



Capitolo I
Cina: socialismo o capitalismo?
Il processo di analisi sulla natura socioproduttiva della Cina contemporanea e della strategia politico- economica adottata negli ultimi decenni dal PCC (partito comunista cinese), dopo il 1976 e la morte di Mao Zedong, pone delle questioni teoriche e politiche di enorme rilievo visto che nel gigantesco paese asiatico vive circa un quinto della popolazione mondiale e che nel 2009 si è assistito a un evento di portata eccezionale, il sorpasso della nuova superpotenza economica cinese rispetto al vecchio detentore del primato produttivo su scala mondiale, gli Stati Uniti (utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto per i rispettivi prodotti nazionali lordi).[1]
Per comprendere la matrice (contraddittoria, sdoppiata) socioproduttiva della Cina odierna, si deve partire dall’indagine sui suoi principali anelli sociali di produzione, tenendo tra l’altro a mente che il “modello cinese” post-maoista è stato riprodotto largamente anche in Vietnam e Laos (paesi con circa 90 milioni di abitanti) a partire dal 1986, in base a decisioni prese in assoluta autonomia dai due partiti comunisti asiatici al potere.[2]
E proprio dai “fatti testardi” (Lenin) sorge subito una sorpresa clamorosa: contrariamente alle tesi diffuse in alcuni settori del movimento anticapitalistico occidentale, secondo i quali dopo la svolta del 1976/78 si sarebbe attuata una sorta di restaurazione borghese nel gigantesco paese asiatico, la “linea rossa” e le relazioni sociali di produzione/distribuzione collettivistiche risultano ancora oggi egemoni e centrali all’interno della variegata, composita e “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese del 2000-2011. Come punto di partenza riprendiamo alcuni recenti articoli sulla Cina, di orientamento apertamente anticomunista, che possono servire a provocare uno shock salutare in alcuni lettori e compagni.
Il 16 novembre del 2010 J. Dean scriveva sul Wall Street Journal, la “bibbia” dei capitalisti di tutto il mondo, rilevando con preoccupazione come il governo e lo stato cinese possiedano “tutte le maggiori banche in Cina, le tre maggiori compagnie del settore petrolifero e delle telecomunicazioni, le più grandi aziende nei mass media”. Sempre il Wall Street Journal ha notato che i beni di proprietà delle imprese statali nel 2008 equivalevano a ben 6.000 miliardi di dollari, il 133% del prodotto nazionale lordo cinese di quello stesso anno, e in percentuale più di cinque volte del valore accumulato dalle imprese pubbliche (ferrovie, ecc.) francesi, il paese a sua volta più “dirigista” del mondo occidentale.
Una seconda sorpresa è arrivata il 7 luglio del 2010. Un professore dell’università di Yale, Chen Zhiwu, ha rilevato sull’International Herald Tribune (pag. 18) che “lo stato cinese controlla tre quarti della ricchezza in Cina…”: il 75%, quindi, non lo 0,1% del processo produttivo del gigantesco paese asiatico.
A sua volta il giornalista Isaac Stone Fish, sulla rivista statunitense Newsweek del 12 luglio 2010, ha attirato l’attenzione sulle “imprese di proprietà statale, che dominano in modo crescente l’economia cinese…”: pertanto negli ultimi anni si assiste a un processo di incremento del peso specifico del settore pubblico all’interno della Cina, non certo alla sua riduzione. [3]
Altro microshock. Il 28 settembre del 2009 il sito China Stakes rilevava che, tra l’aprile e il settembre di quell’anno, il governo e le autorità locali della provincia dello Shanxi, (la “capitale del carbone” della Cina) avevano nazionalizzato ben 2840 miniere appartenenti in precedenza a investitori privati, autoctoni o stranieri, con indennizzi di regola ritenuti da questi ultimi “insoddisfacenti”.
Tang Xiangyang, sulla rivista Economic Observer News del settembre 2009, ha preso in esame dal canto suo l’elenco che viene diffuso ogni anno in Cina sulle 500 principali aziende del paese, edito tra l’altro a partire dal 2002 da un organismo che comprende al suo interno anche tutte le principali imprese private, autoctone o multinazionali, che operano in esso.
Con tono sconsolato, Tang Xiangyang ha dovuto intitolare il suo articolo “I monopoli di stato dominano la top 500 della Cina”, notando subito che durante il 2008 tutte le prime 43 posizioni nell’elenco in oggetto erano occupate… da aziende, industrie e banche statali, completamente o a maggioranza in mano al settore pubblico. Le imprese private e i monopoli capitalistici, tanto decantati in occidente, svolgevano il ruolo di “cenerentola” nel processo produttivo cinese, tanto che Tang Xiangyang è stato costretto a rilevare con una certa angoscia come la più grande azienda privata cinese, la Huawei Tecnologies con base a Shenzen, occupasse solo il 44° posto nella lista; dato ancora peggiore per il povero Tang, solo un quinto e solo cento delle “top 500” in Cina erano aziende capitalistiche, la cui percentuale sull’importo globale delle vendite ottenute nel 2008 dalle prime cinquecento imprese risultava pari circa a un deludente … 10%, a un modesto decimo del reddito globale espresso da queste ultime nella Cina del 2008.[4]
Nella classifica relativa alle 500 imprese più grandi al mondo, pubblicata dalla rivista Fortune nel luglio del 2010, risultano a loro volta presenti 42 imprese della Cina continentale (con esclusione di Taiwan, Hong Kong e Macao). E su queste 42 (a partire dalla statale Sinopec, numero sette su scala planetaria), gigantesche aziende cinesi, risultano essere di proprietà pubblica, in tutto o in larga parte, addirittura quarantuno società su quarantadue, banche e istituti finanziari compresi.
A sua volta Dick Morris, giornalista di sicura fede anticomunista, nel luglio del 2009 intitolava un suo articolo “Il socialismo non funziona nemmeno in Cina” lamentandosi (dal suo punto di vista) che in Cina ben l’80% di tutte le attività di investimento venisse finanziato da banche statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, e che (orrore ancora maggiore) le imprese di stato cinesi esprimessero ben il 70% dell’insieme degli investimenti di capitali in Cina.
Percentuale tra l’altro in crescita progressiva, protestava con vigore l’indignato Dick Morris, e che ingiustamente favoriva la “triste storia del settore socialista in Cina”, sempre a giudizio del pubblicista occidentale.[5]
Quarantatré società statali ai primi quarantatré posti nella “top 500” del 2008, il 70% degli investimenti produttivi cinesi da imprese pubbliche: anche a prima vista, non si tratta certo di “residui” socioproduttivi di marca socialista dei (presunti) “bei tempi passati”.
Servono altri dati? Se ne trovano facilmente.
Secondo l’autorevole economista statunitense Christopher Mcnally, nel 2009 le imprese statali (in tutto, oppure in larga parte di proprietà pubblica) producevano circa il 60% del prodotto nazionale lordo (PNL) cinese e senza tener conto del settore cooperativo, in una nazione spesso definita a torto come capitalista.[6]
Sul New York Times del 29 agosto 2010, Michael Wines notava con preoccupazione come la Cina negli ultimi anni avesse rafforzato il settore statale, tanto che delle 100 più grandi imprese cinesi quotate in borsa, affermava sconsolato il giornalista statunitense, ben 99 erano in maggioranza (quasi totale/egemone) di proprietà statale, e una sola invece privata e capitalista.[7]
In un rapporto della Banca Mondiale del giugno 2010 si ammetteva che “è una politica esplicita” (del governo cinese) “di mantenere un ruolo chiave per le imprese di stato in molti settori denominati come strategici o fondamentali”. Gary Epstein, proprio su questa falsariga e in un articolo apparso sulla rivista Forbes del 31 agosto 2010, si lamentava del fatto che nella Cina contemporanea il ”miglior modo di sopravvivere” per un imprenditore privato, per un capitalista “in un settore industriale che lo stato domina – e ce ne sono molti – è quello di rimanere piccoli”: non esattamente “il credo capitalistico che tu potresti ottenere in una business school”, ha notato con amarezza l’infelice giornalista statunitense.
L’egemonia contrastata della “linea rossa”, all’interno della proteiforme formazione economico-sociale cinese del 2000-2010, si compone e viene costituita innanzitutto da quattro “grandi anelli” materiali, strettamente interconnessi tra loro.
Il primo tassello socioproduttivo della “linea rossa”, nella Cina contemporanea, viene rappresentato dall’enorme ruolo e peso specifico mantenuto tutt’oggi dalle grandi imprese statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, che operano nel settore industriale e bancario, estrattivo e commerciale della grande nazione asiatica.
Il 3 settembre del 2007 il Quotidiano del Popolo di Pechino, l’organo di stampa più prestigioso del partito comunista cinese (PCC), ha riportato che nel 2006 le 500 principali imprese della Cina (ivi comprese banche, settore petrolifero, ecc.) controllavano e possedevano l’83,3% del PNL cinese, in netto aumento rispetto al 78% del 2005 e al solo 55,3% del 2001: tra questi 500 grandi colossi, 349 e quasi il 70% del totale erano di proprietà statale, in modo completo o con una quota di maggioranza appartenente alla sfera pubblica.
Il trend generale è continuato anche nel 2009. Secondo i dati forniti il 4 settembre del 2010, l’anno precedente le prime 500 imprese cinesi avevano raggiunto un reddito operativo pari a più di quattromila miliardi di dollari, quasi il doppio del PNL italiano: di questi 4.005 miliardi di dollari, meno di un sesto era stato prodotto dalle imprese private, dimostrando ancora una volta l’egemonia (contrastata) del settore statale all’interno del processo globale di riproduzione dell’economia cinese.
Sempre nel 2006 il giro di affari e le vendite delle imprese statali (completamente o in maggioranza statali) risultò pari a 14,9 migliaia di miliardi di yuan, su un totale di 17,5 migliaia di miliardi di yuan di vendita globale collezionati dalle prime 500 imprese, pari a circa l’85% dell’insieme del giro d’affari della ricchezza prodotta da queste ultime; visto che la quota dei “500 big”sul prodotto nazionale lordo cinese era a sua volta pari al sopraccitato 83,3%, la quota percentuale delle 349 imprese statali sul PNL cinese ufficiale risultava pari al 70% e a quasi tre quarti della ricchezza globale cinese.[8]
Nel 2008 il giro d’affari delle SOE (imprese statali cinesi, in tutto o a maggioranza di proprietà pubblica) era ancora aumentato, fin quasi a raggiungere i 18 migliaia di miliardi di yuan e una quota sempre pari a circa il 70% del PNL interno, equivalente invece a 24,66 migliaia di miliardi di yuan nell’anno preso in esame, mentre il numero di impiegati in esse risultava pari a circa 35 milioni di unità.[9]
La dinamica continuava anche l’anno seguente, visto che nel 2009 la massa d’affari della SOE superava a sua volta i 20 migliaia di miliardi di yuan, con un ulteriore incremento in termini assoluti.
Anche se una parte nettamente minoritaria delle imprese statali risulta in mano ai privati, autoctoni o stranieri, come soci di minoranza, mentre una quota “sommersa” del PNL cinese non emerge dalle statistiche ufficiali, si tratta chiaramente di dati assolutamente sconosciuti al reale capitalismo monopolistico di stato, egemone nell’area occidentale, segnata tra il 1979 e il 2005 da processi giganteschi di privatizzazione delle imprese produttive statali che hanno invece solo sfiorato in misura modesta l’economia cinese, a partire dal decisivo sistema bancario.
La principale debolezza del settore statale cinese consiste nel suo minor tasso medio di profitto rispetto alla sfera privata, autoctona o straniera. La massa di profitto ottenuta dalla SOE è passata dai 90 miliardi di yuan del 1995 fino ai 221 del 2002, balzando poi nel 2007 alla cifra di 1.620 miliardi di yuan (221,9 miliardi di dollari): un incremento eccezionale, dovuto anche al doloroso processo di ristrutturazione delle imprese statali sviluppatosi tra il 1998 e il 2006, ma che non è ancora sufficiente a far raggiungere alle SOE i margini di redditività ottenuti negli stessi anni dal settore privato, che tra il gennaio e il novembre del 2007 avevano raggiunto una massa di profitto di 400 miliardi di yuan solo nel segmento delle grandi imprese private, trascurando le medie, piccole e piccolissime imprese.[10]
Il secondo anello principale, che garantisce tuttora l’egemonia contrastata della “linea rossa” all’interno della variegata formazione economico–sociale cinese, viene rappresentato dalla proprietà pubblica del suolo cinese, che può essere concesso legalmente in usufrutto a privati solo in determinate condizioni e con l’approvazione preventiva dello stato. Ancora recentemente l’assemblea legislativa cinese ha rifiutato qualunque proposta di privatizzazione della terra in Cina: il 30 gennaio del 2007 Chen Xiwen, direttore dell’ufficio agricolo del governo centrale, dopo aver ribadito un secco diniego alle ipotesi di privatizzazione ha notato che la terra veniva data in usufrutto ai contadini per trent’anni, e che ogni ipotesi di subaffitto del suolo da parte dei contadini alle imprese industriali era pertanto da considerarsi come assolutamente illegale.[11]
Anche secondo le nuove leggi, entrate in vigore dal primo ottobre 2007, la proprietà della terra in Cina si divide in due tipi fondamentali: quella statale per le aree urbane, e quella invece posseduta collettivamente dai singoli villaggi rurali nelle campagne del gigantesco paese asiatico, agglomerati riconosciuti come Organizzazioni Economiche Collettive (OEC), che distribuiscono l’usufrutto della terra alle famiglie contadine e/o alle cooperative di produzione agricola operanti nei loro villaggi. Per meglio tutelare gli interessi dei contadini, nell’ottobre del 2008 le autorità centrali hanno presentato un progetto di legge che tutelerà le OEC dall’espropriazione di terre per i bisogni produttivi delle imprese, per nuove strade, ferrovie, ecc., consentendo allo stesso tempo alle famiglie contadine già usufruttuarie della terra un maggiore livello di protezione socioproduttiva e politica.
Oltre al suolo, anche le risorse idriche della Cina rimangono saldamente in mano pubblica: un dato di fatto non certo scontato, invece, nell’occidente capitalistico dove l’utilizzo “sdoppiato” del bene comune-acqua, a scopi di profitto, è emerso attraverso i processi di privatizzazione delle risorse idriche che,dal 2009, interessano ormai anche l’Italia.
Il terzo segmento socioproduttivo che costituisce il complesso mosaico della “linea rossa” in Cina è costituito dal settore cooperativo, in particolar modo dalle imprese cooperative (industriali e artigianali) di villaggio, di proprietà di tutti gli abitanti dei villaggi o municipi interessati, secondo una pratica produttiva regolarizzata da una legge del 1990.
Il Fondo Monetario Internazionale (2004) ha stimato che se già nel 1980 le cooperative non agricole di villaggio impiegavano circa 30 milioni di lavoratori, nel 2003 la cifra era salita a più di 130 milioni di unità lavorative, rimanendo quasi invariata negli ultimi anni e coprendo circa il 20% dell’attuale forza lavorativa cinese, anche se alcune di queste cooperative hanno perso via via il loro carattere originario ed hanno subito un processo mascherato di privatizzazione.
Come ha notato G. Arrighi, il momento fondamentale per il processo di sviluppo delle cooperative rurali non agricole è stato paradossalmente «l’introduzione, nel 1978/1983, del sistema di responsabilizzazione familiare, che faceva tornare il potere decisionale e il controllo sul sovrappiù agricolo alle famiglie, togliendoli alle comuni. Inoltre nel 1979, e poi ancora nel 1983, i prezzi pagati per gli approvvigionamenti di prodotti agricoli sono stati aumentati in misura significativa. Il risultato è stato un aumento importante della produttività delle fattorie e dei redditi agricoli, che a sua volta ha ringiovanito “l’antica” propensione delle comunità e delle brigate agricole a cimentarsi anche nella produzione non agricola. Tramite una serie di barriere istituzionali alla mobilità personale, il governo incoraggiava il lavoratore agricolo a “lasciare la terra senza abbandonare il villaggio”. Nel 1983, tuttavia, venne permesso ai residenti nelle aree rurali di intraprendere attività di trasporto e di commercio anche a grande distanza, alla scopo di trovare sbocchi di mercato ai loro prodotti. Era la prima volta nel corso di quella generazione che ai contadini cinesi veniva consentito di condurre affari fuori dai confini del proprio villaggio. Nel 1984 i regolamenti vennero ulteriormente addolciti, consentendo ai contadini di andare a lavorare nelle città vicine per presentare la loro opera in organismi collettivi noti come “imprese di municipalità e villaggio”.
Il risultato fu la crescita esplosiva della massa di forza-lavoro rurale impiegata in attività non agricole, dai 28 milioni del 1978 ai 136 milioni del 2003, con gran parte dell’aumento localizzato nelle imprese di municipalità e villaggio. Fra il 1980 e il 2004 le imprese di municipalità e villaggio hanno creato un numero di posti di lavoro quadruplo di quelli persi nello stesso periodo nelle città delle imprese statali o collettive. Nonostante fra il 1995 e il 2004 il tasso di crescita dell’occupazione nelle imprese di municipalità e villaggio sia stato inferiore al tasso di disoccupazione degli impieghi urbani statali e collettivi, il bilancio dell’intero periodo mostra che alla fine le imprese di municipalità e villaggio occupano ancora più del doppio dei lavoratori impiegati complessivamente nelle imprese urbane a proprietà straniera, a proprietà privata e a proprietà mista.
Il dinamismo delle imprese rurali ha colto di sorpresa i dirigenti cinesi. Come riconobbe Deng Xiaoping nel 1993, lo sviluppo delle imprese di municipalità e villaggio “fu del tutto inatteso”. Da allora il governo è intervenuto per regolare e dare una normativa alle imprese rurali e nel 1990 la proprietà delle imprese di municipalità e villaggio è stata conferita collettivamente a tutti gli abitanti del municipio o del villaggio interessato. Il potere di assumere o licenziare i direttori delle imprese fu però conferito alle autorità locali, con la possibilità di demandare tale scelta a una struttura governativa. Anche la distribuzione dei profitti è stata sottoposta a normativa, introducendo l’obbligo del reinvestimento nell’impresa di più del 50% dei profitti per modernizzare e ingrandire gli impianti e per finanziare servizi e grafiche per i lavoratori, mentre la quasi totalità di quel che resta deve essere impiegata per infrastrutture agricole, miglioramenti tecnologici, servizi pubblici e investimenti di nuove imprese».[12]
A fianco delle cooperative rurali (non agricole) di villaggio, tuttora esiste una grande e variegata rete di cooperative agricole ed edilizie, di consumo industriali, che fanno parte della Federazione delle Cooperative cinesi interessando in forme diverse buona parte della popolazione cinese, a partire dei 10 milioni di persone che lavoravano direttamente al loro interno nel 2003.
Nel 2002 ammontavano invece a circa 100 milioni gli associati delle cooperative cinesi facenti parte dell’Alleanza Internazionale delle Cooperative, mentre nel 2003 le 94.711 cooperative cinesi (di tutti i generi e tipologie) contavano al loro interno diverse centinaia di milioni di uomini e donne, associati a vario titolo.[13]
Secondo una tesi assai diffusa nella sinistra occidentale, non sono esistite quasi più delle cooperative rurali di produzione in Cina dopo la morte di Mao, ma si tratta solo di una leggenda metropolitana.
Il Quotidiano del Popolo del 21 agosto 2010 (“China rural cooperatives help boost farmers’income”) ha riportato invece che, a marzo del 2010, esistevano ormai più di 270000 cooperative agricole in Cina, quasi il triplo di quelle operanti alla fine del 2008, coinvolgendo già ora decine di milioni di contadini e godendo di un forte sostegno politico-economico da parte dello stato cinese.
Nel completo silenzio dei mass media occidentali, dal 2007 nelle campagne cinesi sta ormai crescendo una gigantesca ondata cooperativa, assolutamente volontaria, la quale ha fatto in modo che all’inizio del 2010 più di un villaggio cinese su tre abbia al suo interno una cooperativa di produzione agricola: non a caso il Global Times (28 giugno 2010, “Small farrners are harvesting the big market”) ha sottolineato come sia la seconda volta, dopo il 1953/58, che i contadini cinesi su larga scala si stiano “organizzando per lavorare assieme” e per produrre in modo cooperativo, creando un fenomeno assai importante sia su scala cinese che mondiale.
Un ulteriore tassello della “linea rossa” cinese viene costituito dal “tesorone” di proprietà statale che è stato via via accumulato progressivamente dopo il 1977, e cioè dalla massa enorme di valuta straniera e di titoli del tesoro esteri via via rastrellati negli ultimi tre decenni dall’apparato statale cinese.
Mentre nel 1978 le riserve valutarie statali risultavano pari solo a tre miliardi di dollari (M. Bergere), a fine giugno 2008 il “tesorone” di proprietà pubblica della Cina ha raggiunto la cifra astronomica di 1.810 miliardi di dollari e un valore pari a circa il 50% del prodotto nazionale lordo (nominale) del paese: detto in altri termini, al PNL cinese controllato dalle imprese statali va aggiunta un’altra massa enorme di denaro e risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità, un’altra enorme quota di ricchezza saldamente in mano all’apparato statale e a disposizione dei bisogni dello stato e del popolo cinese.[14]
Un “tesorone” in via di progressivo aumento e che, alla fine del 2010, ha raggiunto quota 2.850 miliardi di dollari, risultando equivalente già ora a quasi il triplo delle riserve valutarie statali a disposizione del Giappone e superando nettamente l’intero PNL dell’Italia nel 2009.
Oltre che dai “quattro anelli” principali sopra descritti,la supremazia (contrastata) del settore socialista nell’insieme dell’economia cinese viene garantita e rappresentata da numerosi altri strumenti, allo stesso tempo politici ed economici, quali:
- il possesso e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche.
- il quasi totale monopolio statale del settore militar-industriale, spaziale e delle telecomunicazioni.
- la presenza di numerose imprese municipalizzate in quasi tutte le città cinesi, aziende possedute e controllate dagli organismi politici locali.
- la politica demografica del “figlio unico” (non applicata alle minoranze etniche del paese), con i suoi positivi riflessi sia sull’economia che sul processo complessivo di riproduzione della forza lavoro del gigantesco paese asiatico.
- il processo partigiano e unidirezionale di concessione dei prestiti bancari, denunciato non a caso da Dick Morris; essi vengono destinati nella loro grande maggioranza a favore del settore statale e cooperativo, mentre solo per una porzione secondaria vanno alla sfera privata.[15]
- l’utilizzo del sistema finanziario principalmente al servizio dello stato, che se ne serve anche “per scopi come la lotta all’evasione fiscale” riconosciuti persino da studiosi anticomunisti.[16]
- il progressivo aumento, negli ultimi dieci anni, della quota del PNL cinese amministrata direttamente dallo stato: percentuale passata dall’11% circa del 1998 fino al 23% del 2007.[17]
- il processo, relativamente esteso da parte cinese, di riacquisto dell’intera proprietà di alcune delle joint venture formatesi tra imprese statali e multinazionali, come testimoniato anche da Luigi Vinci (Rifondazione Comunista) in un suo articolo sulla dinamica politico-sociale cinese.[18]
- molte delle principali multinazionali straniere che operano in Cina sono state costrette ad accettare di costruire joint venture alla pari con le aziende statali per poter operare in terra cinese, fuori dalle “zone speciali” economiche: ad esempio la Volkswagen ha creato (fin dal 1984) una joint venture paritaria con l’azienda statale SAIC che durerà almeno fino al 2030, imitata in questo senso dalla General Motors, da Microsoft, ecc.
- l’intreccio spesso creatosi in Cina tra azionisti privati e proprietà pubblica, all’interno di imprese apparentemente solo capitalistiche, a volte può ingannare: basti pensare che se la Lenovo, una delle più importanti imprese al mondo nella produzione di computer, agli occhi occidentali rappresenta una compagnia privata, alla fine del febbraio 2008 almeno il 30% delle sue azioni risultava in mano statale.
- il potere reale di fissare” dall’alto” e per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per benzina , grano, latte e uova, al fine di combattere l’allora crescente inflazione (misure analoghe vennero prese nel 1996 e 2003).
- il pieno controllo statale su decisive condizioni generali della produzione quali dighe, centrali elettriche, canali di irrigazione, porti, sistema ferroviario e stradale, rete di internet, ricerca scientifica e settore high-tech, ecc.
- tra il 2010 e il 2020 il progetto ferroviario dell’alta velocità conta di coprire, con fondi e proprietà pubbliche, ben 50000 chilometri del gigantesco paese asiatico, raggiungendo velocità di 1000 Km all’ora.
- il controllo statale sui flussi monetari da e per la Cina, basato anche sulla non-convertibilità dello yuan.
- l’utilizzo su larga scala della pianificazione: proprio alla fine del 2010 è stato approvato il dodicesimo piano quinquennale (2011-2015) nella storia cinese.
- il processo di creazione e riproduzione di nuovi settori produttivi attraverso l’azione statale, come sta avvenendo per la fusione termonucleare (progetto East, già in funzione), i supercomputer made in China e il nuovo polo aeronautico civile autoctono (gestito e finanziato direttamente dalla sfera pubblica con l’erogazione della notevole somma di 19 miliardi di yuan, a partire dall’estate del 2008), le nanotecnologie e le infrastrutture per telecomunicazioni, ecc.[19]
- dal giugno 2010, il totale controllo della sfera pubblica cinese è stato introdotto sui metalli rari, di cui il gigantesco paese asiatico è di gran lunga il maggior produttore. Nel 2009 ben il 94% del consumo mondiale degli essenziali metalli rari (antimonio,gallio, tungsteno, ecc.) proveniva dalle miniere statali cinesi, mentre l’acuto Deng Xiaoping aveva notato già verso la metà degli anni Novanta che “il Medioriente ha il petrolio, la Cina i metalli rari.”
- il settore dei mass media (dalla televisione fino agli studi cinematografici) risulta da sempre sotto il pieno controllo della sfera pubblica, egemonizzata dal partito comunista cinese: non esiste un Berlusconi cinese, un Murdoch cinese, ecc., come per fortuna non esiste un “Vaticano cinese” in possesso di mass media, grandi proprietà immobiliari, quote azionarie in molte grandi società, ecc.
- l’economia “verde” in Cina risulta in realtà assai “rossa”: proprio recentemente è stato pubblicizzato un gigantesco piano statale, che prevede l’impiego decennale di fondi pubblici per cento miliardi di dollari al fine di sviluppare ulteriormente le fonti energetiche pulite, progetto definito negli USA come uno “Sputnik verde”.
- il potere statale di aumentare per legge (e scelta politica) i salari minimi, potere applicato concretamente e più volte nel corso degli ultimi decenni. Ad esempio, l’insospettabile International Herald Tribune (28 dicembre 2010, pag 18) ha ammesso che “il salario minimo crescerà a Pechino del 21% a partire dal 1 gennaio del 2011, “dopo un 20% di incremento avuto appena sei mesi fa” a metà del 2010.
- lo sviluppo dell’edilizia pubblica, che porterà, nel solo 2011, alla costruzione di ben dieci milioni di case a basso prezzo, quasi il doppio del 2010.
- il sistema fiscale cinese è basato su delle aliquote fortemente progressive, che vanno dallo zero per i redditi più bassi ad arrivare al 45% per le entrate superiori ai 100.000 yuan mensili, pari a circa 12.000 euro al mese.
Una certa importanza pratica viene assunta anche dall’egemonia acquisita sia dalla libera cooperazione che dal consumo gratuito, all’interno di alcuni settori della tecnologia e dei generi di consumo.
Infatti non solo in Cina vige il principio/praxis del libero utilizzo, senza alcuna forma di brevetto, per tutte le scoperte scientifiche e i metodi diagnostici/terapeutici, per ogni varietà di animali e vegetali (nessun brevetto cinese sul DNA) e sulle sostanze ottenute attraverso processi nucleari; non solo in tutto il gigantesco paese asiatico un software cooperativo e gratuito come Linux (oltre alle sue numerose varianti autoctone) risulta estremamente diffuso, anche grazie all’appoggio esplicito del governo cinese, tanto che persino i nuovi supercomputer cinesi lo usano, ma soprattutto nella pratica collettiva cinese ormai domina l’abitudine di scaricare gratuitamente musica, film, libri, fotografie, programmi di software, ecc.
Tanto diffusa risulta tale pratica collettiva di utilizzo gratuito dei multiformi prodotti della creatività umana, che anche l’ipercapitalistica Google per il mercato cinese (e solo per esso…) è stata costretta, a partire dall’aprile 2009, ad adottare parzialmente il criterio comunista del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, creando un sistema gratuito e legale di download dei pezzi musicali: ben 350.000 brani di svariati artisti, cinesi e occidentali, sono stati messi a disposizione (libera e gratuita) degli utenti cinesi nella speranza di avvicinarli a Google, adattandosi forzatamente alla loro consolidata praxis di appropriazione e consumo gratuito.
Non è ad esempio casuale che Mega Video, un portale cinese di video, sia ormai divenuto famoso nel mondo anche grazie alla possibilità di accedere sia ai film d’epoca che a quelli molto meno antichi, a un costo irrisorio se non del tutto gratuitamente; un altro fenomeno interessante è che proprio in Cina il processo di digitalizzazione dei libri, di giornali e riviste attraverso Internet (molto spesso gratuito) sia ormai estremamente avanzato, tanto che il paese asiatico nel 2009 ha occupato il primo posto nel mondo con ben 300000 diverse tipologie e generi di libri elettronici, già utilizzabili su larga scala.
Tutti questi importanti strumenti politico-economici, di natura pubblica o cooperativa, si collegano dialetticamente tra loro, rafforzando ulteriormente i “quattro anelli” fondamentali che riproducono costantemente l’egemonia (contrastata) del settore socialista nel processo di sviluppo dell’articolata formazione economico-sociale cinese, durante i primi due decenni del nuovo secolo.
Certo, se le prime 43 imprese statali della “top 500” del 2008 venissero privatizzate…
Certo, se le 349 grandi imprese statali / a maggioranza statale della “top 500” del 2006 venissero privatizzate in Cina, come è successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 e il 1998…
Se venissero privatizzati il suolo e le risorse naturali cinesi, come è avvenuto del resto nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 e il 1998…
Se il settore cooperativo cinese scomparisse, o venisse inglobato all’interno della sfera capitalistica, autoctona o estera…
Se il “tesorone” di 2.650 miliardi di dollari venisse progressivamente destinato a riempire le tasche delle grandi imprese private del paese, o delle multinazionali estere…
Se scomparisse il quasi-monopolio statale sulle risorse naturali del paese, sul settore delle telecomunicazioni, nell’industria degli armamenti a favore del “privato”…
Se la quota statale della joint venture con le multinazionali estere fosse svenduta a basso prezzo, in questo ipotetico (ma non impossibile, visto l’effetto di sdoppiamento post-9000 a.C.) scenario la configurazione concreta dei rapporti di produzione cinesi all’inizio del terzo millennio certo cambierebbe radicalmente e si affermerebbe, come nella Russia post-1991, una forma chimicamente (quasi) pura di capitalismo monopolistico di stato, attraverso processi giganteschi di privatizzazione delle forze produttive sociali e delle condizioni generali della produzione,che davvero trasformerebbero la Cina attuale in un nuovo Eldorado per il capitalismo internazionale.
Ma a tutt’oggi non è questa la situazione dei rapporti sociali di produzione in Cina, mentre lo scenario sopra delineato rappresenta a nostro avviso solo un ipotesi subordinata rispetto alla dinamica futura del paese, anche perché i dirigenti del PCC hanno studiato a lungo le dinamiche concrete e le principali ragioni materiali (code, penuria di generi di consumo) del crollo sovietico del 1988/91.
Purtroppo alcuni “utili idioti” della borghesia internazionale, autodefinitisi intellettuali comunisti, da molti decenni ritengono che la proprietà privata/possesso privato dei mezzi di produzione costituisca una questione poco importante, come del resto la sua ardua trasformazione in proprietà pubblica di matrice cooperativa e/o (orrore!) statale. Ma hanno dimenticato, forse per pura stupidità:
- il gigantesco processo di privatizzazione e svendita dei mezzi di produzione e delle risorse naturali avvenuto, dopo il tragico triennio 1989/91, nei paesi dell’ex Patto di Varsavia, a partire dalla Russia di Eltsin e dalla Polonia di Solidarnosc.
- il gigantesco processo di privatizzazione e svendita sia dei mezzi di produzione che delle risorse naturali avvenuto in tutto il mondo occidentale, a partire dalla Thatcher (dalla British Aerospace alle società dell’acqua regionali) e dall’orrendo laboratorio cileno di Pinochet.
- i giganteschi processi di “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” che si verificano puntualmente nel mondo capitalistico, in caso di crisi economiche (la lezione del 2008/2010 è sotto questo aspetto indimenticabile: AIG, Northern Rock, General Motors, ecc.).
- il gigantesco tentativo di privatizzare l’utilizzo di tutte le risorse naturali, a partire dalla stessa … acqua, come dimostra anche l’esperienza italiana del 2009/2011.
- la progressiva riduzione delle imposte sui profitti in tutto il mondo occidentale, a partire dal 1973/79.
- la tendenza alla progressiva riduzione delle tasse di successione sui grandi patrimoni, all’interno delle principali metropoli imperialistiche : ad esempio, negli USA le imposte di successione sulle ricchezze superiori a 3,5 miliardi di dollari risultavano equivalenti al 55% nel 2000, diventarono in seguito pari al 45% con Bush dopo il 2001 e arrivarono a… zero, a zero dollari per l’anno di grazia 2010, grazie all’inerzia colpevole dell’amministrazione di Obama. E proprio nel dicembre del 2010, d’accordo con i repubblicani, sempre Obama ha prolungato di altri due anni gli sgravi fiscali già concessi da Bush figlio, essenzialmente a favore dei ricchi miliardari statunitensi.
Proprio l’egemonia (contrastata) della “linea rossa” all’interno dell’articolata formazione economico-sociale cinese spiega, tra molti altri fenomeni, l’assenza di crisi globali di sovrapproduzione nel gigantesco paese asiatico durante gli ultimi tre decenni e nel 2008/2010, oltre alla solida tenuta della Cina rispetto alla gigantesca crisi finanziaria che ha colpito l’Asia durante il biennio 1997/98: processi innegabili, non spiegabili assolutamente con un (ipotetico) potere “magico” posseduto dal PCC e dal popolo cinese.
Nella Cina contemporanea, tuttavia, la tendenza collettivistica non è sola, visto che al suo interno non si riproduce continuamente solo la “linea rossa”, ma sussiste alla luce del sole e legalmente – a differenza che in Unione Sovietica dopo il 1929 – una potente “linea nera”, che opera apertamente all’interno della “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese fin dal 1977/80 arrivando ai nostri giorni.
La sfera capitalistica in Cina si divide nel settore in mano cinese (comprendendo al suo interno anche i capitali provenienti da Taiwan, Hong Kong e dalla diaspora cinese in Asia), nella sfera produttiva invece controllata dalle multinazionali straniere e infine nella “variante cinese” del capitalismo di stato (= corruzione, furto di beni statali, ecc).
L’estensione quantitativa della “linea nera”, di matrice sia autoctona che straniera, risulta notevole e in crescita continua almeno fino al 2007: alla fine di settembre del 2007 la Cina vedeva ormai 5,3 milioni di imprese private regolarmente registrate nel paese, il cui flusso complessivo di affari risultava pari a 8,8 migliaia di miliardi di yuan con 70,6 milioni di persone impegnate al loro interno.[20]
Anche se si tratta di risultati e cifre assai consistenti, siamo in ogni caso molto lontani dalla massa di mezzi di produzione e di vendite (18 migliaia di miliardi di yuan nel 2007), di risorse materiali/finanziarie e di occupati messi in campo dal settore statale e cooperativo: invece la sfera privata risultava superiore nel livello medio dei profitti raggiunti nel 2007, i quali nel solo settore industriale avevano raggiunto quota 400 miliardi di yuan da gennaio a novembre del 2007.[21]
Dopo essersi sviluppate per più di un decennio nelle “zone speciali” del Guandong, a loro volta le multinazionali estere nel 2006 ormai occupavano circa 15 milioni di lavoratori cinesi, esprimendo una composizione organica del capitale in media molto superiore a quella delle imprese private cinesi; inoltre le multinazionali straniere controllavano a volte delle quote significative, seppur in qualità di soci di minoranza, delle imprese a controllo prevalentemente statale, tanto che a partire dal 2006 avevano acquisito circa il 10% delle azioni di alcune delle principali banche pubbliche cinesi (azioni ora in parte ricomprate dagli istituti finanziari statali).
Da alcuni decenni, inoltre, si riproduce in Cina una rete molto diffusa di imprese sommerse, che sfuggono in larga parte al controllo e (fisco) statale: il “lavoro nero”, secondo alcune stime, fornisce quasi il 10% del PNL cinese e occupa al suo interno decine di milioni di persone, mentre nel settore illegale dell’economia si trova anche la fonte di ricchezza posseduta dai funzionari corrotti del partito comunista cinese, visto che una parte minoritaria (ma non irrilevante) dei quadri del partito si appropria, sotto molteplici forme illecite, dei fondi pubblici e della stessa proprietà di alcune aziende statali. Si tratta di una riedizione, in terra cinese, della variante sovietica del capitalismo di stato, che all’interno della formazione economico-sociale cinese attuale costituisce solo una sezione minoritaria, seppur non trascurabile, della tendenza capitalistica apertamente operante all’interno del gigantesco paese asiatico.
Sull’esistenza concreta di questa (variegata) rete capitalistica, non può essere avanzato alcun dubbio.
Nella Cina post-1976, la coesistenza conflittuale e simultanea tra rapporti di produzione collettivistici da un lato, e relazioni di produzione capitalistiche dall’altro, costituisce pertanto un fenomeno innegabile e che avviene alla luce del sole come nell’Unione Sovietica della NEP, tra il 1921 e il 1928.
Un discorso a parte vale invece per la “linea bianca”, che si riproduce dal 1978/80 all’interno della complessa formazione economico-sociale cinese e che si materializza nelle centinaia di milioni di contadini autonomi dell’immenso paese, con una propria azienda e un terreno ottenuto in usufrutto pluridecennale dallo stato.
Nel 2003 il numero di agricoltori del paese era pari a 318 milioni di unità: una massa enorme di persone, che tuttavia risultava in sensibile riduzione rispetto al picco di 368 milioni di lavoratori raggiunto nel 1990 con un trend inevitabile anche nel futuro, visto lo sviluppo tecnologico-produttivo del paese e la progressiva migrazione della popolazione rurale verso le città: l’intero settore agricolo, comprendendo al suo interno anche le cooperative agricole, ormai contribuiva nel 2007 per meno del 10% rispetto all’intero prodotto interno lordo cinese.[22]
Seppur in via di progressiva diminuzione quantitativa, a partire dal 2002 i contadini autonomi cinesi sono diventati il secondo “cocco di mamma” del governo, dopo le imprese statali/cooperative, beneficiando di alcuni importanti provvedimenti politico-economici:
- L’eliminazione totale di alcune tasse statali poste in precedenza a carico di contadini cinesi, a partire dall’inizio 2006.
- L’enorme aumento dei sussidi statali al settore agricolo, arrivati alla somma di 42,7 miliardi di yuan nel 2007, con un aumento di ben il 62% rispetto all’anno precedente.
- L’eliminazione totale, a partire dal 2007, di tutte le tasse e imposte nei distretti più poveri delle regioni centrali e occidentali del paese, in cui vive una popolazione pari a diverse decine di milioni di unità.[23]
In ogni caso, la contraddizione principale esistente tuttora all’interno della complessa e variegata formazione economica-sociale cinese rimane da tre decenni quella tra “linea rossa” e “linea nera”: quest’ultima, con i suoi concreti agenti socio-produttivi, sarebbe estremamente felice di inglobare e annettersi la sfera produttiva statale e cooperativa a prezzi di svendita, come è già successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 e il 1999, grazie all’eventuale comparsa di nuovi e favorevoli rapporti di forza politici a Pechino.
Il prolungato e aperto processo di coesistenza e competizione, che avviene attualmente all’interno del sistema socioproduttivo cinese tra “linea rossa” e “linea nera”, non cade ovviamente dal cielo ma è il risultato principalmente di una strategia di lungo periodo adottata per via politica, attorno al 1976/78, dalla direzione del PCC grazie anche alla progettualità e pratica di Deng Xiaoping. Essa riprende e traduce in terra cinese, con alcune significative correzioni, la NEP (Nuova Politica Economica) introdotta da Lenin in Unione Sovietica e che perdurò dal 1921 al 1928: per comprendere il vero significato della NEP cinese, bisogna pertanto prima analizzare quella sovietica.
La NEP leninista prevedeva e ammetteva apertamente proprio un processo prolungato e pluridecennale di “sdoppiamento” del tessuto produttivo sovietico con la coesistenza conflittuale, ma tendenzialmente di lungo periodo, e la competizione continua tra il settore socialista e quello capitalistico (anche di multinazionali straniere) all’interno della composita formazione economico-sociale sovietica, contraddistinta anche dalla compresenza di un “terzo protagonista” al suo interno, i contadini medi: capaci di assicurare la propria riproduzione possedendo e coltivando un fondo autonomo di proprietà in ogni caso dello stato, in base al decreto sovietico sulla terra, dell’ottobre del 1917.
Per spostare via via i rapporti di forza, nella particolare forma “di sdoppiamento” creatosi allora tra settore socialista e sfera capitalista, Lenin (“Sulla cooperazione”, 6 gennaio 1923) aveva insistito con forza sullo sviluppo progressivo del processo di cooperazione volontaria tra i contadini sovietici, inteso come forma fondamentale di transizione dell’URSS verso una “società socialista integrale”. Non a caso Lenin affermò nel gennaio del 1923 che «in realtà, il potere dello stato su tutti i grandi mezzi di produzione» (la “linea rossa” in URSS), «il potere dello stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la NEP, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione.
Appunto in ciò sta di bel nuovo l’essenziale. Una cosa è fantasticare in merito ad ogni sorta di associazioni operaie per edificare il socialismo; altra cosa è imparare praticamente a edificare questo socialismo in modo che ogni piccolo contadino possa partecipare a questa costruzione. Tale stadio noi l’abbiamo ora raggiunto. Ma è indubbio che, avendolo raggiunto, noi lo utilizziamo in modo troppo insufficiente».[24]
Lenin inoltre aggiunse volutamente, per evitare a priori equivoci e fraintendimenti, che le cooperative “nel nostro regime attuale” del 1923 appartenevano a pieno titolo alla “linea rossa” assieme alle aziende socialiste, distinguendosi invece nettamente dalle “aziende capitalistiche private”, che componevano allora (e compongono tuttora) un pezzo fondamentale della “linea nera” socioproduttiva.
«Nel nostro regime attuale le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste private in quanto sono aziende collettive, ma non si distinguono dalle aziende socialiste, perché sono fondate sulla terra e sui mezzi di produzione che appartengono allo Stato, cioè alla classe operaia».[25]
Infine il grande rivoluzionario russo non intese l’URSS della NEP come “un regno della grettezza contadina”, ma viceversa in qualità di un gigantesco campo di scontro e conflitto, in cui lo stato socialista ed il settore pubblico sarebbero riusciti progressivamente ad attivare un processo gigantesco di riproduzione allargata della produzione in URSS, partendo ovviamente dal settore economico allora più arretrato nel gigantesco paese eurasiatico, l’industria pesante. In uno dei suoi ultimi scritti, “Meglio meno, ma meglio”, Lenin notò che in URSS bisognava “con la più grande economia” eliminare “dai rapporti sociali ogni traccia di sperpero”. E si chiese “Non sarà questo il regno della grandezza contadina? No. Se la classe operaia continua a dirigere i contadini avremo la possibilità, gestendo il nostro stato con la massima economia, di far si che ogni piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l’elettrificazione, l’estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkov, ecc.”.[26]
A questo punto torniamo alla Cina contemporanea, dove non a caso Huang Hua Guang, direttore del dipartimento per l’Europa Occidentale del PCC, in un’intervista del 2009 con Walter Ceccotti ha notato che “nei fatti la NEP ha fornito degli elementi d’ ispirazione al processo di riforma” (dopo il 1977) “in Cina”.
Avendo come parametro temporale una prospettiva pluridecennale, di lungo respiro e che interessava direttamente più di un quinto della popolazione del pianeta, Deng Xiaoping ed il partito comunista cinese adottarono in modo autonomo e creativo la via strategica della NEP, estremizzando la sua “variante accelerata” del 1926/28, quando in Unione Sovietica si iniziò a riprendere il discorso leninista sulla necessità di uno sviluppo il più rapido possibile della “grande industria meccanica, dell’elettrificazione”, e quando ormai lo stesso Bucharin aveva abbandonato la sua precedente tesi sulla via “al socialismo a passo di lumaca”, come è stato costretto ad ammettere anche uno dei più autorevoli biografi.[27]
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I Rapporti di Forza