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    Predefinito Il revisionismo del revisionismo: da Fenestrelle all'eccidio di Pontelandolfo

    Storie, controstorie e false verità sul Risorgimento: da Fenestrelle all'eccidio di Pontelandolfo

    Negli ultimi tempi si assiste ad uno strano fenomeno, che sembra rovesciare la categoria del cosiddetto revisionismo. E' il revisionismo del revisionismo, fenomeno tutto italiano e tutto concentrato sul nostro Risorgimento. Accademici, ricercatori, cultori di storia si affannano a smentire, e rivedere documenti e ricerche che hanno riletto vicende oscure e per anni rimosse. Vicende che riguardano, guarda caso, l'annessione del Mezzogiorno al resto dell'Italia.

    Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di "storici non patentati" (come lui li definisce), ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall'esercito piemontese e spediti al Nord in tristi luoghi di detenzione come Fenestrelle.

    Obiettivo della ricerca era smentire l'esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti tra strutture di detenzione, trasferimenti forzati al nord e ospedali militari. L'obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall'accademia ufficiale.

    Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato "Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle" riprende la questione. E allarga il campo di visuale.

    Citando, alla sua maniera, fonti e documenti, De Crescenzo solletica la curiosità del ricercatore vero, disposto anche a spostarsi in più parti d'Italia per visionare più archivi, e suggerisce documenti conservati in registri parrocchiali e ospedali militari, dove compaiono più tracce di prigionieri militari del sud morti tra il 1861 e il 1863.

    Non si capisce dove voglia portare questo filone revisionista del revisionismo se non a rivendicare le "patenti di storico", per chissà quali fini. La verità è materia difficile, ha bisogno sempre di allargare il campo delle fonti, arare episodi trascurati, arricchirsi di sensibilità che mutano con il passare degli anni.

    Sui prigionieri napoletani, i lati oscuri erano molto semplici: la guerra del Piemonte contro le Due Sicilie non era dichiarata; si era sempre detto che i soldati sardo-piemontesi venivano a portare civiltà contro lo straniero (ma poi lo stesso ministro Manfredo Fanti fu costretto ad ammettere in Parlamento il 18 aprile 1861 che, nelle Due Sicilie, l'esercito era composto da italiani); si era sempre evidenziato che l'annessione non aveva avuto oppositori, se non qualche mercenario straniero, che tutto era stato una passeggiata finita dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.

    Evidentemente, quei prigionieri furono fonte di imbarazzo anche allora: dimostravano l'esistenza di una guerra tra due Stati legittimi, tra due Stati italiani, una guerra che aveva tutte le sembianze di una conquista. Ma tant'è. Mi sembra assai più incredibile il tentativo, attraverso la ripresa del libricino di Davide Fernando Panella pubblicato ben 12 anni fa, di ridimensionare la portata di quello che fu un vero e proprio eccidio compiuto dalle truppe piemontesi-italiane a Pontelandolfo in provincia di Benevento. Proprio nel saggio di Panella si legge: "Risulta in modo evidente che, nell'anno 1861, a Pontelandolfo la mortalità raggiunse un picco molto elevato rispetto al decennio precedente". Dall'eccidio del 14 agosto 1861 al dicembre, i morti risultarono infatti 199.

    Ancora ci si arrocca sui numeri: furono solo tredicii morti, altro che eccidio. I tredici noti sono quelli ufficiali, scolpiti nella famosa lapide voluta dal Comune (dove compaiono anche i nomi dei quattro uccisi dalla banda dei briganti di Cosimo Giordano sette giorni prima), in una manifestazione del 1973. Fu la manifestazione cui partecipò anche Carlo Alianello, che da poco aveva pubblicato il suo unico saggio con l'editore Rusconi: "La conquista del Sud". Fu proprio Alianello, molto prima di Pino Aprile, in quel libro del 1972 a paragonare l'eccidio di Pontelandolfo alle stragi naziste.

    Ecco cosa scrisse l'autore de "L'eredità della priora" e dell'"Alfiere": "A proposito, cos'è questa faccenda di Pontelandolfo e Casalduni, delle quali località nessuna storia cosiddetta conformista, parla mai o accenna appena? Robetta; qualcosina di simile a quelle assai più recenti di Marzabotto e Filetto, moltiplicate almeno per tre. Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le Ss di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be', i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d'ira".

    A cercare e studiare, tra registri parrocchiali, documenti dell'Ufficio storico dell'Esercito a Roma, carte comunali, si scopre che quella del 14 agosto 1861 fu una strage per "diritto di rappresaglia". Ho speso molto tempo a cercare verità su quella vicenda, nel 2004 pubblicai i nomi dei 41 soldati piemontesi uccisi in precedenza e i 3 scampati (non furono 45 soldati morti, come sostiene qualcuno: i documenti all'Ufficio storico sono chiari), poi mi dilungai sulla figura del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri che guidò la colonna dei 300 bersaglieri. Il mio primo libro sull'eccidio è del 1998, ristampato di recente con Focus storia: "1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato". Libro citato e ripreso anche da Pino Aprile.

    Ebbene, nei registri di morti e vivi nell'anno successivo alla strage, risulta che i defunti furono maggiori di quelli di anni precedenti e poi seguenti. Non solo. Nel dibattito parlamentare del dicembre 1861, l'onorevole milanese Giuseppe Ferrari racconta gli orrori visti ("solo 3 case lasciate intatte") e i giornali dell'epoca parlano di 164 morti accertati.

    L'anagrafe allora non era così avanzata come oggi, non c'erano computer né impiegati comunali addetti alla materia. A Pontelandolfo, poi, ci fu anche molta difficoltà a trovare i corpi rimasti sotto le case incendiate e carbonizzati. E poi la vergogna, la paura e denunciare i nomi di congiunti morti, nel timore di qualche ulteriore rappresaglia dei soldati che pure ci fu nei giorni successivi. Piaccia o no, a me non è mai piaciuto l'orrore di quell'atto, Pontelandolfo resta una pagina nera della nostra storia unitaria.

    Nel 2011, a nome dell'Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne "I vinti del Risorgimento" nel 2004 e poi in "Controstoria dell'unità d'Italia" nel 2007) si legge l'orrore: civili uccisi a freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.

    Eppure quella era già regno d'Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l'annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c'è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d'Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si abbiano altri obiettivi.



    Pubblicato il 11 Marzo 2014

    Blog - Il Mattino

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    Predefinito Re: Il revisionismo del revisionismo: da Fenestrelle all'eccidio di Pontelandolfo

    Il revisionismo del revisionismo: l'eccidio di Pontelandolfo


    L'altra verità su Pontelandolfo I morti furono solo tredici - Corriere del Mezzogiorno

    L'altra verità su Pontelandolfo
    I morti furono solo tredici


    Lo studio di un ricercatore sannita fa luce sulla strage



    Il 14 agosto 1861 a Pontelandolfo e Casalduni quanti morti ci furono: migliaia o, come sostiene Pino Aprile, quattrocento? Risposta: tredici. Tutti a Pontelandolfo, mentre nessun morto ci fu a Casalduni. Il Libro dei defuntidell'archivio parrocchiale è chiaro: qui vi sono riportati i nomi dei morti, come morirono e il luogo della sepoltura: la chiesa della santissima Annunziata o «SS. Annunciata» come recitano i documenti. Come è possibile, allora, che da circa quindici anni a questa parte quando si nominano i fatti di Pontelandolfo e Casalduni di centocinquanta anni fa si citano cifre da sterminio di massa? Forse, nel rievocare quei fatti e nel raccontarli ci si è fatti prendere un po' la mano e (quasi) tutti, compreso chi scrive, hanno citato il numero dei morti dandolo per acquisito e scontato. Poi, però, succede che qualche ricercatore locale — sia gloria ai ricercatori locali! — indaghi sul campo e risalga direttamente alle fonti le quali smentiscono le cifre delle migliaia o centinaia di morti e ci fanno vedere quei fatti del caldissimo Ferragosto sannita sotto altra luce.
    Il ricercatore porta il nome di Davide Fernando Panella. Devo la notizia dell'esistenza di precise fonti d'archivio sui morti di Pontelandolfo a Mario Pedicini, ex provveditore agli studi di Benevento e ora uno degli animatori del Centro Studi del Sannio che nella sua rivista storica pubblica lo scrupoloso saggio di Panella: «Brigantaggio e repressione nel 1861. I fatti di Pontelandolfo e Casalduni nei documenti parrocchiali». Nel saggio si può leggere anche quello che è da ritenersi il primo resoconto di quei drammatici eventi: una memoria scritta, probabilmente il 15 agosto, da don Giambattista Mastrogiacomo parroco di Fragneto Monforte. Il prete riferisce di un suo dialogo con il colonnello Negri che lo volle incontrare per affidargli un incarico di ambasciatore a Pontelandolfo: «Voi all'istante dovete essere in Pontelandolfo ad avvertire quella fiera canaglia che se non si sottometterà all'attuale governo, io che ho dato alle fiamme le muraglia, n'andrò sradicare le fondamenta». Nonostante i morti furono meno di quindici — mentre quarantacinque furono i bersaglieri uccisi e fatti a pezzetti nelle membra: «Vergogna eterna per Casalduni» scrive don Mastrogiacomo — quei fatti furono spaventosi e tragici. La registrazione delle morti nel Libro dei defunti fu fatta da due sacerdoti: il canonico Pietro Biondi e l'altro canonico Michelangelo Caterini che firmò ogni atto di morte. I morti del 14 agosto furono dodici: dieci furono uccisi e due morirono bruciati. I morti bruciati erano due anziani di 94 e 89 anni. Il 16 agosto morì un uomo di 55 anni: «Tocco dalle fiamme». Dei tredici morti, undici erano uomini e due donne. La più vecchia aveva 94 anni e si chiamava Maria Izzo, la più giovane 18 anni e si chiamava Concetta Biondi. Non risulta che morirono bimbi o ragazzi. I documenti d'archivio sono molto precisi: indicano anche il luogo della morte.
    Della novantaquattrenne Maria Izzo, ad esempio, riferiscono che morì arsa «nella propria casa», mentre — per fare un confronto — Pino Aprile nel suo Terroni dice che «Maria Izzo era la più bella, perché erano tanti a volerla fra i fratelli d'Italia con libertà di stupro. Così, forse per guadagnare tempo, la legarono nuda a un albero, con le gambe alzate e aperte. Finché uno la finì, affondandole la baionetta nella pancia». Esempi e confronti di questo tipo se ne possono fare non pochi. La vulgata di questi ultimi nostri anni — anni balordi e incattiviti — è sconfessata e persino ridicolizzata. Tutto appare assurdo se si considera che gli studi di Davide Fernando Panella furono pubblicati già nel 2000 con un saggio e nel 2002 con il libro L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861. Ma già nel 1981 Ferdinando Melchiorre pubblicò un volumetto con «l'elenco completo degli uccisi il 14 agosto 1861». È proprio vero che non c'è nulla di più inedito di ciò che è edito. Ora, se nessuno vorrà essere negazionista, si dovrà rivedere il racconto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni in omaggio alla verità della storia patria.
    11 marzo 2014

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    Ultima modifica di Napoli Capitale; 11-03-14 alle 20:36

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    Predefinito Re: Il revisionismo del revisionismo: da Fenestrelle all'eccidio di Pontelandolfo

    Mica mi convince. Fenestrelle era una BALLA virale nata sul nulla, senza uno straccio di prova e ormai ci crede solo gente come quel calabrese convinto che la Mole è una sinagoga di Satana costruita dagli ebrei per spregio e che non ha caso ha il Moloch di Cabiria al centro... Ma qua:
    1) Testimonianze coeve;
    2) documentazione scritte ufficiali coeve;
    3) documentazioni private...
    Uccisi dai bersaglieri fatti passare per morti nei mesi successivi perché non si sa mai? Non è un caso che chi raccoglie i nomi dei 14 morti sia contro i rivoltosi e Camilleri ricorda che i nomi dei rivoltosi uccisi a Lampedusa furono semplicemente fatti sparire e che conservare i nomi degli ergastolani uccisi nella rivolta fu atto di coraggio da parte del sindaco... Poi bisogna vedere se c'era un'altra Maria Izzo...
    P.S. Le anagrafi avevano impiegati addetti, almeno nei paesi più grandi, bisogna vedere se li aveva Pontelandolfo.
    E' qui che vuoi il trionfo della ragione ellenica / qui dove perfino l'alfabeto è un segno dell'obbrobrio da distruggere? (Luzi, Libro di Ipazia)

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    Predefinito Re: Il revisionismo del revisionismo: da Fenestrelle all'eccidio di Pontelandolfo

    Mica ti devo convincere---

 

 

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