Trattati Europei bocciati anche dal Fmi. Che aspettiamo a rinegoziare?
tumulti degli ultimi giorni rischiano di nascondere notizie realmente importanti e preoccupanti. Mentre in Italia si riaccende l’antica faida tra pisani e fiorentini, il Fondo Monetario Internazionale –tramite voce di uno dei suoi dirigenti- dichiara in un rapporto ufficiale che il trattato di Maastricht non tiene conto di alcuni elementi fondamentali per garantire solidarietà e benessere in Europa. Alla faccia del “morire per Maastricht” del Buon Letta. Che la validità di un Trattato fondamentale per l’impianto europeo venga messa in discussione dal Fmi è preoccupante, anzitutto perché fino a poco tempo fa si difendevano i trattati europei senza se e senza ma. Una volta firmati divenivano “libri sacri” intoccabili e incorreggibili. Ebbene oggi sappiamo che non è così: nello specifico sappiamo che il Trattato di Maastricht non teneva conto – ha detto il responsabile del Fmi – degli squilibri privati e di competitività tra stati. Su “Il Foglio” Marco Valerio Lo Prete incalza: “ Il vero brusco incontro del Trattato di Maastricht con “la realtà” c’è stato all’inizio degli anni 2000, quando le regole sul tetto al rapporto deficit/pil furono “sospese” per Francia e Germania senza colpo ferire. Allora mercati e governi hanno capito che quelle erano al massimo delle linee guida, più che regole vincolanti”. Ma se sono solo “linee guida” perché quando si mettono in discussione si finisce per esser tacciati di eretismo? Perché l’Italia non può concedersi “il lusso” di sfiorare dai parametri messi in dubbio dal Fmi, dichiarati “non più attuali”, come d’esempio francese e tedesco?
Permettetemi una parentesi: staremo a vedere come il furbacchione di Firenze si muoverà in questo senso. E’ memoria comune il suo “assurdo” per descrivere il vincolo europeo del 3%. Avrà il coraggio di chiedere una revisione dei trattati per sbloccare risorse da investire per il Paese? Chissà, per ora sembra interessare solo il volto del nuovo Ministro dell’Economia, più che una strategia economica.
Del resto poi è storia. I trattati europei non funzionano. Oltre al Fmi lo certificano Eurostat, gli studi di Bank of England, ne ha parlato Shinzō Abe a Davos. Insomma, voci e studi autorevoli. E i dati? Il quadro che emerge dal Bollettino mensile della Bce è deprimente. Anche per quest’anno la disoccupazione resterà alta fra i Paesi dell’Unione. Almeno del 12,1%, un record tutto negativo. Dovrebbe iniziare a calare all’11,7 percento soltanto nel 2015 e all’9,6% nel 2018. Per amor di chiarezza, in Gran Bretagna il tasso è al 7%. Noi dovremo aspettare almeno dieci anni prima di arrivare al punto in cui Londra si trova già oggi. Dieci anni in cui milioni di persone resteranno a spasso, senza occupazione, gravando sul welfare degli Stati amplificando gli squilibri interni tra essi. Ottime prospettive.
“Il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato in maniera particolarmente marcata nei paesi soggetti a tensioni di mercato – si legge nel bollettino – portandosi nel 2013 su valori compresi fra il 50 e il 60 per cento in Grecia e in Spagna e raggiungendo livelli prossimi al 40 per cento in Italia, Portogallo e Cipro e al 30 per cento in Irlanda”. Le notevoli differenze fra paesi mostrano chiaramente come la disomogeneità delle politiche occupazionali favorisca taluni paesi rispetto ad altri. “In Austria e a Malta l’incremento è stato moderato e in Germania si è persino registrato un calo”. – dice ancora la Bce. Una moneta comune spartita tra paesi che mantengono politiche fiscali differenti è una catena dalla quale è difficile liberarsi. Anzitutto perché le situazioni degli Stati, essendo differenti, non permettono una “standardizzazione” né immediata né nel medio - lungo termine. In secondo luogo giochiamo una partita truccata. Mentre all’Italia non è permesso sforare i vincoli di bilancio, Francia, Spagna e Germania sono soliti non considerarli. Certo, alla Germania va riconosciuto il merito di aver anticipato alcune riforme del mercato del lavoro che qui in Italia ancora sogniamo, ma non si può far due pesi e due misure. Altrimenti si finisce nel circolo vizioso dell’Eurostagnazione, in cui pochi Paesi (Germania in primis) sembrano guadagnare dalla crisi degli altri, che restano vincolati a recessione e disoccupazione per i restanti dieci/quindici anni. Non è difficile immaginare che i primi abbiano interesse a speculare sui secondi, specialmente se tra questi “poveracci” ci sta un Paese che fino a poco fa era attestato tra i più competitivi del mondo (leggi: Italia). Quali vantaggi può trarre la Germania dalla nostra recessione? L’Italia era la prima potenza industriale d’Europa, oggi superata alla grande dalla Germania. Un caso? Sarà. E’ il mercato bellezza. Eppure i dubbi sorgono.
Difendere i Trattati ormai è politicamente scorretto, ma la nostra classe dirigente non lo vuole capire. O quanto meno, non riesce a capirlo. Saccomanni, ancora –ahìnoi- Ministro dell’Economia non perde attimo per dire che i patti vanno rispettati, i vincoli non si possono sforare, e cerca di giustificare queste affermazioni con la bufala della ripresa europea. Ripresa smentita dai dati. I Paesi Emergenti viaggiano su crescite medie del 5%. Poi ci sono i Paesi industrializzati (Usa, Giappone, Gran Bretagna, etc) che presentano crescite apprezzabili. Infine noi, Eurozona, con l’andamento del PIL nettamente più depresso. L’Italia poi ha un record negativo straordinario rispetto agli altri: un misero 0,1%.
Già da questi dati appare chiaramente che l’Eurozona non è affatto in ripresa, ma anzi, si certifica il fatto che l’Europa ha smesso di essere uno dei motori del mondo. Negli ultimi tre anni, l’Eurozona ha perso quasi sette punti di Pil in confronto agli Stati Uniti, e 4-5 su Giappone e resto dell’Europa Occidentale che non adotta l’Euro.
E’ quindi evidente che l’intera struttura europea sia da rivedere, specialmente la struttura monetaria e bancaria, valutando uscite dall’euro in caso di sordità dinnanzi a richieste di rinegoziazioni , ma soprattutto occorre avere un idea chiara del perché l’Europa, fin oggi, non ha funzionato. Occorre che la classe dirigente (possibilmente eletta, o è chiedere troppo in democrazia?) si riappropri di una progettualità persa, senza la quale non possiamo presentarci in Commissione Ue a chiedere, o meglio pretendere, alcunché. Altro che Leopolda.
O cambia tutto o fuori dall`Ue | Europa | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale