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Discussione: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

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    Predefinito Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Riporto, aprendo un thread apposito per darne il giusto risalto, un articolo apparso su Effedieffe, che ritengo completo sull'argomento e quindi molto interessante.
    Lungo.
    Da leggere con calma, magari seduti sul divano, e da meditare.

    Una nota a parte.
    Fa strano, MOLTO strano, notare come nell'articolo venga riportata la STESSA citazione di Dostoevskij usata dalla "new entry" (?) Vanvitelli nel thread da lui aperto con scopi quanto meno "dubbi".
    Citazione da lui riportata prima dell'uscita dell'articolo. Strano davvero.


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    I giornali, nazionali e locali, hanno prima ironizzato, per poi buttarsi a pesce nella sempiterna cantilena della «spia del malessere». Se – virtualmente – due milioni di Veneti esprimono istanze secessioniste, qualcosa – come hanno scritto in automatico i mandarini addetti al culto socioeconomico dei grandi giornali – non torna: «lo Stato centrale non fa abbastanza», «troppe tasse», «le fabbriche chiudono», «la protesta ha delle basi legittime». Monsieur Lapalisse, chi è costui? Dopo averci pensato qualche giorno, è arrivato finanche il premier-boyscout: «Il Veneto è una mia priorità. Già fissata una nuova visita» (1). Il ritardo di reazione davanti alla notizia che una delle regioni più ricche potrebbe volersene andar via è dovuto al fatto che Renzi reagisce non al fatto in sé – il referendum – ma agli articoli giornalistici del suddetto mandarinato, articoli che qualcun altro (magari l’israeliano deputato PD Yoram Gutgeld, se non l’ha già cacciato in uno dei suoi accessi di spocchia tirannica) legge e predigerisce per lui.

    L’idea degli organizzatori di mettere in piedi un contro-plebiscito che risarcisca il plebiscito-truffa del 1866 è semplice e cristallina, e pure perfettamente eseguita. La laboriosa serietà con cui si è creato l’evento elettronico surclassa ed umilia ogni pretesa grillina. Come ha scritto Stefano Lorenzetto su Il Giornale: «un popolo concreto ha invecchiato di botto il velleitarismo telematico di Beppe Grillo, che anche da queste parti aveva illuso molti (mi scappa da ridere se penso che il comico genovese candidò Stefano Rodotà a capo dello Stato solo perché il giurista era stato indicato da 4.677 anonimi internauti)». (2)

    Certo, come hanno fatto altri, non nascondo i miei dubbi riguardo i numeri. Assai. Le certificazioni internazionali del voto, ha fatto sapere il leader del movimento Busato, sono ben tre, ma non possono essere comunicate per questione di privacy. Due milioni di voti su una popolazione di poco meno di 5 milioni di abitanti sono una enormità francamente inspiegabile. Ho dedicato un intero capitolo del libro su Grillo e Casaleggio che ho appena dato alle stampe sul tema del voto elettronico. A San Francisco ho trovato esperti di sicurezza (con ovvio passato di hacker) che mi hanno riso in faccia all’idea che possa organizzarsi una consultazione su dei server privati. Non mi dilungherò qui a spiegarlo, ma un ente statale ci impiega anni solo a discutere se il software dev’essere sviluppato internamente o esternamente, e se esternamente da chi, con quali requisiti, etc. Laddove prendono sul serio la democrazia – non come qui dove è sempre stata una mezza finzione vissuta nell’indolenza – il tema del voto elettronico apre discussioni politico-amministrative abissali. Senza contare che, come diceva la mia fonte, «l’inviolabilità di un sistema non esiste, è una soglia logica». Non son ben sicuro di capire cosa sia una soglia logica – né compresi il complesso teorema che mi enunciò come contorno – ma che nessun computer è sicuro, beh, questo lo avevamo inteso tutti anche senza Ed Snowden.

    Serenissima simpatia


    Ciò detto, il valore del plebiscito veneto – vi siano milioni di elettori fake o no – non è da sottovalutare per niente. Perché se qualcuno facesse un referendum ufficiale, cartaceo, si corre il rischio che i voti raccolti siano ben di più. L’orgoglio latente dei Veneti è potente ed imprevedibile. Se ne ebbe un esempio chiaro quando in quel maggio 1997 i famosi Serenissimi assaltarono il Campanile di San Marco (dopo aver dirottato, mitra alla mano, il traghetto che andava a Lido...). Non fu tanto l’atto in sé, che all’eroico mischiava buone dosi di grottesco forte: immaginate, i turisti tedeschi-americani-giapponesi sul plateatico del Café Florian, che si vedono passare davanti, tra le note del pianista, un carro-armato artigianale. Figurate nella vostra mente anche che uno del commando una volta scarcerato si mise a dipingere (e vendere) quadri con la visione paradisiaca della città lagunare avuta quel giorno da sopra il campanile — a Panorama confessò che, su espresse indicazioni di un committente, ne fece una versione dai tratti metafisici: la serenissima campana della riscossa ivi raffigurata invece del battocchio conteneva due testicoli umani. Sarebbe da rimembrare anche quella che è forse la trovata più geniale che ebbero i “nostri”: nei giorni precedenti l’assalto, sostituirono l’audio del TG1 trasmesso dai ripetitori locali (con segnale analogico si poteva fare) con proclami indipendentisti — ovvero: in TV c’era Lili Gruber di tre quarti, ma il sonoro era quello di un uomo che con pesante accento veneto lanciava proclami secessionisti. Una sorta di trollismo catodico, una genialata in fatto di terrorismo mediatico. Il finale di tutta questa operazione lo ricorderete: il sindaco Cacciari incappottato che urla al megafono, le teste di cuoio che sgombrano tutto.

    No, più che l’atto in sé è la reazione che vale la pena di far tornare alla mente. D’Alema, non ancora investito ufficialmente dai poteri internazionali ma già centralissimo nel traffico politico, usò il fatto per accusare la Lega di voler sabotare la bicamerale (cosa che tempo dopo il Carroccio fece, con una mossa improvvisa e talentuosa). A differenza di oggi – la mancanza del solido decisionismo bossiano si fa sentire – la Lega prese sùbito le distanze: un parlamentare padano in aula disse che si trattava di una «brigata mòna», che la Lega non c’entrava niente.

    Come oggi, fu evidente lo scollamento con la politica, che impiegò mesi a rendersi conto. La gente, in Veneto, simpatizzava (e simpatizza) per i Serenissimi in un modo consistente, e talvolta perfino molto imprevisto, con consensi anche molto al di fuori del milieu para-leghista.

    Gad Lerner fece sùbito una delle sue trasmissioni in prima serata. Scelse di farla da Piazza San Marco, e tra gli ospiti c’era ancora il mitico Gianfranco Miglio, che avendo davvero la testa era l’unico che ci aveva capito qualcosa: «qui se non stiamo attenti scoppia un’altra Algeria». Questa profezia di Miglio fu una delle poche cose che si riuscirono a sentire, perché il set all’aperto del talk era circondato da masse inferocite che urlarono tutto il tempo, al punto che il conduttore giudeo-libanese dichiarò l’impossibilità di andare avanti con una protesta del genere.

    Partì poi l’epopea del «tanko», il fantasioso carro-armato artigianale (la base strutturale è un trattore) con il quale i nostri si presentarono in laguna. Il tanko divenne l’oggetto della curiosità dell’intera regione. Negli anni successivi fu esibito in varie occasioni (eventi para-leghisti, sagre, etc.), attirando persino persone politicamente schierate all’opposto (ne conosco parecchie).

    Ricordo poi che Libero qualche anno dopo pubblicò diverse lettere ricevute dai Serenissimi durante la prigionia: ne erano arrivate loro un numero spropositato. Mi colpì che molte venivano anche da altre regioni del Paese — per esempio, c’era una casalinga napoletana che si dichiarava pronta a dedicare parte della sua vita al loro caso. In sostanza: non c’è davvero nessuno in Veneto – e forse perfino fuori dal Veneto – che non abbia simpatia per l’impresa del Serenissimo Governo.


    Il tanko


    Oggi, a differenza di allora, il segnale è leggermente meno sottovalutato, perché la politica ha compreso la debolezza del patto sociale. È vero, i cittadini non si fidano più dei partiti, ma è ancora più tragicamente reale che i partiti non si fidano più dei cittadini. Il popolo – il fenomeno M5S lo dimostra nel suo brutale e semiserio orrore – non è più leggibile in alcun modo. Quindi, ora, ecco spuntare guanti bianchi e pinzette per i plebiscitari. Attenzione a svegliare il can che dorme. Attenzione a scherzare con il fuoco. Il mal di pancia, stavolta, è dovuto al fatto che la pancia veneta è vuota (fatevi un giro nel centro storico di Padova, Vicenza, Treviso, e rimirate le vetrine dei negozi falliti con il cartello «affittasi» e la polvere che pian piano ne divora gli spazi vuoti). Ma non è nemmeno questo il dato rilevante di questa consultazione elettronica privata.Ad essere degno di nota è stato capire come, nella mediatizzazione di questo evento virtuale, vi potrebbero essere stati segni maggiori, internazionali. Segni del fatto che lo scacchiere della nuova Guerra Fredda (o atomicamente calda che sarà) possa tornare a spostarsi ancora una volta sull’Italia.

    La mia è una ipotesi, un’analisi. Molti lettori che hanno il mito inossidabile dell’Italia una e indivisibile e del tricolore potrebbero aversene, me ne rendo conto. Cerco di seguire il filo degli eventi recenti ma anche quello della Storia italiana, in ispecie quando si materializzò proprio quell’oscuro processo che oggi i venetisti contestano: il «Risorgimento».

    La Russia nello scacchiere italico


    Come ho già scritto in precedenti articoli, sta divenendo sempre più squallido vedere come movimenti ecclesiali – cioè «gestori di cervelli per conto terzi» (copyright Mario Palmaro) quali CL ed Alleanza Cattolica, abbiano inoltrato ai loro sudditi l’ordine di scuderia di attaccare a tutto campo Putin e la Russia. La Bussola, organo del patto Molotov-Ribbentrop tra ciellardi e alleato-cattolici, lancia l’idea geniale della «persecuzione latente» (3). La persecuzione, insomma, c’è ma non si vede. Verrebbe voglia di ridere, perché la goffaggine dei catto-atlantisti (i rapporti del Don Gius con il Consolato USA di Milano a qualcosa devono pur essere serviti...) è davvero senza pari: nemmeno La Stampa, il Corriere, Il Foglio arrivano a scrivere tali idiozie.

    A superare ogni limite ci pensa la testata cielloide Tempi: «Crimea, per i cattolici torna l’incubo delle persecuzioni sovietiche: preti sequestrati e Chiese attaccate» (4). Avete capito: a Simferopoli, neanche a una settimana dal referendum e dalla riannessione con la Russia, sono tornati i cristiani gettati in pasto ai leoni, le catacombe, i martiri, tutto quanto. E mica solo laggiù sul Mar Nero: anche nella capitale russa la violenza è pronta a dilagare indefinitamente: «A Mosca, clima di violenza e di paura» titola un lisergico articolo bussolino. In pratica, par di capire, la tirranide putiniana sta già commettendo efferatezze anche nella sua stessa capitale.

    La demente faziosità NATO di questi articoli spinge all’incredulità se non al vomito. Tuttavia è un pezzo leggermente più moderato, anche se parimenti rivelatore, ad interessarci relativamente al nostro tema: «Perché la Russia fa paura». La firma è dell’avvocato-sociologo a capo di Alleanza Cattolica Massimo Introvigne. Non mette paura Obama che provoca rivoluzioni in mezzo pianeta, massacra migliaia di persone con i suoi aerei robot, spia ogni comunicazione terrestre con la NSA, vuole costringere la Chiesa Cattolica a pagare i preservativi e gli aborti dei suoi dipendenti. No, a fare paura è Putin. Perché? L’articolo, con il suo attacco biografico, descrive con perizia prospettica la genesi di questo immane timore:

    «Grazie a Dio gli alberghi di Cambridge, dove mi trovo, come spesso avviene nelle città universitarie offrono un’ampia scelta di canali televisivi di notizie. Dopo la dose quotidiana di BBC ho così deciso di farmi raccontare le stesse cose, ma da una prospettiva diversa, dalla televisione di Stato russa in lingua inglese, Vesti24. Le feste e i fuochi d’artificio in Crimea e in Russia non mi hanno stupito. I problemi sono cominciati con la seconda notizia. Nel mondo succedono molte cose ma, subito dopo la Crimea, la televisione russa propone ai suoi telespettatori di tutto il mondo il referendum per la secessione del Veneto dall’Italia. Non si tratta neppure di un’iniziativa della Lega, ma di un piccolo partito, Plebiscito 2013, costola di un altro partitino, Indipendenza Veneta. Lavorando sodo, i reporter russi sono riusciti a mettere insieme una trentina di persone con bandieroni veneti, filmate in una piazza che resta comunque desolatamente vuota. Il commento è surrealista, ma nell’attuale contesto internazionale forse meriterebbe una protesta da parte del nostro Governo: mentre in Crimea il voto dei cittadini è preso sul serio, l’Unione Europea e l’Italia rifiutano il sacro principio dell’auto-determinazione dei popoli e tengono i poveri veneti, che vorrebbero diventare indipendenti, nella prigione chiamata Italia. Di tutto questo si può anche ridere, ma a me capita di interagire con colleghi che vengono, per esempio, dalla Lettonia e che di ridere non hanno molta voglia. Perché se la Russia comincia a parlare di diritto dei popoli all’auto-determinazione una grande crisi è alle porte, se anche non vogliamo ricordare che gli stessi discorsi prepararono la Prima e la Seconda guerra mondiale» (5).


    Va detto ad Introvigne che anche la BBC, oltre ad uno stuolo di altre TV nazionali spagnole, belghe etc., era presente a Treviso alla proclamazione dei risultati referendari, tra una ben nutrita folla (qualcuno dice ben oltre il migliaio) di bandiere con il leone — non so se sia quindi il caso di sporgere protesta formale presso gli Ambasciatori competenti, rischieremmo l’intasamento.

    Ma veniamo al messaggio di fondo: il diabolico Putin soffia sulla balcanizzazione dell’Italia?

    Diciamo che un fondo di verità potrebbe esserci. Il lettore conoscerà sicuramente Russia Today (RT), l’emittente internazionale all-news russa ma in lingua inglese: molti dei nomi che transitano tra le righe di EFFEDIEFFE (Wayne Madsen, Webster Tarpley, Ron Paul, Lyndon Larouche, Max Keiser) sono ospiti fissi delle trasmissioni di RT, che oramai è da considerarsi come l’unica fonte obiettiva in circolazione, la BBC dei nostri tempi. Ebbene, mi dicono che RT non solo ha dato copertura degli esiti del referendum, ma aveva cominciato a parlare del tema ancora prima che vi fosse il referendum vero, quello che loro più interessava, quello di Crimea.

    Che si tratti all’apparenza di una semplice amplificazione dello strumento politico utilizzato in Crimea (e la Transnistria, e l’Abkhazia, e l’Ossetia…) è certo. C’è da aspettarsi la medesima copertura mediatica anche riguardo l’imminente indipendenza scozzese, catalana, fiamminga…

    Eppure, potrebbe davvero essere qualcosa di più. Perché c’è da fare questo ragionamento. Con chi, in Italia, potrebbe ora interfacciarsi la potenza Russia?

    Silvio Berlusconi – che mentre scrivo ha pure avuto il coraggio di condannare l’espulsione della Russia dalla NATO (magari si chiederà pure, a questo punto, perché è stato fatto fuori…) (6) – era l’interlocutore perfetto. La sua stella, potrebbe finalmente essersi rassegnata Mosca, è tramontata. Con chi mai Putin si potrebbe interfacciare da noi ora? Un’Italia che finisce in mano al centrosinistra non è un partner attendibile, in quanto totalmente posseduta dai demoni globalisti e americanoidi del dopo muro (qualcuno ricorderà il viaggio privato di D’Alema premier a New York, nel Natale 1999, poco dopo le bombe alla Serbia: sotto la scaletta dell’aereo, ad accoglierlo, v’era George Soros in persona). L’11 febbraio 2007, alla conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco di Baviera, Putin diede un segno eclatante della sua insofferenza verso la compagine di Governo centrosinistroide. Disse infatti: «Sono convinto che il solo meccanismo che possa decidere sull’uso della forza militare come ultima ratio è la Carta delle Nazioni Unite. A questo proposito, o io non ho capito bene quello che ha appena detto il Ministro italiano della Difesa, oppure ha detto una cosa inesatta. Io ho capito che secondo lui l’uso della forza è legittimo quando la decisione è presa dalla NATO, dalla UE o dall’ONU. Se pensa così, allora abbiamo punti di vista diversi. L’uso della forza deve essere considerato legittimo solo se la decisione è sanzionata dall’ONU». Un modo diplomatico – anche se totalmente estraneo ai codici di cortesia della diplomazia – di dire a Parisi, allora nostro Ministro della difesa (lo ricordate? quel tizio con quel viso improbabile, quello che con Di Pietro aveva creato un partitello con il ciuco come simbolo, per poi smantellarlo e riciclarsi episodicamente in ogni altra sigla di area sinistra) che poteva andarsene a quel paese lui e la sua falsità, il suo servilismo confuso e codardo, la sua lingua di legno da indeciso impotente.

    No, non v’è dialogo possibile al momento con i governi PD, e neppure evidentemente con gli altri Governi, presenti o venturi. Non si può considerare un partner materialmente maturo il boyscout Matteo Renzi. Lo avrete visto al tavolo del al summit mondiale sull’atomica in quella foto in cui, stretto tra Cameron e Netanyahu, si gira e sorride estasiato, una selfie per interposta persona, una foto il cui sottotesto è «Ragah, ce l’ho fatta!», l’osceno paradosso di un godurioso autoscatto ottenuto tramite paparazzo, mentre su tutti piomba vistoso il simbolo di una piramide luminosa. Se non vi basta, riguardatelo invece seduto con quelli G8, pardon, G7, anche lì tutto eccitato come un quindicenne accettato nel gruppo di quelli più grandi, quelli con la patente. Invece che preoccuparsi del fatto che il club dove è stato invitato ha subìto il danno più grave dalla sua nascita, se la ghigna mentre posa per i fotografi e annuisce alla follia di sanzionare la Russia, cosa che al sistema Paese italico costerà ritorsioni economiche e diplomatiche notevoli.



    Con Prodi era diverso. Prodi, si mormorò già al tempo della Mithrokin, era schedato dal KGB come agente di influenza sovietico. La Nomisma ebbe interessi in Russia, e magari anche il famoso ectoplasma che in quella seduta spiritica del 1978 gli disse dov’era segregato Moro era uno spettro che parlava la lingua di Leone Tolstoj. Ma anche Prodi ora pare fuori dai giochi, e forse pure reso inaffidabile, agli occhi russi, da questa storia della sua nuova affiliazione profonda: la Repubblica Popolare Cinese.

    È così: nel deserto politico dell’Italia – Paese che per la Russia ha conservato una certa importanza strategica dai tempi della Guerra Fredda – non vi è oasi possibile per i moscoviti. Indi per cui forse, penseranno al «Dipartimento di Italianistica» del FSB, l’opzione da accendere è quella di un reboot del sistema italiano tutto. La struttura politica, amministrativa, economica (ci sarebbe da parlare ore delle ombre sugli Agnelli e su Confindustria) è troppo infettata dall’influenza atlantica, se non apertamente dal virus americanoide. E un reboot potrebbe certamente passare attraverso la balcanizzazione dell’Italia. O meglio, la reversione del processo risorgimentale.

    Anche questo non è uno schema nuovo per la Russia. Anzi, è la ripresa di un vecchio pensiero del tempo degli Zar, purtroppo arrestatosi davanti al precipitare degli eventi. Infatti, è noto che gli Zar si opposero come potevano all’idea dell’Italia unita. Il Risorgimento, la prima «rivoluzione colorata» (anzi, «rivoluzione tricolorata») della Storia recente, è notoriamente una lunga e costosa operazione giudeo-anglo-massonica. Credo che dubbi ve ne siano pochi oramai, e quasi si può dichiararlo apertamente: il ruolo degli ebrei di Livorno (quelli che ospitavano Mazzini), e dei loro contatti inglesi e grembiulistici è talmente evidente che davvero ci si chiede come mai nessuno lo voglia rivendicare. Pensate ad Ernesto Nathan, ebreo di origine inglese, gran maestro del Grande Oriente d’Italia, primo sindaco di Roma estraneo all’aristocrazia terriera, quindi segno incarnato della fine dell’epoca papalina. Il Re sabaudo – quello che al Quirinale durante la Messa leggeva il giornale – contrasse con Londra un debito ufficiale, le cui cambiali furono estinte solo con la I Guerra Mondiale. Ebbene, in nessun modo questo progetto inglese – l’apertura di Suez era programmata, il mediterraneo andava anglicizzato – poteva andare a genio alla Russia, che con Londra combatté l’epica e spettacolare guerra fredda chiamata «Grande Gioco», una lotta di spie – e di eserciti – in tutto il Centrasia, dall’India Settentrionale a Kabul, Kashgar, Samarcanda...

    La storia registra infatti l’appoggio dello Zar di tutte le Russie al Regno delle Due Sicilie, che pure era competitor per l’esportazione di granaglie (7). In un libro di otto anni fa, Eldo Di Gregorio narra Le relazioni tra il Regno di Napoli e l’Impero di Russia tra il 1850 e il 1860 nelle carte dell’Archivio dei Borbone (8). Dalla corrispondenza analizzata appare evidente come la Russia veda il ruolo dell’Inghilterra e di Lord Palmerston, «fautore di e promotore di tutte le rivoluzioni che accadano nel Continente» (9), e si offre quindi di consigliare Napoli contro i falsi rivoluzionari. San Pietroburgo non esclude l’opzione di aiuto militare tramite le proprie navi, ma desidera prima raggiungere un accordo con la Francia. Lo si evince da una comunicazione di Napoleone III all’ambasciatore dei Savoia a Parigi: «Il Principe Gorčakov [cancelliere dell’Impero Russo dal 1863 al 1883, ndr] mi accusa di favorire la rivoluzione, e dichiara che giammai la Russia sarà nel campo dei rivoluzionari; egli propone un intervento marittimo in favore del Re di Napoli, e annuncia formalmente che mai la Russia permetterà l’annessione della Sicilia al Piemonte» (10). In pratica, la Russia come grande nemico del Risorgimento Italiano.

    L’indecisione militare dei Borbone irritano i pragmatici Zar: «Non si comprende perché il Real Governo avendo in mano la risposta del Conte Cavour, in cui è detto in nome del Re Vittorio Emanuele che Garibaldi usurpa onninamente il nome di S.M. Sarda e che il Governo Piemontese disapprova tutti gli atti di quel condottiero, non l’abbia immediatamente pubblicata nel Giornale Officiale di Napoli e che la tenga tuttavia celata invece di spargerla per le stampe ed accrescere così gli imbarazzi di Garibaldi e compromettere nel tempo medesimo il Governo Sardo» (11). Allora come oggi, lo Zar non le manda a dire, ed esorta all’azione concreta: «si desidera dunque vedere il Real Governo agire con più energia, sia nelle operazioni militari, sia nell'azione politica, procurando di riunire i partigiani della Costituzione Siciliana del 1812...» (12) (impossibile non pensare qui al discorso di Putin che sbeffeggia l’inane Parisi...).

    Ma la Russia come nemica dell’Italia unita non è solo una questione geopolitica. È anche una questione, come dire spirituale. Interessa la Russia nella misura in cui si considera quella innegabile, strana consonanza sotterranea tra l’anima russa e quella italica. Molti ne hanno scritto, ma forse colui che più fu in grado di percepirla, e di capire il guasto prodotto dal Risorgimento, fu forse il massimo poeta della letteratura russa, Fjodor Dostoevskij. Un genio che vide oltre la geografia e la storia e carpì – unico in Europa – l’aspetto spirituale degli eventi dell’Italia Ottocentesca:

    «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (...) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unita mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».

    Sono pagine profetiche dal Diario di uno scrittore. Meriterebbero di essere meditate anche ora. I russi probabilmente lo stanno facendo.

    Torniamo ad oggi. Gazprom, il titano del gas, apre in Italia. Ma i suoi uffici non saranno a Milano, né a Roma. Sono aperti – guarda caso – a Verona, dove il console onorario della Federazione Russa è un personaggio di una certa rilevanza, da alcuni accreditato come il vero «uomo di Putin in Italia»: Antonio Fallico. Siciliano, ex compagno di classe di Dell’Utri, plenipotenziario di Banca Intesa in Russia, dove il gruppo da decenni ha, come Unicredit, investimenti abnormi (bancomat italiani ad ogni angolo di strada) Fallico ha la nomea di uomo riservato ma definisce pubblicamente le sue visioni geopolitiche: la sua associazione si chiama «Conoscere Eurasia». È un pensiero peregrino, ma il fatto che si sia scelta Verona come base ci indica che forse i russi conoscono l’Italia – le sue meraviglie e le sue trappole – meglio degli Italiani. E da secoli.

    La Fine del Mondo Unipolare


    Oleksandr Muzyčko
    Mentre scrivo, l’affastellamento delle notizie sul fronte russo non si ferma un minuto. È morto ammazzato il leader del Pravij Sektor, il movimento ultranazionalista che di fatto costituiva il servizio d’ordine di Maidan. Oleksandr Muzyčko, sostiene la versione ufficiale, si trovava in un caffè di Rivne, nell’Ucraina occidentale, quando polizia e forze speciali gli sono piombate addosso per catturarlo (13). Il leader neonazista – già noto della zona perché durante un consiglio comunale entrò in municipio con un Kalashnikov, già noto per aver minacciato un giudice, già noto per essere ricercato da Mosca per torture ed uccisione di soldati russi (l’ucraino combatté con gli islamisti ceceni) – avrebbe sparato per primo. Le forze governative avrebbero reagito uccidendolo, salvando invece i suoi tre compari. C’è da dire che un deputato aveva però dato un’altra versione degli eventi qualche ora prima: l’on. Oles Donij, nottetempo, aggiornò la sua pagina Facebook con un racconto in cui due macchine avrebbero fermato quella di Muzyčko per prelevarlo con la forza. Il corpo del leader ucrainista sarebbe stato trovato abbandonato, con le mani legate dietro la schiena, e due pallottole nel cuore.

    Muzyčko viene fatto fuori mentre a Kiev rassegna le sue dimissioni Igor Tehnjuk, il Ministro della Difesa. Un momento delicato, si direbbe: Tehnjuk è dell’altro partito neonazista di riferimento, Svoboda, quello meglio inserito tra le maglie del nuovo potere malorusso. Ora anche i media italiani hanno rilanciato l’ultima clamorosa intercettazione del teatro ucraino (i russi grazie alle rivelazioni di Snowden oramai si possono divertire alla grande). La Timošenko, al telefono con il deputato del Partito delle Regioni (quello fondato da Yanukovič) Nestor Šufrič si lascia andare a sogni mostruosamente proibiti: «sono pronta a prendere in mano un mitra e sparare in fronte a questo mascalzone». «Ja samaja gatova», sono pronta a farlo io stessa, ringhia la bionda oligarca. Il mascalzone, per chi non lo avesse capito, è il Presidente Putin. L’amazzone con la treccia poi dispiega meglio il suo bisogno di sangue: «La situazione sta andando oltre ogni limite. Bisogna prendere le armi in mano e andare a far fuori questi dannati katsap [termine dispregiativo che la lingua ucraina ha peri russi, ndr) insieme con il loro capo» (14). La (un tempo) bella Yulja su Twitter poi confermerà quanto detto nell’intercettazione.

    A chi dice che la Timošenko è finita e conta poco, ricordo che Yatsenjuk, l’ebreo banchiere ora primo ministro di Kiev (il preferito di Victoria «Fuck the EU» Nudelman, che lo chiama affettuosamente «Yats») è un uomo del suo partito, il Batkivshina, l’«Unione pan-ucraina per la Patria». Tuttavia, sono altre le fantasie della Timošenko intercettata che suonano particolarmente pregne di significato. «Cosa fare con questi otto milioni di Russi che sono rimasti in territorio ucraino? Bisogna tirargli una bomba atomica». Hanno notato in molti che questo è un modo inusuale per cominciare la campagna elettorale. È ancora più inusuale se si pensa che la minaccia della guerra atomica, nei fatti, c’è. C’è per degli spifferi che vengono da Washington, c’è perché quella delle armi atomiche perdute è una grande geremiade degli ultranazionalisti saliti al potere con Maidan. L’Ucraina, in quanto terra sovietica, disponeva infatti di centinaia se non migliaia di testate termonucleari. Kiev avrebbe dovute ereditarle dall’URSS con la secessione, ma in realtà una manovra congiunta russo-americana operò per toglierle o smantellarle — chi vuole leggere queste storie si procuri Il Bazar atomico di Langewiesche, un grandissimo saggio sui traffici atomici passati e presenti (15). Kiev si adeguò con l’assicurazione, da parte degli americani, che questi li avrebbero difesi in caso di aggressione esterna. Gli americani avrebbero preso un impegno per «assicurare i confini ucraini». Ora, molti dei nazi-atlantisti arrampicatisi su per il palazzo gridano al tradimento, perché di fatto, con la secessione della Crimea, gli americani avrebbero dovuto intervenire. Si è aperta quindi una disputa semiologica per capire se negli accordi c’era scritto «assicurare i confini» o «garantire i confini», sta di fatto che la Crimea non c’è più e quindi i kieviti possono reclamare di avere indietro le atomiche sovietiche che custodivano.

    Insomma, la fantasia telefonica termonucleare della Timošenko non è campata per aria, va ad installarsi in una precisa frustrazione e volontà di annientamento tipiche del neo-revanscismo di Kiev.

    Davanti a questo fluido caos distruttivo che sfida ogni analisi, l’unico pensiero che mi viene è in fondo un pensiero positivo: è finito per sempre il mondo unipolare. La grande idea che la sola superpotenza americana con il suo turbo-liberalismo tossico avrebbe invaso e guidato tutto il mondo è bella che finita. La Russia si pone come un nuovo paradigma alternativo.

    Se a Washington c’è un Presidente che vuole obbligare la Chiesa a pagare per gli aborti dei suoi dipendenti, a Mosca c’è un Presidente che bacia le Icone e cita Berdjaev.

    Se a Washington c’è un Governo che fomenta in tutto il pianeta rivoluzioni sconsiderate e violentissime, a Mosca c’è un Governo che le impedisce — pensiamo alla Siria, e non possono non venire in mente le parole pronunciate nel 1860 dal Principe Gorčakov, «giammai la Russia sarà nel campo dei rivoluzionari».

    Se a Washington c’è un potere che narra delle magnifiche sorti progressive di Internet, a Mosca si comincia a dire ad alta voce che essa è una trappola ordita dall’Impero Americano per catturare informazioni dei cittadini e i denari della speculazione finanziaria mondiale.

    Il mondo unipolare sfuma per sempre, e con esso la minaccia del «pensiero unico». Perché ad opporsi all’americanismo, vi è ora un potere pensante, legato alla storia ed alla tradizione: Putin come lo Zar, riferimento concreto per l’equilibrio del mondo.

    Ora dobbiamo capire quanto la fine del mondo unipolare sconvolgerà l’Italia. Quello del referendum veneto è solo un seme, magari pure insignificante. Ma è indubbio che lo scacchiere riconfigurerà le forze in campo anche da noi. C’è solo da realizzare a quale prezzo.

    Ognuno di noi, nel suo foro interiore, deve cominciare a porsi queste questioni. E scegliere.

    Roberto Dal Bosco






    1
    )
    «Renzi:«Il Veneto è mia priorità. Già fissata una nuova visita», Il Corriere del Veneto, 24 Marzo 2014.
    2
    ) Stefano Lorenzetto, «Così in sei giorni il Veneto sbianca Renzi, Grillo e Lega», Il Giornale, 22 marzo 2014.
    3
    ) «Crimea, tensione e persecuzione latente», La Nuova Bussola Quotidiana, 21 marzo 2014.
    4
    ) «Crimea, per i cattolici torna l'incubo delle persecuzioni sovietiche: preti sequestrati e Chiese attaccate», Tempi.it, 20 marzo 201
    5
    ) Massimo Introvigne, «Perché la Russia fa paura», La Nuova Bussola Quotidiana, 19 marzo 2014.
    6
    ) «Berlusconi: sbagliato escludere la Russia dal G8”», Libero quotidiano, 25 marzo 2014.
    7
    ) La Russia si dichiarò però indifferente a quanto potesse succedere nel Lombardo-Veneto dominato da Vienna: bruciava ancora infatti il tradimento della Guerra di Crimea, quando gli Asburgo si schierarono con le potenze europee contro lo Zar. Radetzky, che per una strana usanza dovuta al rispetto che si aveva di lui riceveva dallo Zar quotidianamente una brocca di vino, dichiarò che non capiva più il suo giovane imperatore e di lì a poco si ritirò, facendo il pensionato ai giardinetti - letteralmente, quelli di Porta Venezia a Milano, la città che amava di più.
    8) Eldo Di Gregorio, Le relazioni tra il Regno di Napoli e l'Impero di Russia tra il 1850 e il 1860 nelle carte dell'Archivio dei Borbone, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2006. Cfr. in rete anche questo ottimo articolo, da cui traggo le citazioni.
    9
    ) Ibid., p. 114.
    10
    ) Ibid., p. 179.
    11
    ) Ibid., p. 181.
    12
    ) Ibid., p. 183.
    13
    ) «Ukraine far-right leader Muzychko dies “in police raid”», bbc.com, 25 marzo 2014.
    14
    ) «Ukraine Leader In New Leaked Recording: 8 Million Russians In Ukraine "Must Be Killed With Nuclear Weapons"», zerohedge.com, 24 marzo 2014.
    15
    ) William Langewiesche, Il bazar atomico, Adelphi, Milano 2007.


    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    La citazione riportata "dall'amico" casertano, può essere una coincidenza, come no......

    Che in Russia ci seguano è naturale, se ricordi, avevo postato parecchio tempo fa di questo interessamento "particolare".
    sklöpp & kanù

  3. #3
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Vuoi che non lo ricordi?
    Ci penso costantemente.
    Per questo ho postato l'articolo, certo che tu ne saresti risultato il più interessato.
    Ultima modifica di ventunsettembre; 27-03-14 alle 15:19
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #4
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Citazione Originariamente Scritto da Scarpon Visualizza Messaggio
    Che in Russia ci seguano è naturale, se ricordi, avevo postato parecchio tempo fa di questo interessamento "particolare".
    A questo proposito: il servizio di Russia Today a cui fa riferimento l'articolo, quello pre-plebiscito in piazza San Marco, è stato interrotto dai carabinieri che hanno portato in caserma alcuni degli esponenti di Plebiscito che stavano per essere intervistati e li hanno trattenuti per alcune ore... la scusa era "corteo non autorizzato"...

  5. #5
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Citazione Originariamente Scritto da pomo-pèro Visualizza Messaggio
    ... la scusa era "corteo non autorizzato"...
    Come le manifestazioni di luca casarini.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #6
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Neppure ai russi fa piacere che l'africa prenda piede in padania.Qui tra cattolici e comunisti, l'africanizzazione dell'europa sarà più spinta.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  7. #7
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Come le manifestazioni di luca casarini.
    Casarini che recentemente ha fatto delle dichiarazioni interessanti (rispondendo a proposito del plebiscito veneto):
    "Sono un europeista radicale e l’Europa non è pensabile se non in termini di federalismo di comunità, principio che è anche alla base dell’indipendentismo. In questo Paese, l’elemento del federalismo radicale viene messo da parte e storpiato, in primis dalla Lega (...) Ora che il Carroccio non corre più, la politica finge di dimenticarsi di queste aspirazioni e le cancella dall’agenda del dibattito nazionale ma riemergono inesorabilmente per volontà della base. (...) (Salvini e soci) sentono già il profumo delle poltrone e del potere ma la Lega ha ben poco a che fare con il vero indipendentismo, che deve finalmente entrare in Europa. Io vedo un patto federativo tra realtà legate al proprio territorio, non imposto dall’alto e secondo le regole delle banche e dei poteri forti. In questo senso indipendenza significa libertà, non essere più ostaggio di chi vuole assoggettare l’Europa ai propri interessi, che non sono quelli delle comunità, anzi. Come dimostra la crisi, sono i popoli a pagare il prezzo di questo sistema."

    Del resto, al di là delle sue posizioni politiche che possono piacere o non piacere, non si può certo dire che sia stupido, anzi... e di sicuro l'avere aperto una partita IVA gli ha fatto capire molte cose...

    ps: tra l'altro anni fa ad una manifestazione a Venezia pro-lingua veneta c'era pure lui...

  8. #8
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Vuoi che non lo ricordi?
    Ci penso costantemente.
    Per questo ho postato l'articolo, certo che tu ne saresti risultato il più interessato.

    E' da un po di tempo, circa due anni almeno, che di la, guardano con interesse cosa succede nelle Venexie.
    Solo a quelle per ora, a quanto ne so.
    Diciamo che la visione a lungo termine ha portato a questo interesse.
    sklöpp & kanù

  9. #9
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Citazione Originariamente Scritto da pomo-pèro Visualizza Messaggio
    Casarini che recentemente ha fatto delle dichiarazioni interessanti (rispondendo a proposito del plebiscito veneto):
    "Sono un europeista radicale e l’Europa non è pensabile se non in termini di federalismo di comunità, principio che è anche alla base dell’indipendentismo. In questo Paese, l’elemento del federalismo radicale viene messo da parte e storpiato, in primis dalla Lega (...) Ora che il Carroccio non corre più, la politica finge di dimenticarsi di queste aspirazioni e le cancella dall’agenda del dibattito nazionale ma riemergono inesorabilmente per volontà della base. (...) (Salvini e soci) sentono già il profumo delle poltrone e del potere ma la Lega ha ben poco a che fare con il vero indipendentismo, che deve finalmente entrare in Europa. Io vedo un patto federativo tra realtà legate al proprio territorio, non imposto dall’alto e secondo le regole delle banche e dei poteri forti. In questo senso indipendenza significa libertà, non essere più ostaggio di chi vuole assoggettare l’Europa ai propri interessi, che non sono quelli delle comunità, anzi. Come dimostra la crisi, sono i popoli a pagare il prezzo di questo sistema."

    Del resto, al di là delle sue posizioni politiche che possono piacere o non piacere, non si può certo dire che sia stupido, anzi... e di sicuro l'avere aperto una partita IVA gli ha fatto capire molte cose...

    ps: tra l'altro anni fa ad una manifestazione a Venezia pro-lingua veneta c'era pure lui...
    Casarini è una zecca, un subumano. Protetto dalle toghe rosse e dai banchieri dell'elite globale.
    Ultima modifica di Eridano; 27-03-14 alle 20:39
    ventunsettembre likes this.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #10
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    Predefinito Re: Lo Zar Putìn e l'indipendenza del Veneto.

    Straquoto Eri.
    Nessuno discute sull'intelligenza dell'essere.
    E proprio perchè è intelligente fa certe dichiarazioni.
    Sta a noi non essere meno intelligenti e capire cosa c'è dietro.
    Ultima modifica di ventunsettembre; 27-03-14 alle 22:00
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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