La difesa della sovranità nelle lotte future - Stato & Potenza
Pubblicato il: 10 giugno, 2014
Analisi / Europa
La difesa della sovranità nelle lotte future
Gennaro Scala
Le recenti elezioni europee, nonostante la usuale scarsa partecipazione e scarso peso politico, hanno visto un importante novità: la difesa della sovranità è diventata una questione politica centrale e concreta, incarnata da movimenti reali capaci di incidere politicamente. Grazie soprattutto al significativo consenso conquistato dal Front National in Francia, e da altri movimenti cosiddetti euroscettici in Gran Bretagna, in Danimarca, in Austria, in Olanda.
La sovranità nazionale è la questione cardine del partito guidato da Marine Le Pen. Coerentemente con la sua posizione sovranista, il Fn è stato l’unico grande partito a livello europeo schieratosi decisamente dalla parte della Russia in seguito al colpo di stato in Ucraina, un’aggressione indiretta degli Usa alla Russia di Putin. Dobbiamo constatare ancora una volta la lungimiranza del compianto Costanzo Preve, il quale in un articolo, che scandalizzò molti compagnucci, affermò, un paio di anni fa, che se fosse stato un elettore francese avrebbe votato il Fn. E non fu un’uscita estemporanea, ma conseguenziale ad una precisa lettura del periodo storico che vedeva nella comunità il principale fattore di resistenza al rullo compressore dell’impero statunitense in decadenza. Ricordiamo rapidamente (1) che per Preve la dimensione comunitaria non è né la dimensione astrattamente sociale dell’essere umano, né, al contrario quel contesto ristretto in cui ci si conosce gli uni con gli altri, come ad es. i piccoli paesi di montagna. La dimensione comunitaria dell’essere umano è insita nella sua dimensione di essere sociale che vive in insiemi sociali determinati, distinti dagli altri, quali la famiglia, la classe sociale, la nazione.
Secondo Gianfranco La Grassa «fenomeni alla Front National …sono l’inizio di nuovi mutamenti» (2). Nello stesso messaggio La Grassa ribadiva brevemente quanto scritto con dovizia di analisi in libri e articoli, cioè che la «sinistra» è il principale problema del nostro tempo. E in effetti, l’ideologia dominante del nostro tempo è quella dei diritti umani, la quale, per quanto manipolata dall’impero statunitense è un’ideologia universalista e di sinistra. Le forze di sinistra europee, sono quelle maggiormente avverse alla sovranità nazionale. Il Partito Democratico in Italia e il Partito Socialista francese sono i più fedeli alleati degli Usa in Europa. Seppur esista una significativa eccezione per quanto riguarda la sinistra tedesca che raccoglie qualcosa dell’eredità della Ostpolitik.
Per quanto riguarda la popolazione italiana, le recenti elezioni hanno dimostrato che l’ondata sovranista ha toccato poco la nostra nazione. Non sopravvalutiamo il «successo» del Pd, sostanzialmente fa funzionato l’operazione di unire al Pd, il centro moderato che alla precedenti elezioni politiche aveva votato Monti (10% circa), non sono neanche da escludere consistenti brogli (di cui ha parlato apertamente Grillo), tuttavia, è chiaro anche da questi risultati che ancora non si intravvede in Italia il formarsi di una volontà collettiva che vada in direzione di un movimento sovranista. C’è da tenere nel debito conto questa importante differenza: la Francia ha solo da correggere una deviazione da un percorso di quella che resta una nazione sovrana, mentre in Italia il contesto è piuttosto diverso, in quanto nazione che, come la Germania e a differenza della Francia, ha un gran numero di basi militari statunitensi, a che partire da tangentopoli, per concludere con il colpo finale che ha visto la definitiva sottomissione, a furia di attacchi scandalistici internazionali e di statuette in faccia che raggiungevano con facilità la faccia dell’allora nostro Presidente del Consiglio, l’incauto pagliaccio Berlusconi, provocando le sue dimissioni dal governo e la collaborazione forzata con i successivi governi, da Monti in poi. Da allora abbiamo perso anche del tutto la «sovranità limitata» di cui abbiamo goduto dal dopoguerra fino agli anni Ottanta, già seriamente compromessa con Tangentopoli (sovranità limitata che gli aveva fornito quella libertà di manovra, soprattutto in medio-oriente, necessaria al suo sviluppo). Per questi motivi, si tratta obiettivamente di una lotta molto più difficile. Inoltre, l’Italia ha completato la sua modernizzazione, il suo passaggio da paese prevalentemente agricolo a paese industriale sotto l’egemonia statunitense (un passaggio che era iniziato in realtà ben prima, dall’inizio del secolo, e che probabilmente ci sarebbe stato lo stesso anche se non fosse stata sotto la sfera d’influenza statunitense). Si fa fatica ad accettare che gli Usa hanno da tempo concluso la fase egemonica, che lasciava un certo spazio di manovra agli «alleati» (subordinati) europei, e che senza una riconquista della sovranità nazionale, subordinandoci del tutto agli Usa, non conserveremo nemmeno parte dell’attuale tenore di vita, già fortemente compromesso, mentre la nuova generazione è già senza prospettive. Finora non si vede una volontà collettiva intenzionata ad incamminarsi su di un percorso di recupero della sovranità. Se non si tratta di un opportunistico attendere l’evoluzione degli eventi, tipico della mentalità italiana, ma di un’incapacità permanente di reazione della nostra collettività, vedremo il declino dell’Italia come nazione significativa e il suo ritorno allo status di nazione povera.
Non si possono considerare il Movimento 5 stelle o la Lega di Salvini espressione di una volontà sovranista. Non bastano certo le recriminazioni sull’euro a fare del primo un movimento sovranista, anzi il voto favorevole all’abolizione del reato di immigrazione clandestina lo pone decisamente dalla parte dei movimenti non sovranisti. Detto per inciso, il controllo dell’immigrazione di per sé non ha nessuna connotazione razzista, in quanto una popolazione che risiede stabilmente su di un territorio ha tutto il diritto di stabilire chi, come e quanti individui provenienti da altre nazioni accettare sul proprio territorio. Questo diritto è uno degli attributi fondamentali della sovranità.
Per quanto riguarda la Lega, seppure essa ha una connotazione identitaria-comunitaria, un elemento essenziale della sovranità, il fatto che si manifesti in termini localistici, dimostra come ancora una volta italia il fattore identitario finisce per acquisire delle connotazioni patologiche (per usare un concetto previano che definiva nazionalismo e razzismo «patologie del comunitarismo», e tra queste, a mio parere, si può annoverare anche il localismo).
La non perdita di consensi del Pd, nonostante il disastro economico e sociale, è preoccupante, perché tale partito è il principale nemico della sovranità nazionale e tra i principali responsabili del disastro economico in cui versa l’Italia (svendita delle aziende italiane pubbliche e private, intossicazione della vita politica ed economica attraverso un utilizzo distorto della magistratura, favoreggiamento di un’immigrazione finalizzata all’abbassamento del costo del lavoro). Cerchiamo di ricostruire per sommi capi questa degenerazione del principale partito della sinistra: il Pci non è nato come un partito anti-nazionale, Gramsci ne aveva fatto una questione centrale e in merito aveva avanzato analisi importanti e innovative, anche rispetto al dibattito di allora nei partiti comunisti; la lotta dei partigiani comunisti voleva essere anche una lotta di liberazione nazionale, anche se poi alla fine si trattò di scegliere tra due eserciti invasori; il Pci del dopoguerra nel suo simbolo aveva la bandiera italiana insieme alla bandiera rossa. Al crollo del comunismo, la seconda generazione cresciuta nell’insano recinto della «sovranità limitata», una generazione diversa da quella eroica della guerra e della lotta partigiana, invece che con una seria discussione sulla storia del comunismo ottocentesco, reagì con il puro e semplice rinnegamento della propria storia e passò armi e bagagli sul carro statunitense, passaggio che aveva già una sua storia quando Berlinguer guardava con favore all’«ombrello della Nato» e quando l’attuale presidente della repubblica faceva il suo viaggio «culturale» nel 1976 negli Usa, guadagnandosi già da allora il titolo, non conferito ufficialmente, di referente della politica statunitense in Italia. Costoro come rinnegati si sono dimostrati disposti a svendere non solo la storia del loro partito, ma l’intera Italia.
In altri gruppi, quelli che poi confluiranno in Rifondazione Comunista il rinnegamento acquisisce forme più sofisticate, poiché c’erano ancora ampie fasce della popolazione «non integrate nel sistema», non disposte a votare l’allora Pds, tali gruppi per sfruttare elettoralmente questo bacino elettorale conservarono il riferimento al comunismo ma privilegiandone le correnti alternative, in primo luogo il trozksimo, l’antiautoritarismo anarcoide del ’68, ma non è da trascurare l’eredità di Rosa Luxemburg, meno considerata, ma importante per capire l’evoluzione pacifista e l’oblio della questione nazionale da parte di quel che resta del comunismo europeo.
Come ho cercato di mostrare in precedenti interventi (3), Preve si situava controcorrente rispetto a questa deriva nichilistica del comunismo italiano, la «correzione comunitaria del comunismo» da parte di Preve intendeva, tra le altre cose, proprio ristabilire le basi filosofiche per pensare la «questione nazionale». L’opera di Preve, interna alla storia del comunismo, anche quella successiva alla caduta del muro, è uno dei più importanti tentativi di risalire alle radici di questa tara del comunismo. Un contributo teorico che va oltre la situazione contingente italiana.
Diciamolo chiaramente: deriva dallo stesso Marx la mancanza, nel patrimonio teorico delle forze che vengono dal comunismo, di categorie adatte a definire il ruolo che gioca la difesa della sovranità nell’ambito della lotta politica. L’eredità di Marx su questo punto fu nei fatti contraddittoria: «gli operai non hanno patria» scrissero Marx ed Engels nel Manifesto dei Comunisti (4). Ne Il Capitale di Marx non troviamo nessuna categoria che possa aiutarci a definire la questione della sovranità. Coloro che si appellano a Marx nel sostenere la priorità della questione sociale, e la non rilevanza delle questioni nazionali per il «movimento operaio», possono farlo a buon titolo. Paradigmatica fu in tal senso Rosa Luxemburg. Tuttavia non dobbiamo rimproverare Marx per questa unilateralità, ogni grande pensare è «unilaterale», cioè privilegia una sola importante questione da scandagliare a fondo, bisogna biasimare coloro che di Marx hanno fatto un profeta al cui Verbo fare capo per dirimere ogni questione, all’interno degli spesso litigiosissimi partiti comunisti. Inoltre, Marx non era affatto marxista (come disse ironicamente lui stesso), nelle questioni politiche e pratiche riguardanti la politica portata avanti dall’Internazionale teneva conto eccome dei movimenti nazionali. E a tali posizioni, non però supportate da un’elaborazione teorica paragonabile all’analisi della «questione sociale», si rifece Lenin nel dibattito sull’autoderminazione delle nazioni e nell’elaborazione della categoria di imperialismo.
Inoltre, nell’analisi di Marx della «questione sociale» vi era nascosto un illuminante risvolto riguardante la questione dell’«appartenenza» individuato genialmente da Heidegger nella Lettera sull’umanismo:
«La mancanza di patria diviene un destino mondiale. Per questo è necessario pensare questo destino secondo la storia dell’Essere. Ciò che Marx partendo da Hegel ha riconosciuto in un senso essenziale e significativo come l’alienazione dell’uomo, affonda le sue radici nella mancanza di patria dell’uomo moderno. Questa si produce, e ciò in virtù del destino dell’Essere, nella forma della metafisica, che la consolida e nello stesso tempo la occulta, come mancanza di patria. Marx, in quanto esperisce l’alienazione, raggiunge una dimensione essenziale della storia: è perciò che la concezione marxista della storia si pone al di sopra di ogni altro “storiografismo”».
La trasformazione del lavoro in merce, che Marx indicò come la caratteristica essenziale della società dominata da Il Capitale e la principale novità rispetto a precedenti formazioni sociali, è uno spossessamento dell’essere umano, è un tagliare le radici della sua appartenenza alla società e al mondo. L’individuo è libero, non ha nessun obbligo nei confronti della società, né la società ha nessun obbligo nei suoi, se egli riesce a vendere la sua merce, la forza lavoro, riesce a procurarsi i mezzi per vivere, altrimenti è liberissimo di morire di fame. È questo un principio anti-sociale, distruttore di ogni appartenenza, e dei vincoli reali che legano ogni essere umano all’altro essere umano in quanto essere sociale, che riproduce la propria vita socialmente.
Fin quando un determinato sistema sociale capitalistico è in una fase espansiva è possibile ovviare alla natura anti-sociale e distruttiva di mounsier Le Capital, ma il problema ritorna ciclicamente nelle fasi di crisi della riproduzione del sistema capitalistico, come nella Germania di Weimar, nel periodo precedente l’affermazione di Hitler (5) .
Come è possibile sentire di avere una patria quando la società ti taglia fuori con la disoccupazione, oppure ti condanna ad un futuro di miseria e precarietà, nell’impossibilità di costruire una propria famiglia e un proprio ambito sociale? Tuttavia, un secolo e mezzo di storia di dei movimenti anti-capitalistici hanno dimostrato che è fallimentare rispondere a tale negazione della natura sociale e comunitaria dell’essere umano (6), con una negazione contraria che nega l’appartenza dell’individuo a insieme sociali determinati, collegando senza mediazioni l’individuo al genere, l’hegeliana furia del dileguare, la negazione dell’esistenza di determinazioni intermedie, quali la famiglia e la nazione, privilegiando le sole aggregazioni delle classi sociali, ma al fine di farle scomparire, in modo che poi alla fine esista solo l’individuo «liberato» e il genere umano, quello che chiamo l’individualismo-universalismo. Se «gli operai non hanno patria», essi la patria la devono conquistare. Soltanto lottando nella nazione in cui vivono coloro che sono privi di «capitale» possono stabilire nuove regole innanzitutto per ripare agli aspetti più antisociali e antiumani di tale abnorme sistema sociale, e cambiarlo se ci sono le capacità e la possibilità. Negando la dimensione nazionale si finisce nel ribellismo o nei comportamenti devianti che vengono facilmente manipolati per finalità reazionarie, come nel caso quel fenomeno degenerativo, chiamato movimento del ’68, effetto del dilagare dell’universalismo-individualismo.
Nel mondo plasmato dal Capitale, soprattutto le classi popolari hanno bisogno di una patria, chi invece dispone di denaro sufficiente è «a casa» dappertutto, e può per questo fare pure mostra di essere «tollerante», anche se poi avrà stanze d’albergo e compagnia a pagamento, ma non qualcosa che assomiglia ad una relazione sociale autentica.
L’evoluzione del contesto politico globale oggi pone al centro la riconquista della sovranità e bisogna attrezzarsi con le categorie adatte, nonché, ovviamente, con gli altrettanto necessari strumenti politici e militari
La battaglia è appena iniziata, ma il quadro politico acquisisce una maggiore chiarezza, si intravvedono le questioni dirimenti degli anni futuri e tra queste, lo possiamo dire con certezza, vi sarà la difesa della sovranità. Chiunque ritiene questo un obiettivo da perseguire è nostro amico, chi è contro è nostro nemico.
L’irrompere sulla scena della lotta per la difesa della sovranità deriva dalla nuova fase dello scontro in direzione di un mondo multipolare che vede una più netta contrapposizione tra Stati Uniti e Russia e relative manovre dei primi per subordinare i paesi europei alla proprio politica di aggressione alla Russia, una politica contraria agli interessi europei, basti considerare la sola questione energetica. Tali manovre hanno visto la perdita a partire dal governo Monti della residua sovranità limitata dell’Italia. Subordinazione che comporta la deindustrializzazione dell’Italia e la sua integrazione subordinata all’interno della sfera politica statunitense. Le conseguenze della deindustrializzazione vengono patite principalmente dalle classi inferiori e dai ceti medi produttivi.
Per principio, la difesa della sovranità non può essere né di «destra» né di «sinistra», se vogliamo rappresentare con queste categorie fuorvianti, sempre alla moda, le differenze ideologiche, in quanto senza sovranità qualunque sia l’indirizzo politico, economico e sociali delle forze politiche al governo esse dovranno sottostare alle imposizioni di chi detiene la sovranità effettiva. Quindi, chi antepone le differenze ideologiche alla difesa della sovranità è nostro nemico, qualunque sia il suo orientamento ideologico.
La difesa della sovranità è antecedente alle questioni ideologiche, agli indirizzi politici e sociali, ma può avere diverse declinazioni, di «destra» e di «sinistra», ad es. associate alla questione sociale, all’equità sociale (che non coincide con l’eguaglianza) e alla possibilità di un futuro dignitoso per ogni cittadino italiano. (E qui ad un eventuale lettore di «sinistra», scatterà subito una molla: «non ad ogni cittadino italiano, ma ad ogni essere umano». Ed è qui che sta l’errore, siccome la lotta avviene in un contesto determinato, noi lotteremo insieme a coloro che vivono in questo contesto, quello dello Stato dove si stabiliscono le leggi che regolano i rapporti tra i gruppi sociali, chi vive in altri contesti porterà invece avanti le sue lotte per migliorare la società in cui vive).
Non siamo che agli inizi di una era, se la Russia proseguirà nello scontro contro il sistema occidentale dovrà affrontare i problemi interni proponendo nuove soluzioni rispetto a quelle liberal-capitalistiche, perché soltanto con il coinvolgimento popolare potrà affrontare tale scontro (il consenso e l’appoggio popolare è l’unico autentico fattore di superiorità rispetto alla sola superiorità tecnica su cui punta l’Occidente), e tale coinvolgimento lo si realizza percorrendo una via opposta alle economie occidentali che vedono l’esclusione di fasce sempre più ampie di popolazione. Soltanto ridando una patria agli uomini, un contesto in cui la loro vita, il loro agire e patire, abbia un senso e una continuità questi sono disposti a compiere dei sacrifici, fino al massimo sacrificio della vita.
Se la difesa della sovranità nazionale deve unire, ci sono vari modi di intenderla, personalmente ritengo che vada associata al problema anch’esso impellente dell’equità sociale. Molto interessante in questo senso la figura di Pavel Gubarev, leader del nuovo partito Novorossija e della rivolta nel Donbass contro i golpisti di Kiev (7). Dunque. sulla base di quanto detto finora, se ci fossero organizzazioni politiche maggiormente orientate sulla giustizia e l’equità sociale (di «sinistra») appoggerei quelle, in assenza di queste appoggio quelle di «destra» (ribadisco l’utilizzo convenzionale di tali categorie).
Non è un caso che oggi i partiti peggiori in Europa siano di sinistra, la sinistra ha generalmente avuto un orientamento ideologico universalista in Europa, mentre le organizzazioni di «destra» si sono fatte portatrici delle istanze sovranistiche, declinandole però generalmente, nel secolo scorso, in termini nazionalistici, o nella forma estrema del nazionalismo qual è l’ideologia razziale.
Sono errati sia l’universalismo (mondialismo degli Usa) sia il particolarismo (nazionalismo), la scissione tra universale e particolare è una malattia occidentale, la strada giusta è quella che unisce l’universale al particolare, l’interesse nazionale nel contesto di rinnovati rapporti internazionali.
La divaricazione e contrapposizione tra questione nazionale e questione sociale è il risultato del declino dell’Europa come centro mondiale. Da una parte l’ultra-imperialismo razziale nazista come tentativo di ripristinare un’egemonia mondiale che non poteva più appartenere a nessuna nazione europea (data l’entrata in scena di grandi stati continentali come gli Usa, la Russia, la Cina), dall’altra l’universalismo (nella forma di un’universale emancipazione dell’essere umano) che ignora la conflittualità tra i raggruppamenti umani (privilegiando la sola conflittualità all’interno dei raggruppamenti umani ma come preludio alla fine di ogni conflittualità). In un certo senso, non deve sorprendere che in una Germania messa in ginocchio dalle potenze vincitrici della I guerra mondiale, con la gente che moriva letteralmente di fame, dove la soluzione passava soltanto attraverso il rafforzamento dello Stato, mentre, al contrario, il comunismo diventava una forma di pacifismo e anti-militarismo (con Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht), si affermasse il militarismo estremo del nazismo.
Tuttavia il comunismo non si esaurisce in questa variante europea. Esistono due rami del comunismo, uno europeo e uno che diremmo asiatico (il discorso è valido anche per la Cina) che a partire da Lenin ha recuperato la dimensione nazionale (il dibattito sull’«autodeterminazione delle nazioni» che vide contrapposti Lenin e Rosa Luxemburg). Stalin scrisse un’importante opera su Il marxismo e la questione nazionale, che riprendeva l’intenso dibattito del movimento comunista di inizio secolo, che stabiliva dei punti importanti, ma non poteva per vari motivi (Stalin non era un filosofo e in quel periodo nessuno nel movimento comunista avrebbe messo in discussione l’ «autorità» di Marx), andare alla radice dell’errore del movimento comunista su tale questione. È significativo però che nella sua «correzione comunitaria del comunismo», il più rilevante tentativo teorico di andare alla radice del problema, Preve riprende la definizione di Stalin «La nazione è, innanzitutto, una comunità, una determinata comunità di persone». Successivamente, con la guerra patriottica, la difesa della sovranità è diventato un’acquisizione stabile del comunismo russo, come nell’attuale Partito Comunista della Federazione Russa, un partito molto diverso dai partiti comunisti europei (che taluni nostri sinistrati mentali difinirebbero fascista), che ad es. ha posizioni opposte su immigrazione e difesa della famiglia (questioni correlate alla difesa della sovrantià). Non è un caso, a mio parere, che tale partito resti una forza considerevole, anche se ovviamente ha subito tutte le conseguenze del cataclisma costituito dal crollo dell’Unione Sovietica, una forza che ha un futuro, a differenza del ramo europeo del comunismo che a partire da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, e successivamente la corrente del trotzkismo, ha ignorato del tutto la questione nazionale. Tale ramo del comunismo, composto oramai da forze irrilevanti, inglobate pacifismo imperiale statunitense, fa già parte della pattumiera della storia.
Se la cecità relativa alla questione nazionale aveva risvolti tragici nella Luxemburg, nei suoi meschini epigoni come Paolo Ferrero, in quello che abbiamo definito il ramo europeo del comunismo, ne ha invece di comico-grotteschi, trattandosi di movimenti del tutto inglobati nel pacifismo imperiale statunitense, ma i cui rappresentanti vogliono farsi credere «alternativi al sistema» (per cercare di carpire voti da qualche ultimo gonzo che ancora crede loro), il che si produce in uscite sovente puerili e ridicole, come è possibile constatare, qualora si avesse del tempo da perdere, sul profilo facebook del suddetto segretario di Rifondazione Comunista.
C’è da considerare un altro particolare, per quanto egemonica l’area a cui fanno capo personaggi come Ferrero, all’interno dei residuati del comunismo italiano, sono sopravvissuti sparuti gruppi che non hanno rinnegato la storia del comunismo sovietico. Questi gruppi quando è nata Rifondazione facevano capo a Cossutta (considerato all’interno Pci il maggior referente di Mosca, ma comunque un politicante opportunista, vedi ad es. le vicende relativa alla sua partecipazione alla maggioranza di governo duranto l’attacco alla ex-Yugoslavia,o anche il solo fatto che la sua area confluì in Rifondazione insieme a troskisti, settantottini, gruppettari vari ecc.), taluni dei «filo-sovietici» sono confluiti nell’attuale Pdci, ma altri rimasti in Rifondazione. Questi gruppi, ora raccolti intorno alla rivista Marx21 (ex-Ernesto), hanno assunto una posizione condivisibile sulle vicende ucraine, ma mettendo principalmente l’accento sulla questione dell’antifascismo nel tentativo di riportare la battaglia all’interno della contrapposizione destra-sinistra, portando acqua, consapevolmente o meno, al mulino della sinistra, con il rischio che anche questa vicenda favorisca il Pd, il più fedele alleato in Europa della politica statunitense. È difficile, per motivi di schieramenti elettorali, che queste forze, animate da singoli che vivono di politica, decidano di rompere con questa sinistra, per cui da loro non c’è da aspettarsi molto. Fausto Sorini, di per sé una volta capace leader storico di questa area che definirei togliattiana-stalinista, è giunto fino a proporre un ridicolo appello all’Anpi e alle «forze democratiche e anti-fasciste» contro l’«aggressione fascista in Ucraina», quando l’Anpi, ormai fedele strumento atlantico come il Pd, tuttora non ha preso una posizione sull’Ucraina, o in altri casi ha perso apertamente a favore della politica di aggressione statunitense nei confronti della Libia e della Siria. Inoltre, a mio parere, le vicende Ucraine non dimostrano affatto la rivivescenza del fascismo, in quanto i nipotini di Bandera sono oggi puro strumento della politica di aggressione statunitense, utili per la violenza di piazza con cui si è attuato il colpo di stato (e a cui molti di loro erano stati addestrati), ma senza significativo consenso tra la popolazione (pressapoco equivalente a quello di Forza Nuova e Casapound) come ha dimostrato pur anche la pantomima delle recenti «elezioni» in Ucraina . In Ucraina non è in corso un remake delle vicende della seconda guerra mondiale, niente viene dal nulla ed anche quanto è accaduto ha la sua storia, ma quanto si sta verificando non è il grande affrontamento tra nazismo e comunismo (coloro che credono di vedere ciò hanno sbagliato film), siamo oggi in un’altra epoca, l’Unione Sovietica non esiste più e neo-nazisti non sono padroni di uno stato potente come la Germania, ma sono mero strumento della politica statunintense. Gli Usa sono capaci di manipolare qualsiasi ideologia, sia il neo-nazismo, che l’anti-fascismo (vedi Anpi). L’ideologia guida degli Usa non è quella razziale, ma quella dei diritti umani (in realtà ci sono dei rapporti tra queste due ideologie apparentemente opposte, una di «sinistra», l’altra «di destra» ma che vogliono segnare entrambe la superiorità dell’Occidente, tuttavia non è questo il luogo per approfondire tale relazione).
Le forze sovraniste che provengono dalla destra sembrano capaci di maggiore opposizione, ma esse devono superare ogni deriva nazionalista e razzista, in quanto gli Stati Uniti si sconfiggono soltanto soltanto sulla base di una vasta rete di alleanze inter-nazionali. Il superamento di queste patologie della difesa della sovranità, dimostratesi, storicamente, disastrose per la sovranità stessa, è oggi una necessità. A mio parere il Fn ha dimostrato di aver imparato questo lezione storica, seppur sia necessaria la verifica dei fatti, ritengo che si possa ragionevolmente dargli fiducia anche da parte di chi viene dal comunismo e che esso possa essere un alleato nella fondamentale difesa della sovranità nazionale che sarà uno dei compiti principali dei prossimi anni.
In questa intricata matassa di contraddizioni, si intravvede un bandolo, la difesa della sovranità, attraverso cui ricostruire il filo di un nuovo discorso politico. Molto probabilmente dell’eredità del comunismo italiano, di cui non è tutto da buttare, anzi, se ne salverà ben poco in termini di organizzazioni reali (l’eredità maggiore per l’oggi sono due grandi teorici come Preve e La Grassa), è difficile chi gli attuali sparuti gruppi organizzati rompano il rapporto con la sinistra che li ha portati alla quasi estinzione, e che intraprendano un autentico percorso di rinnovamento, e chi, come il sottoscritto, e qualche altro, non rinnega tale eredità, deve affrontare un nuovo inizio, che magari tenga conto dei «piccoli» sconvolgimenti avvenuti dai tempi di Marx ad oggi.
Desta inoltre forte preoccupazione questa Italia di oggi. Se non saprà risollevarsi, a breve, sarà il declino, fino a scivolare molto in giù, il che non sarà certo bello per chi vi è nato, ma dal punto di vista della storia mondiale non sarà che un episodio, la storia continua.





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