La Cassazione ha confermato i due anni di interdizione per Silvio Berlusconi
Ora diventano esecutivi immediatamente: si chiude un lungo capitolo giudiziario del Processo Mediaset che ha visto il Cavaliere condannato in via definitiva per frode fiscale
Con la sentenza della Cassazione sui due anni di interdizione dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi si chiude un lungo capitolo giudiziario del Processo Mediaset che ha visto il Cavaliere condannato in via definitiva per frode fiscale: una condanna che ha portato alla sua decadenza da senatore e, parallelamente, al ritorno a Forza Italia.
INTERDIZIONE DI BERLUSCONI: LA CASSAZIONE CONFERMA I DUE ANNI - I giudici della III sezione penale della Suprema Corte hanno deciso di confermare la pena accessoria per Silvio Berlusconi a due anni di interdizione ai pubblici uffici: pena che inizialmente era stata quantificata in cinque anni, ma a proposito della quale i giudici della Cassazione avevano rispedito gli atti in Appello perché considerata una troppo alta rispetto ai limiti di legge. E a poco è valso l’intervento dei due legali di Berlusconi, Franco Coppi e Niccolò Ghedini, che oggi ai giudici della Cassazione avevano chiesto di sospendere l’udienza Mediaset in corso e inviare gli atti alla Corte europea di Strasburgo affinché si potesse valutare la cumulabilità delle sanzioni accessorie della legge Severino e dell’interdizione dai pubblici uffici inflitte all’ex premier.
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INTERDIZIONE DI BERLUSCONI: DALLA SENTENZA MEDIASET ALL’APPELLO BIS SULL’INTERDIZIONE - Una questione, quella della pena accessoria prevista per il Cavaliere, che nasce dopo la lettura della sentenza da parte dei giudici della Cassazione, che lo scorso 1 agosto avevano condannato Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione – di cui tre coperti dall’indulto– e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. I giudici della Corte Suprema avevano però rinviato alla Corte d’Appello gli atti relativi alla pena accessoria: secondo la legge l’interdizione dai pubblici uffici si quantifica tra uno e tre anni, pertanto i cinque anni inflitti dalla sentenza sarebbero dovuti essere rivisti dai giudici. Lo scorso 19 ottobre era arrivato il pronunciamento della Corte d’Appello di Milano, che abbassava a due anni di interdizione la pena accessoria prevista per l’ex premier. Poi, oggi, il verdetto della Cassazione, con il collegio dei giudici presieduto da Claudia Squassoni, con relatore della causa il giudice Renato Grillo, le la requisitoria affidata al sostituto procuratore generale Aldo Policastro.
INTERDIZIONE DI BERLUSCONI: LA REQUISITORIA DI POLICASTRO - Nella sua requisitoria, Policastro aveva chiesto che fossero confermati i due anni di interdizione dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi. Per il procuratore generale la pena di due anni di interdizione, pena accessoria relativa alla condanna per frode fiscale inflitta al Cavaliere nell’ambito del processo Mediaset, «corrisponde ai criteri costituzionali». Per questo il Pg aveva chiesto alla Terza sezione penale della Corte di Cassazione che fosse «rigettato il ricorso» presentato dai legali di Silvio Berlusconi che avevano chiesto l’annullamento della pena accessoria o, in subordine, il ricalcolo a un anno.
INTERDIZIONE DI BERLUSCONI: IL NODO DELL’INCANDIDABILITÀ - «La determinazione della pena accessoria pari a 2 anni di interdizione dai pubblici uffici – ha sottolineato il procuratore generale – Risponde ai criteri previsti dalla nostra Costituzione. La sentenza passata in giudicato ci consegna una realtà fattuale assolutamente insuperabile e circostanze oggettivamente accertate. Le condotte sono da valutare in tutta la loro portata». Secondo il magistrato, i giudici milanesi, in sede di appello-bis, «hanno indicato esattamente i criteri seguiti in modo logico e non censurabile. Incide anche l’estinzione del debito tributario non avvenuta». Policastro ha poi spiegato perché il ricorso presentato dai legali di Berlusconi sarebbe stato da rigettare sottolineando anche come fossero «irrilevanti e manifestamente infondate» anche le questioni di legittimità costituzionale della legge 74/2000 contenute in esso. Infine, il pg ha affrontato il nodo giurisprudenziale, introdotto dalla difesa con note di udienza e riferito ad una recente sentenza della Corte Europea riguardante Franzo Grande Stevens: la questione, in particolare, riguarda la coesistenza della pena accessoria dell’interdizione e il periodo di incandidabilità previsto dalla legge Severino: «A mio parere non siamo di fronte a una combinazione di sanzioni – ha concluso il magistrato – perché queste due sanzioni hanno modalità diverse».
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INTERDIZIONE DI BERLUSCONI: «RICORSO INAMMISSIBILE» - Secondo il Pg tra i motivi che avrebbero reso inammissibile il ricorso e l’annullamento della pena «incide anche il fatto che l’estinzione del debito tributario non è ancora avvenuta, e non è stata chiesta neanche la remissione in termini». Per il Pg non sussiste neanche «l’invocata terzietà e impossibilità di adempiere», mentre sul fronte della determinazione della pena accessoria «la quantificazione della pena non è sindacabile in questa sede così come determinata in appello ovvero in base a circostanze oggettive accertate». Non rileva, per il Pg, neanche l’invocata prescrizione perché comunque «si deve tenere presente che la condotta è in ogni caso ascrivibile al ricorrente». Policastro aveva concluso la sua requisitoria affermando che «la determinazione della pena in due anni di interdizione dai pubblici uffici corrisponde a criteri previsti dalla Costituzione e pertanto chiedo il rigetto del ricorso».
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