L'Atto Sacro che attira e fa scendere l'archetipo affinché le società umane possano adoperarlo per il Buongoverno delle genti


L'Atto Sacro che attira e fa scendere l'archetipo affinché le società umane possano adoperarlo per il Buongoverno delle genti


Nel diciannovesimo secolo e nei primi anni del ventesimo secolo nei boschi della Svizzera o della Germania fiorirono movimenti e comunità di solitari anticonvenzionali per lo più artisti e intellettuali che adoravano la natura...Vestiti con gli indumenti “della riforma” e con i capelli lunghi, lavorarono giardini e campi, costruirono spartane capanne in legno rilassandosi con l’euritmia e bagni di sole integrali, esponendo i loro corpi a luce, aria, sole e acqua. La loro dieta escludeva cibi animali e si basava interamente su piante, verdura e frutta. Adoravano la natura, predicandone la purezza e interpretandola simbolicamente come l’opera d’arte ultima. “Il prato di Parsifal”, “La rocca di Valchiria” e “Il salto di Harras”


L'ARCHETIPO CHE SALE:
La dea Roma (a destra) e la personificazione del Campo Marzio (a sinistra) assistono all'apoteosi sulle ali di Aion (il Tempo Eterno) di Antonino Pio e Faustina. Rilievo dalla base della colonna di Antonino Pio, II secolo d.C. Città del Vaticano, Cortile della Pigna


Iovis omnia plena
di Francesco Bucchini
Secondo quella che LMA Viola definisce come Formulazione Noumenica Rituale Tradizionale, l’ Essere si dispiega plasticamente, attraverso i cicli del tempo, nel mondo, il quale ne rappresenta l’ abbellimento e l’ attualizzazione di ogni potenzialità, di ogni idea divina. Il mondo è pervaso dall’energia, percepibile, di un unico principio divino, di un Numen che può essere diversamente nominato, mentalmente distinto e discriminato per qualità e funzioni.
La “numinosità” inoltre si esprime attraverso ierofanie e cratofanie, cioè manifestazioni del sacro e della potenza divina in modo non omogeneo, discontinuo, nei luoghi, negli animali, nelle persone, nel tempo.
La numinosità è l’ espressione percepibile degli Dei, Mente Divina, che è atemporale in sé, ma che nella sua discesa fa sì che l’Anima, intermediaria tra spirito e corpo, senta il Tempus, analogamente al Mundus, come circolare , ripetitivo, ciclico.
Cicliche sono le Ere, ciclico è l’Annus, come il Mensis, il Dies, le Horae…ogni istante è in realtà pervaso dalla sacralità di Janus, perenne inizio e fine, espansione e contrazione, natura olografica dell’universo.
Il tempo lineare appartiene piuttosto nel suo succedersi di eventi, alla fisicità, ai corpi; non all’Anima del Mondo che perpetuamente e ciclicamente attua le immagini delle idee, degli Archetipi divini, in un movimento a spirale a volte centripeto a volte centrifugo rispetto all’Asse centrale lungo il quale discende-ascende lo Spirito divino.
Questa alternanza di processione e conversione è dovuta, nel corso delle Età, degli Yuga, alla diversa qualità ed intensità dei logoi o principi, regole, energie divine percepibili corporeamente, animicamente ( noi della TEV diremmo Raggi, diremmo Elementi?) attraverso i quali , la mente divina, gli dei, il Sovramondo si fa azione, si attualizza nel mondo.
Nell’Età del Ferro, Kali Yuga, la tendenza sempre maggiore all’identificazione dell’anima con il corpo porta alla percezione del tempo come lineare, fatto di attimi che si succedono irreversibilmente e senza connessione; la perdita di senso che ne deriva, porta altresì all’ emergere di tutto ciò che è basso, caotico o ahrimanico.
Il re di tradizione iperborea, il sacerdote, l’ augure sono coloro che tengono stabile laconnessione con il divino e che tramite il rito e la sua ripetizione ritmica ridanno senso e sacralità al Tempus; attraverso la teurgia, affiancando il templum al fanum( fonte, bosco, luogo sacro dove il Numen spontaneamente si manifesta) contribuiscono al radicamento del divino nel mondo, alla “spiritualizzazione” della natura; sono nello stesso tempo tramiti e cocreatori, partecipi della natura divina.
Se l’ Età dell’ Oro iperborea, con la discesa delle popolazioni ariane dalle aree circumpolari tradizionali, viene ripetuta nel Latium Vetus e poi ancora restaurata nel periodo augusteo, ben si può comprendere come per i romani l’ uomo, il Vir, sia tutt’ altro che semplicemente e passivamente soggetto alle evoluzioni ed involuzioni cicliche dell universo, sacra rappresentazione delle Potenzialità Divine nel mondo, Divina Commedia, diceva Dante; l’ uomo può, al di là delle illusorie percezioni dell’ Anima Mundi e attraverso la forza dell’ intentus, della volontà, ricercare e ripristinare il collegamento con il centro dell’Essere.
Noi abbiamo le nostre modalità per tentare di conseguire gli stessi obiettivi. Meditiamo, stimoliamo l’ espansione dei canali celeste e tellurico, aprendo i CEC, le porte( janua) della nostra anima che ci mettono in contatto con i piani divini e ci caricano del vitale Oro sottile della risonanza, che di lì proviene. Tutto ciò comunque richiede una certa quantità di intentus e, in qualche modo, di spersonalizzazione, che si ottiene grazie ad un allenamento costante.
E’ rito che, in sè, ci accosta al sacro, al silenzio profondo che sentiamo instaurarsi dentro di noi quando siamo veramente interni e concentrati nelle nostre pratiche.
La civiltà rituale italico-romana, così fortemente simbolica, analogica e ben più di noi permeata dalla forza delle forme archetipiche, utilizzava altri metodi, altri linguaggi; in lei il puro utilizzo del simbolo può condurre con naturalezza a vivere altre modalità dell’ essere.
I giovani italici del Ver Sacrum, primavera sacra, lasciavano le comunità di origine dopo essere stati dedicati al dio Marte, maschi e femmine con il capo coperto da un velo; anche i sacerdoti si accostavano ai sacrifici “capite velato”. Non ci troviamo qui, come purtroppo è tipico delle nostre culture, di fronte ad un segno della sottomissione e dell’ impurità del femminile, al velo come schermo o protezione dal desiderio maschile; qui il significato sta nell’ occultamento e nella rinuncia alla propria identità inferiore, al proprio ego, ostacolo alla piena adesione e comunicazione con il divino. Per lo stesso motivo è bene non accostarsi alla preghiera e agli Dei con animo turbato, troppo coinvolto nelle vicende di una identità illusoria, terrena. Un’ altra, curiosa, prescrizione sacerdotale era quella di non poter avere rapporti con la moglie, la notte prima di un sacrificio. Bigotteria? Sessuofobia. Non penso. Necessità di non essere coinvolti in processi emozionali che coinvolgono le sfere inferiori, corporee?
C’ è un altro aspetto che va a mio parere considerato, e riguarda l’ energia oro, abbondantemente impiegata al culmine dell’ atto sessuale; senza essere carichi di Oro sottile, non c’è risonanza, non c’ è possibile accesso al divino.




confondersi con Dio secondo il pensiero pagano
IL CAMMINO PER LIBERARE L'ANIMA
Un particolare del «Fregio» della Villa
medicea di Poggio a Caiano, che descrive le sorti dell'anima e la sua "liberazione".
Opera di Bertoldo di Giovanni e collaboratori.
Un meccanismo di" liberazione" che con la gioia dell'amore supera la conoscenza, messaggio trasposto attraverso l'opera sapienziale di Plotino: le Enneadi .
Plotino condivide del tutto la ‘tecnica mistico-estatica’ che Platone aveva indicato nel Fedone: “Quando l’anima, restando in sé sola e per sé sola, svolge la sua ricerca, allora si eleva a ciò che è puro, eterno, immutabile, e, avendo natura affine a quello, rimane sempre con quello, ogni volta che le riesca essere in sé e per sé sola” (Trad. di G. Reale; 74 d).
Bisogna che l’anima si ‘alleni’, si ‘abitui’ a ‘rimanere in se sola’; è necessario un ‘esercizio’, cioè un’ascesi interiore che consiste nel rimanere nella pura coscienza dell’io-sono.
L’Amore è una tensione del finito verso l’Infinito.
“La vita vera è solo lassù, poiché la vita dell’oggi, che è vita senza Dio, è solo un’orma di vita … la vita di lassù genera bellezza, genera giustizia, genera virtù”(Enneadi, VI, 9, 9).
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PLOTINO (Licopoli, 203-205 Sujo Terme, 270)
Plotino condivide con il suo Maestro Platone l’idea che sostanzialmente esistono tre ‘vie’ per ricondurre l’anima all’Uno e che esse corrispondono ai tre ‘ideali’ di vita di ogni essere umano quelli del Bello, del Bene, del Vero.
Un’andata e un ritorno: A tale livello l’uomo è capace di fuggire dalla gabbia del mondo attraverso una condizione particolare dell’anima, l’estasi, e di farsi ‘simile a Dio’, ma essere pronto sempre di ritornare al "mondo".
Un meccanismo filosofico di pensiero e di azione.
Svuotandosi dalle ‘cose terrene’ l’anima s’eleva e permette al Principio Primo di ‘manifestarsi’ in lei, di ‘palesare’ la sua ‘presenza’.
Tre sono le ipostasi (IPOSTASI υπόστασις, da υπό = sotto e ίστημι = stare, dunque ha il senso di ‘fondamento’, ‘base’, ‘sostanza’, ‘essenza’) l’Uno, lo Spirito e l’Anima, da lui paragonate alla luce, al sole, alla luna (Enn., V, VI, 4).
La Materia non è per Plotino una ipostasi ma l’estrema propaggine dell’Anima (per cui, propriamente, non è l’anima ad essere ‘dentro’ il corpo ma è questo ad essere dentro l’anima, la quale lo ’avvolge’ come una invisibile ‘aura’).
L’uomo attraverso l’evoluzione dell’anima arriva ad identificarsi o annullarsi con Dio, questa è la via mistica pagana che si attua attraverso l’exstasi. Il fondamanto è il neoplatonismo approdato alla filosofia romana attraverso l’elaborazione di Plotino


EROS E ANTEROS
[FONT=verdana, arial, 'times new roman']Certo che l'amore è una via privilegiata per liberare l'anima lo troviamo anche fregio invetriato della Villa medicea di Poggio a Caiano che ci descrive le sorti dell'anima e di come il piccolo Eros partecipi a questa evoluzione liberatoria dove l'individuo compie il suo cammino alchemico arrivando ad essere Dio.
Paolo Caliari detto il Veronese (1528 -1588)
Venere e Mercurio presentano a Giove Eros e Anteros, 1560-1565
Il Veronese, esprime, attraverso questa raffigurazione, la conoscenza verso i miti greci e le loro implicazioni sociali (e alchemiche).
Eros e Anteros sono fratelli, ma i miti greci sono discordi sulla paternità di questi bambini alati. Non è precisa la loro paternità, forse figli di Marte, ma anche frutto di un legame illegittimo addirittura con Ermes: il dio dei ladri e il messaggero degli dei olimpici. Anche i due fratelli erano legati fra loro, e fra le varie attribuzioni sembra che quella prevalente sia quella che uno è l'integrazione dell'altro, l'amore spirituale che ha bisogno per crescere anche dell'amore fisico (esistono molte altre interpretazioni di questi piccoli dei).
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FUORI DAL TEMPO, CONSUMATO NEL TUTTO IDENTIFICANDOSI CON DIO.Proprio Paolo Cagliari nel 1560 rappresenterà questo mistero, sulla scia delle appassionate ricerche condotte nell'Italia di Cosimo ed recepite da tutti gli artisti che diedero testimonianza di questo altissimo sapere!