Questo intervento, pubblicato nel mio blog in risposta a LupoSciolto, puo forse costituire la base di una discussione più larga tra i comunisti.
Una risposta un tanto precisa alla domanda che riguarda la forma di quest'organismo - il partito - credo che è per forza speculativa al giorno d'oggi.
È una cosa sconfortante, ma non dobbiamo raccontarci frottole, pena portarci dentro interi pezzi del vecchio mondo.
Esempio tipico di frottola velenosa è la sedicente necessità di integrare la democrazia parlamentare, e quindi di praticare in un modo o nell'altro un sistema di selezione dei dirigenti per il partito che consegue le elezioni. Poco a poco succede che la logica di competizione elettorale si autonomizza dal contenuto programmatico, fino al punto in cui lo stesso contenuto si adegua alla forma mediatica e istituzionale egemonica. Intanto lo stesso personale politico si specializza in quel tipo di ambiente ponendo quindi le condizione di una riproduzione incestuosa tagliata dal movimento.
Per questo mi limito per lo più - ma non sempre, e mi sarà uscita qualche "sparata" - a definire il partito storico come la costituzione viva della comunità umana nel seno della comunità materiale del capitale.
Cioè: realizzazione di un rapporto sociale che trova il suo fine non nella riproduzione infinita del capitale (quindi salariato, merce, e tutto quel che ci hanno fatto sopra fino allo Stato) ma nella sua stessa affermazione come comune. La comunità, contro la società in cui la separazione universale si presenta unita nel spettacolo dell'abbondanza di merci, afferma concretamente il comune; quindi la comunità è il comunismo e non c'è comunismo al di fuori della comunità (per esempio sotto la forma di una burocrazia, o di un regime, o di una casta del sapere separata, ecc.)
Certo è una definizione intransigente del partito, ma senza di questa come si spera affrontare l'ineludibile, durissimo scontro contro la dominazione?
Perché questo almeno è chiaro: arrivati al punto in cui il partito è capace di assicurare un esistenza al di fuori del capitale ad una parte consistente della popolazione, di sicuro arriva la risposta spaventata dei proprietari della società scambista e delle loro istituzioni.
Il vecchio mondo, dall'alba della rivoluzione industriale, ha sempre fatto una vera e propria guerra contro la comunità, ha sempre fatto in modo che gli uomini si vedano obbligati a scambiare per vivere.
Noi dobbiamo ritrovare la possibilità di escludere lo scambio dalla nostra vita, quindi dobbiamo ritrovare le condizioni del comune.
E quindi abbiamo di fronte a noi non la stupida utopia pacifista riformista democratica e moralista dei middle class occidentali progressisti, ma la guerra rivoluzionaria del proletariato mondiale.




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