovani laureati hanno lasciato l’Italia, e quanti ne sono venuti? Le università degli Stati Uniti sono piene di ricercatori italiani (si parla di circa 15.000) e lo stesso vale per l’Inghilterra e addirittura la Spagna. Quanti stranieri ci sono nelle nostre università?”. Le parole del professor Zingales, che purtroppo possono applicarsi anche alla Spagna, si chiudono in un cerchio sconfortante. “Lo stesso discorso vale per i manager. Sei delle dieci più grandi aziende non finanziarie inglesi hanno un amministratore delegato straniero. In Italia nessuna.
    L’unico settore che sembra disposto ad attrarre stranieri di talento è il calcio. Se il nostro paese attrae solo disperati e chi non ha la fortuna di poter scegliere, la nostra rabbia non può rivolgersi contro la FIAT, ma contro noi stessi per aver tollerato (se non favorito) un sistema economico che premia i peggiori ed esclude i migliori”. Le preoccupazioni non finiscono qui. La fuga della FIAT, la stessa che Elkann e Marchionne definirono “un passo storico”, è stata ufficializzata mercoledì scorso, anche se la vera notizia, la pericolosa miniscrittina, non ci sarà fino a maggio. Allora, quando Elkann e Marchionne renderanno pubblico il nuovo piano del gruppo e, di conseguenza, il destino dei sei stabilimenti italiani e delle loro migliaia di operai. A nessuno viene da dire che, al margine delle fusioni strategiche o delle operazioni per pagare meno al fisco, c’è un dato terribile: nel 2013, gli stabilimenti FIAT in Italia, con una capacità produttiva di un milione e mezzo di veicoli l’anno, ne producono solo 400.000, dei quali se ne sono venduti solo 340.000. Nel 1990 si producevano quasi due milioni di auto. Le perdite 2013 ammontano a 911 milioni di euro.
    “Questo è solo l’inizio” afferma Donato Costa, “la FIAT cesserà di essere italiana come non lo sono più altre aziende di punta. E importiamo addirittura l’olio! Per 20 anni siamo stati molto presi dal gioco della politica, senza renderci conto, o senza che volessimo rendercene conto, del fatto che il paese stava cadendo a pezzi. Ora, a forza di colpi, ci stiamo svegliando, ma quello che chiamavamo “il bel paese” non esiste più. Quell’epoca felice è ferma in una foto in bianco e nero.”
    (pubblicato il 1° febbraio 2014)

  3. #3
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    Predefinito Re: la speranza di rendere oneroso per le aziende italiane l'internazionalizzazione

    Questi idioti sinistrati sono rimasti alla creazione della ricchezza per decreto.

    In un mondo globalizzato se non sei competitivo fallisci e basta.

    A prescindere che si tratta di uno stato o di un'impresa.

 

 

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