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Discussione: Agonia e fine della Roma antica

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    Predefinito Agonia e fine della Roma antica




    Relazione di:
    Federico Zeri, Vice Presidente del Consiglio Nazionale per i Beni Culturali e Ambientali e
    Accademico di Francia


    La città di Roma è stata per il mondo antico qualche cosa di insuperabile e di insuperato: è stata veramente la capitale di quello che era considerato il mondo civile. La storia antica ha conosciuto tre grandi imperi: quello romano - il quale è crollato, per quanto sia durato molto a lungo l’ultimo lembo di territorio romano, la città di Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, caduta nel 453 -, l’impero persiano, che ha avuto la grande rinascita Sassanide, il quale poi si è fuso con la civiltà islamica, e un impero che poi è diventato una repubblica, che esiste ancora e si chiama Cina.
    Ma quello che era lo splendore di Roma e la sua grandiosità è qualche cosa di cui difficilmente potremmo farci un’idea. Roma non solo era una città gremita di tesori di storia e di arte, ma era anche una grande città per numero di abitanti. Generalmente si crede che le mura costruite alla fine del III secolo dall’imperatore Aureliano circondassero tutta la città. Questo non è esatto: le mura di Aureliano hanno circondato solo quello che era un grandissimo centro monumentale. Al di fuori delle mura, la città abitata doveva continuare, e lo dimostra il fatto che per costruire le sue mura Aureliano e i suoi architetti hanno incorporato anche edifici piuttosto alti. Sappiamo anche da scrittori antichi che esistevano dei sobborghi, come quello di cui parla lo scrittore Ammiano Marcellino, e che si trovava sulla Nomentana all’altezza dell’odierna basilica di sant’Agnese. Ancora oggi, se si scava lungo le vie consolari, anche a distanza di chilometri da quelle che sono le porte delle mura di Aureliano, dopo due o tre metri si scopre uno strato di mattoni di legno bruciato e di altri avanzi che dimostrano come il luogo fosse abitato.
    Roma doveva dunque essere una grande città monumentale, enorme, circondata da una gigantesca periferia simile a quelle che noi oggi chiameremo favelas brasiliane, una periferia di baracche. Questa situazione viene generalmente ignorata ma è provata anche dalla enormità degli edifici pubblici della città. Quando si pensa alla capienza del Circo Massimo, del Colosseo e alla quantità degli edifici termali - alcuni anche di dimensioni colossali, come le grandi terme costruite vicino all’odierna stazione Termini da Diocleziano e da Massimiano, o le terme di Traiano sull’Esquilino o quelle di Severo Alessandro sul Campo Marzio vicino al Pantheon, o infine le enormi terme di Caracalla - ci si chiede: ma chi poteva adoperare degli edifici termali così grandi? Doveva esserci una popolazione molto superiore a quella del milione o del milione e mezzo che generalmente si crede. Doveva essere una città molto grande, che aveva una periferia alimentata da tutti coloro che - come oggi accade al Messico o al Cairo - abbandonavano le campagne.
    Quindi Roma alla fine del IV secolo doveva essere una città di splendore immenso per i suoi monumenti, ed anche molto affollata sia dagli abitanti all’interno della cinta muraria sia da coloro che vivevano al di fuori. L’Imperatore Aureliano - il quale dopo la grande crisi del III secolo ricostruisce l’impero su basi militari - aveva previsto, giustamente, che la città poteva diventare obiettivo delle incursioni dei barbari. Ai suoi tempi questo poteva sembrare un pensiero da pessimista, ma poi la realtà si è dimostrata superiore alle più nere previsioni e nel 410 la città dopo un assedio venne occupata dai Visigoti del re Alarico.
    Guardando i film storici o leggendo alcuni libri, si pensa che la città sia stata subito distrutta dai barbari, i quali han dato fuoco agli edifici, abbattuto le colonne e così via; in realtà i barbari non hanno fatto nessuna di queste cose, per due ragioni. La prima è che il primo invasore visigoto Alarico era di educazione già profondamente romanizzata, ed aveva un certo rispetto verso la città. Pare che durante la sua occupazione sia andata a fuoco nel foro romano la basilica Emilia, ma non è sicuro; la basilica è stata bruciata, ma non si sa quando, quello che si sa di sicuro è che è andata a fuoco la residenza imperiale degli orti sallustiani, situata proprio nel punto in cui egli entrò a Roma, punto che si può ancora vedere nelle mura aureliane. Ciò fece un’immensa impressione, e spinse sant’Agostino a scrivere La città di Dio, ma la città non ha molto sofferto. Inoltre - ed è la seconda ragione - i barbari non cercavano di abbattere i monumenti, bensì di impadronirsi di metalli preziosi e di ottenere un riscatto. In seguito Alarico per riscattare Roma - ed è un particolare curioso - chiese dei sacchi di pepe, preziosissimo allora, perché le carni macellate o dovevano essere mangiate subito o conservate sotto pepe. Ma la città praticamente rimase intatta.
    Una seconda incursione, invece, molto più grave fu quella nel 455 dei Vandali del re Genserico, che erano scesi nella Spagna, avevano passato lo stretto di Gibilterra su delle imbarcazioni e si erano impadroniti dell’Africa settentrionale mettendo la capitale nella grande città di Cartagine che, alla fine dell’impero romano, insieme a Roma, Alessandria e Antiochia era una delle grandi città dell’impero. I barbari di Genserico hanno fatto un danno di cui oggi risentiamo ancora le conseguenze. Innanzitutto essi portarono con sé gli Alani, un popolo di origini iraniana, il popolo che aveva convertito gran parte delle popolazioni germaniche all’arianesimo. Questo è un fatto molto importante perché l’incursione del 453 di Vandali e ariani aveva anche dei connotati religiosi: i barbari infierirono contro Roma. Ma il danno più grave che fecero è la terribile persecuzione che soprattutto gli Alani scatenarono, nell’Africa settentrionale, contro il Cattolicesimo africano che era il più fiorente dell’epoca. Non dimentichiamo Tertulliano, sant’Agostino, moltissime personalità dell’epoca. La persecuzione di cui restano abbondanti notizie fu terribile e colpì non soltanto il Cattolicesimo ma anche tutto ciò che aveva una struttura organizzativa romana. Al punto che coloro che erano sopravvissuti alla persecuzione fuggirono lasciando nel Nord Africa un grande vuoto, vuoto di ricordi sia dell’amministrazione romana che della cultura classica. Il fanatismo islamico nell’Algeria dei nostri giorni è in gran parte dovuta al fatto che quando l’Islam arrivò a Cartagine e nelle grandi altre città dell’odierna Tunisia e dell’odierna Algeria, non trovò più niente di romano, non subì quell’influsso profondo dell’organizzazione romana e della cultura greca che invece subì in Siria, nel Libano e nell’Asia Minore; trovò terra bruciata.
    Tornando a Roma, i Vandali fecero sicuramente dei gravi danni, dei quali però non abbiamo esatte notizie; inoltre, fu sicuramente un’occupazione che ebbe anche dei connotati religiosi. Durante queste occupazioni, soprattutto quella del 410, è ovvio che la popolazione che viveva fuori delle mura si riversasse all’interno delle città. La gente deve essersi rifugiata all’interno con grande danno alla struttura urbana; ma possiamo ben pensare che sia il prefetto della città che gli emissari della capitale dell’impero romano d’Oriente, dalla quale ormai dipendeva Roma, si preoccupassero della salvaguardia dei tesori d’arte e dei monumenti della città stessa.
    Comincia in quel momento una lenta spoliazione dei monumenti antichi, perché mancava l’arrivo diretto di pietre e di marmi dalle cave e soprattutto perché non c’era più la manodopera per la manutenzione. La decadenza è stata molto lenta, ma dopo le prime invasioni e soprattutto quella del 455, abbiamo parecchie notizie di provvedimenti del governatore di Roma, che per esempio emana dei decreti severissimi contro coloro che avevano cominciato a manomettere i grandi sepolcri lungo le vie consolari. Le vie consolari intorno a Roma infatti erano fiancheggiate da una quantità inverosimile di monumenti marmorei, i grandi sepolcri: Roma non aveva dei cimiteri, e la gente veniva seppellita lungo le strade. Questi monumenti erano delle forme più bizzarre: in pietra, in marmo, o anche colossali mausolei dedicati ad intere famiglie. Quando dunque comincia la spoliazione delle tombe, ci sono degli editti imperiali dell’imperatore di Costantinopoli severissimi contro coloro che si dedicano all’empio commercio dei marmi delle tombe. Le tombe venivano anche profanate, perché la gente spezzava i sarcofagi per impadronirsi dei gioielli che erano stati seppelliti insieme ai defunti. Quindi comincia una lenta erosione di queste tombe, il 99% delle quali è scomparsa. Le tombe più curiose che si sono salvate fino ai nostri giorni sono quelle che erano state incorporate nelle mura di Aureliano, come ad esempio la famosa tomba del fornaio di epoca augustea vicino a porta Maggiore, salvatasi perché inglobata in una torre accanto alla porta Flaminia.
    Un terribile fatto accadde più tardi, quando agli inizi del VI secolo una nuova popolazione di origine germanica invase l’Italia, formando un regno associato: gli Ostrogoti. Anche loro erano di formazione già profondamente toccata dalla latinità, e sappiamo che sotto il re Teodorico, morto nel 526, furono restaurati parecchi monumenti di Roma. Abbiamo documentazioni evidenti che il palazzo imperiale del Palatino era addirittura abitato dal re, il quale costruì un piccolo ippodromo nello stadio di Domiziano. Questo ultimo momento dello splendore di Roma dura poco, perché alla morte di Teodorico segue quella che è la più grande catastrofe della storia d’Italia: la guerra gotica.
    L’impero d’Oriente e il suo imperatore Giustiniano con i suoi consiglieri non potevano ammettere l’esistenza di un regno barbarico in Italia. Comincia così una cosiddetta guerra di riconquista: la prima è rivolta contro i Vandali e gli Alani che avevano conquistato Cartagine, e che vengono distrutti in poco tempo perché erano debolissimi dal punto di vista militare; la seconda è la guerra contro i Persiani per allontanarli; infine, la terribile guerra gotica che cominciò come se fosse un giochetto, mentre invece durò moltissimo, fino al 545 circa, praticamente distruggendo la civiltà antica in Italia. Tutta la zona, compresa Rimini, delle Romagne e della costa fino circa ad Ancona venne ridotta ad un deserto: addirittura si parla di questa zona come luogo dove la popolazione fu costretta al cannibalismo indebito. Tutte le sorgenti d’acqua vennero avvelenate e i corsi d’acqua vennero impestati con cadaveri, carogne di animali. La cosa più grave fu l’assalto contro Roma che portò a conseguenze gravissime. Una di queste fu che Totila re dei Goti fece tagliare tutti gli acquedotti attorno a Roma, per cui Roma rimase senz’acqua: ma l’acqua continuava ad essere gettata dagli acquedotti, nel punto in cui erano stati tagliati, provocando così la formazione di immensi acquitrini, che poi sono diventati il regno della malaria, delle paludi, durati sino a pochi decenni fa.
    A un certo punto Totila decide di sferrare un attacco contro la città, e ci riesce facendo una breccia nelle mura (nell’attuale viale del Policlinico c’è ancora un tratto di muro riparato: è il punto in cui entrò Totila); Totila non bruciò gli edifici (anche questo si vede nei film storici), invece cacciò dalla città tutti gli abitanti, quindi per un certo periodo di anni, che possono essere stati soltanto due o tre, la città immensa è rimasta senza manutenzione. Rimanere senza manutenzione comportava dei danni incalcolabili, specialmente per edifici colossali, come le terme di Caracalla, dove ci volevano migliaia di addetti per la pulitura dei tetti, per gli scarichi dell’acqua. Questi edifici termali erano anche complicati nel funzionamento, e c’era una specie di gigantesca organizzazione che manteneva in piedi gli edifici termali e gli altri edifici, come il palazzo imperiale del Palatino, un complesso gigantesco gremito di opere d’arte, oppure il Pantheon.
    Finita la guerra gotica, è successo un fatto molto curioso: molti abitanti non sono voluti tornare nella città, né nelle zone dove abitavano prima degli eventi bellici. Perché? Perché l’impero d’Oriente, non tenendo conto delle gravissime situazioni in cui versavano le terre che erano state teatro dei combattimenti, ha imposto il suo sistema fiscale, e di conseguenza tasse terribili gravavano sugli abitanti, rendendoli praticamente nullatenenti. E poi c’era un altro fatto: già si era avviato quel violento odio, quella violenta frattura, fra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente, fra Chiesa Cattolica e Chiesa Ortodossa. Giustiniano, grande costruttore, è l’imperatore d’Oriente del quale restano più edifici: Santa Sofia ad Istanbul, antica Costantinopoli, la chiesa dei Santi Sergio e Bacco nella stessa città, che era la chiesa fatta per sé e sua moglie Teodora e che oggi è una moschea, la chiesa della Natività a Betlemme, ricostruzione giustiniana di un edificio più antico fatto da Costantino; la bellissima e intatta chiesa di Santa Caterina al Monte Sinai, uno degli edifici più conservati del mondo antico; la chiesa di S. Giovanni ad Efeso, San Vitale a Ravenna... Sono gli avanzi di un imperatore, il quale veniva accusato dal suo storico Procopio di essere un maniaco del mattone e della decorazione abusiva. Eppure, a Roma non ha costruito assolutamente niente: quando il suo generale Belisario riprese la città, furono liberate le mura ma né Giustiniano né Belisario si sono minimamente preoccupati di fare qualche cosa per i monumenti della città che stavano andando in rovina.
    Il riuso dei materiali di monumenti più antichi è un fatto molto più antico di quello che non si creda. Già nel III secolo si ha il sospetto che alcuni monumenti di Roma venissero costruiti usando elementi di monumenti precedenti, ma non per ragioni di necessità, bensì perché si voleva attribuire al nuovo monumento quella carica simbolica implicita in quello più antico. Per esempio, nel 313 venne costruito l’arco di Costantino con elementi tratti da monumenti più antichi perché Costantino era vittorioso come Traiano, era saggio come Marco Aurelio, amante delle arti come Adriano. Infatti i rilievi tolti ai monumenti più antichi di questi imperatori hanno la testa dell’imperatore originario sostituita con quella di Costantino. E i romani dovevano riconoscere perfettamente da quali monumenti quei rilevi provenivano. Quindi il riuso è un fatto simbolico, e nel III e nel IV secolo è molto comune. D’altronde noi sappiamo pure che elementi del palazzo imperiale del Palatino vennero portati nel palazzo imperiale di Costantinopoli. Per esempio la stanza dove nasceva l’erede all’impero, il cosiddetto porfirogenito, era completamente rivestita da lastre di porfido e la stanza che si trovava nel grande palazzo imperiale di Costantinopoli era quella stessa del Palatino, smontata e portata a Costantinopoli, per ragioni simboliche, in modo che chi nasceva in quella stanza aveva come predecessori i figli degli imperatori del II e del III secolo nati fra le stesse lastre di porfido rosso, il materiale dedicato all’imperatore. Quindi il fatto del riuso era una cosa molto più antica: però adesso noi assistiamo a un fenomeno del tutto diverso. Vediamo monumenti antichi i quali vengono spogliati di marmi unicamente per costruire delle chiese o per ornare le Chiese. Non vengono certamente saccheggiati per ragioni simboliche, cosa che sarebbe stata in completa contraddizione con l’uso al quali adesso venivano destinati.
    Alcuni monumenti invece furono demoliti per ragione di staticità. Per esempio nel centro di Roma, nel luogo più importante della città, il foro romano, il grande tempio della Concordia che era stato costruito dall’imperatore Tiberio venne demolito perché gravemente lesionato, fino a minacciare di crollare e con il crollo danneggiare il sottostante arco di Settimio Severo e probabilmente anche la sede del senato. Altri monumenti sono stati spogliati lentamente delle loro decorazioni facendo giri incredibili. Tutto questo avveniva anche perché nessuno capiva più il significato dei monumenti antichi.
    La fine del mondo antico è contrassegnata dalla fine dell’alfabetizzazione. Si calcola che l’alfabetizzazione raggiunta nell’impero romano, agli inizi del VI secolo e alla fine del V secolo, sia stata raggiunta poi dall’Europa soltanto nel secolo scorso. Alla fine dell’impero invece nessuno sapeva più leggere le epigrafi, nessuno o pochissimi, sapevano il significato della quantità enorme di iscrizioni che vedeva intorno a sé. D’altronde l’impero, e soprattutto Roma, aveva subito una sorta di distruzione delle proprie radici culturali, anche nel cambiamento della religione. Quindi questi templi, dedicati a divinità di un’altra religione, non venivano più compresi nel loro significato, erano abbandonati se non anche devastati e profanati. Quindi la città decade lentamente, sia per mancanza di manutenzione, sia per mancanza di interesse, sia perché non c’era più né la possibilità né l’intenzione di salvare il salvabile.
    La cosa più curiosa è che qualcuno si preoccupava ancora di salvare il patrimonio culturale della città, soprattutto i libri. Noi abbiamo notizia di un provvedimento del governatore costantinopolitano, una legge la quale cerca di salvare i libri ancora esistenti nelle grandi biblioteche pubbliche di Roma. Ogni edificio termale aveva anche due biblioteche: questo documento dice di raccogliere tutti i libri per trasportarli nelle due biblioteche delle terme di Diocleziano, perché erano le uniche in cui dal tetto non filtrasse l’acqua. In quel periodo sono andati persi migliaia e decine di migliaia di volumi con miniature, di rotoli e così via: praticamente dell’immenso patrimonio librario dell’antica Roma si è stato salvato un solo libro, il Virgilio Vaticano. Tutto il resto è stato distrutto dall’umidità, dall’incuria, dalla mancanza di manutenzione. Sappiamo anche che già nel IV secolo, alcune delle famiglie pagane, per esempio i Simmachi, i Nicomachi e altri, erano preoccupati della possibile distruzione dei grandi testi della cultura romana (Virgilio, Tito Livio, Catullo, Orazio, Ovidio) e avevano per questo allestito nelle loro grandi case degli scriptoria, cioè dei luoghi in cui si copiavano i manoscritti. Di ogni opera ne venivano fatte decine e decine di copie, che venivano poi spedite ai quattro angoli più remoti dell’impero, sperando che ci fosse almeno qualche luogo da cui questi manoscritti potessero sopravvivere dalla catastrofe. Cosa che poi è accaduta, perché di tutti i testi latini che noi possediamo, quasi nessuno viene da Roma, vengono tutti dai luoghi più remoti dell’impero. Moltissimi vengono dall’Irlanda, che, benché cristianizzata, era avida della cultura latina. Quindi questa diaspora di copie dei manoscritti latini è servita a tramandarci molti dei capolavori della latinità.
    Un altro fatto significativo è che alcune statue vennero nascoste. Purtroppo non sappiamo i nomi degli autori e non sappiamo cosa rappresentassero. Quando nel secolo scorso si allargò l’odierna via 4 Novembre dietro il palazzo Colonna, furono scoperte due statue in bronzo, splendide, di un pugile e di un monarca ellenistico che erano sicuramente state nascoste per impedire che venissero devastate. La Venere Capitolina, la statua in marmo che oggi si trova nel palazzo del museo capitolino, fu trovata in via san Vitale coricata e coperta di due mattoni, sotto terra. C’è stato qualcuno che ha nascosto alcuni dei tesori per impedire che venissero distrutti. Lo stesso governo di Costantinopoli effettuò sicuramente un rastrellamento di capolavori della scultura greca che erano ancora presenti a Roma. Queste statue, in bronzo soprattutto, dovute ai più grandi artisti della Grecia classica, vennero impacchettate e trasportate a Ravenna, poi dal porto di Ravenna venivano imbarcate e facendo del cabotaggio venivano trasportate a Costantinopoli. Noi sappiamo che nella città di Costantinopoli erano state raccolte le statue più importanti di moltissime province dell’impero. Sappiamo che nel circo di Costantinopoli esistevano dei gruppi in bronzo, poi distrutti dai crociati nel 1204 e fusi per fare moneta, che erano fra le opere più insigni dell’impero. Pare che a Costantinopoli ci fosse l’originale del Laoconte in bronzo. Pare sicuro che ci fosse anche l’originale in bronzo di quell’immenso gruppo di cui è stata ritrovata la copia in marmo, anni fa, a Sperlonga a sud di Roma che rappresentava Polifemo accecato da Ulisse. La città di Costantinopoli era diventata un immenso museo dei capolavori greci. La stessa Athena Parthenos di Fidia, per impedire che fosse devastata o distrutta da eventuali saccheggi di Atene, era stata portata a Costantinopoli.
    Quindi anche a Roma deve essere accaduta la stessa cosa: addirittura, credo - da notizie che ho assunto da varie fonti - che una nave carica di questi capolavori esista ancora, affondata al largo della città di Fano, ed è la nave dalla quale proviene il meraviglioso bronzo che poi è stato fatto uscire dall’Italia in modo surrettizio e che oggi si trova in un museo della California, il cosiddetto bronzo Ghetti, uno di questi grandi capolavori della scultura greca portati via da Roma e poi andato a fondo. Lì probabilmente c’è una nave intera, e infatti c’è un punto dove i pescatori non vogliono andare perché dicono che il diavolo gli rompe le reti: sono le statue affondate nelle quali si impigliano le reti che poi vengono strappate. Anche due pezzi famosissimi come i bronzi di Riace provengono da lì.
    La città di Roma venne dunque spogliata prima dei suoi capolavori, probabilmente anche i quadri - Roma era piena di capolavori di pittura greca -, e poi si passò a togliere dagli edifici perfino le tegole di bronzo dorato. Sappiamo che vennero tolte le tegole dal tempio di Venere in Roma, vicino al Colosseo, e la copertura di bronzo dorato dal Pantheon. Tutti edifici splendidi, meravigliosi, dai quali venne tolta questa decorazione, che faceva molta gola.
    La città intanto andava sempre più impoverendosi, sempre più immiserendosi e gli edifici, mancando la manutenzione, cominciarono a crollare o ad essere trasformati. Ad esempio il Colosseo diventò un enorme condominio di moltissime famiglie. Nelle arcate del pian terreno c’erano le scuderie, e negli altri piani era stato lottizzato, cosa molto utile, perché il Colosseo diventava così una sorta di villaggio-fortezza molto facile a difendersi. L’acqua veniva presa probabilmente o dai condotti sotterranei del Colosseo o dalla vicina fontana. Anche l’edificio più spettacoloso della Roma imperiale, quello di fronte ai quali i visitatori rimanevano stupefatti, cioè il foro Traiano, deve essere incominciato a crollare. Devono essere crollate le travature della navata centrale della basilica Ulpia: da qui, la basilica diventa un luogo di baracche. C’è un punto di scavi, che non è generalmente visibile, in cui si vedono gli avanzi della basilica e gli avanzi di miserabili catapecchie con i focolari; il pavimento di marmi preziosissimi è addirittura sfondato per scavare le tombe degli abitanti. Così come intorno al Colosseo gli abitanti avevano fatto un loro cimitero.
    Altri monumenti vennero distrutti scientificamente: uno dei casi più curiosi è quello del foro di Augusto, con il meraviglioso tempio di Marco, che è stato raso al suolo da un gruppo di monaci basiliani, per costruire una chiesa. Furono salvate solo le tre splendide colonne che ancora esistono sul fianco, colonne salvate perché sostenevano il campanile, campanile che è stato poi scioccamente demolito alla fine del ‘700. Altri edifici si sono salvati unicamente perché c’è stato un riuso, cioè perché erano riutilizzati a scopi non propri: il tempio di Minerva si è salvato perché era diventato un granaio.
    Ma l’intera città è morta, è diventata un luogo deserto, e la popolazione si raccolse lentamente vicino al Tevere, anche per questioni di acqua, in un quartiere che porta tutti nomi greci o dedicati a santi greci: san Giorgio in Velabro, santa Anastasia, santa Maria in Cosmedin.
    E così Roma diventa la Roma degli inizi del ’500: poche case, luoghi deserti, pochissimi avanzi romani che emergono... una città piccola la quale da circa due milioni e mezzo di abitanti era scesa nel Medioevo a diciottomila abitanti. La catastrofe dei monumenti antichi è continuata poi, terribile, nel Rinascimento quando il rinnovato interesse per l’antichità classica ha provocato scavi tumultuosi e la distruzione, che continua ancora, perché molto spesso i costruttori, i palazzinari, pur di fare presto i lavori non denunciano i loro ritrovamenti.

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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica



    Francesco Milizia, "Trattato completo, formale e materiale del Teatro", Roma, 1771


    "La prima edizione di questo libro pubblicato in Roma a dì 25 Decembre 1771, sparì subito;" - così racconta il Milizia nella prefazione dell'edizione veneta di 23 anni dopo - "a dì 11 Gennajo 1772 non era più vendibile alcuna esemplare;non già perché tutti si fossero venduti, non se n'era anzi venduto neppure uno; ma perché furon tutti ritirati per ordine del Maestro del Sacro Palazzo Pontificio con condizione di non fargli più vedere luce.".
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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    Questo articolo ci descrive una religiosità che travalica, oltre il possibile, i limiti umani. Un Impero non finisce mai ma rimane come esperienza alimentando le potenzialità, superando i limiti umani avvicinandoci alla sfera divina!

    “Dietro le linee”. Hiroo Onoda e l’eterna vittoria della volontà dell’ultimo samurai
    di Mario De Fazio - 14/05/2014

    Fonte: Barbadillo

    Hiroo Onoda

    “Rimasi nascosto nella foresta, in attesa che il tempo passasse”. L’incipit di“Dietro le linee. Io, solo, per trent’anni in guerra”, il testo scritto da Hiroo Onoda per tramandare la sua battaglia andata avanti per ventinove anni dalla fine della seconda guerra mondiale, è già una promessa. Una lama, inattuale, che fende la contemporaneità. Il tempo è passato, la foresta è sempre intorno a noi. Ma l’ultimo discendente della casta dei samurai è uscito dal verde di Lubang per salire le impervie vette dell’eternità.“Dietro le linee” è un libro scomodo. Non a caso è stato edito dalle edizioni di Ar: l’edizione, come sempre quando si tratta della casa editrice padovana, è curata nei minimi dettagli. Le venti righe sul risvolto di copertina siglate da Franco Freda, da sole, illuminano più di intere biblioteche, quando spiegano che il libro è “il racconto della passione virile della volontà, di un portamento ascetico “fuori linea”, di un dispositivo esistenziale eccentrico – perché eroico – rispetto al sistema dell’umanismo contemporaneo”.Ventinove anni. Passati a combattere una guerra che il Giappone aveva già perso nel ferreo convincimento che la sconfitta non fosse possibile. Prima con pochi camerati, Akatsu, Shimada e Kozuka. Poi, con il passare degli anni, la diserzione del primo e l’uccisione degli altri due, da solo. A sfidare sorte e ragione, chiedendo aiuto alla natura e potendo contare solo sul proprio spirito, forgiato come la lama di una katana dallo sforzo quotidiano di essere fedeli a se stessi. Cesellando, con pazienza, il progetto di una volontà che vuole diventare forma.“In qualità di ufficiale dell’esercito imperiale avevo ricevuto una consegna. Sarebbe stato vergognoso per me non essere all’altezza di rispettarla”, scrive Onoda. Quando entra nell’esercito, è un ragazzo normale. Beve, fuma, passa le notti dedicandole al gioco, gli piace ballare. Ma coltiva la passione per il kendo e, quando dovrà partire per le Filippine, porterà con sé una spada da samurai, eredità della famiglia della madre. “Si trovava in un fodero bianco e, nel porgermela, mia madre mi disse in tono grave: Se ti fanno prigioniero, usala per ucciderti”. Poi arriva l’addestramento nelle “squadre di pacificazione”, uomini pronti a infiltrarsi nelle linee nemiche e alla guerriglia. Impara che “nella guerra segreta c’è integrità”. “Con integrità – scrive il tenente – intendo anche sincerità, lealtà, dedizione al dovere, dirittura morale. Con l’integrità è possibile sopportare tutte le avversità e alla fine farne strumenti di vittoria”. Infine la guerra, come catarsi. E la decisione di dedicare la propria vita a un’idea, all’Impero del Sol Levante, elevando il dovere a disciplina quotidiana dello spirito e del corpo. Onoda è un uomo, non solo un esempio. E il libro restituisce non solo la dimensione eroica della sua esistenza ma anche una purezza che, agli occhi moderni, può sembrare persino elegante ingenuità. Non crede mai ai messaggi diffusi sull’isola dagli altoparlanti, o a giornali e messaggi che le squadre di ricerca lasceranno nella giungla, nei ventinove anni di guerriglia, per convincerlo ad arrendersi. “Come potevamo pensare che le città del Giappone erano state rase al suolo, che quasi tutte le navi giapponesi erano state affondate, e che un Giappone ridotto in ginocchio si era veramente arreso?”. Non contempla la sconfitta perché ha giurato di dare la vita per la vittoria del Sol Levante.“Quando nel 1994 giunsi nelle Filippine, la guerra stava andando male per il Giappone e nella nostra patria la frase ichioku gyokusai, cento milioni di anime stanno morendo per l’onore, era sulle labbra di tutti. Questo significa letteralmente che la popolazione del Giappone avrebbe combattuto fino alla morte dell’ultimo uomo piuttosto di arrendersi. Io presi questa frase alla lettera, e sono certo che molti altri giapponesi della mia età fecero la stessa cosa”.Curioso – ed emblematico – che il tenente, chiuso nella giungla di Lubang senza contatti con il mondo esterno, consideri possibile un’alleanza nippo-cinese contro americani e inglesi. “Presumevo che la lega asiatica, sotto la leadership nipponica, fosse ancora impegnata in un accanito conflitto economico e militare con l’America”. Sa che in Cina c’è la rivoluzione di Mao ma è convinto che i due Paesi lavorino con gli stessi obiettivi. Intuisce, con lungimiranza da monaco-guerriero, che il vero demone da combattere è il mercante a stelle e strisce. “Avevamo giurato che avremmo resistito ai demoni americani e inglesi fino alla morte dell’ultimo di noi”.Lo stile è asciutto, netto. Ma anche capace di lirismi centellinati, in cui il paesaggio selvaggio della giungla filippina sa svelare squarci inediti dell’animo del tenente giapponese. Al chiaro di luna, sulla lapide del camerata Kozuka, si abbandona la canto di una antica canzone militare: “Fedele ai Cinque insegnamenti, sul campo di battaglia il prode muore. Una cosa soltanto trova certa: anche se neppure un capello di lui resta, nessuno può dolersi di essere morto per l’onore”. Il cameratismo emerge nel suo significato più profondo nel rapporto con Shimada e soprattutto Kozuka, con cui si instaura un legame etico che travalica avversità e individualità. Onore, fedeltà, sacrificio, volontà sono la calce che plasma questo legame. Quando torna a Tokyo, nel marzo del 1974, risponde così alla domanda di un giornalista che gli chiedeva delle difficoltà della vita nella giungla. “La cosa più dura è stata l’aver perso i miei camerati”.Guerrigliero e ufficiale dell’esercito, rivoluzionario e conservatore, Onoda rappresenta la spiritualità che diviene carne in ogni gesto che conferma una scelta. È il carattere quotidiano di chi combatte la propria rivoluzione ogni giorno. Riconoscendo, nei legami che ci si dà e mai nelle costrizioni esterne della morale suggerita, l’unica, vera libertà del ribelle. Quando, il 9 marzo del 1974, il maggiore Taniguchi gli legge l’ordine di cessare le ostilità, il suo mondo crolla. “Improvvisamente vidi tutto nero. Una tempesta si scatenò nel mio animo (…) A poco a poco la tempesta si placò, e per la prima volta capii senz’ombra di dubbio: i miei trent’anni di guerrigliero dell’esercito giapponese si erano conclusi di colpo. Era la fine”.La copertina del libro delle Edizioni di Ar

    La vicenda umana e spirituale del tenente Onoda svetta nel sole del mito. È eterna, perché racconta l’universale lotta dello spirito su ogni forma di utilitarismo, moralismo e ragionevolezza. È l’ultimo esempio, concreto e fattuale, della dottrina di lotta e di vittoria. È la “grande guerra santa”, che ciascuno di noi deve provare a vincere. O almeno tentare di combattere per diventare ciò che si è, investendo i propri sforzi nel progetto della forma da dare a se stessi. La giungla di Lubang è intorno a noi, ogni giorno. E la spada di Hiroo Onoda riflette il sole tra gli alberi, illuminando la strada verso la battaglia.Hiroo Onoda, “Dietro le linee. Io, solo, per trent’anni in guerra”.Edizioni di Ar, 2014, Euro 25,00.

  4. #4
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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini si dice a Roma

    effettivamente con il declino l'arte romana entrò in rovina con essa fu un peccato
    Robert likes this.
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    Citazione Originariamente Scritto da Haxel Visualizza Messaggio
    ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini si dice a Roma

    effettivamente con il declino l'arte romana entrò in rovina con essa fu un peccato
    Però l'arte Romana lascierà una traccia talmente forte che verrà periodicamente ripresa e rielaborata nei secoli fino ad arrivare a Canova che però poco comprese di come erano in origine le statue dell'antichità ellenica e romana!

  6. #6
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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    La battaglia del Frigido e la fine del paganesimo

    Autore: Francesco Lamendola | Categorie: Italiano, Religione, Storia antica, Roma e gli Italici, Religione romana e italica | 2
    Willem van Nieulandt II (Anversa 1584 – Amsterdam 1635), Paesaggio con rovine romane. Olio su tela, Collezione Fondazione Roma.Sponde del fiume Frigidus (Vipacco), al di qua delle Alpi Giulie, mattino del 5 settembre 394 d. C. Due eserciti, entrambi “romani” di nome, ma in effetti largamenti barbarici per composizione etnica, consuetudini e mentalità, si fronteggiano minacciosamente presso questo affluente dell’Isonzo che, da sempre, costituisce la “porta” per l’invasione dell’Italia da parte di popoli ed eserciti provenienti da Nord e da Est. Si potrebbe pensare – e, per certi aspetti, è proprio così – a uno dei tanti scontri di potere fra imperatori più o meno legittimi, ovvero fra usurpatori e tiranni come ne ha visti tanti la storia del Basso Impero, da Massimino il Trace in poi. Posta in gioco immediata: la grande e ricca Aquileia, sede pochi anni prima (nel 381) di un grande concilio di vescovi cattolici contro l’eresia ariana; obiettivo finale: il possesso di Roma e dell’Italia e, quindi, la signoria assoluta sull’Impero. In realtà, si tratta di una svolta epocale: per l’ultima volta nella storia del mondo antico stanno per darsi battaglia un esercito pagano ed uno cristiano.Sulle alture, in posizione imprendibile, è appostato l’esercito di Flavio Eugenio, colui che ha restituito ai templi gli antichi sussidi statali, sia pure sotto forma di concessione alle famiglie sacerdotali dei senatori pagani; che ha fatto nuovamente collocare l’Altare della Vittoria, dopo interminabili dispute, nell’aula del Senato; che ha tolto ogni divieto e limitazione alle pratiche dell’antico culto. Eugenio, ex magister scrinii elevato al rango imperiale dal generale franco Arbogaste dopo la morte sospetta di Valentiniano II, il 15 maggio 392, non era un pagano ma un cristiano del partito moderato, che non intendeva certo avviare una persecuzione anticristiana: l’esempio fallimentare di Giuliano del 361-63 (e cioè solo trent’anni prima), era un chiaro ammonimento. Eugenio e Arbogaste avrebbero voluto, casomai, restaurare quel clima di felice tolleranza religiosa, che ancora era stato possibile sotto Valentiniano I, al 364 al 375, e al quale aspiravano di tornare gli spiriti più equilibrati e prudenti dopo la dura politica antipagana della dinastia di Costantino.Dall’altra parte avanzava l’esercito di Teodosio il Grande, partito tre mesi prima da Costantinopoli per “vendicare” il preteso suicidio di Valentiniano II (suo cognato) e deciso a restaurare l’unità dell’Impero. Teodosio, campione dell’ortodossia cattolica contro pagani e ariani, è stato dominato dalla poderosa figura del vescovo Ambrogio di Milano, che per due volte gli ha imposto – umiliandolo – il volere della Chiesa: quando gli ha fatto rimangiare l’ordine di ricostruire la sinagoga di Callinico (sull’Eufrate) a spese della comunità cattolica, che l’aveva incendiata e distrutta; e quando gli ha imposto pubblica penitenza per la strage di Tessalonica (nel natale del 390), vera e propria vigilia di Canossa. Nel febbraio 390 Teodosio emana l’assoluto divieto del culto pagano in Roma; nell’estate successiva ordina la distruzione del tempio di Serapide ad Alessandria d’Egitto. Nell’aprile del 392 annulla una sua precedente legge che proibiva ai monaci, “gente che si ciba di disordini”, di risiedere nelle città, e ordina di applicare sino in fondo tutti i precedenti editti anti-pagani contro i templi e contro il culto degli dèi: anche se praticati nelle case private, anche se praticati mediante sacrifici incruenti.Il 5 settembre 394 l’attacco dell’esercito di Teodosio viene respinto e l’esercito orientale, a sua volta, corre il pericolo di essere aggirato e distrutto. Ciò non avviene solo perché un reparto dell’esercito occidentale, sulla cui manovra l’abile Arbogaste aveva specialmente contato, si lascia corrompere e permette, così, alle truppe di Teodosio di salvarsi. Scrive lo storico Corrado Barbagallo: “La dimane (6 settembre) il combattimento fu ripreso. I soldati di Arbogaste avevano tolto dalle loro bandiere il monogramma di Cristo e lo avevano sostituito con l’mmagine di Ercole, cara a Diocleziano e a tutti gli imperatori romani fin dal secondo secolo. Sulla linea della battaglia, come sui passi più minacciati, erano state collocate le immagini di Giove Capitolino, armato di folgore e rivolto contro i nemici. Paganesimo e cristianesimo, Occidente ed Oriente si affrontavano a pie’ delle Alpi in quella giornata storica. E vinse ancora una volta il labaro cristiano! Nembi di polvere, sollevati dalla micidiale bora carsica, paralizzarono, accecarono l’esercito occidentale, che alla fine fu sopraffatto e distrutto. Flaviano che, nella sua qualità di console dell’anno, così come s’era usato nell’antica Repubblica, conduceva uno dei corpi dell’esercito di Occidente, s’uccise; Eugenio, fatto prigioniero, fu decapitato dai soldati; Arbogaste si uccise due giorni dopo”. E lo storico greco Zosimo: “La testa di Eugenio, conficcata su una lunghissima asta, fu portata in giro per tutto il campo (…). Arbogaste, al quale non importava la clemenza di Teodosio, fuggì tra i monti più impervi; ma quando si accorse che quelli che gli davano la caccia perlustravano ogni luogo, si uccise con la spada, preferendo morire con le sue mani piuttosto che essere catturato dai nemici”.Da quel momento il paganesimo, come forza organizzata, cessò praticamente di esistere. Sopravvisse ancora, e a lungo, come culto marginalizzato, specialmente nelle campagne. Agostino scrisse il De Civitate Dei per confutare l’accusa dei pagani còlti, che il sacco di Roma del 410 ad opera di Alarico fosse stato causato dall’ira degli dèi abbandonati; Rutilio Namaziano, nel De Reditu suo (scritto verso il 417) inveisce contro i monaci e leva alti lamenti per la decadenza della Roma pagana. Il cristianesimo, che ancora nel 303-05 aveva dovuto subire la dura persecuzione di Diocleziano e che solo con l’editto di Milano, nel 313, aveva ottenuto il riconoscimento giuridico da parte dello Stato, in soli ottant’anni aveva inferto al paganesimo il colpo di grazia.Eppure, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, ebbe luogo una ripresa della cultura classica che molti storici definiscono una vera e propria rinascenza, e parte notevolissima di tale rinascenza si colloca, più o meno esplicitamente, sotto il segno del paganesimo. Come fu possibile che Giuliano imperatore tentasse una restaurazione del paganesimo nel 361 e che, meno di quarant’anni dopo, il paganesimo avesse perduto irrimediabilmente la sua battaglia per la sopravvivenza?Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, incominciando dalla terminologia. Che cosa vuol dire paganesimo? “Pagano” è colui che non ha aderito al cristianesimo, rimanendo fedele all’antica religione. Ma non c’è, ovviamente, una religionepagana, come vedremo fra poco. E che significa “pagano”? Fino a pochi decenni fa si dava per scontato che “pagano” fosse sinonimo di “rustico” (Baronio, 1586): i villaggi, i pagi, sarebbero stati l’ultimo rifugio del morente paganesimo. Ma oggi gli storici e i filologi non sono più tanto sicuri di questa etimologia. “Pagano” potrebbe essere il civile, il borghese, contrapposto al “soldato di Cristo” (secondo la celebre metafora di Tertulliano). Sia in Tacito che in Svetoniopagani, paganorum sta per “popolazione civile”, in opposizione ai soldati; Plinio il Giovane parla di milites et paganiper indicare “militari e borghesi”. E nel 1952 Christine Mohrmann, sulla base di alcuni testi, propone di intendere “pagani” come “profani”: infatti nel IV secolo la metafora del “soldato di Cristo” non era più tanto diffusa; e, d’altra parte, il culto tradizionale non era ancora un fatto prevalentemente “rurale”. A quell’epoca, inoltre, all’interno del cristianesimo si era pressoché esaurito il “filone” giudeocristiano (formato dai convertiti dal giudaismo) e i cristiani erano quasi tutti “gentili” (dal greco éthnē, ebraico gojim che, nella Bibbia, indica i popoli estranei al patto dell’Alleanza). Perciò quelli che erano stati definiti come “gentili” (e che, nella tradizione bizantina, continuao a essere definiti “elleni”) divennero “pagani”, mentre i cristiani di origine pagana, cioè la quasi totalità, non potevano più riconoscersi come “greci” (cfr. S. Paolo, Romani, II, 9.10), bensì come portatori di una cultura radicalmente e orgogliosamente “altra” rispetto a quella “greca”, cioè pagana.La nozione di paganesimo è quindi di matrice teologica e riflette l’idea biblica di una Rivelazione rivolta al “popolo eletto”, circondato da una realtà umana qualificata come estranea, aliena, profana: i pagani, ossia “le genti” (Efesini, II,12), “prive di cittadinanza in Israele”. È chiaro che “pagano” è un termine generico, che si riferisce a tutte le religioni non cristiane (giudaismo escluso) della tarda antichità. In Galati, IV, 9, il paganesimo è identificato con una religione naturalistica, che venera le forze cosmiche (sia terrestri che astrali) ritenute capaci di influire sulla vita umana. In contrapposizione al monoteismo biblico, il paganesimo si presentava, specialmente nell’accezione più propria – quella greco-romana – come una religione “etnica”, ossia tramandata con la stirpe e destinata a consolidarla, tenendo viva la tradizione e la memoria degli antenati; e come religione “politica” che celebra, consacra e cementa l’unità della società civile e la sottomissione dei suoi membri all’autorità, simboleggiata dalla figura dell’imperatore. Quest’ultimo, infatti, è anche Pōntifex Maximus, “capo del collegio dei pontefici”, titolo che conservarono anche i primi imperatori cristiani, Costantino compreso (solo Graziano, 367-383, vi rinunciò formalmente); e che poi passò, ovviamente con altro significato, al vescovo di Roma e ai suoi successori.Si tengano presenti questi tre aspetti qualificanti del paganesimo dal punto di vista cristiano: naturalismo, religioneetnica, religione politica. Secondo F. König, il termine “paganesimo” designa tutte le religioni “sorte dai popoli, dal loro sangue e spirito, e non provenienti da Dio”; secondo N. Turchi, esso indica tutte quelle religioni o religiosità, soprattutto popolari, accomunate dalla credenza nelle virtù degli elementi naturali, con caratteri superstiziosi, animistici, spiritistici, astrologici, in contrapposizione alla fede nel Dio che regna sulla natura e sull’uomo, da lui creati.Fatta questa necessaria premessa metodologica, diamo un rapidissimo sguardo al panorama complessivo delle religioninon bibliche della tarda antichità. La religione greco-romana sopravvive ormai quasi solo nella dimensione politico-sociale e in quella mitologico-letteraria. La grande crisi spirituale degli ultimi secoli della Repubblica romana l’ha praticamente distrutta come forza viva a livello interiore: ridotta a mero formalismo liturgico, si trascina per forza d’inerzia. I due secoli a cavallo dell’èra cristiana sono stati definiti, dagli storici moderni, come a-religiosi: l’età che va da Lucrezio e Cicerone fino agli ultimi Antonini corrisponde a un diffuso agnosticismo, in cui solo i culti misterici (orfici, eleusini, dionisiaci) tengono ancora in vita un legame vero e sentito fra l’uomo e la divinità. Né mancano autori, come Luciano di Samosata (nel dialogo Le sette all’incanto), che si fanno beffe delle varie filosofie pagane e della religionetradizionale.A partire dalla fine del II secolo arriva nell’Impero Romano la grande invasione dellereligioni orientali a carattere soteriologico e tendenzialmente monoteistico, che meglio rispondono alle esigenze spirituali di quella che è stata definita (dallo storico Charles Harold Dodd) un'”epoca di angoscia”, quale fu quella tardo-antica. I culti di Iside e Osiride dall’Egitto, di Cibele dall’Asia Minore, di Mithra dalla Persia fanno irruzione nella società romana e si diffondono a macchia d’olio fin nel cuore dell’Occidente (Gallia e Britannia comprese), specialmente fra gli strati più umili della popolazione e fra l’elemento militare (in particolare il mitraismo). In effetti, nell’Occidente latino si era prodotto in precedenza un autentico vuoto spirituale, anche perchè il druidismo, la più diffusa religione del mondo celtico, era stato distrutto a viva forza dai Romani per ragioni politiche. Generalmente si crede che i Romani siano stato tolleranti nei confronti di tutte le religioni antiche ad eccezione del cristianesimo; ma ciò non è esatto. Oltre al fatto che Diocleziano perseguitò il manicheismo prima ancora del cristianesimo (editto del 296), si dimentica che il Senato romano fin dal 54 d. C. aveva emesso un decreto che aboliva la religione druidica; e che, sette anni dopo, venne lanciata una campagna per debellare le ultime vestigia di essa. Lo scontro finale ebbe per teatro l’siola di Mona (Anglesey), di fronte alla costa nord-occidentale dell’odierno Galles, una delle maggiori roccaforti del druidismo. Secondo il racconto di Tacito, quando le imbarcazioni romane raggiunsero la riva, dai boschi sbucarono sacerdoti druidi dalle lunghe barbe e donne munite di torce, lanciando terribili maledizioni contro gli invasori (Annales, XIV, 30). Ma i soldati romani avanzarono massacrando uomi e donne e macchiando di sangue gli alberi del boschetto sacro. Il comandante Svetonio Paolino stabilì una guarnigione sull’isola col preciso compito di sorvegliare i vinti e abbattere i boschi “consacrati alle selvagge superstizioni dei Celti“. Scrive Tacito: “Tra l’altro[i druidi] ritenevano un sacro dovere cospargere gli altari con il sangue dei prigionieri e consultare gli dèi spiando nelle viscere umane”: “nam cruore captivo adolere aras et hominum fibris consūlěre deos fas habebant”.Ma torniamo alla penetrazione delle religioni orientali nel mondo tardo romano. Giustamente si è chiesto Franz Cumont, uno dei massimi esperti in materia: “Ma si può parlare di una religione pagana? Il mescolamento delle razze non aveva avuto per risultato di moltiplicare la varietà dei dissensi? L’urto confuso delle credenze non aveva prodotto un frazionamento, una frantumazione di esse, e le compiacenze del sincretismo un pullulamento di sette? ‘Gli elleni, diceva Temistio all’imperatore Valente, hanno trecento maniere di concepire e d’onorare la divinità, che si rallegra di questa varietà di omaggi’. Nel paganesimo, i culti non periscono di morte violenta, ma si spengono dopo una lunga decrepitezza. Una dottrina nuova non si sostituisce necessariamente ad una più antica. Esse possono coesistere per molto tempo, come possibilità contrarie suggerite dall’intelligenza o dalla fede, e tutte le opinioni, tutte le pratiche vi appaiono rispettabili. Le trasformazioni non vi sono mai radicali né rivoluzionarie. Certo, nel IV secolo come precedentemente, le credenze pagane non vi ebbero la coesione di un sistema metafisico o il vigore di canoni conciliari. Vi è sempre una distanza considerevole tra la fede popolare e quella degli spiriti colti, e questa distanza doveva essere grande soprattutto in un impero aristocratico, in cui le classi sociali erano nettamente separate. La devozione delle folle è immutabile come le acque profonde dei mari; essa non è trascinata, né riscaldata dalle correnti superiori. I campagnuoli continuavano, come per il passato, a praticare pii riti presso pietre unte, sorgenti sacre, alberi coronati di fiori, e a celebrare le loro feste rustiche alle semine o alle vendemmie. Essi si tenevano stretti con una tenacia invincibile ai loro usi tradizionali. Questi dovevano persistere, degradati, caduti al livello di superstizioni, sotto l’ortodossia cristiana senza metterla seriamente in pericolo, e se non sono più notati nei calendari liturgici, lo sono qualche volta nelle raccolte di folklore.“All’altro polo della società, i filosofi potevano compiacersi a velare la religione col tessuto brillante e fragile delle loro speculazioni. Essi potevano, come l’imperatore Giuliano, improvvisare a proposito del mito della Gran Madre interpretazioni ardite e sottili, che erano accolte e gustate in un ristretto cerchio di letterati. Ma queste licenze della fantasia esegetica non sono, nel IV secolo, che un’applicazione arbitraria di princìpi incontestati. L’anarchia intellettuale è allora assai minore del tempo in cui Luciano metteva ‘le sette all’incanto’; un accordo relativo s’è stabilito fra i pagani da quando essi sono all’opposizione. Una sola scuola, il neoplatonismo, regna su tutti gli spiriti e questa scuola non è soltanto rispettosa della religione positiva, come già l’antico stoicismo, ma la venera, perché vede in essa l’espressione di un’antica rivelazione, trasmessa dalle generazioni scomparse. Essa considera come ispirati dal cielo i suoi libri sacri, quelli d’Ermete Trismegisto, d’Orfeo, gli Oracoli caldaici, Omero stesso, soprattutto le dottrine esoteriche dei misteri, e subordina le sue teorie ai loro insegnamenti. Poiché fra tutte queste tradizioni disparate, venute da paesi così diversi e datanti da epoche così differenti, non vi può essere contraddizione, poiché esse emanano da un’autorità unica, la filosofia, ancilla theologiae, si adopererà a metterle d’accordo, ricorrendo all’allegoria. Ed in tal modo si stabilisce a poco a poco, per mezzo di compromessi fra le vecchie idee orientali ed il pensiero greco-latino, un insieme di credenze la cui verità sembra provata da un consenso universale.“In tal modo, le parti atrofizzate dell’antico culto romano erano state eliminate, mentre elementi stranieri erano venuti a dargli un vigore nuovo, combinandosi e modificandosi in esso. Questo lavoro oscuro di decomposizione e di ricostituzione interna aveva elaborato insensibilmente una religione assai diversa da quella che Augusto aveva tentato di restaurare”.A proposito del paganesimo còlto, dobbiamo far cenno ai principali sviluppi della filosofia greca dopo Plotino (205-270 d. C.), il massimo esponente del pensiero tardo-antico. Plotino aveva insegnato che l’anima è anzitutto anima cosmica, anima universale, che lega tutte le cose sensibili mediante un rapporto profondo di “simpatia” reciproca e controbilancia la tendenza, propria della materia, a dissolverle e disperderle. È, quindi, nell’anima che s’incontrano tempo ed eternità, o meglio è l’anima che genera il tempo secondo ritmi e pulsazioni. La dottrina dell’anima cosmica e del nesso profondo tra l’anima umana e quella universale da una parte, e quella delle cose sensibili dall’altra, nonché della consonanza e omogeneità tra macrocosmo e microcosmo spinge Plotino a ipotizzare la possibilità della loro comprensione reciproca, in senso profondamente non dualistico. Plotino combatte ogni concezione antagonistica del rapporto tra spirito e natura e ciò lo accosta a correnti del pensiero non duale dell’India antica, quali il Vedanta o lo Yoga di Patanjali. Coincidenze, forse, più che casuali, se è vero – come è vero – che maestro di Plotino era stato quell’Ammonio Sacca (circa 180-242 d. C.) che pare fosse un Indiano della casta dei Sakya (la stessa di Buddha). L’anima, poi – secondo Plotino – si trova di fronte a due vie: quella di lasciarsi irretire dall’interesse per il sensibile, restandone irrimediabilmente appesantita e impastoiata; oppure quella del ritorno e dell’unificazione verso l’intelligibile. In questa seconda strada svolgeva un ruolo fondamentale, secondo l’insegnamento di Platone, l’amore per la bellezza, capace di attarre l’anima verso il mondo delle idee, attraverso e non contro (come invece per il pensiero cristiano) l’eros della corporeità.

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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    Bell'articolo, interessantissimo. Hai altro materiale sugli ultimi anni del paganesimo?

  8. #8
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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    Citazione Originariamente Scritto da Flavio Simmaco Visualizza Messaggio
    Bell'articolo, interessantissimo. Hai altro materiale sugli ultimi anni del paganesimo?
    esiste molto materiale ad esempio guardati:<<IL RITORNO>> di NAMAZIANO https://www.youtube.com/watch?v=6esfS4lrI

  9. #9
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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    L'ho già visto, bellissimo. Parlavo di scritti o libri

  10. #10
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    Predefinito Re: Agonia e fine della Roma antica

    Citazione Originariamente Scritto da Flavio Simmaco Visualizza Messaggio
    L'ho già visto, bellissimo. Parlavo di scritti o libri
    Anche su altre discussioni mi sono permesso di consigliarti dei testi, comincia a leggere quelli poi ti passo il resto un passo alla volta......Sarà perché io ci metto settimane o mesi per leggere un testo!

 

 
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