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    Predefinito I venetei, i veri italioti del nord italia!

    Scritto da Giò:

    Sull'appartenenza del Veneto alla nazione italiana io credo che non vi possano essere dubbi, dal punto di vista storico e culturale.
    Rendiamoci conto che già una certa "omogeneizzazione" della penisola si ha al momento dell'espansione romana. I Venetici erano una popolazione indoeuropea che sviluppò sin da subito - molto più di altri popoli presenti nell'odierno Nord Italia - un ottimo rapporto con Roma: tant'è che il Veneto di fatto, più che 'conquistato', venne 'inglobato'. La stessa lingua paleoveneta è considerata dalle ricerche più recenti come particolarmente affine al latino. Romani e Venetici, tra l'altro, erano convinti di avere una comune origine troiana. Rispetto ai Liguri o ai Galli cisalpini, i Venetici ebbero quindi un rapporto molto meno conflittuale con l'unificazione italiana attuata per opera dei Romani. Nel Medioevo, non possiamo ignorare come, nonostante l'assenza di una struttura statale unitaria, il titolo di Re d'Italia sia sempre stato ambito dai sovrani germanici poiché con esso si sottolineava simbolicamente la "translatio Imperii" avvenuta per mano di Papa Leone con l'incoronazione di Carlo Magno nel Natale dell'800. L'Italia, culla della civiltà romana e sede del Papato, rappresentava appunto la "terra imperiale" per eccellenza ed il possesso del titolo di Re d'Italia, dopo la morte di Carlo Magno, che lo istituì, implicava una legittimazione in questo senso. Il Veneto venne fatto rientrare, sin dall'inizio, nelle terre appartenenti a tale Regno. E' vero che Venezia e i territori ad essa limitrofi oscillarono sempre tra la sfera d'influenza bizantina e quella del Sacro Romano Impero (emblematico in tal senso il Pactum Lotharii), così come è vero che i lagunari erano esclusi formalmente dal Regno d'Italia. Ma di fatto si trattava di una piccola porzione di territorio rispetto all'entroterra veneto che, invece, era interamente parte del Regno d'Italia. L'espansione di Venezia avviene solo a partire dalla fine del trecento. Essa avviene quindi in un contesto in cui il SRI ha sempre meno presa sull'Italia. Ma questo processo politico, che sicuramente accentua il particolarismo locale, non significa una sorta di estraniamento dall'Italia: anzi, l'esatto contrario. La proiezione adriatica e mediterranea della Serenissima è - in un certo senso - erede di quella romana. La Repubblica di Venezia, pur guardando ad oriente, partecipa attivamente al 'gioco politico' italiano. La sua cultura resta segnata dalla Romanità ben più di altri paesi a suo tempo romanizzati, come la Gallia/Francia o la stessa Spagna. Sarà partecipe della pace di Lodi e della Lega Italica, che assicurerà all'Italia 40 anni di stabilità ed equilibrio. Durante l'età napoleonica farà parte del Regno d'Italia. Successivamente, con la creazione del Regno Lombardo-veneto, meno non venne l'italianità del Veneto: analogamente agli altri Stati italiani, la lingua ufficiale dello Stato era l'italiano.
    Sotto questo profilo, il Veneto ha certamente la propria peculiarità ed una sua identità. Tuttavia, quella veneta resta innegabilmente un'identità italiana.
    Detto questo, ritengo che per l'Italia sarebbe stato auspicabile un processo unitario graduale e di tipo confederale. In questo modo le diverse identità e, soprattutto, le diverse situazioni economico-sociali e culturali degli Stati italiani si sarebbero integrate con maggiore facilità ed efficacia. L'idea pontificia della lega doganale, infatti, era correttissima: integrare i diversi contesti economici avrebbe evitato i deleteri effetti che invece ebbe l'espansionismo piemontese che unificò forzatamente e direttamente le economie delle zone italiane appena 'conquistate' - altro termine non si può usare, a mio avviso -, causando disastri da tutti unanimemente riconosciuti.
    L'idea duosiciliana di una lega politica e militare, che sorse successivamente, ne sarebbe stata la degna integrazione. Questo tentativo si sarebbe potuto realizzare? L'occasione storica vi fu: in occasione della prima guerra d'indipendenza, durante la quale gli eserciti di tutti gli Stati italiani si unirono per "liberare" la Lombardia e per difendere i propri confini dagli sconfinamenti austriaci nei territori italiani (vedasi lo Stato pontificio di fronte all'invasione di Ferrara, che minacciava l'autonomia e l'indipendenza dei territori dello Stato della Chiesa), a Roma venne convocato un congresso, sotto gli auspici del Papa Regnante, il beato Pio IX, e promosso dal Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, durante il quale i rappresentanti degli Stati italiani avrebbero dovuto stendere le basi per l'istituzione di questa nuova Lega.
    Se realizzata, con tale Lega avremmo avuto l'integrazione sia economica che militare dell'intera penisola italiana ed una direzione politica unitaria ma collegiale.
    Chi fece fallire questo tentativo fu il Regno di Sardegna. Re Carlo Alberto, mal consigliato, non mandò i propri rappresentanti a Roma ed invitò, al contrario, i rappresentanti degli Stati italiani a Torino per mettere a punto una strategia militare di attacco per la conquista di Veneto e Lombardia, a beneficio esclusivo del Piemonte.
    Questo fu decisivo: l'opzione espansionista e militarista piemontese prevalse su quella confederale.
    Senza ricorrere al solito complottismo, che semplifica in maniera eccessiva la vicende storiche, va detto che tale scelta fu determinata proprio dall'influenza sempre maggiore che i liberali stavano acquistando nel regno sabaudo. I liberali, infatti, come dimostra la stessa politica di Cavour (il quale in realtà, come ormai ammesso in sede storiografica, si sarebbe accontentato anche solo di un più ristretto 'Regno del Nord', che desse gloria al Piemonte e sostanziale egemonia all'interno dell'equilibrio italiano), non ne volevano sapere di legarsi al Papato e a forze che consideravano "reazionarie" ed "oscurantiste" in una Lega, seppur confederale. Non c'era nemmeno l'interesse a rispettare i diritti dei principi legittimi perché l'intento era quello di espandere il Regno di Sardegna a scapito degli altri. Questo rende, a mio avviso, sostanzialmente inservibile, ad un'attenta analisi storica, il Risorgimento come mito unificante degli italiani. Tuttavia, non possiamo negare come l'unità d'Italia, pur fatta male, venne fatta. Con ingiustizia? In grandissima parte, sì. Sia prima che dopo. Questo comportò un processo di livellamento - politico, economico, sociale, culturale e linguistico -, di cui gli italiani pagarono un duro prezzo, ma che ebbe per effetto un'ulteriore omogeinizzazione degli italiani. Le masse popolari furono sempre molto distanti dallo Stato unitario, ma quest'ultimo, con le sue politiche, di fatto costrinse queste masse a stare assieme nella nuova compagine statale. A distanza di anni, non si poteva più pretendere il ritorno agli Stati pre-unitari, i quali comunque, obiettivamente, in epoche passate erano stati un fattore di instabilità politica interna - a beneficio delle potenze straniere - non da poco. Un'identità comune, tutto sommato, esisteva ben da prima del 1861. A partire dai primi del Novecento in Italia si sviluppò, complice anche l'irruzione del socialismo, una reazione nazionalista che, col tempo, iniziò a permeare sempre di più vasti strati della società. L'idea del nazionalismo prima e del Fascismo poi fu proprio quella di cancellare lo scollamento tra Stato e nazione, tra Stato e popolo, integrando le masse nello Stato nazionale, "completando" così i migliori intenti del Risorgimento. La Grande Guerra, che giustamente è considerata l'ultima delle guerre d'unificazione, per la prima volta, dal 1861, unì gli italiani nel comune sacrificio per la "liberazione" di Trento e Trieste. Ma ciò che affratellò ulteriormente e realmente gli italiani non fu tanto o solo questo, ma quello che avvenne dopo la disfatta di Caporetto: il titanico ed eroico sforzo di chi ricacciò lo straniero nei suoi confini. In questa impresa i Veneti furono innegabili protagonisti. Fatta questa lunga premessa storica, da tempo sostengo che per l'Italia sarebbe utile il decentramento amministrativo ed il federalismo fiscale. Il problema fondamentale però è il protarsi di questo sistema democratico-parlamentare. Finché saremo in una logica del genere - me ne sono reso conto proprio con il fallimento dell'ultimo governo Berlusconi -, il federalismo rimarrà o un'aspirazione velleitaria o un'occasione per rimpolpare le tasche di qualche clientela locale a scapito di qualche clientela 'romana': sempre di clientele si tratta. Peraltro, col tempo, sono giunto alla convinzione che il sistema delle regioni odierne si sia rivelato un sistema inefficiente, sprecone e disgregante. Andrebbero abolite le regioni, non le province, che, invece, sono l'organismo che meglio si adatta ai problemi di gestione del territorio. Al massimo, credo che le regioni potrebbero diventare dei coordinamenti interni tra i vertici delle province affini con la finalità di risolvere problemi comuni. Ma nulla di più: sarebbe comunque la provincia l'organismo che opera direttamente sul territorio, non la regione.
    In questo discorso, s'inserisce l'esigenza e la necessità di un rafforzamento dell'autorità dello Stato, non in senso centralistico-giacobino, ma in senso organico, gerarchico ed unitario. Un forte decentramento amministrativo, correlato al federalismo fiscale, a mio avviso, non può non avvenire con un rafforzamento dei poteri dell'esecutivo, che implichi, di fatto, un rafforzamento dell'autorità dello Stato, secondo il principio di sussidiarietà così come enunciato nell'Enciclica Quadragesimo anno di Pio XI.



    Risposta mia:

    Giusto, è quello che dico da molto tempo, i Veneti sono i più affini ai popoli indoeuropei italici, nel corso della storia si sono mischiati in maniera minoritaria con i celti (cenomani) e maggioritaria con i popoli germanici a seguito delle invasioni barbariche.
    I matrimoni misti con i loro fratelli dell'impero italico è una cosa documentata.
    L'indipendentismo folkloristico dei veneti è organizzato solamente da quella parte di borghesia (filo padaniota) che si è arricchita nel tempo, grazie anche all'unificazione di questa pseudo italiuzza, almeno all'inizio.

    La Repubblica Veneta nacque nel IX secolo, dai territori greco-bizantini della Venetia maritima, dipendenti dall'Esarcato di Ravenna fino alla conquista di questa città da parte dei Longobardi nel 751. La tradizione vuole che il primo doge, Paulicio Anafesto, fosse eletto nel 697 dai Venetici, tuttavia la nascita del ducato è da inquadrarsi nella riforma delle province italiche di Bisanzio promossa dall'imperatore Maurizio Tiberio, con la nomina a capo di queste di duces (dux o dukas, δούκας in greco-bizantino), cioè comandanti militari (di nomina imperiale per tramite dell'esarca ravennate), nel tentativo di arginare l'invasione longobarda. La figura del dux bizantino, divenuto nei secoli doge, conquistò quindi una sempre maggiore autonomia, attuando una politica via via sempre più indipendente. La capitale del nuovo ducato venne originariamente posta nella città di Eracliana.

    Altra cosa è per i veri Cisalpini, Piemontesi, Lombardi e Emiliani, formati da gens di discendenza etnica Ligure/Etrusca preindoeuropea, e da celti (in minoranza) e germani allogeni di discendenza indoeuropea.
    Dalla Gallia Cisalpina alla Repubblica Cispadana e Transpadana alla Repubblica Cisalpina, che poi, stando ai fatti, sarebbe ancora in vigore la sua costituzione!!!

    Se l'articolo uno della Costituzione della Repubblica Cisalpina dice che la Repubblica Cisalpina è unica ed indivisibile significa che è ancora in vigore!!

    COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA CISALPINA
    APPROVATA DALLA CONSULTA IL DÌ 9 FRUTTIDORO ANNO VIII (27 AGOSTO 1800)

    TITOLO I DELL’ESERCIZIO DEI DIRITTI DI CITTADINANZA

    Art. 1 – La Repubblica Cisalpina è una ed indivisibile. Il suo territorio è distribuito in dipartimenti e
    circondari comunali.
    Art. 2 – Ogni uomo nato e residente nel territorio Cisalpino, il quale, compiti i ventun’anni, si è
    fatto inscrivere nel registro civico del suo circondario comunale, e che ha dimorato per lo spazio di
    un anno sul territorio della Repubblica, è cittadino Cisalpino.
    Art. 3 – Uno straniero diviene cittadino Cisalpino allorché, dopo essere pervenuto all’età di
    ventun’anni compiti ed avere dichiarato l’intenzione di stabilirsi sul territorio della Repubblica, vi è
    risieduto per sette anni consecutivi.
    Art. 4 – Perdesi la qualità di cittadino Cisalpino col farsi naturalizzare in paese estero; coll’accettare
    funzioni o pensioni offerte da un governo estero non repubblicano, col farsi aggregare a qualche
    corporazione estera, che supponesse distinzione di nascita; perdesi inoltre in caso di condanna a
    pene afflittive ed infamanti.
    Art. 5 – È sospeso l’esercizio dei dritti di cittadino Cisalpino in caso ch’egli sia debitore
    dolosamente fallito, in caso d’interdizione giudiciale, di accusa o di contumacia.
    Art. 6 – Per esercitare i dritti di cittadinanza in un circondario comunale, bisogna avervi avuto
    domicilio colla residenza di un anno e non averlo perduto coll’assenza di un anno.
    Art. 7 – I cittadini d’ogni circondario comunale nominino coi loro suffragi fra di essi quei che
    stimano più capaci di reggere gli affari pubblici. Ne risulta una lista di fiducia contenente un
    numero di nomi uguali al decimo del numero dei cittadini che hanno diritto di cooperarvi. Da questa
    prima lista comunale debbono esser presi i funzionari pubblici del circondario.
    Art. 8 – I cittadini compresi nelle liste comunali di un dipartimento nominano parimenti un quinto
    fra di essi. Ne risulta una seconda lista detta dipartimentale, dalla quale debbono esser presi i
    funzionari pubblici del dipartimento.
    Art. 9 – I cittadini che sono nella lista dipartimentale nominano parimenti un terzo del loro numero.
    Ne risulta una terza lista, che comprende i cittadini di quel dipartimento eligibili alle funzioni
    pubbliche nazionali.
    Art. 10 – I cittadini che hanno diritto di cooperare alla formazione di una delle liste mentovate ne’
    tre precedenti articoli sono chiamati ogni tre anni per provvedere al rimpiazzamento degli inscritti,
    o morti o decaduti dai diritti di cittadino.
    Art. 11 – Essi possono al tempo stesso levare dalla lista quegl’iscritti che non giudicano a proposito
    di mantenervi e rimpiazzarli così di altri cittadini, nei quali hanno maggior fiducia.
    Art. 12 – Nessuno è cancellato dalla lista se non per mezzo dei voti della maggioranza assoluta dei
    cittadini che hanno diritto di cooperare alla sua formazione.
    Art. 13 – Nessuno può esser cancellato da una lista di eligibili per il sol motivo che non è
    mantenuto in un’altra lista di un grado inferiore o superiore.
    Art. 14 – L’iscrizione di una lista d’eligibili è soltanto necessaria riguardo a quelle funzioni
    pubbliche, per le quali questa condizione è espressamente richiesta dalla Costituzione o da altra
    legge. Le liste d’eligibili saranno formate per la prima volta nel decorso dell’anno XI. I processi
    verbali di tutte le liste sono rimessi alla Camera elettorale ed al Governo.

    TITOLO II DELLA CAMERA ELETTORALE

    Art. 15 – La Camera elettorale è composta di membri in numero di… inamovibili ed a vita.
    Art. 16 – Un Elettore è per sempre inelegibile a qualunque altra funzione. La loro età deve essere
    almeno di anni quaranta.
    Art. 17 – La nomina ad un posto di Elettore si fa dalla Camera elettorale sopra una lista di tre
    candidati presentati uno dal Corpo legislativo, il secondo dal Governo, il terzo dai Censori.
    Art. 18 – La Camera elettorale nomina sulle liste nazionali i Legislatori, li Censori, il presidente del
    Governo, li Senatori, li Giudici d’Appello e di Revisione, li Commissari della Contabilità.
    Art. 19 – La Camera elettorale decide della costituzionalità degli atti che le vengono denunziati dalli
    Censori o dal Governo, annullando quelli che trova incostituzionali: le liste degli elegibili sono
    comprese in questi atti.
    Art. 20 – Per l’annuale trattamento degli Elettori e per le spese della Camera è destinata una somma
    di beni nazionali.

    TITOLO III DEI CENSORI

    Art. 21 – Vi sono cinque Censori. Eglino assistono a tutte le sessioni del Corpo legislativo, dove
    hanno un luogo destinato, ma non possono esserne membri.
    Essi denunciano alla Camera Elettorale gli atti incostituzionali del Governo e del Corpo legislativo.
    Art. 22 – Le leggi non si pubblicano se non tre giorni dopo che sono state adottate dal Corpo
    legislativo, affinché i Censori abbiano tempo di denunciarle alla Camera Elettorale se offendono la
    costituzione.
    Art. 23 – I Censori sono nominati per cinque anni e ne sorte uno ogni anno. I primi quattro censori
    vengono estratti a sorte, finché abbia luogo il turno.

    TITOLO IV CORPO LEGISLATIVO

    Art. 24 – Il Corpo legislativo è composto di quaranta membri dell’età di trent’anni almeno. Ogni
    anno ne viene rinnovata la quinta parte. Deve sempre trovarsi nel Corpo legislativo un cittadino di
    ciaschedun dipartimento.
    Art. 25 – Un membro del corpo legislativo non può rientrarvi se non dopo l’intervallo di un anno,
    ma può essere immediatamente nominato a qualunque altra pubblica funzione.
    Art. 26 – Il Corpo legislativo tiene le sue sessioni per tre mesi ogni anno, ma può essere convocato
    straordinariamente dal governo.
    Art. 27 – La prima rinnovazione del Corpo legislativo non avrà luogo che nel corso di…
    Art. 28 – Il Corpo legislativo discute i progetti di legge che gli vengono proposti dal Governo e
    delibera a scrutinio segreto.
    Art. 29 – Le sedute del Corpo legislativo sono pubbliche.

    TITOLO V DEL GOVERNO

    Art. 30 – Il Governo è affidato ad un Presidente e ad otto Senatori.
    Art. 31 – Il Senato si rinnova per un ottava parte ogni anno.
    Art. 32 – Ogni membro è rieligibile indefinitivamente dalla Camera elettorale.
    Art. 33 – Il Presidente esce di carica dopo cinque anni. Può essere rieletto per altri cinque anni.
    Spirato il suo termine, oppur anche per ispontanea dimissione, entra di pieno diritto o
    necessariamente alla Camera elettorale, qualunque sia la sua età.
    Art. 34 – Il Governo nel suo seno nomina un Vice-Presidente per supplire alla mancanza del
    Presidente nei casi di assenza o malattia.
    Art. 35 – Il Senato col Presidente è incaricato di stendere i regolamenti di pubblica
    amministrazione, e di sciogliere le difficoltà che si presentassero nell’esecuzione di ciò che riguarda
    la materia amministrativa.
    Art. 36 – Il Senato esamina e discute i progetti di legge che il Presidente propone. Questi progetti
    non si possono trasmettere al Corpo legislativo se non insieme col voto formale e scritto del Senato
    per l’accettazione od il rifiuto.
    Art. 37 – Il Presidente solo promulga le leggi, nomina e rimove a suo arbitrio i Ministri, gli
    Ambasciatori ed altri agenti esteri e gli ufficiali dell’armata; a norma delle leggi, le
    Amministrazioni locali e i Commissari.
    Art. 38 – Il Governo nomina i Giudici civili e criminali di prima istanza.
    Art. 39 – Il Presidente provvede all’interna sicurezza ed all’esterna difesa dello Stato, distribuisce la
    forza armata e ne regola la direzione.
    Art. 40 – Il Presidente mantiene le relazioni politiche al di fuori, stabilisce li preliminari di pace,
    d’alleanza, di neutralità e di commercio ed altre convenzioni.
    Art. 41 – Le dichiarazioni di guerra ed i trattati di pace, d’alleanza e di commercio sono proposti,
    discussi, decretati e promulgati come legge.
    Art. 42 – Se il Presidente viene informato che tramisi qualche cospirazione contro lo Stato, egli può
    decretare mandati di comparire e mandati di cattura contro le persone che ne sono presupposte gli
    autori od i complici; ma se nello spazio di dieci giorni dopo la loro arrestazione esse non sono poste
    in libertà o in giustizia regolata, àvvi, per parte del Ministro che firma il mandato, delitto di
    detenzione arbitraria.
    Art. 43 – La truppa assoldata è sottomessa ai regolamenti di amministrazione pubblica, la guardia
    nazionale sedentaria non è sottomessa che alle leggi.
    Art. 44 – Niun atto di governo può aver effetto se non è sottoscritto da un Ministro.
    Art. 45 – Vi sono dei Ministri, il cui numero ed attributi vengono determinati dalla legge.
    Art. 46 – Uno dei Ministri è specialmente incaricato dell’amministrazione del Tesoro pubblico. Egli
    assicura le riscossioni, ordina i movimenti de’ fondi ed i pagamenti autorizzati dalla legge. Egli non
    può far pagare se non in virtù: 1) di una legge e sino alla concorrenza de’ fondi ch’essa ha
    determinati per un genere di spesa; 2) di un ordine del Governo; 3) di un mandato firmato da un
    Ministro. È incaricato sulla sua responsabilità di vegliare che il conto generale del Tesoro pubblico
    in ogni anno venga rimesso alla Commissione di Contabilità nel primo semestre dell’anno
    successivo.
    Art. 47 – I conti dettagliati della spesa di ciascun Ministro, sottoscritti e certificaci di sua mano,
    sono resi pubblici ogni anno.
    Art. 48 – Vi ha inoltre un Segretario generale nominato dal Governo, incaricato del sigillo dello
    Stato, della controssegnatura delle Leggi promulgate dal Presidente del Governo, e della custodia
    degli Archivi nazionali.
    Art. 49 – Il Governo non può eleggere e ritenere alle pubbliche funzioni se non cittadini, i cui nomi
    siano iscritti sulle liste degli eligibili.
    I Ministri ed il Segretario generale debbono esser tolti dalla Lista nazionale.

    TITOLO VI DEI TRIBUNALI

    Art. 50 – In materia civile vi sono de’ Conciliatori. Vi sono pure dei Giudici di prima istanza, dei
    Tribunali di Appello e di Revisione. La legge ne determina l’organizzazione, la competenza ed il
    territorio, cui si estende la rispettiva loro giurisdizione.
    Art. 51 – In materia di delitti vi sono de’ Tribunali Criminali. Per li delitti che portano pena
    afflittiva od infamante, un primo Giury ammette o rigetta l’accusa. Se viene ammessa, un secondo
    Giury riconosce il fatto ed i Giudici, che formano il Tribunale Criminale, applicano la pena. Il loro
    giudizio è senza appellazione.
    Art. 52 – Vi è in ciascun dipartimento un Accusatore pubblico ed un Commissario di Governo
    presso i Tribunali.
    Art. 53 – Il Tribunale di Revisione giudica definitivamente sulle sentenze difformi da due primi
    giudicati; esercita inoltre le funzioni di cassazione.
    Art. 54 – Esso pronuncia pertanto: 1) sulle domande di cassazione contro i giudizi definitivi ed
    inappellabili proferiti dai Tribunali; 2) Sulle domande di rimandare un giudizio da un tribunale
    all’altro a motivo di sospetto legittimo o di sicurezza pubblica; 3) sulle quistioni di competenza
    negli affari criminali, e sugli atti di accusa contro un Tribunale intero.
    Art. 55
    – Il Tribunale di Revisione riforma i giudicati inappellabili, quando contengano espressa
    contravvenzione alla legge, e li annulla, quando nei processi sono state violate le forme, rimettendo
    in questo caso il merito della causa al Tribunale, che deve prenderne cognizione.
    Art. 56 – I Giudici che compongono i Tribunali di prima istanza e i Commissari del Governo
    stabiliti presso questi tribunali, sono presi nella Lista comunale o pure nella Lista dipartimentale. I
    Giudici che compongono il Tribunale di Cassazione e i Commissari dei Governo stabiliti presso
    questo Tribunale sono presi nella Lista nazionale.
    Art. 57 – I Giudici conservano le loro funzioni per tutta la loro vita, a meno che non siano
    condannati per prevaricazione, o pure che non siano conservati sulla lista degli eligibili.

    TITOLO VII DELLA RESPONSABILITÀ DE’ FUNZIONARI PUBBLICI

    Art. 58 – Le funzioni dei membri sia dei Senato, sia del Corpo legislativo, sia del Presidente del
    Governo, sia de’ Censori, sia della Camera elettorale non obbligano a nessuna responsabilità.
    Art. 59 – I delitti personali, che portano pena afflittiva od infamante, commessi dai membri sovra
    enunciati, sono giudicati avanti i Tribunali dopo che una deliberazione del Corpo, cui appartiene il
    prevenuto, ha autorizzata questa misura giudiziaria.
    Art. 60 – I Ministri sono responsabili: 1) di qualunque atto del Governo da essi sottoscritto e
    dichiarato incostituzionale dalla Camera elettorale; 2) della inesecuzione delle leggi e de’
    regolamenti di pubblica amministrazione; 3) degli ordini particolari ch’essi hanno dati, se questi
    sono contrari alla Costituzione, alle leggi ed ai regolamenti.
    Art. 61 – Nei casi sovraesposti li Censori denunciano il Ministro con un atto, sul quale il Corpo
    legislativo delibera per mezzo dello scrutinio, dopo aver chiamato ed inteso il denunciato. Il
    Ministro, sottoposto a giudizio per decreto dei Corpo legislativo, viene giudicato da un’alta Corte
    senza appello e senza ricorso per cassazione. L’alta Corte è composta di Giudici e di Giurati. Li
    Giudici sono scelti dal Tribunale di Revisione e nel suo seno, li Giurati vengono presi dalla Lista
    nazionale; tutto ciò nelle forme che la legge determina.
    Art. 62 – I Giudici civili e criminali sono, per i delitti relativi alle loro funzioni, processati da quei
    Tribunali, davanti ai quali sono mandati da quello di Revisione dopo aver annullati i loro atti.
    Art. 63 – Ogni altro agente del Governo, fuorché i Ministri, non può esser chiamato in giudizio per
    fatti relativi alle suo funzioni, se non in forza di una decisione dei Governo. In tale caso la denuncia
    ha luogo davanti ai Tribunali ordinari.

    TITOLO VIII DISPOSIZIONI GENERALI

    Art. 64 – La casa d’ogni individuo, che abita il territorio della Repubblica, è un asilo inviolabile.
    Nel corso della notte niuno ha dritto di entrarvi fuorché in caso d’incendio, d’innondazione o di
    chiamata fatta dall’intorno della casa; nel corso della giornata si può entrarvi per un oggetto
    speciale determinato o da una legge o da un ordine emanato da una pubblica autorità.
    Art. 65 – Perché l’atto, che ordina l’arresto di un individuo, possa essere eseguito, bisogna: 1)
    ch’esso esprima formalmente il motivo dell’arresto e la legge in esecuzione della quale esso è
    ordinato; 2) che sia emanato da un funzionario, cui la legge abbia dato formalmente quest’autorità;
    3) che sia notificato alla persona arrestata e che le ne sia data copia.
    Art. 66 – Un guardiano o carceriere non può ricevere né tener prigione verun individuo, se non
    dopo aver trascritto nel registro l’atto che ne ordina l’arresto: quest’atto dev’esser un mandato reso
    nelle forme prescritte nell’articolo precedente o un ordine di prigionia o un decreto di accusa o una
    sentenza giudiziaria.
    Art. 67 – Ogni guardiano o carceriere è obbligato, senza che verun ordine lo possa dispensare, a
    presentare la persona detenuta all’Ufficiale civile che presiede alla polizia della Casa d’arresto, tutte
    le volte che ne sarà richiesto dal detto Uffiziale.
    Art. 68 – La presentazione della persona detenuta non potrà negarsi ai suoi parenti ed amici che ne
    hanno l’ordine dell’Ufficiale civile, il quale sarà sempre tenuto di accordarlo, quando il guardiano o
    il carceriere non presenti un ordine del Giudice in contrario.
    Art. 69 – Tutti quelli, che non avendo ricevuto dalla legge la facoltà di far arrestare, daranno,
    sottoscriveranno, effettueranno l’arresto d’un individuo qualunque, tutti quelli che anche in caso di
    arresto autorizzato dalla legge riceveranno o terranno la persona arrestata in un luogo di detenzione,
    che non sia pubblicamente e legalmente assegnato come tale, e tutti i guardiani e carcerieri che
    contravverranno alle disposizioni degli articoli precedenti saranno colpevoli di delitto di detenzione
    arbitraria.
    Art. 70 – Tutti i rigori adoperati negli arresti, nelle detenzioni o esecuzioni, fuorché quelli
    autorizzati dalle leggi, sono delitti.
    Art. 71 – Ogni persona ha diritto d’indirizzare dette petizioni individuali a qualunque autorità
    costituita, e specialmente ai Censori.
    Art. 72 – La forza pubblica è essenzialmente obbediente. Nessun corpo armato può deliberare.
    Art. 73 – I delitti militari sono sottoposti a Tribunali particolari ed a particolari forme di giudizio.
    Art. 74 – Saranno decretate delle ricompense nazionali a quei cittadini, che avranno resi degli
    importanti servigi alla Repubblica.
    Art. 75 – Vi sarà nella Repubblica un Istituto nazionale incaricato de’ progressi delle arti e delle
    scienze.
    Art. 76 – Un Magistrato di Contabilità nazionale regola e verifica i conti delle riscossioni e delle
    spese della Repubblica. Questo Magistrato è composto di cinque membri scelti dalla Camera
    elettorale, e si chiama Magistrato de’ Revisori generali.
    Art. 77 – Il Governo estenderà in tutta la Repubblica nel termine il più breve il sistema censuario
    vigente nell’inaddietro Lombardia.
    Art. 78 – La Nazione dichiara che dopo la vendita da lei legalmente consumata di Beni nazionali,
    qualunque ne sia l’origine, il compratore legittimo non può esserne spogliato, salvo il diritto de’
    terzi reclamanti di essere, se vi ha luogo, indennizzati dal pubblico tesoro.
    Art. 79 – La presente Costituzione sarà offerta in seguito all’accettazione del popolo Cisalpino.
    Ultima modifica di GILANICO; 06-04-14 alle 21:55

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    Predefinito Re: I venetei, i veri italioti del nord italia!

    La ricerca più recente, lavorando principalmente su materiale linguistico, è giunta a escludere una filiazione illirica per i Veneti, secondo quanto proposto già negli anni quaranta dallo stesso Krahe. Dopo un'iniziale proposta di legare la lingua venetica alle lingue italiche osco-umbre, ha in seguito trovato maggior credito il riconoscimento del venetico come parte della famiglia latino-falisca, comprendente anche il latino. Su questo punto, tuttavia, l'indagine dell'indoeuropeistica è ancora aperta; più prudente, ad esempio, Francisco Villar.

    La ricerca moderna, in questo modo, si è trovata in sostanziale accordo con quanto sostenuto già dalla storiografia latina: i Veneti condividono con i Latini una comune origine protostorica, anche se non attraverso quel comune legame con l'Antica Grecia (e con Troia in particolare) postulato dai Romani mediante il mito di Antenore. L'insieme indoeuropeo veneto-latino si era formato come gruppo a sé in un'area dell'Europa centrale, probabilmente ubicato entro i confini dell'odierna Germania e parte di un vasto continuum indoeuropeo esteso nell'Europa centro-orientale fin dagli inizi del III millennio a.C. Da qui mosse verso sud nel corso del II millennio a.C., probabilmente intorno al XV secolo a.C.; mentre una parte di queste genti proseguì fino all'odierno Lazio (i Latini), il gruppo che avrebbe dato origine ai Veneti si insediò a nord del Golfo di Venezia e lì si attestò definitivamente.

    I migranti che giunsero nell'area veneta dalle regioni nord-orientali erano più probabilmente piccoli gruppi di colonizzatori, piuttosto che un'ingente massa di popolazione. Al di là delle questioni sulla loro origine, i Veneti erano di cultura articolata, abili guerrieri e commercianti arrivati. È probabile che i nuovi colonizzatori si siano sovrapposti alle popolazioni nativa (gli Euganei preindoeuropei).

    La regione cispadana era abitata nel III secolo a.C. da numerose popolazioni bellicose – in particolare, i Galli che a partire dal secolo precedente avevano fatto irruzione nella regione – e i Romani si rivolsero, per ottenere aiuto, ai Veneti, poiché li ritenevano consanguinei per via della leggenda di Antenore. Romani e Veneti stabilirono rapporti di amicizia e di alleanza (già nel 283 a.C. il Senato romano aveva stretto un patto con i Veneti ed i Galli Cenomani per rallentare l'invasione gallica). Probabilmente i contatti avevano avuto inizio più anticamente, già nel 390 a.C.: infatti, quando i Galli Senoni di Brenno occuparono la stessa Roma, fu forse proprio grazie ad un'azione diversiva dei Veneti che potrebbero essere stati costretti a venire a patti con i Romani.

    Nel 225 a.C. i Romani mandarono ambasciatori presso i Veneti ed i Galli Cenomani per stringere un'alleanza contro i Galli Boi e gli Insubri, che minacciavano le frontiere romane, ed essi rimasero dalla parte romana anche durante la Seconda guerra punica, mentre tutte le altre popolazioni galliche si erano schierate con Cartagine. Al termine della guerra, per poter completare la sottomissione della Gallia cisalpina (Galli e Liguri non accettavano la supremazia romana), Roma cominciò una vera e propria guerra di conquista, sempre sostenuta da Veneti e Cenomani. È probabile che in questo momento storico i Veneti fossero legati ai Romani tramite amicitia, diversamente dai Galli legati a Roma dal foedus: questo legame era utilizzato soprattutto negli Stati ellenistici, e prevedeva la neutralità, che poteva diventare alleanza solo in via eccezionale.

    I Veneti non appaiono come un popolo "bellicoso", e non furono coinvolti in battaglie o guerre importanti. Tuttavia non furono isolati, anzi intrattennero rapporti commerciali e culturali con la vicina Etruria e mutuarono certe caratteristiche artistico-sociali dai mercanti greci delle colonie. Ebbero con Roma rapporti amichevoli e si giovarono dell'aiuto della città laziale per allontanare la minaccia costituita dall'invasione dei Galli: in cambio di protezione, permisero ai Romani di stabilirsi pacificamente nel loro territorio, e in definitiva di colonizzarlo costruendo strade, ponti e villaggi. Il Veneto non venne quindi conquistato con la forza dai Romani, ma fu inglobato pacificamente e, con il tempo, la cultura veneta si perse e venne sostituita (in parte assimilata) dalle usanze di Roma.

    Veneti - Wikipedia

  3. #3
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    Predefinito Re: I venetei, i veri italioti del nord italia!

    Dalla Gallia Cisalpina alla Longobardia, alla Repubblica Cispadana e Transpadana ed in fine alla Repubblica Cisalpina.

    Altro che indipendentismo degli italioti Veneti, la Cisalpina meriterebbe molto piu del Veneto di secedere dall'Italia, non solo per quanto riguarda la sua storia, ma anche per l'aspetto etnico/antropologico dei suoi abitanti, per non parlare della lingua madre dei Cisalpini e delle usanze e tradizioni che si trovano qui, parecchie delle quali si sono perse nel tempo, grazie anche alla massiccia industrializzazione di questo territorio.
    La storia archeologica della Cisalpina è totalmente diversa da quella che si trova in territorio italico.

    Non sto parlando affatto da secessionista, ma da uno appassionato di storia, archeologia, etnologia e antropologia.
    Ultima modifica di GILANICO; 08-04-14 alle 17:36

 

 

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