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    Predefinito 31 marzo 2014: Lunedì della quarta settimana di Quaresima

    1 marzo 2014
    SABATO DI SESSAGESIMA
    La Vergine Immacolata e Mediatrice.
    Al termine della precedente settimana, tutta piena dei ricordi della caduta dei nostri progenitori, dopo averne riconosciute in noi le dolorose e inevitabili conseguenze, ci soffermammo ad ammirare questa figlia dell'umanità che, per privilegio della misericordia divina, non fu tocca minimamente dal disonore d'essere concepita nel peccato. In quest'ultimo giorno della settimana, consacrata al pentimento delle colpe personali, di cui ogni uomo, anche il più giusto, è macchiato, veniamo, o Maria, a inginocchiarci ancora davanti a Voi, per venerare in Voi quella santissima creatura che, sola fra tutte, è senz'ombra di peccato.Tutti abbiamo battuto la via della corruzione, disobbedendo a Dio, violando la sua legge e negandogli tutto ciò che gli era dovuto per seguire i nostri capricci; mentre voi, Specchio di giustizia e di santità, siete sempre cresciuta nella divina Carità, senza mai alterarla col più leggero affievolimento. La grazia del Figlio vostro ha sempre trionfato nel vostro cuore, Vergine fedele. Ora per ora, i vostri profumi sono saliti fino a lui, Mistica Rosa, senza mai perdere la loro soavità. Torre d'avorio, nessuna macchia offuscò mai il vostro incomparabile candore. Casa dalle pareti d'oro, ch'è il simbolo del dono più prezioso, l'amore, voi siete il riverbero del fuoco dello Spirito Santo. Abbiate pietà di noi, che siamo peccatori.Abbiamo costretto il Signore a pentirsi d'averci creati. Ma in voi, o Maria, terra fra tutte la più fertile, Egli s'è compiaciuto, perché la grazia seminata in voi portò frutti in sovrabbondanza. Compiacetevi, o nostra Sorella, di fecondare anche la terra dei nostri cuori, estirpandovi le spine che possono soffocare la pianta celeste. Siamo infangati di peccato; lavateci con le materne lacrime sparse ai piedi della Croce. Se il Figlio! vostro ci perdona, coprite le cicatrici delle nostre piaghe col vostro manto misericordioso. Forse non temiamo abbastanza il male, perché ci esponiamo sempre a commetterlo: fortificateci, dunque, quando siamo vacillanti nel bene; eccitate nei nostri cuori quella preziosa delicatezza verso l'onore di Dio ed il suo amore, e noi saremo così liberi finalmente dalla pericolosa ricerca di noi stessi che potrebbe ancora perderci.O Madre di bontà! il diluvio dei nostri peccati minaccia di travolgerci, perciò ci affrettiamo ad entrare nell'Arca tutelare, ch'è per noi un asilo sicuro; e rivolgiamo ancora i nostri sguardi a voi, potente Mediatrice, perché avete il potere di scongiurare la collera del Signore ed arrestare fino all'ultimo istante lo scatenamento delle sue vendette. Affrettatevi a soccorrere il mondo che corre verso la sua rovina; ricordatevi di tanti poveri peccatori che perirebbero senza scampo fra i marosi della sdegnata giustizia divina da loro provocata: e ottenete che tante anime lavate col sangue del Figliol vostro non vadano eternamente perdute.
    Prima che venga l'inondazione, siate per tutti, o Maria, la Colomba di pace che recò il ramo d'olivo al placarsi dell'ira divina. Siate l'Arca pacifica sulle nubi del cielo, prima che esse rovescino le loro acque sulla terra. Noi ci rivolgiamo a voi, Regina di misericordia, per implorare grazia e perdono per i nostri peccati, a voi, la cui purità ed innocenza sono inferiori solo alla santità di Dio.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 450-451

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    Predefinito re: 31 marzo 2014: Lunedì della quarta settimana di Quaresima

    2 Marzo 2014: DOMENICA DI QUINQUAGESIMA

    La vocazione di Abramo.

    L'argomento che presenta oggi la Chiesa da meditare è la vocazione di Abramo.

    Scomparse le acque del diluvio, la terra cominciò di nuovo a riempirsi di uomini; ma insieme comparve la corruzione, e l'idolatria venne a colmare la misura dei disordini. Ora prevedendo il Signore nella sua divina sapienza, la defezione dei popoli, volle costituire una nazione che gli sarebbe stata particolarmente devota, e nella quale si sarebbero conservate le sacre verità destinate a diffondersi fra i Gentili. Questo nuovo popolo doveva cominciare da un solo uomo, padre e tipo dei credenti, Abramo. Pieno di fede e di obbedienza verso il Signore, egli era chiamato ad essere il padre dei figli di Dio, il capo di quella generazione spirituale, alla quale appartennero ed apparterranno fino alla fine dei tempi tutti gli eletti, sia dell'Antico Testamento che della Chiesa Cristiana.

    Dobbiamo dunque conoscere Abramo, nostro capo e modello, la cui vita è tutta sintetizzata nella fedeltà a Dio, nell'osservanza dei suoi comandamenti e nel sacrificio e nella rinuncia ad ogni cosa in ossequio alla volontà di Dio; in queste virtù appunto si riconosce il vero carattere del cristiano. Siamo dunque molto diligenti ad attingere dalla vita di questo grande personaggio tutti gl'insegnamenti che contiene per noi.

    Il testo del Genesi che qui citiamo, e che la Chiesa legge al Mattutino, formerà la base di tutto ciò che dobbiamo dire intorno a lui.

    Dal libro del Genesi (Gen 12,1-9)

    E il Signore disse ad Abramo: "Parti dalla tua terra, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, e vieni nel paese che io ti mostrerò. Io poi farò di te una grande nazione, ti benedirò e farò grande il tuo nome, e tu sarai una benedizione. Io benedirò chi ti benedice e maledirò chi ti maledice, e in te saranno benedette tutte le nazioni della terra". Partì dunque Abramo secondo l'ordine del Signore, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Haran. Egli prese con sé la sua moglie Sarai, e Lot figlio di suo fratello, e tutto quello che possedevano, e le persone che avevano acquistate in Haran, e partirono per andare nella terra di Canaan. E giunti colà, Abramo attraversò il paese fino al luogo di Sichem, fino alla valle famosa. Erano allora in quella terra i Cananei. Là il Signore apparve ad Abramo e gli disse: "Alla tua progenie io darò questa terra". Ed egli edificò in quel luogo un altare al Signore, che gli era apparso. E di lì, procedendo verso il monte ad oriente di Betel, vi tese la sua tenda, avendo Betel a occidente ed Ai ad oriente; e anche lì edificò un altare al Signore e ne invocò il nome.

    Santità di Abramo.

    Quale più viva immagine poteva darci del discepolo di Gesù Cristo questo Patriarca, così docile e generoso a seguire la voce di Dio? E con quale ammirazione non dobbiamo ripetere la parola dei santi Padri: "Oh, uomo veramente cristiano prima della venuta di Cristo! uomo evangelico prima del Vangelo! uomo apostolico prima degli apostoli!".

    Il Signore lo chiama ed egli abbandona tutto, patria, famiglia, casa paterna, e s'incammina verso un ignoto paese. Gli basta che Dio lo conduca, e si sente sicuro, e non guarda indietro. Non hanno fatto così gli Apostoli? Ma guardate la ricompensa: Saranno in lui benedette tutte le nazioni della terra. Questo Caldeo, che porta nelle vene il sangue che salverà il mondo, doveva tuttavia morire prima di vedere sorgere il giorno, in cui un suo discendente avrebbe riscattato tutte le generazioni passate, presenti e future. Un giorno il Redentore aprirà il cielo, e i nostri progenitori, con Mosè, Noè e David, in una parola tutti i giusti, andranno a riposarsi nel seno di Abramo (Lc. 16, 22), immagine dell'eterna beatitudine. Così Dio onorò l'amore e la fedeltà di questa sua creatura.

    La posterità spirituale di Abramo.

    Al compiersi dei tempi il Figlio di Dio e di Abramo rivelò la potenza del Padre, che s'apprestava a far nascere una nuova generazione di figli di Abramo dalle pietre della gentilità. Siamo noi, cristiani, questa nuova generazione: ma siamo degni di tale padre? Ecco come ne parla l'Apostolo delle Genti: "Per la fede, colui ch'è chiamato Abramo ubbidì per andare alla terra che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andasse. Per la fede dimorò nella terra promessa, perché aspettava quella città ben fondata, della quale Dio è architetto e costruttore" (Ebr. 11, 8-10).

    Se dunque siamo figli di Abramo, in questo tempo di Settuagesima dobbiamo considerarci dei viaggiatori sulla terra, desiderosi di vivere, nello spirito, in quell'unica nostra patria donde fummo esiliati, ma alla quale ci avvicineremo ogni giorno più, se, come Abramo, saremo fedeli a guadagnare le diverse tappe che il Signore c'indicherà. Egli vuole che usiamo di questo mondo come se non ne usassimo (1 Cor. 7, 31), perché non è quaggiù la nostra dimora permanente (Ebr. 13, 14); e dimenticare che la morte ci separerà da tutte le cose che passano, sarebbe la nostra più grande sventura.

    La vita cristiana e il divertimento.

    Come sono lontani dall'essere veri figli di Abramo quei cristiani, che oggi e nei due prossimi giorni, s'abbandonano all'intemperanza e ai divertimenti peccaminosi, col pretesto che sta per cominciare la santa Quaresima. L'ingenuità dei costumi dei nostri primi padri poteva più facilmente conciliare la gravità cristiana con gli addii ad una vita più dolce che la Quaresima stava per interrompere, alla stessa maniera che la gioia dei loro pasti testimoniava, nella solennità della Pasqua, la stretta osservanza delle prescrizioni della Chiesa. È sempre possibile conciliare le due cose. Ma spesso avviene che l'idea cristiana dell'austerità si imbatte con le seduzioni della natura corrotta, e così la prima intenzione d'una semplice familiare allegria finisce per svanire in un lontano ricordo. Che cosa, per esempio, possono avere in comune con le gioie permesse dalla Chiesa nelle case dei suoi figli, quelli che lasceranno passare l'intera Quaresima senza accostarsi ai Sacramenti? E quegli altri che si preoccuperanno di ricorrere alle dispense, per mettersi più o meno al coperto dalle imposizioni della Chiesa, come potranno preludere alla festa di Pasqua con tante festicciole, in periodo durante il quale il peso dei loro peccati, lungi dall'alleggerirsi, diventerà ancora più pesante?

    Potessero queste illusioni avere minore influenza sulle anime, e potessero queste ritornare per quanto riguarda i legami della carne e del sangue, alla libertà dei Figli di Dio che sola può restituire all'uomo la sua prima dignità! I veri cristiani non devono mai dimenticare, che nel tempo quaresimale la Chiesa si priva perfino dei suoi canti di letizia spirituale, per farci intendere più sensibilmente la durezza del giogo che Babilonia fa pesare su di noi, e rinnovarci nello spirito cristiano tanto facile ad affievolirsi. Se doverose convenienze trascineranno, in questi giorni, i seguaci di Cristo nel vortice dei profani divertimenti, vi portino almeno un cuore retto e sempre preoccupato delle massime del Vangelo. Come fece santa Cecilia, quando risuoneranno nelle loro orecchie le note d'una musica mondana, cantino a Dio nei loro cuori dicendo "Custoditesi puri, o Signore, e che niente alteri la santità e la dignità della vostra abitazione in noi". Evitino soprattutto di autorizzare, partecipandovi, le danze, dove fa naufragio il pudore; esse saranno materia di più severo giudizio per quelli e quelle che le promuovono. Infine meditino le energiche considerazioni di san Francesco di Sales: "Mentre la folle ubriachezza dei divertimenti mondani sembrava aver cancellato ogni altro sentimento che non fosse quello di un piacere futile e troppo spesso pericoloso, innumerevoli anime continuavano ad espiare eternamente, nel fuoco dell'inferno, le colpe commesse in simili occasioni; in quelle stesse ore, servi e serve di Dio sacrificavano il sonno per andare a cantare le sue lodi ed implorare la sua misericordia sopra di voi; migliaia di vostri simili morivano d'angoscia e di tristezza nel loro misero giaciglio; Dio e i suoi Angeli vi guardavano attentamente dal cielo; e il tempo della vita passava, e la morte s'avvicinava a voi con un passo che non retrocede" (Introduzione alla Vita devota, III parte, c. 33).

    L'adorazione delle Quarantore.

    Per tutto questo giustamente conveniva, che i tre ultimi giorni ancora esenti dal rigore quaresimale, non passassero senza offrire un adeguato alimento al bisogno di emozioni che tormenta tante anime. E ci ha pensato con materno intuito la Chiesa, ma non secondo i desideri di frivoli passatempi e di vane soddisfazioni: ai suoi figlioli devoti essa prepara un diversivo potente, che è nello stesso tempo un mezzo per placare lo sdegno di Dio provocato da tali eccessi.

    Durante questi tre giorni viene esposto sugli altari l'Agnello, che dall'alto del suo trono di misericordia riceve gli omaggi degli adoratori che lo riconoscono per loro re; accetta il pentimento di coloro che rimpiangono ai suoi piedi d'aver servito, in passato, un altro signore; si offre al Padre per gli altri peccatori che, non contenti di trascurare i suoi benefici, sembrano di aver deciso di oltraggiarlo in questi giorni più che in qualsiasi altro tempo dell'anno.

    L'idea di offrire una riparazione alla divina Maestà per i peccati degli uomini, proprio nel momento che se ne commettono di più, e di opporre all'ira del divin Padre il proprio Figliolo, mediatore fra il cielo e la terra, fu ispirata fin dal XVI secolo al cardinale Gabriele Paleotti, Arcivescovo di Bologna, contemporaneo di san Carlo Borromeo ed emulo del suo zelo pastorale. Quest'ultimo adottò subito nella sua diocesi e provincia una pratica così salutare. Nel XVIII secolo, Prospero Lambertini, volle continuare le tradizioni del Paleotti, suo predecessore, ed esortò il popolo alla devozione al Ss. Sacramento nei tre giorni di Carnevale. Salito poi sulla cattedra di san Pietro col nome di Benedetto XIV, arricchì il tesoro delle indulgenze a favore dei fedeli che, durante tali giorni, avrebbero visitato Nostro Signore nel mistero del suo amore ed implorato il perdono dei peccati. Tale favore, prima limitato alle chiese dello Stato Romano, fu da Clemente XIII, nel 1765, esteso a tutto il mondo; e così la devozione comunemente chiamata delle Quarantore, divenne una delle più solenni manifestazioni della pietà cattolica.

    Siamo dunque molto solleciti ad approfittarne. Allontaniamoci, come Abramo, dalle profane influenze che ci assediano e cerchiamo il Signore Dio Nostro: riposandoci un po' dalle libere dissipazioni del mondo, veniamo a meritare, ai piedi del Salvatore, la grazia di passare attraverso quelle che sono inevitabili senza attaccarvi il cuore.

    I misteri di questo giorno.

    Consideriamo ora gli altri misteri della Domenica di Quinquagesima. Il passo evangelico contiene la predizione del Signore agli Apostoli della Passione che doveva fra poco soffrire a Gerusalemme. Un tale solenne annuncio prelude ai dolori della Settimana Santa. Accogliamo questa parola nelle nostre anime con ogni tenerezza e riconoscenza, e decidiamoci a metterci a disposizione del Signore, come fece Abramo.

    Gli antichi liturgisti segnalavano inoltre la guarigione del cieco di Gerico come simbolo dell'accecamento dei peccatori. Il cieco riacquistò la vista perché sentiva il suo male e desiderava guarire. La santa Chiesa vuole che sentiamo lo stesso desiderio e ci assicura che sarà esaudito.

    M E S S A

    La Stazione è nella Basilica Vaticana di S. Pietro.

    Questa scelta pare risalire all'epoca in cui si leggeva ancora in questa domenica la narrazione della Legge data a Mosè, considerato dai primi cristiani di Roma il tipo di san Pietro. Avendo poi la Chiesa rimandata la lettura dell'Esodo nel periodo della Quaresima, e sostituendo quel racconto col mistero della vocazione di Abramo, la Stazione romana restò nella Basilica del Principe degli Apostoli, che fu pure figurato da Abramo nella qualità di Padre dei credenti.

    EPISTOLA (1 Cor. 13, 1-13). - Fratelli: quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo che suona e un cembalo che squilla. E quando avessi la profezia, e conoscessi tutti i misteri ed ogni scienza, e quando avessi tutta la fede, fino a trasportare i monti, se non ho la carità, sono un niente. E quando distribuissi tutto il mio per nutrire i poveri e sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova. La carità è paziente, è benefica; la carità, non è invidiosa, non è insolente, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse, non s'irrita, non pensa male, non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno. Le profezie passeranno, cesseranno le lingue, la scienza avrà fine: perché imperfettamente conosciamo e imperfettamente profetiamo; e quando sarà venuta la perfezione ciò ch'è imperfetto dovrà sparire. Quando ero bambino parlavo da bambino, avevo gusti da bambino, pensavo da bambino; ma fatto uomo non ho smesso le cose che eran da bambino. Ora noi vediamo come in uno specchio in modo enigmatico; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco parzialmente, ma allora conoscerò come io sono conosciuto. Rimangono per ora tutte e tre: fede, speranza e carità, ma la più grande di queste tre virtù è la carità.

    Elogio della carità.

    Oggi la Chiesa ci fa leggere il magnifico elogio che fa san Paolo della carità, la virtù che insieme racchiude l'amor di Dio e del prossimo, ed è luce delle anime nostre. Se esse ne sono prive, vivono nelle tenebre, e tutte le loro opere sono impregnate di sterilità. Lo stesso potere dei miracoli non potrebbe garantire la salvezza a chi non ha la carità, senza di cui le opere apparentemente più eroiche potrebbero da se stesse costituire un'insidia.

    Chiediamo al Signore questa luce; per quanto ci venga accordata anche quaggiù, ci è riservata senza misura nell'eternità. I giorni più splendenti che possiamo godere in questo mondo non sono che tenebre in paragone degli eterni splendori, dove, in presenza della realtà per sempre contemplata svanirà la fede; nell'istante che cominceremo a godere di quel possesso la speranza verrà a mancare del suo oggetto; solo regnerà l'amore; ed è questo il motivo della sua sovraeccellenza sulle altre due virtù teologali.

    Ora, se il destino dell'uomo redento e illuminato da Gesù Cristo sta tutto qui, nel regno della carità, dobbiamo meravigliarci che egli debba lasciar tutto per seguire un tale Maestro? Purtroppo vi sono cristiani, battezzati in questa fede e in questa speranza, e che ricevettero le primizie di quest'amore, i quali s'ingolfano in questi giorni nei più grossolani disordini, anche se possono apparire raffinati e delicati. Si direbbe che abbiano fatto un patto con le tenebre tanto si sforzano d'oscurare l'ultimo raggio della luce divina che sta in loro.

    La Carità, se regna in noi, ci deve rendere sensibili all'oltraggio che fanno a Dio questi nostri ciechi fratelli, e portarci nello stesso tempo a sollecitare si di loro la sua misericordia.

    VANGELO (Lc. 18, 31-43). - In quel tempo: Gesù, presi in disparte i dodici, disse loro: Ecco noi ascendiamo a Gerusalemme e s'adempiranno tutte le cose predette dai Profeti riguardo al Figlio dell'uomo; egli sarà dato nelle mani dei gentili, sarà schernito e flagellato e coperto di sputi. E, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma risorgerà il terzo giorno. E quelli nulla compresero di tutte quelle cose, ed il senso di esse era loro nascosto e non afferravano quanto veniva loro detto. Or avvenne che mentre egli s'avvicinava a Gerico, un cieco stava seduto lungo la strada a mendicare; e sentendo passare la folla, domandò che cosa fosse. Gli dissero che passava Gesù Nazareno. Allora egli gridò: Gesù, figlio di David, abbi pietà di me. E quelli che precedevano gli gridavano di tacere. Ma lui a gridar più forte che mai: Figlio di David abbi pietà di me. Allora Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse menato. E quando gli fu vicino, gli domandò: Che vuoi ch'io ti faccia? E quello: Signore, esclamò, che ci veda. E Gesù gli disse: Guarda, la tua fede ti ha salvato. E subito ci vide e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, visto il miracolo, lodò Dio.

    Cecità e luce spirituale.

    Abbiamo sentita la voce di Cristo annunciante la Passione, la stessa voce che sentirono gli Apostoli, i quali accolsero la confidenza del loro Maestro, ma senza comprendere nulla perché essendo ancora imbevuti dei pregiudizi del loro popolo contro le sofferenze del Messia, non potevano comprendere il vero senso della sua missione di Salvatore. Tuttavia non lo lasciano e continuano a seguirlo.

    Adoriamo con amore la divina misericordia, che ci volle separare, come Abramo, da quel popolo abbandonato; seguiamo l'esempio del cieco di Gerico, alzando la voce al Signore, perché c'illumini sempre di più: Signore, fate che io veda; ecco la sua preghiera. Già ci concesse la sua luce: ma ci gioverà ben poco, se essa non risvegliasse in noi il desiderio di vederci sempre di più. Dio promise ad Abramo di mostrargli la terra a lui destinata: che si degni mostrare anche a noi la terra dei viventi. Soprattutto preghiamolo, secondo la bella espressione di sant'Agostino, che si mostri a noi affinché lo amiamo e di mostrare noi a noi stessi perché cessiamo d'amarci.

    PREGHIAMO

    Esaudisci con clemenza, o Signore, le nostre preghiere e, dopo averci sciolti dai lacci dei peccati, preservaci da ogni avversità.

    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. GRAZIANI, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 451-458.

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    Predefinito re: 31 marzo 2014: Lunedì della quarta settimana di Quaresima

    3 marzo 2014
    LUNEDÌ DI QUINQUAGESIMA
    L'esempio di Abramo.
    La vita del cristiano fedele, secondo l'esempio di Abramo, non è altro che un coraggioso cammino verso il soggiorno che Dio gli ha destinato. Dobbiamo perciò superare ogni ostacolo che c'impedisce di andare avanti, e soprattutto non guardare indietro. È severa questa dottrina; ma per poco che si rifletta ai pericoli incorsi quaggiù dall'uomo decaduto, ed alle esperienze che ciascuno di noi ha potuto fare, non ci meraviglieremo nel vedere il Salvatore riporre sul rinnegamento di noi stessi la condizione essenziale della salvezza. D'altronde, noi dovremmo essere così saggi e forti, da capire che è meglio lasciare a Dio il disporre della nostra vita, che non addossarcene da noi la guida. Del resto, di fronte a Dio Nostro Signore non valgono né proteste né resistenze: e se ci lascia liberi di resistere a lui o di seguirlo, non intende mai abdicare ai suoi diritti su di noi. Il nostro rifiuto di obbedirgli non compromette che noi stessi.Se Abramo, ascoltata la divina chiamata, avesse voluto restare nella Caldea, e non intraprendere un'emigrazione che sradicava le sua terrena esistenza, Dio avrebbe scelto in suo luogo un altro uomo, al quale affidare l'onore di diventare il padre del popolo eletto a l'antenato del Messia. Sostituzioni di tal genere sono frequenti nell'economia della grazia. Se un'anima rifiuta la salvezza, non per questo il cielo perde uno solo dei suoi eletti. Dio, disprezzato dall'uomo che egli si è degnato chiamare, si rivolge ad un altro che sarà più docile di lui.La vita cristiana sta tutta in questa dipendenza assoluta praticata fino alla fine. Lo spirito di sottomissione prima ritira l'anima dal peccato e dalla morte in cui languiva; quindi dalle tenebre della Caldea la trasporta nella terra promessa. Dopo che ha raggiunto il retto sentiero, per tema che nuovamente si smarrisca, la tienesempre allenata chiedendole continui sacrifici.Anche qui abbiamo come guida luminosa l'esempio di Abramo. Quest'illustre amico di Dio riceve in ricompensa la più magnifica promessa della quale diviene pegno un figlio, e immediatamente Dio stesso, per provare il cuore del santo Patriarca, gli ordina d'immolare l'unico suo figliolo, oggetto di tante speranze.
    Distacco dal peccato.
    È il destino dell'uomo sulla terra: dobbiamo farci violenza per distaccarci dal male, e dobbiamo affrontare nuove lotte per rimanere nel bene. Ma alziamo lo sguardo ai colli eterni, e, sull'esempio di Abramo, consideriamo la dimora di questo mondo comela tenda per un giorno. Il Salvatore lo ha detto: Non pensate che io sia venuto a mettere pace sullaterra; non sono venuto a mettere la pace ma la spada (Mt 10,34). Perciò dobbiamo dare molta importanza alla prova, alla quale ci sottoporrà Colui che ci ha amati fino a farsi simile a noi, e riconoscere che essa ci è molto salutare. Ci ha pure detto: Dove è il tuo tesoro quivi è anche il tuo cuore (Mt 6,21). Possiamo avere noi cristiani il nostro tesoro sulla terra, che è più vile di noi? Impossibile. Il nostro tesoro è dunque più alto e quale mano d'uomo ce lo potrebbe rapire?
    Con questi pensieri, dunque, che c'ispira l'imminenza della santa Quarantena, purifichiamo il nostro cuore da ogni bruttura, ed eleviamolo a Dio Nostro Signore. Domandiamo che il regno di Dio venga per noi e per i peccatori ciechi, pietre che, se egli vuole, può trasformare con la sua potente misericordia in figli di Abramo. Lo fa sempre; e lo farà anche per noi, che "una volta eravamo lontani, ed ora siamo diventati vicini pel sangue di Cristo" (Ef 2,13).
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 458-460

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    Predefinito re: 31 marzo 2014: Lunedì della quarta settimana di Quaresima

    4 MARZO 2014: SAN CASIMIRO, CONFESSORE

    Innocenza e disprezzo del mondo.

    È dal seno stesso d'una corte mondana che oggi ci viene l'esempio delle più eroiche virtù, san Casimiro è principe di sangue reale; lo circondano tutte le seduzioni della gioventù e del lusso; ciò nonostante, trionfa delle insidie del mondo con la stessa facilità che lo faceva un Angelo esiliato sulla terra. Traiamo profitto da questo spettacolo; e se, in una condizione molto inferiore a quella in cui lo aveva posto la divina Provvidenza, noi abbiamo sacrificato agl'idoli del secolo, infrangiamo ciò che abbiamo adorato e torniamo a servire il solo Padrone che ha diritto ai nostri omaggi.

    Una grande forza d'animo, nelle più basse condizioni della società, pare talvolta avere la sua spiegazione nell'assenza delle tentazioni e nel bisogno di trovare in cielo un appoggio contro la sorte inesorabile; come se, in ogni stato, l'uomo non avesse in sé quegli istinti che, non combattuti, lo trascinerebbero alla depravazione.

    In san Casimiro la forza cristiana appare con tale vigore, da farci persuadere che la sua sorgente non è sulla terra, ma in Dio. È là che dobbiamo attingerla, in questo tempo di rigenerazione. Un giorno, egli preferì la morte al peccato. Fece forse altra cosa, in tale circostanza, di ciò che s'impone al cristiano in ogni ora della sua vita? Ma è tale l'attrattiva del presente, che incessantemente si vedono gli uomini abbandonarsi al peccato, morte dell'anima, non per salvare la vita in pericolo ma per la più futile soddisfazione, a volte contro l'interesse dello stesso mondo, al quale sacrificano tutto il resto; frutto dell'accecamento che la degradazione originale produsse in noi.

    Gli esempi dei Santi ci vengono dati come una fiaccola per illuminarci: serviamoci di questa luce salutare, e, per rialzarci, appoggiamoci ai meriti e all'intercessione degli amici di Dio, che dall'alto del cielo si preoccupano del nostro pericoloso stato con sì tenera compassione.

    VITA. - San Casimiro, figlio del re di Polonia, nacque nel 1458. Fin dalla prima giovinezza si segnalò per la pietà, l'austerità, lo zelo per la propagazione della fede cattolica, la carità verso i poveri e la castità che sempre custodì. Dopo aver predetto il giorno in cui doveva morire, s'addormentò nella pace di Dio a Vilna, all'età di venticinque anni. Sulla sua tomba si molti-plicarono numerosi miracoli. Quindi Leone X iscrisse il giovane principe nel catalogo dei Santi.

    Elogio e preghiera.

    Riposa ora in seno all'eterna felicità, tu che le grandezze della terra e le delizie di tutte le corti non distolsero mai dal grande oggetto che aveva rapito il tuo cuore. Avesti una vita breve nella durata, ma feconda di meriti. Tutto dedito al ricordo d'una patria migliore, quella di quaggiù mai attirò i tuoi sguardi; e non vedevi l'ora di rivolare a Dio, come se egli ti avesse solo prestato alla terra. Non fu esente la tua vita innocente dai rigori della penitenza: tanto era vivo in te il timore di soccombere alle attrattive dei sensi! Fa' che comprendiamo il bisogno che abbiamo d'espiare i peccati che ci hanno allontanati da Dio. Tu preferisti morire piuttosto che offendere Dio; distaccaci dal peccato, il più gran male dell'uomo, perché esso è anche il male di Dio. Assicura i frutti di questo santo tempo, che ci è accordato perché facciamo una buona volta penitenza.

    Dalla gloria ove regni, benedici la cristianità che ti onora; ma sopra tutto ricordati della tua patria terrena. Un tempo, essa ebbe l'onore di costituire una diga sicura per la Chiesa contro lo scisma, l'eresia e l'infedeltà; allevia i suoi mali, liberala dal giogo e, riaccendendo in essa l'antico zelo della fede, preservala dalle seduzioni da cui è minacciata.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 829-831

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    4 MARZO 2014: SAN LUCIO, PAPA E MARTIRE

    San Lucio apparteneva al clero romano sotto i Papi Fabiano e Cornelio. Morto quest'ultimo il 14 settembre 252, fu eletto a succedergli nella Sede di san Pietro, il 25 giugno 253.

    Non appena l'imperatore Gallo ricominciò la persecuzione, Lucio fu esiliato; ma presto poté rientrare in Roma, con grande giubilo dei cristiani. San Cipriano gli scrisse diverse volte, per felicitarsi della sua elezione al Sommo Pontificato e per la fortuna che aveva avuto di soffrire per Gesù Cristo.

    Il suo Pontificato fu di brevissima durata. Morì il 5 marzo 254, e le sue reliquie riposano nella Chiesa di S. Cecilia, in Trastevere. L'esilio coraggiosamente sopportato per Gesù Cristo gli meritò l'onore di Martire.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 831

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    4 marzo 2014: MARTEDÌ DI QUINQUAGESIMA

    Separazione dal mondo.

    Secondo il Vangelo, il principio fondamentale della condotta cristiana consiste nel vivere fuori del mondo, nel separarsi dal mondo, nel far guerra al mondo. Il mondo è questa terra infedele, dalla quale Abramo, il nostro modello, s'allontanò per ordine di Dio; è questa Babilonia che ci tiene schiavi e il cui soggiorno è pieno d'insidie e pericoli.

    Il Discepolo prediletto ci grida: "Non amate il mondo, né le cose del mondo: se uno ama il mondo, non è in lui la carità del Padre" (1Gv 2,15). Ricordiamo anche la terribile parola che il Salvatore, pure così misericordioso, pronunciò mentre andava ad offrire il suo Sacrificio per tutti noi al Padre: "Non prego per il mondo" (Gv 17,9).

    Anche noi giurammo odio al mondo, quando fummo segnati dal glorioso indelebile carattere di cristiani, rinunciando alle sue opere ed alle sue vanità e rinnovando più volte quell'impegno solenne.



    L'uso legittimo delle creature.

    Ma tutto ciò vuoi forse dire che per essere buoni cristiani dobbiamo fuggire in un deserto ed isolarci dalla convivenza dei nostri simili? Non è questa l'intenzione di Dio, perché nello stesso libro dove ci ordina di fuggire il mondo e di odiarlo, c'impone dei precisi doveri verso le creature umane, sanzionando e benedicendo quei legami che la disposizione della sua divina Provvidenza ha stabilito fra essi e noi. Il suo Apostolo ci ammonisce di usare del mondo come se non ne usassimo (1Cor 7,31); dunque non ce ne viene proibito l'uso. Allora che vuoi dire odiare il mondo? c'è forse una contraddizione della celeste dottrina? o siamo condannati ad errare nelle tenebre?

    Niente di tutto questo. Tutto è chiaro, se teniamo nel giusto conto le creature che ci circondano. Se intendiamo con la parola mondo tutte le cose create dalla potenza e bontà di Dio, non è indegno del suo autore questo mondo visibile, ch'egli fece per la sua gloria ed il nostro servizio; se anzi ne useremo fedelmente, le creature sono una serie di gradini che ci fanno salire al Creatore. Usiamone mostrandoci grati a lui, ma non riponiamo in esse le nostre speranze; non affezioniamoci ad esse con un amore che dobbiamo solo a Dio; infine non dimentichiamo i nostri immortali destini che non troveranno il loro compimento quaggiù.



    La perversità del mondo.

    Ma intanto la maggior parte degli uomini non hanno questa prudenza; invece d'elevarsi in alto, il loro cuore si ferma al basso, a tal punto che quando l'autore di questo mondo si degnò di venirlo a salvare, il mondo non lo volle conoscere (Gv 1,10). A causa di questa ingratitudine il Signore ha condannato gli uomini chiamandoli il mondo, applicando loro il nome dell'oggetto della loro cupidigia, perché hanno chiuso gli occhi alla luce e sono diventati tenebre.

    In questo senso maledetto, dunque, il mondo è tutto ciò che si oppone a Gesù Cristo; sono tutti coloro che si rifiutano di conoscerlo e non si lasciano governare da lui. È quell'insieme di massime tendenti a distruggere o comprimere lo slancio soprannaturale delle anime a Dio, a far apparire più vantaggioso tutto ciò che incatena il nostro cuore coi lacci di questa fuggevole vita, a disprezzare o respingere tutto ciò che eleva l'uomo al disopra della natura imperfetta e viziata, ad incantare e sedurre la povera imprudenza umana con l'esca delle soddisfazioni pericolose che, invece d'avvicinarci al nostro ultimo fine, ci abbagliano per sviarci dalla retta via.



    Necessità della lotta.

    Ora questo mondo reprobo è dappertutto, ed ha le sue intese nel nostro cuore, che a causa del peccato è tutto compenetrato del mondo esterno che pure è opera di Dio. Noi dobbiamo vincere e calpestare il mondo, se non vogliamo perire con lui; è indispensabile che usciamo dal dilemma che ci viene imposto: o suoi nemici o suoi schiavi. Ai nostri giorni il mondo trionfa, ed ha assicurato il suo impero in moltissimi cristiani, che pure lo ripudiarono così solennemente il giorno che furono incorporati alla milizia di Gesù Cristo. Compiangiamoli, preghiamo per loro e tremiamo per noi; ed affinché non venga mai meno il nostro giuramento, meditiamo, ora che n'è il tempo, sulle consolanti parole del Signore a proposito dei discepoli, nell'ultima Cena: "Padre mio, io ho comunicato loro la tua parola, e il mondo li ha odiati perché non sono del mondo, come neanch'io sono del mondo. Non chiedo che tu li levi dal mondo, ma che tu li guardi dal male" (Gv 17,14-15).


    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 460-462

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    5 MARZO 2014: MERCOLEDÌ DELLE CENERI (INIZIO DELLA SANTA QUARANTENA)


    L'appello del profeta.

    Ieri il mondo s'agitava nei piaceri, e gli stessi cristiani si abbandonavano ai leciti divertimenti; ma questa mattina ha squillato la sacra tromba di cui parla il profeta Gioele (v. Epistola della Messa) per annunciare l'apertura solenne del digiuno quaresimale, il tempo dell'espiazione, l'imminente avvicinarsi dei grandi anniversari della nostra salvezza. Destiamoci, cristiani, e prepariamoci a combattere le battaglie del Signore.

    L'armatura spirituale.

    Ricordiamoci, però, che nella lotta dello spirito contro la carne, dobbiamo essere armati: ecco perché la santa Chiesa ci raccoglie nei suoi templi per iniziarci alla milizia spirituale. San Paolo ce ne ha già fatto conoscere i dettagli della difesa con queste parole: "Siate dunque saldi, cingendo il vostro fianco con la verità, vestiti della corazza della giustizia, avendo i piedi calzati in preparazione al Vangelo di pace. Prendete soprattutto lo scudo della fede, l'elmo della saldezza e la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio" (Ef 6,14-17). Il principe degli Apostoli aggiunge: "Avendo Cristo patito nella carne, armatevi anche voi dello stesso pensiero" (1Pt. 4,1).

    Ricordandoci oggi la Chiesa questi apostolici insegnamenti, ne aggiunge un altro non meno eloquente, obbligandoci a risalire al giorno della prevaricazione, che rese necessario quelle lotte che stiamo per intraprendere e le espiazioni attraverso le quali dobbiamo passare.


    I nemici da combattere.

    Noi siamo assaliti da due sorta di nemici: le passioni dentro il nostro cuore, il demonio fuori; entrambi disordini che derivano dalla superbia. L'uomo si rifiutò d'obbedire a Dio; ciò nonostante egli lo risparmiò, ma alla dura condizione di subire la morte: "Uomo, disse, tu sei polvere, ed in polvere ritornerai" (Gen 3,19). Ah! perché dimenticammo quell'avvertimento? A Dio bastò solo premunirci contro noi stessi; compresi del nostro niente, non avremmo mai dovuto infrangere la sua legge. Se ora vogliamo perseverare nel bene, al quale ci ha ricondotti la sua grazia, dobbiamo umiliarci, accettare la sentenza e considerare la vita come un viaggio più o meno breve che termina alla tomba. Sotto questa luce tutto diventa nuovo, ogni cosa si schiarisce. Nell'immensa sua bontà, Dio, che si compiacque riversare tutto il suo amore su di noi, esseri condannati alla morte, ci appare ancor più ammirabile. Nelle brevissime ore della nostra esistenza, l'ingratitudine e l'insolenza con cui ci scagliammo contro di lui ci sembrano sempre più degne del nostro disprezzo, e più legittima e salutare la riparazione che ora ci è possibile e che egli si degna d'accettare.

    L'imposizione delle ceneri.

    A questo pensava la santa Chiesa, quando fu indotta ad anticipare di quattro giorni il digiuno quaresimale e ad aprire questo sacro tempo cospargendo di cenere la fronte colpevole dei suoi figli, e ripetendo a ciascuno di loro le parole con cui il Signore li condannava alla morte.

    Come segno d'umiliazione e penitenza, però, l'uso delle ceneri è molto anteriore a quella istituzione. Infatti lo troviamo praticato fin nell'Antico Testamento. Perfino Giobbe, che apparteneva alla gentilità, copriva di cenere la sua carne dilaniata dalla mano di Dio, per implorare così la sua misericordia (Gb 16,16). Più tardi il Salmista, nell'ardente contrizione del suo cuore, mescolava cenere nel pane che mangiava (Sal 101,10). Analoghi esempi abbondano nei Libri storici e nei Profeti dell'Antico Testamento. Si avvertiva anche allora il rapporto esistente fra la polvere d'una materia bruciata e l'uomo peccatore, il corpo del quale sarà disfatto in polvere sotto il fuoco della giustizia divina. Per salvare almeno l'anima, il peccatore ricorreva alla cenere, e nel riconoscere quella triste fraternità con essa si sentiva più al riparo dalla collera di colui che resiste ai superbi e perdona agli umili.

    I pubblici penitenti.

    L'uso liturgico delle Ceneri al Mercoledì di Quinquagesima non sembra che in origine sia stato imposto a tutti i fedeli, ma solo ai colpevoli di certi peccati soggetti alla pubblica penitenza della Chiesa. In questo giorno, prima della Messa, essi si presentavano in Chiesa dove stava raccolto tutto il popolo, i sacerdoti ricevevano la confessione dei loro peccati, quindi li vestivano di cilizi e spargevano sulle loro teste la cenere. Dopo questa cerimonia, il clero ed il popolo si prostravano a terra, mentre ad alta voce venivano recitati i sette salmi penitenziali. Successivamente aveva luogo la processione, durante la quale i penitenti camminavano a piedi scalzi. Di ritorno, erano solennemente cacciati fuori dalla Chiesa dal Vescovo, che diceva loro: "Vi scacciamo fuori dal recinto della Chiesa a causa dei vostri peccati e delitti, come fu scacciato fuori dal Paradiso il primo uomo Adamo a causa della sua trasgressione". Poi il clero cantava diversi Responsori tratti dal Genesi, dov'erano ricordate le parole del Signore che condannava l'uomo ai sudori ed al lavoro sulla terra, ormai maledetta a causa sua. Quindi venivano chiuse le porte della Chiesa, affinché i penitenti non ne passassero più le soglie fino al Giovedì Santo, giorno nel quale ricevevano solennemente l'assoluzione.

    Estensione del rito liturgico.

    Dopo il XII secolo, la penitenza pubblica cominciò a cadere in disuso; ma l'uso d'imporre in questo giorno le ceneri a tutti i fedeli divenne sempre più generale e prese posto fra le cerimonie essenziali della Liturgia Romana. È difficile dire esattamente in quale epoca si produsse tale evoluzione. Sappiamo solo che nel Concilio di Benevento (1091) Urbano II ne fece un obbligo a tutti i fedeli. L'attuale cerimonia è descritta negli Ordines del XII secolo; le antifone, i responsori e le preghiere della benedizione delle Ceneri erano già in uso fra l'VIII e il X secolo.

    Una volta i cristiani si avvicinavano a piedi nudi a ricevere l'ammonimento sul niente dell'uomo, e, ancora nel XII secolo, lo stesso Papa, per recarsi da S. Anastasia a S. Sabina, dov'è la Stazione, faceva tutto il percorso senza calzatura, come pure i Cardinali che l'accompagnavano. Poi la Chiesa mitigò questo rigore esteriore; ma continuò a dare valore ai sentimenti interni che deve produrre in noi un rito così espressivo.

    Come abbiamo or ora detto, la Stazione odierna è a Roma, in S. Sabina, sul colle Aventino, aprendosi così sotto gli auspici di questa santa Martire la penitenza quaresimale.

    La sacra funzione incomincia con la benedizione delle ceneri, ottenute dalle Palme benedette l'anno prima nella Domenica che precede la Pasqua. La nuova benedizione ch'esse ricevono in questa circostanza ha lo scopo di renderle più degne del mistero di contrizione e di umiltà che stanno a significare.

    MESSA

    EPISTOLA (Gl 2,12-19). - Queste cose dice il Signore: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nelle lacrime, nei sospiri. Lacerate i vostri cuori e non le vostre vesti; tornate al Signore, Dio vostro, che è benigno e misericordioso, paziente e ricco di clemenza, e ci pensa molto avanti di castigare. Chi sa che non cambi e perdoni, e non lasci dietro a sé la benedizione pel sacrificio e la libazione al Signore Dio vostro? Sonate la tromba in Sion, pubblicate il digiuno, convocate l'adunanza, radunate il popolo, purificate la riunione, convocate gli anziani; fate venire i fanciulli e i lattanti, lo sposo novello lasci il suo letto e la novella sposa il suo talamo. Tra il vestibolo e l'altare i sacerdoti, ministri del Signore, piangano, e dicano: Perdona, Signore, perdona al tuo popolo, non abbandonare la tua eredità all'obbrobrio, non la render serva delle nazioni; che non si dica fra i popoli: Dov'è il loro Dio? Il Signore ha mostrato zelo per la sua terra ed ha perdonato al suo popolo. Il Signore ha risposto e ha detto al suo popolo: Ecco che io vi manderò il frumento, il vino e l'olio, e ne avrete in abbondanza. e non vi farò più essere l'obbrobrio delle genti: dice il Signore onnipotente.

    Efficacia del digiuno.

    Questo magnifico passo del Profeta ci rivela l'importanza che il Signore dà all'espiazione fatta col digiuno. Quando l'uomo contrito dei propri peccati affligge la sua carne. Dio si commuove, come lo dimostra l'esempio di Ninive. Il Signore perdonò a una città infedele, perché i suoi abitanti imploravano pietà con l'abito della penitenza. Che non farà allora in favore del suo popolo, se questo saprà unire all'immolazione del corpo il sacrificio del cuore ?

    Affrontiamo dunque coraggiosamente la via della penitenza; e se l'affievolimento della fede e del timor di Dio sembra far cadere intorno a noi pratiche antiche quanto il cristianesimo, guardiamoci dal non esagerare in un rilassamento così pregiudizievole al complesso dei costumi cristiani. Riflettiamo soprattutto ai nostri obblighi personali verso la giustizia divina, la quale ci rimetterà i peccati e le pene meritate, in misura che ci mostreremo premurosi d'offrirle la soddisfazione cui ha diritto.

    VANGELO (Mt 6,16-21). - In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Quando digiunate, non prendete un'aria melanconica, come gl'ipocriti, che sfigurano la loro faccia per mostrare alla gente che digiunano. In verità vi dico che han già ricevuto la loro mercede. Ma tu, quando digiuni, profumati il capo e la faccia, affinché non alla gente apparisca che tu digiuni, ma al tuo Padre, che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Non vogliate accumulare tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignola consumano e i ladri scassinano e rubano; ma fatevi dei tesori nel cielo, dove né ruggine né tignole consumano, dove i ladri né scassinano né rubano. Perché dove è il tuo tesoro, quivi è anche il tuo cuore.

    La gioia della Quaresima.

    Nostro Signore non vuole che i cristiani accolgano il digiuno espiatorio, con un'aria triste e lugubre. Anzi, persuasi ch'è tanto pericoloso differire i conti con la giustizia, si devono consolare e mostrarsi allegri all'avvicinarsi di quel tempo sì salutare perché sanno in anticipo che, se saranno fedeli alle prescrizioni della Chiesa, il peso del loro fardello si alleggerirà.

    Queste soddisfazioni, oggi tanto mitigate dall'indulgenza della Chiesa, se offerte a Dio con quelle del Redentore e fecondate da quella comunione di opere propiziatorie che unisce in un sol fascio le opere sante di tutti i membri della Chiesa militante, purificheranno le loro anime e le faranno degne di partecipare alle purissime gioie della Pasqua. Perciò, non dobbiamo essere tristi perché digiuniamo, ma perché abbiamo col peccato reso necessario il digiuno.

    Il Signore, poi, ci dà un altro consiglio, che la Chiesa ci ricorderà spesso nel corso dei quaranta giorni: quello d'aggiungere l'elemosina alle privazioni del corpo. Vuole che tesorizziamo, ma per il cielo. Abbiamo bisogno d'intercessori: li dobbiamo cercare tra i poveri. Ogni giorno di Quaresima, eccetto le Domeniche, prima di congedare l'assemblea dei fedeli, il Sacerdote recita per loro una preghiera particolare, sempre preceduta dall'esortazione del diacono: "Umiliate le vostre teste dinanzi a Dio". La preghiera è una formula di benedizione, implorante il pegno della protezione celeste sui fedeli che ritornano alle ordinarie occupazioni (Callewaert, Sacris erudiri, p. 694).

    PREGHIAMO

    Riguarda placato, o Signore, il popolo prostrato dinanzi a te e, dopo averlo ristorato col dono divino, confortalo sempre con celesti aiuti.


    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 463-467

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    Predefinito re: 31 marzo 2014: Lunedì della quarta settimana di Quaresima

    6 marzo 2014
    GIOVEDÌ DOPO LE CENERI
    La legge del digiuno ci vincola da ieri; ma non siamo ancora entrati nella solennità della Quaresima propriamente detta, la quale s'aprirà coi Vespri di sabato prossimo. Per distinguerli dal resto dei quaranta giorni, durante questi quattro sovraggiunti, la Chiesa continua a cantare i Vespri all'ora ordinaria, e permette anche ai suoi ministri di rompere il digiuno prima che sia terminata quella parte dell'Ufficio.Ma non sarà così a partire da sabato prossimo, in quanto ogni giorno, escluse le Domeniche che non hanno il digiuno, i Vespri feriali e festivi saranno anticipati, così che all'ora dei pasti l'Ufficio della sera sia tutto terminato. È un ultimo vestigio delle usanze della Chiesa primitiva, perché una volta i fedeli non rompevano il digiuno prima del tramonto, ora alla quale corrispondono i Vespri.La santa Chiesa ha distinto i tre giorni seguenti al Mercoledì delle Ceneri con l'assegnare a ciascuno di loro una lettura dell'Antico Testamento e un'altra del Vangelo, per essere fatte durante la Messa. Noi riprodurremo ogni volta quelle letture con l'aggiunta di qualche riflessione.Oggi la Stazione è a Roma, a S. Giorgio in Velabro, dove si conserva il teschio di quel Santo, che il Papa Zaccaria (741-752) portò dal Laterano.
    EPISTOLA (Is 38,1-6). - In quei giorni: Ezechia cadde in una malattia mortale, e il profeta Isaia figliolo di Amos, andato a trovarlo, gli disse: Così dice il Signore: Metti in ordine le tue cose, perché tu morrai e non potrai vivere. Ezechia, voltata la faccia verso la parete, pregò il Signore, dicendo: Te ne prego, Signore, e ti scongiuro a ricordarti come io ho camminato dinanzi a te nella verità e con cuore perfetto, ed ho fatto ciò che è buono dinanzi ai tuoi occhi. Ezechia si mise a piangere dirottamente. E il Signore rivolse la parola ad Isaia, dicendo: Va' a dire ad Ezechia: il Signor e Dio di David tuo padre dice cosi: Ho ascoltata la tua preghiera, ho vedute le tue lacrime, ed ecco, aggiungerò quindici anni alla tua vita, e libererò te e questa città dal re d'Assiria, e la proteggerò, dice il Signore onnipotente.
    Preparazione alla morte.
    Ieri la Chiesa ci mise davanti agli occhi la certezza della morte. Moriremo: Dio l'ha decretato, e a nessun essere ragionevole verrà in mente che la propria persona possa essere oggetto di un'eccezione. Ma se è certo il fatto della nostra morte, non è altrettanto noto il giorno che dobbiamo morire. Dio preferisce nascondercelo per i motivi della sua Sapienza; tocca a noi vivere in maniera da non essere colti di sorpresa. Può darsi che questa sera stessa venga a dire a noi come ad Ezechia: "Metti in ordine le tue cose, perché tu morrai". Dobbiamo sempre vivere in quell'attesa; perché, se anche Dio prorogasse la nostra vita come al re di Giuda, un giorno o l'altro dovrà immancabilmente arrivare quell'ora suprema; e nell'al di là non esiste più il tempo, ma l'eternità.Facendoci così approfondire la vanità della nostra esistenza, la Chiesa vuole fortificarci contro le seduzioni del tempo e farci dedicare interamente a quell'opera di rigenerazione, alla quale ci va preparando da tre settimane. Quanti cristiani che hanno ieri ricevute le ceneri, non saranno presenti quaggiù alle gioie pasquali! Chissà se anche noi non saremo nel numero delle vittime chiamate ad una morte così vicina! E chi ci può garantire il contrario? Per tale incertezza, accogliamo grati la parola del Salvatore: Fate penitenza, ché il Regno dei cieli è vicino (Mt 4,17).
    VANGELO (Mt 8,5-13). - In quel tempo: Entrato che fu Gesù in Cafarnao, s'accostò a lui un centurione, e lo pregava, dicendo: Signore, il mio servo in casa paralizzato e soffre terribilmente. E Gesù a lui : Io verrò e lo guarirò. Ma il centurione, rispondendo soggiunse: Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch'io sono un uomo sottoposto ed ho dei soldati sotto di me, e dico a questo: Va' ed egli va; e a quello: Vieni, ed egli viene: ed al mio servitore: Fa' questo, e lo fa. Gesù udite queste parole, ne restò ammirato, e disse a coloro che lo seguivano: In verità vi dico: non ho trovato tanta fede in Israele. Or vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno con Abramo e Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli; e i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori, ove sarà pianto e stridor di denti. E Gesù disse al centurione: Va' e come hai creduto, ti avvenga. E in quell'istante il servo fu guarito.
    La preghiera.
    La sacra Scrittura, i Padri e i Teologi cattolici distinguono tre specie d'opere di penitenza: la preghiera, il digiuno e l'elemosina. Nelle letture da lei proposte nei primi giorni di Quaresima, la Chiesa vuole istruirci circa la maniera di compiere le differenti opere. Oggi ci raccomanda la preghiera.La preghiera del centurione, che viene ad implorare ai piedi del Signore la guarigione del suo servo, è umile: dal fondo del cuore si giudica indegno di ricevere Gesù in casa sua; è piena di fede: non dubita un istante che il Signore gli possa accordare l'oggetto della tua domanda. E con quale calore la presenta! La fede di questo pagano supera tanto quella dei figli d'Israele, da meritare l'ammirazione del Figlio di Dio. :Così dev'essere la nostra preghiera, quando imploriamo la guarigione dell'anima nostra. Riconosciamo di non essere degni di parlare con Dio, ma nello stesso tempo insistiamo con una fede incrollabile; la sua potenza e la sua bontà esigono da parte nostra la preghiera affinché essa sia ricompensata dalla effusione della sua misericordia.Il tempo in cui siamo è tempo di preghiera; la Chiesa raddoppia le sue suppliche e le offre per noi: non lasciamola pregare sola. Abbandoniamo la tiepidezza in questi giorni, e ricordiamoci che, se ogni giorno commettiamo peccati, la preghiera li ripara e ci preserva dal commetterne di più.
    PREGHIAMO
    Perdona, Signore, perdona al tuo popolo, affinché, punito da giusti flagelli, respiri nella tua misericordia.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 467-470

  9. #9
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    Predefinito re: 31 marzo 2014: Lunedì della quarta settimana di Quaresima

    6 MARZO 2014

    SANTA PERPETUA E FELICITA, MARTIRI
    Gloria di questo giorno.
    La festa di queste due sante eroine della fede cristiana veniva celebrata, nelle chiese loro dedicate, domani 7 marzo, giorno anniversario del loro trionfo; ma la memoria di san Tommaso d'Aquino sembrava eclissare quella delle sue due grandi Martiri africane. Avendo perciò la Santa Sede elevato la loro memoria, per la Chiesa universale, al rito doppio, prescrisse d'anticipare d'un giorno la loro solennità; così la Liturgia presenta fin da oggi all'ammirazione del lettore cristiano lo spettacolo di cui fu testimone la città di Cartagine nell'anno 202 o 203. Niente ci fa meglio comprendere il vero spirito del Vangelo secondo il quale in questi giorni dobbiamo riformare i nostri sentimenti e la nostra vita. Queste due donne, queste due madri affrontarono i più grandi sacrifici; Dio chiese loro non soltanto la vita, ma più che la vita; ed esse vi si assoggettarono con quella semplicità e magnanimità che fece d'Abramo il Padre dei credenti.
    La forza nella debolezza.
    I loro nomi, come osserva sant'Agostino, erano un presagio della sorte che il cielo riservava loro: una perpetua felicità. L'esempio che diedero della forza cristiana è di per se stesso una vittoria che assicura il trionfo della fede di Gesù Cristo in terra d'Africa. Ancora pochi anni, e san Cipriano farà sentire la sua voce eloquente che chiama i cristiani al martirio. Dove trovare accenti più commoventi che nelle pagine scritte dalla mano della giovane donna di ventidue anni, Perpetua, la quale ci narra con una calma celestiale le prove che doveva passare prima d'arrivare a Dio, e che, sul punto d'andare all'anfiteatro, trasmise ad un altro perché completasse la sua sanguinosa tragedia?Leggendo queste gesta, di cui i secoli non hanno potuto alterare né fascino, né grandezza, sentiamo quasi la presenza dei nostri antenati nella fede e ammiriamo la potenza della grazia divina, che suscitò un tale coraggio dal seno stesso d'una società idolatra e corrotta; e considerando qual genere di eroi Dio usò per infrangere la formidabile resistenza del mondo pagano, non si può fare a meno di ripetere con san Giovanni Crisostomo: "A me piace tanto leggere gli Atti dei Martiri; ma ho un'attrattiva particolare per quelli che ritraggono le lotte sostenute dalle donne cristiane. Più debole è l'atleta e più gloriosa è la vittoria; infatti il nemico vede l'avvicinarsi della disfatta proprio dal lato dove aveva sempre trionfato. Per la donna egli ci vinse; ora per la donna viene abbattuto. Nelle sue mani ella fu una arma contro di noi; ora ne diviene la spada che lo trapassa. In principio la donna peccò, e quale compenso del suo peccato ebbe in eredità la morte; ora la martire muore, ma muore per non peccare più. Sedotta da promesse menzognere, la donna violò il precetto divino; ora per non violare la fedeltà al divino benefattore, la martire preferisce sacrificare la vita. Quale scusa ora avrà l'uomo per farsi perdonare la sua codardia, quando delle semplici donne mostrano un sì virile coraggio? quando, così deboli e delicate, si sono viste trionfare dell'inferiorità del loro sesso, e, fortificate dalla grazia, riportare sì gloriose vittorie"? (Omelia Su vari passi del N. T.).Le Lezioni di queste due Martiri narrano i tratti più salienti del loro combattimento. Vi sono inseriti frammenti del vero racconto scritto da santa Perpetua. Esso ispirerà senza dubbio a più di un lettore il desiderio di leggere per intero negli Atti dei Martiri [1] il resto del magnifico testamento di questa eroina.
    VITA. - Sotto l'imperatore Severo, furono arrestati a Cartagine, in Africa, alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, tutti e due schiavi, e con loro Saturnino e Secondolo, e da ultimo, Vibia Perpetua, di famiglia distinta, educata con molta cura e sposata a un uomo di alta condizione. All'età di ventidue anni ella aveva ancora il padre e la madre, due fratelli, uno dei quali era, come lei, catecumeno, e un bambino al quale essa dava ancora il latte. Vibia Perpetua scrisse interamente di suo pugno la storia del suo martirio.Eravamo già sotto la pressione dei nostri persecutori, racconta Perpetua, e mio padre, spinto dal grande amore che mi portava, faceva ogni sforzo per scuotermi e farmi cambiare d'avviso. Padre mio, gli dissi, io non posso chiamarmi con altro nome diverso da quel che sono, cioè cristiana.A tale parola mio padre si slanciò contro di me e sembrava volesse cavarmi gli occhi, ma finì per dirmi soltanto delle villanie e delle ingiurie, e quindi si ritirò confuso per non aver potuto vincer la mia fermezza con tutti gli artifizi che il demonio gli aveva suggerito. Per qualche giorno non si fece più vedere da me e ne ringraziai il Signore. La sua lontananza mi era un sollievo. Durante questo breve intervallo ricevemmo il battesimo; e lo Spirito Santo, mentre io stavo nell'acqua, m'ispirò di domandare un'unica cosa: la pazienza nelle pene che avrei dovuto soffrire nel corpo.Pochi giorni dopo fummo condotti in prigione. All'entrare ebbi uno spavento indicibile, perché io non avevo mai visto tenebre sì orrende. Che giorni tristi! Eravamo così ammucchiati uno contro l'altro che si soffocava; per di più si era costretti a subire ad ogni momento l'insolenzà dei soldati di guardia. Ma l'angoscia più grave mi veniva dal pensiero del mio bambino, che era lontano da me. Terzo e Pomponio, i cari diaconi che avevano cura di noi, riuscirono a ottenere, profondendo del denaro, che per alcune ore lungo la giornata fossimo condotti in luogo aperto, a respirare un poco d'aria. Allora, usciti dal fondo del carcere, ciascuno poteva ristorarsi come meglio gli piaceva. Mia cura era di dare il latte al bambino, già mezzo morto per l'inedia. Con molto affetto parlai a mia madre, confortai mio fratello, e raccomandai a tutti in modo speciale l'assistenza al piccino. Ma ero in pena nel vedere i miei cari afflitti per causa mia.Dopo pochi giorni si diffuse la voce che saremmo stati giudicati. A tal notizia mio padre, accasciato dal dolore, corse dalla sua villetta e venne a vedermi, sperando di togliermi dal mio proposito, e mi diceva: "Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre, se almeno mi credi ancora degno d'essere chiamato tuo padre! Pensa a tua madre, ai tuoi fratelli, al tuo figlioletto, che senza di te non potrà vivere. Non ostinarti a questo modo, perché tu fai morire tutti, e ci mandi in rovina!".Così parlava mio padre nel suo amor per me, e nello stesso tempo mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non "figlia" ma signora e padrona. A simili accenti, io sentivo pietà per lui, perché di tutta la mia famiglia era l'unico che non si sarebbe gloriato del mio martirio; lo rassicurai dicendo: "Accadrà quel che Dio vorrà: poiché non siamo noi i padroni di noi stessi, ma Dio! Ed egli se ne andò molto rattristato".Un giorno, durante la refezione, fummo improvvisamente chiamati per un interrogatorio. Andammo al foro. Sparsasi di ciò subito la voce, veniva agglomerandosi nei dintorni del foro una folla immensa. Montammo sul palco del tribunale. I miei compagni furono interrogati e confessarono. Quando venne il mio turno d'essere interrogata, mio padre apparve d'improvviso portando in braccio il mio figlioletto; mi trasse in disparte fuori del mio posto e in atto supplichevole mi disse: "Abbi pietà del bambino". Il procuratore Ilariano insisteva: "Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre; "abbi compassione della tenera età di tuo figlio. Sacrifica alla salute degl'imperatori ". Non farò mai una cosa simile, risposi, io sono cristiana.Allora il giudice pronunziò la sentenza, per la quale eravamo tutti condannati alle belve: noi scendemmo festanti dal palco per andare nelle prigioni. Poiché il mio bambino era abituato a prendere il latte da me ed a restare con me nella prigione, inviai subito a richiederlo a mio padre, ma egli non volle darlo. Piacque a Dio che il bimbo non domandasse più latte, di modo che io non ebbi più alcuna preoccupazione per lui, né venni a soffrire per questo, alcuna dolorosa conseguenza.Fino a questo punto ho scritto io stessa il racconto; quello poi che accadrà in seguito, nel combattimento per il mio martirio, scriverà chi vorrà.Anche Felicita ottenne da Dio un insigne favore. Ella era otto mesi che attendeva dal Signore un bambino. Man mano che il giorno dei giochi si avvicinava la sua tristezza aumentava, perché temeva che il suo stato di madre facesse rimandare il martirio ad altra epoca: la legge infatti proibiva di giustiziare a questo modo le madri. I suoi compagni di martirio non erano meno rattristati di lei, al pensiero d'abbandonare, sola, sul cammino della speranza e del bene che essi avrebbero posseduto così dolce amica e sorella. Perciò tutti si unirono in una sola preghiera in favore di Felicita. E tre giorni prima dei giochi, ella ebbe la grazia d'una bambina. Ai gemiti di lei nell'oscura prigione un carceriere disse: "Se tu in questo momento non sei capace di sopportare il dolore, che accadrà quando sarai di fronte alle bestie, che tu hai mostrato or ora di disprezzare e di non temere quando hai rifiutato di sacrificare?". Felicita rispose: "Adesso a soffrire sono io sola, ma allora ci sarà un Altro in me, che patirà per me, perché anch'io patirò per lui". La bambina di Felicita fu adottata da una cristiana.Spuntò finalmente il giorno del trionfo. Camminavano i martiri dalla prigione all'anfiteatro come andassero al cielo, giulivi in volto, commossi e trepidanti non per il timore ma per la gioia. Veniva ultima Perpetua, placida in viso, il passo grave, calma e maestosa come si conviene a una matrona di Cristo; con la forza superiore e divina dei suoi occhi imponeva rispetto a tutti. Era con lei Felicita, gioiosa per la sua riacquistata liberazione, che le permetteva di combattere quel giorno con le fiere, e desiderosa di purificarsi in un secondo battesimo.Per le due donne si era preparato una mucca furiosa (certo fu il demonio a suggerire questo animale generalmente sconosciuto nei giuochi), quasi si volesse recare maggior insulto al loro sesso. Si spogliarono queste sante donne delle loro vesti, si involsero in una rete, e in tale stato furono esposte alle belve. Perpetua fu esposta prima, e fu dalla mucca sollevata in aria con le corna. Ricadde sui lombi, battendo in terra fortemente. Nella caduta la sua tunica si aperse per buon tratto da un fianco; ed ella la ricongiunse subito con la mano e si ricoprì, più attenta al pudore che non al dolore."Richiamata dagli arenai, si accorse che la sua capigliatura era sciolta: e allora raccolse e rannodò la chioma, pensando che una martire non deve avere, morendo, i capelli scarmigliati, affinchè nessuno avesse a credere che si affliggeva nel momento della sua gloria. Così ricomposta, Perpetua si rialzò, e, vedendo Felicita che giaceva al suolo quasi morta (gettata anch'essa a terra dalla vacca), le si accostò, le diede la mano, la sollevò dal suolo. Si fermarono là in piedi ambedue. Il popolo, mosso a compassione, gridò che si facessero uscire dalla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua accolta da un catecumeno a lei molto affezionato, di nome Rustico, sembrava una persona che esce da un profondo sonno, ma era in estasi, e, guardandosi intorno chiese con stupore di tutti: "Quando dunque saremo esposte a questa mucca?". E siccome le si rispose che ciò era già stato fatto, essa non se ne convinse, finché non vide sopra le sue vestimenta e sopra il suo stesso corpo le tracce di quanto aveva sofferto. Dopo di che fece chiamare suo fratello e Rustico, e disse loro: "State saldi nella fede, amatevi gli uni e gli altri, e non rendetevi scandalo dei nostri patimenti".Quanto a Secondolo, Dio volle chiamarlo a sé mentre stava ancora chiuso nel carcere. Saturnino e Revocato, prima assaliti da un leopardo, furono poi crudelmente trascinati da un orso. Saturo fu prima esposto a un cinghiale, quindi a un orso; ma questa bestia non usci fuori della sua gabbia, così che, due volte rimasto immune, il martire fu chiamato dentro; solo alla fine dello spettacolo venne presentato a un leopadro, che con un sol morso lo immerse in un lago di sangue. "È lavato davvero! è lavato davvero! " gridò il popolo alludendo al battesimo. Poi il martire cadde svenuto e fu trasportato nello spoliario, ove già si trovavano gli altri martiri per essere scannati.Ma il popolo reclamava il ritorno dei condannati, poiché voleva darsi al barbaro piacere di mirare le spade quando s'immergono nel corpo d'un uomo. I martiri da loro stessi s'alzarono, condiscendendo al desiderio del popolo; e, giunti nel mezzo dell'anfiteatro, si diedero il bacio per consumare così il martirio in pace; poi, immobili, silenziosi, attesero il ferro. Saturo, che marciava in testa, morì per il primo.Perpetua era riserbata a un nuovo dolore. Colpita per sbaglio tra le coste e la gola diede un grido; poi, siccome il suo carnefice era un gladiatore novizio, prese essa stessa la mano tremante di quell'apprendista e si appoggiò la punta della spada sopra la gola. Sembrava che questa donna valorosa non potesse morire che di propria volontà, e che lo spirito immondo, dal quale era temuta, non potesse toccarla senza il suo consenso.Nota sulla composizione degli Atti."Nel leggere questo celebre brano - d'un sì ardente e puro entusiasmo e d'una semplicità così bella e commovente, solo qua e là gravata di un tantino di retorica - ci si rende conto della sua intessitura. Il primo capitolo è un prologo da attribuirsi al redattore, che ha messo insieme le diverse parti narrate. Nel secondo capitolo il redattore narra sommariamente la simultanea cattura di Vibia Perpetua, giovane donna di ventidue anni, istruita e di famiglia ragguardevole; di due giovani, Saturnino e Secondolo; da ultimo di due schiavi, Revocato e Felicita, tutti catecumeni. (Un po' più tardi, un certo Saturo, loro istruttore, si sarebbe spontaneamente consegnato: paragrafo iv). Quindi dichiara che cede la parola a Perpetua che ha redatto di proprio pugno il racconto delle sue sofferenze...Bisogna perciò immaginarsi che le cose siano andate press'a poco così: Perpetua e Saturo nell'oscura prigione ebbero l'agio di stendere una breve relazione dei patimenti che soffrirono, e prima di tutto dei "carismi" con cui Dio li visitò. Tali annotazioni cadono fra le mani d'un testimone oculare del loro supplizio, il quale indaga su particolari che non ha potuto vedere coi propri occhi, completa la narrazione dei martiri e, dai diversi elementi, ne ricava un insieme che inquadra in un'esortazione morale e religiosa. Bisogna dunque distinguere due parti negli Atti quella del compilatore e quella degli stessi martiri...Io credo che, con tutta franchezza, si possa identificare nel redattore Tertulliano... Sono il suo stile, la sua lingua, le sue parole... Il testo poi fu redatto poco dopo il 202-303, data del supplizio dei martiri".(Pietro di Labriolle, Histoire de la litterature latine chrétienne, 3a ediz., 1947, p. 156).
    Santa Perpetua.
    Tutta la cristianità s'inchina davanti a te, o Perpetua! Ma c'è di più: ogni giorno, il celebrante pronuncia il tuo nome fra i nomi privilegiati ch'egli ripete al cospetto della vittima divina; così la tua memoria è perpetuamente associata a quella di Cristo, cui il tuo amore rese testimonianza col sangue. Ma quale beneficio egli s'è degnato d'accordarci, permettendoci di penetrare i sentimenti della tua anima generosa nelle pagine vergate dalle tue mani e pervenute fino a noi attraverso i secoli! Là noi apprendiamo il tuo amore "più forte della morte" (Ct 8,6), che ti fece vittoriosa in tutti i combattimenti. L'acqua battesimale non aveva ancora bagnata la tua fronte, che già eri annoverata fra i martiri. Ben presto dovesti sostenere gli assalti di un padre, e superare la tenerezza filiale di quaggiù per preservare quella che dovevi all'altro Padre che sta nei cieli. Non tardò il tuo cuore materno ad essere sottoposto alla più terribile prova, quando il bambino che prendeva vita dal tuo seno ti fu portato via come un novello Isacco, e rimanesti sola nella veglia dell'ultimo combattimento."Dov'eri tu, diremo con sant'Agostino, quando neppure vedevi la bestia furibonda cui ti avevano esposta? Di quali delizie godevi, al punto d'essere divenuta insensibile a sì gravi dolori? Quale amore t'inebriava? Quale bellezza celeste ti cattivava? Quale bevanda ti aveva tolto il senso delle cose di quaggiù, tu, ch'eri ancora, nei vincoli della vita mortale?" (Per il giorno natalizio di santa Perpetua e Felicita).Il Signore ti aveva predisposta al sacrificio. E allora comprendiamo come la tua vita sia divenuta affatto celeste, e come la tua anima, dimorante già per l'amore, in Gesù che ti aveva tutto chiesto e al quale nulla negasti, fosse sin d'allora estranea a quel corpo che doveva ben presto abbandonare. Ti tratteneva ancora un legame, quello che la spada doveva troncare; ma affinché la tua immolazione fosse volontaria sino alla fine, fu necessario che con la tua stessa mano vibrassi il colpo che schiudeva all'anima il passaggio al Sommo Bene. Tu fosti donna veramente forte, nemica del serpente infernale! Oggetto di tutto il suo odio, tu lo vincesti! Ed ecco che dopo secoli il tuo nome ha il privilegio di far palpitare ogni cuore cristiano.
    Santa Felicita.
    Ricevi anche tu i nostri omaggi, o Felicita! Tu fosti degna compagna di Perpetua. Nel secolo essa brillò nel novero delle matrone di Cartagine; ma, nonostante la tua condizione servile, il battesimo l'aveva resa tua sorella, e ambedue camminaste di pari passo nell'arena del martirio. Appena si rialzava dalle violente cadute, essa correva a te, e tu le tendevi la mano; la nobile donna e la schiava si confondevano nell'abbraccio del martirio. In tal modo gli spettatori dell'anfiteatro erano già in grado di capire come la nuova religione avesse insita in sé una virtù, destinata a far soccombere la schiavitù.O Perpetua! o Felicita! fate che i vostri esempi non vadano perduti, e che il pensiero delle vostre virtù ed immolazioni eroiche ci sostengano nei sacrifici più piccoli che il Signore esige da noi. Pregate anche per le nuove Chiese che sorgono sulle sponde africane; esse si raccomandano a voi; beneditele, e fate che rifioriscano, per la vostra potente intercessione, la fede e i costumi cristiani.

    [1] PG t. 3, c. 13-58 e H. Leclerq. XX: I Martiri, t. I, p. 122-139. Questi Atti costituiscono uno del brani più completi della letteratura cristiana, e la loro autenticità è al di sopra d'ogni sospetto.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 831-837

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    Predefinito re: 31 marzo 2014: Lunedì della quarta settimana di Quaresima

    7 MARZO 2014SAN TOMMASO D'AQUINO,
    DOTTORE DELLA CHIESA
    Gloria di san Tommaso.
    Salutiamo oggi uno dei più luminosi interpreti della divina verità. La Chiesa l'ha generato molti secoli dopo l'età apostolica, molto tempo dopo che la parola d'Ambrogio, di Agostino, di Girolamo e di Gregorio aveva cessato di risuonare; ma san Tommaso ha dimostrato che il seno della Madre comune è sempre fecondo, e questa, nella gioia di averlo dato alla luce, lo ha chiamato il Dottore Angelico. È dunque in mezzo al coro degli Angeli che devono cercarlo i nostri occhi, perché la sua nobile e pura intelligenza lo associò ai Cherubini del ciclo; come la tenerezza di Bonaventura, suo emulo ed amico, annoverò il discepolo di san Francesco nella schiera dei Serafini.La gloria di Tommaso d'Aquino è quella dell'umanità, della quale è uno dei più grandi geni; è quella della Chiesa, la cui dottrina espose nei suoi scritti con tanta lucidità e precisione che nessun altro Dottore aveva mai raggiunto; è quella di Cristo stesso, che si rallegrò con lui per avere spiegato degnamente i suoi misteri. In questi giorni che ci devono ricondurre a Dio, il più gran bisogno delle nostre anime è di conoscere lui; come la più grande disavventura fu quella di non averlo conosciuto abbastanza.Imploriamo da san Tommaso quella "luce immacolata che converte le anime, quella dottrina che dà saggezza ai piccoli, che rallegra i cuori e rischiara l'intelligenza" (Sal 18). Vedremo allora la vanità di tutto ciò che non è Dio, la giustizia dei suoi precetti, la malizia delle nostre trasgressioni, la bontà infinita che accoglierà il nostro pentimento.
    VITA. - San Tommaso d'Aquino nacque verso il 1225, da famiglia nobilissima. Nel 1243 entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori; andò a Parigi a studiare sotto la guida di sant'Alberto Magno, e non tardò a sua volta ad assumere l'insegnamento. La sua dottrina e la sua pietà gli guadagnarono una grande celebrità. Chiamato a Roma dal Papa Urbano IV, compose l'Ufficio del Santissimo Sacramento. Mentre si recava al Concilio di Lione, nel 1274, s'ammalò all'abbazia cistercense di Fossanova e vi morì il 7 marzo. Il Papa Giovanni XXII lo canonizzò nel 1323; Pio V lo dichiarò Dottore della Chiesa nel 1567 e, nel 1880, Leone XIII lo proclamò patrono delle scuole cattoliche.
    Il DottoreAngelico.
    Gloria a te, luce del mondo! tu ricevesti i raggi dal Sole di giustizia e li irradiasti sulla terra. Il tuo limpido occhio contemplò la verità, così che in te si realizzò la parola: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8). Vincitore nella lotta contro la carne, conquistasti le delizie dello spirito; e il Salvatore, rapito dagl'incanti della tua angelica anima, ti scelse per celebrare nella Chiesa il Sacramento dell'amore. La scienza non inaridì in te la sorgente dell'umiltà; la preghiera fu sempre il tuo aiuto nella ricerca della verità; e, dopo tanto lavoro, non aspirasti che ad una unica ricompensa, quella di possedere il Dio che il tuo cuore amava.La tua vita mortale fu allora interrotta, e partisti lasciando incompiuto il capolavoro della tua dottrina; ma tu sempre rifulgi sulla Chiesa di Dio. Tu l'assisterai nelle battaglie contro l'errore poiché si compiace di appoggiarsi ai tuoi insegnamenti, e perché sa che nessuno conosce più intimamente di te i segreti del tuo Sposo. In questi tempi in cui le verità sono venute meno tra i figli degli uomini (Sal 11,2), fortifica, ravviva la fede dei credenti, confondi l'audacia di quegli spiriti vani che credono di sapere qualche cosa ed approfittano dell'oscuramento generale delle intelligenze, per usurpare nella vacuità del loro sapere la missione dei dottori. Le tenebre s'addensano intorno a noi; la confusione regna ovunque; riportaci a quelle nozioni che per la loro semplicità sono la vita dello spirito e la gioia del cuore.
    Preghiera.
    Proteggi l'Ordine Domenicano,che si propaga sempre più ed è uno dei primi ausiliari della Chiesa.
    La Quaresima vedrà i figli della Chiesa prepararsi ad entrare nella grazia del Signore loro Dio; svelaci quella somma Santità che offendemmo coi nostri peccati; fa' che comprendiamo lo stato doloroso di un'anima che ha rotto ogni rapporto con l'eterna giustizia. Inorriditi alla vista delle brutture che ci coprono, aspireremo a purificare i nostri cuori nel sangue dell'Agnello immacolato e a riparare le colpe con opere di penitenza.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 838-839

 

 
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