D' ANNUNZIO Il mio inno alla Serbia
DOCUMENTI NEL 1915 IL VATE, SOLLECITATO DAL DIRETTORE LUIGI ALBERTINI, SCRISSE PER IL "CORRIERE" UN' ODE IN DIFESA DELLA NAZIONE BALCANICA. CHE ANTICIPA I CONFLITTI ATTUALI
D' ANNUNZIO Il mio inno alla Serbia
La passione per un popolo che si sacrifico' per difendere il "Cossovo" dagli ottomani
----------------------------------------------------------------- DOCUMENTI Nel 1915 il Vate, sollecitato dal direttore Luigi Albertini, scrisse per il "Corriere" un' ode in difesa della nazione balcanica. Che anticipa i conflitti attuali D' ANNUNZIO Il mio inno alla Serbia La passione per un popolo che si sacrifico' per difendere il "Cossovo" dagli ottomani "Tieni duro, Serbo!... Se pane non hai, odio mangia; se vino non hai, odio bevi; se odio sol hai, va sicuro". Gardone Riviera, novembre del 1915. Da poco piu' di cinque mesi l' Italia e' in guerra con l' Austria. Sul Carso e sull' Isonzo l' esercito guidato da Luigi Cadorna ha gia' subito gravi perdite. Gabriele d' Annunzio e' tornato dall' esilio volontario in Francia per spingere "l' Italietta meschina e pacifista" ad abbandonare la sua iniziale neutralita' . Ora ne vuole diventare il poeta - soldato. Alla villa del Vittoriale, d' Annunzio e' impegnato su due fronti: di giorno intrattiene Melitta, la focosa amante del momento, di notte si siede alla scrivania per comporre un' ode commissionata all' inizio del mese dal direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini. Sul diario confessa i suoi turbamenti di intellettuale angosciato da "un tremendo tedium vitae": "Penso ai Serbi e a Marco Cralievic. Onde liriche... Il rombo del cannone e' lontano. La vita energica e' laggiu' , come dileguata da me per sempre. Ho sotto mano i canti epici serbi: "S' alzo' di Cossovo una fanciulla / s' alzo' per tempo in di' di domenica / Domenica, prima del chiaro sole...". I versi che fanno sognare d' Annunzio sono i "Canti popolari illirici" del Tommaseo. Il Cralievic che lo affascina e' il celebre eroe medievale serbo, simbolo della resistenza contro l' invasore straniero. E il Cossovo che turba le notti del Vate e' la terra sacra alla coscienza serba: e' li' che, nel 1389, l' intera nobilta' serba si era sacrificata in battaglia nel tentativo - fallito - di fermare l' esercito ottomano, cambiando per sempre la storia dei Balcani. Il 16 novembre d' Annunzio termina di scrivere la poesia.E' lunga, ricca di riferimenti mitologici. E molto patriottica. S' intitola "Ode alla Nazione Serba" e leggerla oggi, a 84 anni dalla sua pubblicazione sul Corriere (avvenuta il 24 novembre), significa riaprire un capitolo dannunziano finito dimenticato, ma piu' che mai attuale: la sfrenata passione del Vate per la Serbia, vista come piccola nazione eroica alla quale la Storia ha riservato solo ingiustizie, e per il Kosovo, che ne rappresenta il cuore emotivo. Tanto che, negli anni successivi, d' Annunzio si mise anche a capo di un "Comitato per l' indipendenza del Cossovo" che - quanto a irredentismo filo - serbo - sembra uscito dalla propaganda di Slobodan Milosevic. Oggi l' Italia si commuove davanti alla tragedia dei profughi albanesi cacciati dal Kosovo. Ma in quell' autunno del 1915, agli inizi di una guerra che si era gia' rivelata difficile, l' Italia parteggia per la piccola Serbia, vittima dell' Austria. Tanto che l' ode di d' Annunzio viene pubblicata accanto a un reportage dell' inviato Arnaldo Fraccaroli e intitolato "Gli strazi della Serbia invasa". Sono, anche se visti in modo rovesciato, gli stessi strazi delle cronache di oggi. I luoghi evocati da d' Annunzio - e dal giornalista Fraccaroli - sembrano tratti dalle corrispondenze di guerra di questi giorni. C' e' la Macedonia, ci sono Uzice e Ralia, "Scoplia" (Skopje) e le cime del Banovo Berdo. C' e' anche la "bianca Belgrado", che di li' a pochi giorni sarebbe stata conquistata dagli Imperi Centrali. Per d' Annunzio e' proprio l' Austria il nemico mortale dal quale si deve guardare "l' Impero dei Latini", sognato dal poeta come un' unica nazione che unifichera' il Mediterrano e i Balcani sotto la guida di Roma. Per il momento, tuttavia, incombe l' amara realta' del conflitto. E gli austriaci vengono descritti cosi' : "Il boia d' Asburgo, l' antico / uccisor d' infermi e d' inermi, / il mutilator di fanciulli / e di femmine". L' espressione pulizia etnica non era ancora stata inventata. Ma le accuse di ferocia nei confronti delle popolazioni civili sono le stesse che oggi la comunita' internazionale rivolge a Milosevic. Il quale e' andato al potere nel 1992 proprio evocando le tre tragedie serbe: la battaglia del Kosovo che porto' alla dominazione ottomana, la sconfitta nella prima guerra mondiale e le persecuzioni subite durante il nazismo. Revanscismo. Nazionalismo. Celebrazione delle sconfitte. Perche' tutto, nei Balcani, si ripete e si intreccia. E nulla si perdona, anche se e' avvenuto secoli prima. Cosi' , d' Annunzio incita i serbi a "tener duro" contro gli austriaci in nome di quel Marco Cralievic che teneva duro contro i Valacchi. E, pochi anni dopo, quando il poeta occupa Fiume, tra i suoi legionari ci sono diversi serbi, che gli restituiscono il favore. L' ode dannunziana segna gli inizi di quell' asse italo - serbo che, secondo alcuni osservatori, non e' mai venuto meno. Poche settimane dopo, tra il dicembre 1915 e il febbraio 1916, la nostra Regia marina porta in salvo in Italia 200 mila soldati serbi in rotta dagli austriaci. Ma nella sua ode il Vate prevede nuove guerre: "In Cossovo teco i Latini / combatteranno domani / sotto il gonfalone crociato". Purtroppo la Storia gli ha dato ragione. di RICCARDO ORIZIO ----------------------------------------------------------------- "Pioveranno palanche" Una poesia da tremila lire La sua firma prestigiosa veniva pagata a peso d' oro Cosi' si salvo' dai debiti Con il "maggio radioso", come d' Annunzio battezzo' la sua campagna per l' intervento dell' Italia nella Grande guerra, il compito del Vate dovrebbe considerarsi quasi concluso. La propaganda bellica, se mai, si sarebbe giovata delle sue straordinarie doti oratorie, ma non si poteva supporre che d' Annunzio fosse decisissimo a combattere. Non solo il governo mira a non farlo combattere, anche Luigi Albertini, direttore del "Corriere della Sera", sollecita d' Annunzio a fare la guerra con le parole e non con le armi. Proprio a lui si deve l' ingresso di d' Annunzio in grande stile nel "Corriere". Nella veste ricattatoria di curatore del fallimento che ha costretto il Vate all' espatrio (sommerso dai debiti, nel 1910 ripara ingloriosamente in Francia), Albertini ha avuto buon gioco nell' accaparrarsi il collaboratore d' eccezione che appunto gli consegnera' a cadenza settimanale le "Faville del maglio". Mille lire al brano: l' alto compenso e' senza precedenti e salira' a duemila lire quando con la guerra di Libia, fra il 1911 e il 1912, d' Annunzio scrive per il "Corriere" le "Canzoni di getta d' Oltremare". + del resto conveniente strapagare quei versi. Grazie alla firma prestigiosa la tiratura raggiunge le 700.000 copie e talora le supera sfiorando il milione. Non possono, ora, dopo che il "Corriere" ha appoggiato l' intervento, mancare i versi del Vate. Che invece rilutta: si dice risoluto a comporre la sua opera piu' bella "non con le parole ma con le vite umane". Insiste: "non scrivero' finche' non avro' avuto il battesimo del fuoco", e intanto si appresta a volare su Trento e Trieste. Albertini alza allora la posta e offre tremila lire per ogni componimento - una cifra allettante. Siamo nel novembre 1915, in una spettrale Venezia dove si respira aria di morte. Una venticinquenne napoletana, malmaritata, bionda e leziosa e' il doping indispensabile per la scrittura. D' Annunzio la porta in gondola fra le nebbie della laguna e lei e' nuda sotto la pelliccia... "Faro' la mia cantata" concede ad Albertini "e poi, come i canterini girovaghi, pendero' il cappello e pioveranno le palanche". di ANNA MARIA ANDREOLI
Orizio Riccardo, Andreoli Anna Maria




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