La storia insegna che compiere delle analisi politiche sulla base di semplici sondaggi può rivelarsi sbagliato, se non catastrofico. E tuttavia, al di là delle singole rilevazioni, va rivendicato il diritto di interpretare una certa linea di tendenza, anche alla luce di condizioni più generali. Partiamo da questa necessaria premessa per commentare il primo anno e mezzo di Presidenza Obama, nata sotto il segno del consenso, del successo, dell'immagine trionfale del cambiamento. Con l'ormai storico "Yes we can!", il primo Presidente nero degli Stati Uniti ha saputo incantare le masse, produrre sogni, incentivare speranze. Ma dopo questa prima prova di governo, cosa è rimasto delle promesse iniziali? Senza fare l'elenco degli impegni (non) mantenuti, possiamo affermare che l'entusiamo incondizionato è via via scemato, fino a convertirsi in delusione, amarezza e rabbia per una fetta importante del popolo americano.
Barack Obama può ancora vantare un consenso che oscilla sui 45 punti percentuali, una cifra non malvagia rispetto ai dati del predecessore, ma ben distante dai fasti del 2009, dall'imponente capitale dei mesi di inizio mandato. La tendenza è chiara, il calo è netto e inesorabile. Dopo la mazzata della riforma sanitaria - definita "storica" dai democratici più agguerriti, ma rigettata dalla maggioranza degli statunitensi compresi i moderati Dems - in questi giorni è la pessima gestione della crisi ecologica in Louisiana ad affondare il gradimento dell'operato presidenziale, giudicato insufficiente e totalmente inefficace. Insomma, anche Obama deve sorbirsi la sua buona dose di polemiche ed accuse, come ai tempi dell'uragano Katrina, pietra tombale per la popolarità in effetti già compromessa di Bush.
Ma al di là di popolarità e gradimento, indici effimeri e quasi mai utili per stabilire l'effettiva bontà di un Presidente (c'è chi rammenta lo scarso appeal di Reagan al secondo anno di mandato, o il disastro democratico alle elezioni di medio-termine del 1994, tale comunque da non togliere la sedia a Clinton solo due anni dopo), c'è da dire che sono altri i motivi che ci spingono a ritenere fallimentare la Presidenza di Obama. Quest'ultimo, come si ricordava qualche riga più sopra, è stato eletto sull'onda della speranza nel cambiamento, nella rivoluzione sostanziale della politica, e del modo di fare politica. Gli atteggiamenti esteriori dell'inquilino della Casa Bianca, in effetti, appaiono più aperti, affabili, diretti, e meno ingessati dal cerimoniale. Qualcuno si è spinto a parlare di un "nuovo Kennedy", riferendosi, più che al JFK realmente esistito (un fallimento clamoroso), al "mito" costruito negli anni, all'immagine di Presidente proiettato verso il domani. Gli anni '60, d'altronde, sono ricordati come l'era del progresso, dei diritti civili, delle riforme, della liberazione culturale.
Ma veniamo a noi, uomini del 2010. Questo decennio non si apre certo nel segno delle grandi speranze, dell'ottimismo e della fiducia incondizionata verso il futuro, verso ciò che ci attende. Tutt'altro: imperano la crisi economica, l'instabilità, il pessimismo; l'aria che si respira sembra quasi ammorbata dal germe distruttivo della sfiducia. Insomma, non è certo il tempo di Obama. Poteva esserlo, o meglio, poteva sembrarlo, il 2008, anno della (precaria, come poi si è visto) stabilizzazione irachena e afghana, sotto l'azione del generale Petraeus, l'anno della (timida) possibilità di ripresa, stroncata dalla iper-crisi dei mutui sub-prime e del fallimento delle banche. Ecco, pareva quasi che Obama, in campagna elettorale, e nel periodo di interregno fra l'elezione ed il giuramento formale di gennaio, potesse in qualche modo garantire la pronta risoluzione dei problemi, preannunciati da primi inquietanti scricchiolii, o comunque attribuiti al predecessore. Per mesi, la fiducia è rimasta alta, in attesa delle novità e dei cambiamenti promessi, nonostante l'aggravarsi continuo della situazione.
Dopo quasi un anno e mezzo, i nodi sono ormai venuti al pettine. Nulla è stato davvero risolto. La rivoluzione promessa è rimasta sulla carta. Questo non è il decennio di Obama, non è il decennio delle facili promesse, delle parole apparentemente lungimiranti destinate a rivelarsi fuoco di paglia, in un momento in cui si chiede di risolvere delle emergenze immediate, non di cambiare il mondo con la bacchetta magica. Chi se ne importa se il Presidente mangia il cheese-burger fuori dalla Casa Bianca: i problemi sono altri. La crisi economica avanza, la disoccupazione non cala come dovrebbe, la marea nera non la blocca più nessuno, l'Afghanistan precipita nel caos. Parole, parole, parole, da Obama soltano parole, ma i fatti? L'unica "storica" riforma del Presidente, quella sanitaria (una pseudo-riforma in realtà), non è gradita dalla maggioranza, anzi, tutt'altro. Tant'è vero che a Novembre, alle elezioni di medio-termine, i Democratici saranno prevedibilmente sepolti da un'onda di rabbia conservatrice, per non dire in certi casi reazionaria. E il Presidente non potrà più giovarsi della stampella delle Camere, nè tantomeno agguantare nuovi risultati (se la riforma sanitaria si può chiamare "grande risultato"). Potrà solo galleggiare, e tentare dei compromessi con repubblicani ostili e vogliosi di rivincita.
Attenzione, non è detto che il Presidente non sappia recuperare. Obama è scaltro, e chi lo sottovaluta sbaglia. Ma qualcosa ormai si è rotto, e anche su un piano storico-politico più generale, possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che quello che poteva rivelarsi un "mito", s'è ridotto ad ordinaria se non scadente amministrazione. Il fallimento totale resta dietro l'angolo come possibilità quasi assurda da ipotizzare solo un anno fa, e oggi più che mai concreta.




Rispondi Citando

