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    Predefinito E' possibile la vera pace in Terra Santa?

    Il nunzio apostolico Antonio Franco parla del viaggio del Pontefice

    Per la Terra Santa la speranza di una convivenza pacifica nella giustizia

    di Gianluca Biccini


    Benedetto XVI ha spiegato che quello in Terra Santa sarà un pellegrinaggio di fede e di pace. Ma sin dall'annuncio i media hanno cominciato a offrire all'opinione pubblica chiavi di lettura diverse. Ne abbiamo parlato con l'arcivescovo Antonio Franco, da tre anni nunzio apostolico in Israele e in Cipro e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina. Una vita nella diplomazia della Chiesa, questo presule settantaduenne originario della Campania non smentisce il proprio cognome che nella lingua italiana è un aggettivo per indicare schiettezza, sincerità.

    Quale risonanza ha avuto la notizia del viaggio del Papa? Ci sono stati in Terra Santa atteggiamenti poco favorevoli o segnali di strumentalizzazione?

    Se ne iniziò a parlare nell'ottobre 2008 in ambienti ristretti della Chiesa. Poi pian piano, a motivo della necessità dei contatti con i Governi interessati per organizzare il viaggio, la notizia è cominciata a filtrare. Così a dicembre era già stata in qualche modo ufficializzata: l'atteggiamento era di grande attesa e soddisfazione, anche se c'era qualche riserva. Le preoccupazioni sono aumentate dopo il 27 dicembre, quando è iniziato l'attacco a Gaza. Tanto che a fine gennaio, quando cessate le ostilità si è ricominciato a parlare del viaggio, sembrava aumentato il numero di quanti non lo ritenevano opportuno. Per altri invece, proprio perché c'erano delle situazioni difficili e di grande tensione tra le popolazioni della Terra Santa, il Papa doveva venire con il suo messaggio di pace e di speranza.
    Quel che posso affermare con certezza è che se c'è stata qualche voce contraria al viaggio tra i cristiani è stato solo per la difficoltà della situazione politica e sociale e che la Chiesa locale è felice di accogliere il Papa come Padre e pastore. Sono anche sicuro che la volontà dei presidenti dello Stato di Israele e dell'Autorità palestinese è retta.

    Eppure c'è stato chi ha voluto vedere nella visita di Benedetto XVI soprattutto i possibili risvolti politici nel contesto del Vicino Oriente.

    Il Papa ha parlato in modo chiaro durante il conflitto. Sin dall'Angelus del 28 dicembre, subito dopo i primi attacchi a Gaza, ha rivolto un inequivocabile appello al cessate il fuoco. Di fronte all'escalation delle operazioni militari, la Santa Sede ha chiesto a israeliani e palestinesi di uscire dal vicolo cieco dello scontro e di ricercare soluzioni negoziali. C'è stata la condanna della violenza da una parte e dall'altra, sebbene ai più la reazione militare israeliana sia apparsa fuori misura.

    I media occidentali hanno dato ampio rilievo al clima positivo di attesa diffuso tra i musulmani. Come giudica questo atteggiamento?

    Vi è certamente un interesse vivo alla visita del Papa da parte dell'Autorità Palestinese e del popolo che lotta per vedere riconosciuti i propri diritti. La posizione della Santa Sede, del resto, è sempre stata di sostegno a questi diritti, così come a quelli del popolo israeliano. Una posizione un po' scomoda, a ben vedere, perché ci sono diritti per entrambe le parti, per tutti e due i popoli. Non ci sono più diritti per una parte e meno per l'altra. I diritti hanno valore universale.
    I palestinesi sanno che nel corso degli anni c'è stato un impegno crescente della Santa Sede: per questo guardano al Papa come a una persona che conosce la loro realtà e ne difende i diritti. Del resto, lo stesso si potrebbe dire dal punto di vista ebraico, perché la Santa Sede proclama e sostiene chiaramente anche i diritti di Israele.
    Ecco allora l'invito a conciliare e armonizzare i diritti nel rispetto reciproco degli uni e degli altri.

    E le polemiche che hanno riguardato Benedetto XVI in questi ultimi tempi?

    Ci sono state le prese di posizione relative al ruolo di Pio XII durante la seconda guerra mondiale e quelle legate alle dichiarazioni negazioniste del vescovo lefebvriano sulla Shoah. Ma bisogna dire che allo stato attuale tutto è stato ampiamente chiarito, soprattutto durante l'incontro del 12 marzo scorso tra Benedetto XVI e una delegazione del Gran Rabbinato d'Israele.
    Per questo adesso sembra esserci un'attesa sincera e molti si rendono conto che Benedetto XVI si pone in continuità con Giovanni Paolo ii e non in contrasto, come purtroppo una certa stampa tende a descrivere sovvertendo la realtà.

    È in atto una sorta di esodo dei cristiani dalla Terra Santa, e più in generale da tutto il Medio Oriente, tanto che alcuni esperti parlano di emorragia senza fine. C'è il rischio concreto che la presenza cristiana in questa parte del mondo possa essere ridotta ai minimi termini?

    Purtroppo è una realtà che riguarda tutta la regione, non solo la Terra Santa. Posso fare l'esempio dell'Iran che conosco bene: ai tempi dello Scià i cristiani erano più di trecentomila, sessantamila dei quali cattolici. Oggi le cifre sono ridotte all'osso: quando infatti i cristiani sono una minoranza, essi subiscono maggiormente le difficoltà ambientali e risentono delle situazioni storiche contingenti.

    Ma torniamo alla Terra Santa.

    Abbiamo la parte dove ci sono i palestinesi, a maggioranza musulmana, e poi c'è Israele, a maggioranza ebraica. In quest'ultimo caso la Santa Sede ha fatto e sta facendo un lavoro molto intenso per dare una base giuridica alla presenza e all'azione della Chiesa, che a tutt'oggi non ha ancora un riconoscimento legislativo. Ci sono stati due accordi: quello fondamentale del 30 dicembre 1993 - che aprì la porta alle relazioni diplomatiche - e quello del 1997, per il riconoscimento giuridico della Chiesa e delle sue istituzioni. Ma ambedue non sono stati ancora trasformati in legge dalla Knesset, il parlamento sovrano. Va anche riconosciuto che nella sostanza i Governi hanno finora rispettato tali accordi. Al presente stiamo lavorando sul cosiddetto Accordo economico, che riguarda le questioni fiscali, ma anche l'attività sociale, caritativa ed educativa delle istituzioni della Chiesa e altri aspetti della vita delle nostre comunità.

    E nei Territori palestinesi?

    Anche qui c'è sempre stato grande rispetto per i cattolici, soprattutto nelle aree dove c'è stata tradizionalmente la presenza della Chiesa, cioè nei Luoghi santi. Per quel che riguarda i musulmani, ad esempio, il governatore di Betlemme un giorno mi ha detto: noi qui abbiamo sempre celebrato insieme le nostre feste e abbiamo convissuto in armonia. Però anche a Betlemme, dove i cristiani erano maggioranza, oggi sono diminuiti. Molti sono emigrati e continuano a farlo.
    C'è stato anche qualche atto di intolleranza a Gaza, come reazione al proselitismo di gruppi evangelici molto aggressivi. Ma in linea di massima il fenomeno migratorio va visto come un fatto sociale e non religioso: ci sono povertà e insicurezza, non c'è pace, perciò si fugge. Lo fanno anche i musulmani e gli stessi israeliani, ma quando a farlo è la minoranza cristiana le cifre acquistano una maggiore visibilità.
    Il dato di fatto è che i cristiani stanno diminuendo. Nostro compito è aiutarli a rimanere facilitando loro la soluzione dei problemi essenziali, come la casa e il lavoro.

    Dall'esperienza maturata sul campo quale lettura può dare del viaggio del Papa in una situazione in continua evoluzione?

    Sono arrivato il 30 marzo 2006, e quindi da tre anni, durante i quali mi sono impegnato a sviluppare il dialogo per eliminare i pregiudizi tra mondi che comunicano con difficoltà. Il cristianesimo è visto con diffidenza in Israele per motivi storici. Bisogna sforzarsi di farsi capire, stabilire rapporti per far comprendere che siamo davvero sinceri, nella scia della spinta data dal concilio Vaticano ii. Occorrono stima, rispetto e, quando è possibile, collaborazione, per trovare punti di convergenza, per stare insieme. Con Israele abbiamo continuato i negoziati per gli accordi. Ora, con questo Governo da poco in carica si apre una nuova fase, nella quale non abbiamo ancora segnali chiari. Ecco allora che bisogna partire dagli sviluppi positivi degli ultimi anni, con la speranza di concludere almeno i capitoli più importanti degli accordi.
    Per i territori palestinesi, invece, tutto è condizionato dalla mancanza di pace. C'è una sorta di ossessione per la sicurezza, in un ambiente di timori e di apprensione che, purtroppo, a volte paralizzano.

    Ritiene che per i profughi e per i familiari delle vittime dei raid a Gaza la presenza del Pontefice possa significare un rilancio delle speranze di pace?

    Gaza è una realtà molto complessa. La divisione in gruppi tra i palestinesi, aumenta le difficoltà della Striscia. Si è innescato, purtroppo, un circolo vizioso. Loro dicono: noi reagiamo a Israele perché ci soffoca. Israele dice: noi rispondiamo al lancio dei vostri missili. È questo il "vicolo cieco" di cui ha parlato il Papa all'Angelus del 28 dicembre 2008, ribadendo poi, nel discorso al Corpo diplomatico del successivo 8 gennaio, che "l'opzione militare non è una soluzione e la violenza, da qualunque parte essa provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata fermamente". Ora c'è tregua, ma occorre lavorare intensamente alla ricerca di soluzioni a lungo termine, senza dimenticare che, per vivere in pace - come tutti vorrebbero - occorre buona volontà da entrambe le parti.

    Al di là degli aspetti eminentemente pastorali, che significato assume la visita del Papa nel contesto di tutta la regione mediorientale?

    Ci auguriamo che la presenza di Benedetto XVI accenda qualche scintilla di speranza. Vorrei essere ottimista, ma occorre soprattutto essere realisti. La soluzione del problema palestinese purtroppo appare lontana. Bisogna sciogliere ancora molti nodi e occorre un impegno maggiore da parte di tutti. Bisogna, prima di tutto, volere davvero la pace e impegnarsi attivamente per creare le condizioni che la favoriscano. La mia speranza è che la visita di Benedetto XVI possa dare in qualche modo una spinta decisiva verso una convivenza pacifica nella giustizia.

    Fonte: L'Osservatore Romano, 8.5.2009

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    Predefinito Riferimento: E' possibile la vera pace in Terra Santa?

    Mi ha colpito quest'intervista in cui si pensa che vi possa essere vera pace nella Terra Santa.
    Ahimè ciò non sarà mai possibile. Stupisce che certi ecclesiastici, ma anche lo stesso papa, si dimostrino così fiduciosi in questa pace "umana". Veramente è da applicare a loro il rimprovero di Cristo agli increduli discepoli di Emmaus, incapaci di comprendere il senso delle Scritture (Lc 24, 25):

    Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!
    Ed in effetti, proprio i profeti e Gesù stesso attestano la mancanza di vera pace su quella terra fino a quando i giudei non riconosceranno il Principe della pace, cioè Gesù (cfr. Is 9, 5).
    Il vaticinio di Daniele è di straordinaria attualità (Dan 9, 26b):

    il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un'inondazione e, fino alla fine, guerra e desolazioni decretate.
    La Vulgata così traduce il suddetto passo:

    et post ebdomades sexaginta duas occidetur christus et non erit eius et civitatem et sanctuarium dissipabit populus cum duce venturo et finis eius vastitas et post finem belli statuta desolatio
    La neo-Vulgata giovannea-paolina traduce:

    ... Et civitatem et sanctuarium dissipabit populus ducis venturi, et finis eius vastitas, et usque ad finem belli statuta desolatio.
    La LXX, invece, così lo rende:

    καὶ μετὰ ἑπτὰ καὶ ἑβδομήκοντα καὶ ἑξήκοντα δύο ἀποσταθήσεται χρῖσμα καὶ οὐκ ἔσται καὶ βασιλεία ἐθνῶν φθερεῖ τὴν πόλιν καὶ τὸ ἅγιον μετὰ τοῦ χριστοῦ καὶ ἥξει ἡ συντέλεια αὐτοῦ μετ' ὀργῆς καὶ ἕως καιροῦ συντελείας ἀπὸ πολέμου πολεμηθήσεται
    La neo-Vulgata lascia intendere che le devastazioni saranno sino alla fine della guerra, non già "fino alla fine" ci saranno guerre e devastazioni. Il senso è differente. La Vulgata e la LXX, però, dimostrano che il testo è diverso. Quell'inciso, "fino alla fine, guerra e desolazioni decretate", infatti, lascia chiaramente intendere che quella terra non conoscerà mai la pace. Questi nostri "pastori" si illudono che la sola forza umana riesca a sovvertire il disegno di Dio che ha decretato tale devastazione, lasciando come segno eloquente la distruzione permanente del Tempio, nonostante gli sforzi profusi per la sua riedificazione svolti, nei primi secoli cristiani, dagli imperatori come Adriano, Costantino e Giuliano l'Apostata.
    La Scrittura, infatti, attesta chiaramente che i decreti di Dio sono irrevocabili (cfr. Is 14, 27):

    Poiché il Signore degli eserciti lo ha deciso; chi potrà renderlo vano? La sua mano è stesa, chi gliela farà ritirare?
    La Vulgata di S. Girolamo è ancora più chiara:

    Dominus enim exercituum decrevit et quis poterit infirmare et manus eius extenta et quis avertet eam
    E Gesù stesso attesta (Lc 21, 24):

    Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.
    La traduzione del testo qui non è corretta. Non si dice "tempi dei pagani", lasciando ad intendere il tempo in cui sarebbe cessata la dominazione romana su Gerusalemme.
    Il testo intende, in verità, "tempi delle nazioni straniere", o meglio "i tempi degli stranieri" ("tempora nationum", nella Vulgata di S. Girolamo).
    E, spiega S. Giovanni Crisostomo, con la parola "tempo" qui s'intende dal contesto "fino alla consumazione dei secoli" (Adv. Iud., V, 1, 884).

  3. #3
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    Predefinito Confermato: B XVI non conosce o falsa le Scritture!

    Ecco le parole pronunciate al suo arrivo a Gerusalemme:

    Durante la mia permanenza a Gerusalemme, avrò anche il piacere di incontrare molti distinti leader religiosi di questo paese. Una cosa che le tre grandi religioni monoteistiche hanno in comune è una speciale venerazione per questa Città Santa. È mia fervida speranza che tutti i pellegrini ai luoghi santi abbiano la possibilità di accedervi liberamente e senza restrizioni, di prendere parte a cerimonie religiose e di promuovere il degno mantenimento degli edifici di culto posti nei sacri spazi. Possano adempiersi le parole della profezia di Isaia, secondo cui molte nazioni affluiranno al monte della Casa del Signore, così che Egli insegni loro le sue vie ed esse possano camminare sui suoi sentieri, sentieri di pace e di giustizia, sentieri che portano alla riconciliazione e all'armonia (cfr. Is 2, 2-5).
    Anche se il nome Gerusalemme significa "città della pace", è del tutto evidente che per decenni la pace ha tragicamente eluso gli abitanti di questa terra santa.
    Ma B XVI si è interrogato sulle ragioni per le quali Gerusalemme non sia la città della pace?
    Ma stupisce poi come veda quella Città come "Casa del Signore", citando impropriamente Isaia. In realtà, il profeta alludeva alla Gerusalemme messianica, al nuovo popolo che Dio avrebbe fondato con Cristo, cioè alla Chiesa!!! Mica alla Gerusalemme terrena!

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    Predefinito Quale pace possibile?

    Il Pontefice sul nazismo: «Un regime senza dio»

    Il Papa saluta la Terra Santa
    «La pace è possibile, mai più muri»


    Benedetto XVI al Santo Sepolcro nell'ultimo giorno della suo viaggio: «La tomba vuota messaggio di speranza»


    GERUSALEMME - «La tomba vuota ci parla di speranza, quella stessa che non ci delude, poiché è dono dello Spirito della vita. Questo è il messaggio che oggi desidero lasciarvi». Nell'ultimo giorno della sua visita pastorale in Terra Santa, che ha avuto come momento cruciale la visita al Santo Sepolcro, Benedetto XVI ha voluto salutare così il Medio Oriente. Il «muro» che ha visto a Betlemme è stata, per il Papa, «una delle visoni più tristi» della sua visita pastorale: per questo il Pontefice ha chiesto un «futuro in cui i popoli della Terrasanta possano vivere insieme in pace e armonia senza bisogno di tali strumenti di sicurezza e separazione, ma piuttosto rispettandosi e avendo fiducia l'uno nell'altro, e rinunciando a ogni forma di violenza e di aggressione». Tutto ciò, ammettendo comunque «come sia difficile il compito» di Israele e della Autorità nazionale palestinese».

    «NAZISMO, UN REGIME SENZA DIO» - Ratzinger ha voluto anche ricordare la Shoah. «Tanti Ebrei, madri, padri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, amici, furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio - ha affermato - che propagava un'ideologia di antisemitismo e odio». «Quello spaventoso capitolo della storia - ha ribadito dopo le critiche che gli sono state rivolte per non aver citato il nazismo nella sua visita allo Yad Vashem - non deve essere mai dimenticato o negato. Al contrario, quelle buie memorie devono rafforzare la nostra determinazione ad avvicinarci ancor più gli uni agli altri come rami dello stesso olivo, nutriti dalle stesse radici e uniti da amore fraterno». «Uno dei momenti più solenni della mia permanenza in Israele è stato - ha sottolineato il Pontefice - la mia visita al memoriale dell'Olocausto a Yad Vashem, dove ho incontrato alcuni dei sopravvissuti ai mali della Shoah. Quegli incontri profondamente commoventi hanno rinnovato ricordi della mia visita di tre anni fa al campo della morte di Auschwitz».

    «SUPERARE GLI AMARI FRUTTI DELLE OSTILITÀ» - Nell'ultimo giorno del suo viaggio, Benedetto XVI, accolto all'arrivo nella basilica del Santo Sepolcro dal custode di Terrasanta, Pierbattista Pizzaballa, e dal patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, ha rivolto un discorso di contenuto spirituale sul senso della «tomba vuota» per i credenti e ha tratto spunto dalla morte e risurrezione di Cristo per pregare per la pace in Medio Oriente. «La Chiesa in Terrasanta, che ben spesso ha sperimentato l’oscuro mistero del Golgota (il monte su cui è stato crocifisso Cristo, ndr.), non deve mai cessare di essere un intrepido araldo del luminoso messaggio di speranza che questa tomba vuota proclama. Il Vangelo ci dice che Dio può far nuove tutte le cose, che la storia non necessariamente si ripete, che le memorie possono essere purificate, che gli amari frutti della recriminazione e dell'ostilità possono essere superati, e che un futuro di giustizia, di pace, di prosperità e di collaborazione può sorgere per ogni uomo e donna, per l'intera famiglia umana, e in maniera speciale per il popolo che vive in questa terra, così cara al cuore del Salvatore».

    IN GINOCCHIO - Il Papa si è inginocchiato in preghiera per alcuni minuti sulla pietra della tomba di Cristo nel Santo Sepolcro. Al suo arrivo nella basilica che ricorda la morte e risurrezione di Gesù, Benedetto XVI aveva invece asperso d'incenso la pietra «dell'unzione» dove, secondo la tradizione, Cristo sarebbe stato cosparso di olii dopo la deposizione dalla croce. Dopo il Santo Padre si è recato al Calvario, il luogo della crocifissione.

    VISITA AL PATRIARCATO - Benedetto XVI si è spostato poi al Patriarcato Greco-Ortodosso di Gerusalemme, quarantacinque anni dopo lo storico abbraccio di Paolo VI con Atenagora. «Ho a lungo desiderato questo momento», ha confidato al patriarca Teofilo III ricambiando il suo abbraccio «con calore» e ringraziandolo «per avermi offerto questa opportunità di incontrare ancora una volta i molti leader di Chiese e comunità ecclesiali presenti a Gerusalemme». «Stamani - ha detto - il mio pensiero va agli storici incontri che ebbero luogo qui, in Gerusalemme, fra il mio predecessore, il Papa Paolo VI, e il Patriarca Ecumenico Atenagora I, come pure quello fra Papa Giovanni Paolo II e Sua Beatitudine il Patriarca Diodoros». Tutti e tre questi incontri, ha aggiunto comprendendo in essi la sua visita odierna, «sono di grande significato simbolico». L'abbraccio tra Paolo VI e Atenagora a Gerusalemme nel gennaio 1964, fu l'inizio dell'ecumenismo contemporaneo, dovuto alla volontà di Papa Montini e alla carismatica iniziativa del Patriarca ortodosso.

    «PROMETTE UNA VITA SENZA LACRIME E PAURE» - Benedetto XVI è salito alle 4.25 ora locale (le 13:25 in Italia) su un aereo della compagnia israeliana El al diretto a Roma. Giunto in macchina all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv il Pontefice ha ascoltato il saluto del presidente di Israele, Shimon Peres, e ha tenuto un ultimo discorso. Alla cerimonia era presente anche il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. A entrambi il Papa ha stretto lungamente la mano prima di essere accompagnato al palco allestito per i discorsi. «La sua descrizione di questo viaggio come un pellegrinaggio di pace è stata commovente - ha detto Peres - la sua richiesta di pace e sicurezza fra noi e i nostri vicini e nel mondo si rivolge ad un bisogno vitale. Promette una vita senza lacrime o paura».

    Fonte: Corriere della sera, 15.5.2009

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