Pagina 1 di 4 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 38
  1. #1
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Thread dedicato a Ronald Reagan e a Margheret Thatcher.


    Il paladino della libertà

    di Antonio Polito

    Quando si celebra il centenario della nascita di un uomo, la prima domanda che bisogna farsi è: non è che abbiamo scelto l’oratore sbagliato?
    Lo dico perché io reaganiano non posso proprio definirmi, non foss’altro perché quando Reagan diventò presidente facevo il cronista dell’Unità. Mi scuso quindi dell’intrusione, dovuta alla cortesia dell’Istituto Bruno Leoni e all’affetto di Alberto Mingardi. Però un mio piccolo debito politico verso Reagan posso vantarlo, e di qui a un attimo ve ne parlerò.
    La seconda domanda che bisogna farsi è: quell’uomo di cui stiamo celebrando il centenario conta ancora qualcosa per noi che siamo ancora vivi? Tanto più questo vale per un politico, la cui opera per definizione si brucia nell’arco di un tempo breve. Proprio perché la politica è un’attività così effimera, solo lo sguardo lungo del tempo può permettersi di giudicarne il valore storico, separando il grano dal loglio. Tanto per dire: nel 1982 il Museo delle Cere di Madame Tussauds a Londra lanciò un referendum per decidere chi fosse la persona più odiata di ogni tempo: primo arrivò Hitler, seconda la Thatcher, solo terzo Reagan e quarto Dracula. A parte il fatto che oggi, a giudicare dai botteghini dei cinema, anche Dracula è stato rivalutato, di sicuro è cambiato radicalmente il giudizio su Reagan. Barack Obama per esempio, l’icona mondiale di quelli che dovrebbero ancora odiare Reagan, ci ha tenuto a far sapere che ha passato le ultime vacanze di Natale alle Hawaii leggendo una biografia del suo illustre predecessore, alla cui memoria non manca mai di rivolgere pensieri rispettosi e ammirati.
    Ma la rivalutazione unanime, a destra e a sinistra, della figura di Ronald Reagan non è solo l’ovvio segno che in trent’anni la storia può fare giustizia di sentenze sommarie, e che non bisogna mai dire mai. No, è il riconoscimento di qualcosa di più: e cioè che destra e sinistra, in tutto il mondo, stanno ancora battagliando oggi intorno ai temi e alle idee sollevate dalla rivoluzione politica e culturale lanciata da Reagan e, in Europa, da Margaret Thatcher. Il che fa di lui qualcosa di più di un politico: come minimo l’araldo più o meno consapevole di una nuova epoca, come massimo il suo profeta.
    Quando Reagan conquistò la Casa Bianca, il mondo delle idee era dominato da due grandi forze, il comunismo e il keynesismo. Erano le due idee uscite vincitrici dalla Seconda Guerra mondiale, capaci di imporsi sulla potenza e violenza di Stato della tirannia hitleriana. Eppure la competizione tra quei due sistemi si basava per entrambi sulla forza dello Stato: su quale dei due fosse in grado di usarne meglio i mezzi onnipotenti per far progredire l’economia, la tecnica e il tenore di vita delle popolazioni. E più il mondo diventava complesso, e più l’economia cresceva di dimensioni, e più le società diventavano di massa, e più sembrava inevitabile rinunciare all’utopia dell’autogoverno per affidarsi al Governo, come se la modernità fosse sinonimo di Big Government. Nella campagna del 1964, in un discorso nel Rhode Island, Lyndon Johnson dette una definizione semplice ma perfetta delle ambizioni dello Stato nella sua politica della Great Society: «Noi siamo in favore di un sacco di cose, e contrari a pochissime». In quel momento, secondo un sondaggio Gallup, il 70% degli americani dichiarava fiducia nella capacità del governo federale di fare un sacco di cose.
    E lì arriva Reagan, proprio nel 1964, nel suo celebre discorso, da allora noto semplicemente come «The Speech», a sostegno della campagna elettorale di Goldwater, ad annunciare che «lo Stato non è la soluzione del problema, ma il problema». In realtà nel 1964 non furono proprio queste le parole (usate invece nel discorso di insediamento del 1981). Allora la disse così: «Nella storia umana, nessuna nazione ha mai retto una tassazione che avesse raggiunto un terzo del reddito nazionale». Comincia da lì un terremoto politico che porterà a una trasformazione di portata storica. Alla fine della presidenza Reagan, nel 1989, entrambe le forze che avevano dominato la battaglia delle idee dalla fine della guerra in poi, il comunismo e il keynesismo, erano uscite di scena.
    Chi è interessato al Reagan storico, e cioè al governante e a ciò che effettivamente fece al governo, può qui discutere quanto di questo risultato epocale debba essere attribuito alle sue politiche e quanto invece allo spirito del tempo. L’incidenza delle due presidenze Reagan sulla spesa pubblica, per esempio, non fu poi così rivoluzionaria. Ma a me, che conservatore non sono e che dunque sono giunto tardi ad ammirare Reagan più per la sua ideologia che per la sua pratica, del Reagan storico interessa fino a un certo punto. A me, e credo a tutti noi se siamo qui a celebrarne il centenario, interessa il profeta, il fondatore di un credo politico, e soprattutto interessano le idee e i valori su cui era basato.
    Da questo punto di vista, nel decennio che va dal 1979, ascesa di Margaret Thatcher, al 1989, caduta del Muro di Berlino, la nuova destra guidata da Reagan incarna senza ombra di dubbio la rivincita del valore della libertà e segnala la crisi del valore dell’uguaglianza. Per questo è del tutto futile tentare di dividere il Reagan vincitore della Guerra Fredda, cui ormai si inchinano tutti anche a sinistra, dal Reagan della politica economica. Reagan considerava lo statalismo come un continuum tra Est e Ovest, come ha scritto il suo biografo Steven Hayward. Diceva: «C’è una minaccia che viene posta alla libertà degli uomini dall’enorme potere dello Stato moderno. La storia ci insegna i pericoli di un governo che oltrepassa i limiti, del controllo politico che prende la precedenza sulla libertà economica, di una polizia segreta, di una stolta burocrazia, tutte cose che combinate insieme soffocano l’eccellenza individuale e la libertà personale». Frase in cui si mescolano, proprio perché per lui hanno la stessa radice, la burocrazia delle società occidentali e il dispotismo di quelle orientali sotto il tallone del comunismo.
    È per questo che il decennio degli anni ’80 si conclude non solo con la sconfitta del socialismo reale, ma anche con la crisi definitiva del socialismo democratico, basato sull’idea che in nome dell’eguaglianza fosse possibile e desiderabile spogliare l’individuo di una parte delle sue libertà per delegarle allo Stato e alla sua visibilissima mano livellatrice. Sotto le macerie del Muro di Berlino resta intrappolata anche la socialdemocrazia, e più in generale l’utopia egualitaria che viene da Rousseau, basata sull’idea che «la Natura ha fatto l’uomo buono e onesto, ma la società l’ha depravato e reso miserabile», ragion per cui tutto diventa lecito al fine di riportarlo, anche contro la sua volontà e a dispetto della sua ignoranza, al punto di eguaglianza primordiale. Da allora l’egualitarismo, e il suo corollario politico che è la promessa di usare la leva fiscale per realizzarlo, non ha mai più vinto le elezioni in Occidente, e anzi la sinistra ha ricominciato a vincerle solo dove e quando ha accettato l’idea che la libertà genera ineguaglianza, e che compito della società e dello Stato è di garantire a tutti basi di partenza per quanto possibile uguali, affinché tutti possano raggiungere punti di arrivo differenti in base a quanto talento, a quanto impegno, a quanto sacrificio, a quanto rischio ci metteranno.
    Il paladino della libertà: questo è il Reagan che conta ancora oggi per noi, anche per quelli come me che non sono conservatori, ma si ritengono progressisti, e che riconoscono nella predicazione e nei successi di Reagan le basi di ciò che diventerà la sinistra liberale nel decennio dopo di lui, quando prima Clinton negli Usa e poi Blair in Europa daranno vita a una nuova sinistra di cui si può discutere tutto, tranne il fatto che aveva appreso la lezione e che lasciò pressoché intatti quei fondamentali di libertà economica che da Reagan in poi hanno consentito uno straordinario incremento della ricchezza globale, che tra le altre cose – molto importante per un progressista – ha fatto uscire dalla miseria e dallo squallore centinaia di milioni di esseri umani.
    «La rinuncia al keynesismo in Occidente e il collasso del comunismo sovietico – ha scritto Tony Giddens – furono provocati entrambi dagli stessi trend: l’intensificarsi della globalizzazione, il sorgere di un sistema di informazione globale, il ridursi delle attività manifatturiere, moltiplicati dall’emergere di nuove forme di individualismo e di potere del consumatore. Questi non sono cambiamenti che vanno e vengono; il loro impatto continua fino ai nostri giorni». E, per l’essenziale, mi permetto di aggiungere, questo scenario non mi sembra sia stato cambiato nemmeno dalla crisi del 2007; per questo non possono convincere le tesi di chi giudica questa crisi come l’esito nefasto della modernizzazione dei Trent’anni cominciata con Reagan, e che tentano di approfittarne per tornare a prima, a più Stato e meno mercato. Invece ciò che abbiamo davanti agli occhi, anche nella crisi del debito pubblico del nostro sfortunato paese, che non ha conosciuto né Reagan né Clinton, né Thatcher né Blair, in cui la pressione fiscale non supera un terzo del reddito nazionale, ma la metà, in cui l’alternanza ha accumulato per emulazione obbrobri invece che riforme, anche la nostra crisi ci dice piuttosto il contrario, sembra anzi quasi una conferma di quanto Reagan pensava. E cioè che lo Stato è come un neonato: «Un canale alimentare con un grande appetito da una parte e nessun senso di responsabilità dall’altra». Il che, detto nel bel mezzo di una cena, non è il massimo, e me ne scuso. Però è vero.

    Ultima modifica di FalcoConservatore; 05-01-12 alle 09:59

  2. #2
    Tutto fa brodo
    Data Registrazione
    06 Jun 2011
    Messaggi
    3,709
     Likes dati
    1,811
     Like avuti
    765
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Bellissimo articolo. E grande Reagan, ovviamente hefico:
    Forza Italia per la Libertà!


  3. #3
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Quando la Thatcher vinse la crisi dell'Occidente

    di Leonardo Maisano

    «Sink it». La esse sibila fra le labbra appena dischiuse, il capo, di profilo, resta immobile, gli occhi si stringono, quasi volessero incoraggiare quell'ordine accompagnando i siluri. Nel pronunciare il comando - «Affondatelo» - rivolto al Gabinetto di guerra e diretto a spazzare via l'incrociatore argentino General Belgrano, Meryl Streep completa la mutazione in Margaret Thatcher.
    La somiglianza diviene, nel passaggio chiave della guerra delle Falklands, identificazione totale.
    Nel film tanta intensità sarà eguagliata, e forse superata, solo dalla scena dell'attacco portato anni dopo dalla signora contro chi cospirava ai suoi danni. Veemente crepuscolo di una stagione politica senza uguali.
    Il film è The Iron Lady, biografia della Signora di Ferro, diretto da Phyllida Lloyd e largamente sorretto dalle forti spalle di Meryl Streep. Uscirà a Londra il 6 gennaio, in Italia a fine mese. Ieri lo abbiamo visto in anteprima assoluta, nel mezzo di una congiuntura che ci ripropone, trent'anni dopo, i corsi storici di allora. Margaret Thatcher arrivò al potere nel mezzo di una crisi economica che aveva ridotto Londra in ginocchio. Gli scioperi costringevano i ministri del governo al lavoro sincopato da black out elettrici, le strade erano coperte di immondizia che non veniva raccolta, le miniere resistevano alla figlia di un droghiere di Grantham decisa a chiuderle per manifesta incongruenza economica.
    Da non molto, Londra, aveva subito l'umiliazione degli aiuti del Fondo monetario e sbandava fra disoccupazione record, rinnovata offensiva del terrorismo nordirlandese, stoica resistenza di Unions impermeabili al cambiamento. La crisi di oggi non ha, forse con l'eccezione greca, l'intensità sociale di allora. Eppure il film ferma, come di raro ci è accaduto di vedere, la straordinaria discontinuità che Margaret Thatcher realizzò in Gran Bretagna. Ruppe le logiche consociative, spazzò via gli automatismi dell'abitudine, costrinse a pensare con categorie sconosciute.
    Phyllida Lloyd indugia sul genere più che sull'ideologia. Fu una donna, cioè, più che una politica neo-con (neo rispetto al conservatorismo di allora) a determinare quel cambiamento, nell'interpretazione che la regista vuole dare della sua opera. Tanto che quell'urlo della signora premier ai membri del Gabinetto di governo - «Non mi parlate di battaglie è tutta la vita che combatto» - pare l'assolo di una signora contro consorterie in pantaloni. È possibile, ma non ci era parso il tratto più evidente dell'avventura di Margaret Thatcher. Tanta insistenza sull'incontestabile machismo della politica britannica aiuta, comunque, a distaccarsi da ogni valutazione di parte. The Iron Lady si vanta di non essere film politico e, in effetti, l'incongruente operazione di raccontare il più potente protagonista della politica britannica, da Churchill in poi, senza esprimere un voto ideologico, è riuscita molto bene. La pellicola non sposa le tesi della Signora di Ferro, la racconta attraverso artifici abilmente congegnati.
    Emancipazione della donna, educazione famigliare, vita di coppia, senilità. È dalla vecchiaia che comincia tutto e qui la rappresentazione è cronaca stringente. Margaret Thatcher, dal 2003 quando morì l'amato marito Denis, è affetta da crescenti amnesie, forme di demenza non troppo diverse da quelle che portarono alla morte il suo più grande alleato, Ronald Reagan. La pellicola muove da questa condizione dell'ex premier per raccontare in flashback punteggiati dai dialoghi con Denis, morto per tutti eccetto che per lei, l'epica di una vita. Un Re Lear con borsetta è stato detto ed è stato scritto. La dimensione è shakespeariana. Lo è perché «talvolta è sconcertante rendersi conto di quanto grande possa essere una vita», come ha commentato Meryl Streep nel chiosare l'esistenza di Margaret Thatcher.
    Lo è per l'universalità di dinamiche che, mutate appena appena, si ripropongono nei decenni. Oggi in Europa come allora in Gran Bretagna, infatti, si assiste alla difficoltà della politica nel gestire la crisi dell'economia. Oggi in Europa, a differenza di allora in Gran Bretagna, non si vede emergere un leader controverso, ma capace di interrompere il corso della tradizione inaugurando, nel rigido rispetto della liturgia democratica, una stagione nuova capace di ridare all'individuo fiducia nel cambiamento. Questo è stata la lezione di Margaret Thatcher.
    http://www.intopic.it/notizia/3398526/




    Il Parlamento inglese s’infiamma per il biopic sulla Thatcher
    di Naman Ramachandran
    The Iron Lady, biopic su Margaret Thatcher della britannica Phyllida Lloyd, ha diviso nettamente la critica sin dalla prima proiezione, che ha preceduto la stagione dei premi. Il film sembra inoltre destinato a scatenare una vera tempesta politica nel Regno Unito.
    Un parlamentare del partito dei Conservatori ha richiesto una discussione alla Camera dei Comuni prima dell’uscita di sala del 5 gennaio. La Thatcher, conservatrice, è stata il Primo Ministro donna in un paese diviso fra due principali partiti: Conservatori e Liberal-Democratici.
    Il parlamentare conservatore George Wilson ha lanciato violente bordate contro il film, definito “invadente e scorretto” e ha richiesto un dibattito parlamentare sul tema del “rispetto, delle buone maniere e del buon gusto”.
    “Mi domando come mai i registi abbiano voluto scavare in maniera così pesante nella malattia mentale, la demenza senile, della Baronessa Thatcher, che ha avuto un ruolo così importante della politica del suo paese e del mondo. E mi pongo domande anche sull’umanità dei registi, che sottilmente denigrano una persona che è stata un grande Primo Ministro”, ha aggiunto Wilson, che ha chiesto inoltre a Lloyd e alla sceneggiatrice Abi Morgan come mai non sono stati scelti ad esempio i primi anni della formazione dell’ex-Primo Ministro. Il Leader della Camera dei Comuni, Sir George Young, si è detto d’accordo sull’apertura di un dibattito, dati i “punti di vista conflittuali” sul film.
    Margaret Thatcher ha intanto dichiarato di non voler vedere il film.
    Il Parlamento inglese s

    Regno Unito, I Thatcher rifiutano invito a vedere film 'The Iron Lady'
    La famiglia di Margaret Thatcher ha rifiutato l'invito a una proiezione privata del nuovo film sulla vita dell'ex primo ministro britannico, 'The Iron Lady' interpretata da Meryl Streep.
    "Sono stati i primi a essere invitati a vedere la pellicola appena terminata", ha detto la regista Phyllida Lloyd, poco prima della prima europea del film a Londra, "Non hanno accettato il nostro invito", ha aggiunto Lloyd alla Bbc, spiegando che gran parte della pellicola si basa sull'autobiografia scritta dalla figlia, Carol, della 'dama di ferro'.
    Il film ha fatto discutere perche' affronta la demenza della 86enne Thatcher, una malattia che l'ha costretta a ritirarsi dalla vita pubblica.
    Regno Unito, I Thatcher rifiutano invito a vedere film 'The Iron Lady'

    Ultima modifica di FalcoConservatore; 06-01-12 alle 19:45

  4. #4
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Usa-Urss: la fine di un'epoca

    di Stefano Magni

    La Guerra Fredda non finì da sola.
    Fu vinta.
    Il vincitore ha un nome e un cognome: Ronald Reagan.
    Spesso si ricorda il suo impegno nel sostenere la guerriglia
    anti-sovietica in Nicaragua, in Afghanistan, in Angola e
    nel Sud-Est asiatico.
    Quelle azioni furono fondamentali per logorare i fianchi
    dell'Unione Sovietica.
    Ancor più nota è la politica denominata Sdi (Strategic
    defence iniziative): l'annuncio della costruzione di uno scudo
    stellare per fermare i missili balistici sovietici, che poi non fu
    realizzato, ma che servì a terrorizzare i Sovietici e a svuotare
    le loro risorse militari nel tentativo di trovare delle contromisure
    impossibili.



    Meno nota fu la strategia che portò direttamente al disfacimento
    dell'Unione Sovietica e che prende il nome da tre direttive
    fondamentali, firmate da Reagan dal marzo 1982 al gennaio 1983.
    La Nsdd 32 (National security decision directive) fu approvata
    da Reagan nel marzo del 1982: prescriveva, senza mezzi termini,
    l'autorizzazione di qualsiasi azione coperta necessaria a "neutralizzare"
    l'influenza dell'Unione Sovietica nell'Europa Orientale.
    La Nsdd 66, stilata da Roger Robinson, del Consiglio nazionale
    per la difesa e approvata dal presidente nel novembre del 1982,
    dava inizio a una guerra economica segreta contro l'Unione
    Sovietica, mirante a scardinare la triade strategica su cui si reggeva
    il già fragile sistema economico comunista: gas naturale, tecnologia
    e crediti finanziari dall'Occidente.
    La Nsdd 75, stilata dallo storico Richard Pipes, prevedeva
    di "contrattaccare" il sistema comunista ovunque fosse possibile,
    sfruttando ogni opportunità, al fine di "cambiare il sistema sovietico".
    Quest'ultima direttiva riassumeva il senso delle precedenti tre:
    gli Stati Uniti non potevano accettare la coesistenza con un sistema
    totalitario e in piena espansione.
    E' da notare, infatti, che qualsiasi concessione, qualsiasi politica
    di accordo e di pacificazione, precedentemente promossa
    da Eisenhower, da Nixon, o da Carter, era stata sfruttata
    ad arte dai sovietici per espandere la loro influenza nel mondo.
    Richard Pipes conosceva molto bene i sovietici. Sapeva che
    fin dai tempi di Lenin la loro dottrina rigettava la diplomazia
    tradizionale, prevedeva il rispetto degli accordi solo per prendere
    tempo, finché fossero risultati utili all'espansione della rivoluzione
    nel mondo, obiettivo che è sempre stato il cardine della politica
    estera e militare di Mosca dal 1918.
    In Europa, Reagan puntò da subito al ventre molle del sistema
    sovietico: la Polonia.
    Sostenne da subito il movimento di Solidarnosc, che prima era
    un grande sindacato riformatore e fu poi costretto dalla repressione
    sovietica a diventare un movimento clandestino anti-comunista.







    Reagan promosse ogni forma di assistenza: dalla vendita di T-shirt
    per il finanziamento volontario del sindacato al materiale per
    costruire stamperie clandestine, dalla tecnologia per comunicazioni
    segrete, all'assistenza diretta dell'intelligence...
    La guerra economica dichiarata all'Unione Sovietica fu dura
    fin da subito, anche prima che venisse approvata la Nsdd 66.
    Dopo l'instaurazione in Polonia del regime militare filo-sovietico
    del generale Jaruzelski, gli Stati Uniti imposero sanzioni all'Urss
    su tutti i prodotti di alta tecnologia.
    Richard Perle, che allora era un membro influente dell'amministrazione,
    aveva iniziato dal 1981 a girare per le capitali europee minacciando
    ritorsioni per chi avesse venduto alta tecnologia a Mosca.
    Con le buone maniere diplomatiche non furono ottenuti risultati:
    ai Paesi europei occidentali importava acquistare gas dall'Unione
    Sovietica e per questo era nel loro interesse vendere a Mosca
    le tecnologie sufficienti a completare i lavori del gasdotto siberiano.
    Il Consiglio per la sicurezza nazionale, allora, decise di passare
    alle maniere forti: il 18 giugno 1982 si estesero le sanzioni
    a tutte le aziende europee che agivano su licenza statunitense.
    Gli europei colpiti reagirono con durezza, ma i sovietici
    si ritrovarono all'improvviso privi di gran parte della tecnologia
    utile alla costruzione del gasdotto siberiano.
    Si intestardirono nel progetto, per motivi di orgoglio e dovettero
    moltiplicare gli sforzi per sostituire la tecnologia importata con
    quella locale, distraendo gran parte delle risorse finanziare e materiali
    impiegate altrimenti per grandi progetti infrastrutturali: un dispendio
    di energie che l'Urss non poteva permettersi.
    Negli anni successivi, la guerra economica contro l'Unione Sovietica,
    assunse un volto anche più duro. La sezione S&T (scienza e tecnologia)
    del Kgb era solita rubare progetti nelle aziende e nelle università
    statunitense ed europee. Gli americani pensarono bene di lasciare
    loro una gran quantità di progetti finti: vere e proprie bombe
    ad orologeria tecnologiche, quali turbine che dopo alcuni mesi
    cessavano di funzionare o creavano ulteriori danni, materiale
    industriale che cascava a pezzi dopo una prima usura, ecc.
    I servizi segreti statunitensi impiegarono con molta cautela questa
    strategia. Nell'ambiente tecnologico i progetti circolano fra accademie
    e aziende e molti di questi sabotaggi rischiavano di tornare indietro
    e creare danni negli stessi Stati Uniti. Ma alla fine, ciò che diede
    il colpo di grazia all'economia sovietica, fu l'accordo con l'Arabia
    Saudita. William Casey, direttore della Cia, provvide
    a tessere pazientemente le relazioni con Re Fahd e la famiglia
    saudita.
    Alla fine i sauditi, che erano sempre rimasti anti-sovietici,
    gli unici non condiscendenti alla linea di Mosca in tutta
    la regione, risposero come Washington voleva: abbassarono
    drasticamente il prezzo del petrolio.
    L'Unione Sovietica si ritrovò, all'improvviso, a non essere
    più competitiva. Fu un colpo durissimo per l'economia
    sovietica, da cui non si riprese mai più fino al suo collasso.


    Reagan-Wojtyla: la Storia vera

    di Franco Oliva

    Ronald Reagan e Giovanni Paolo II: non è la prima volta
    che, in termini più o meno appropriati, il nome di un Papa
    e di uno statista vengono accoppiati nell'iconografia mediatica
    o addirittura nell'immaginario popolare. Ma è sicuramente
    la prima volta che l'operazione viene effettuata con solide
    giustificazioni storiche e per eventi concreti di grandissima portata.
    A differenza, per esempio, di quanto era già successo
    per John F. Kennedy e Giovanni XXIII, che la propaganda
    "pacifista" aveva eletto a punto di riferimento di una coesistenza
    tra Occidente e blocco sovietico per un breve triennio
    all'inizio degli anni Sessanta. Allora si trattò di una operazione
    propagandistica da parte di chi voleva legittimare, magari
    cristallizzandola, la "guerra fredda" e l'ordine oppressivo di Yalta,
    e quindi la divisione dell'Europa con una cortina di ferro, che
    con muri e filo spinato teneva isolati, imprigionati e staccati
    dalla loro storia metà dei cittadini del continente.
    Reagan e Wojtyla sono stati gli indiscutibili protagonisti
    dei "mirabili anni Ottanta", culminati, grazie anche e soprattutto
    al loro ruolo, con il crollo e lo sbriciolamento dell'impero sovietico,
    uno dei due mostruosi moloch totalitari del Ventesimo secolo.
    Con una considerazione che esalta la grandezza della loro azione:
    per sconfiggere il nazismo sono state immolate milioni di vite
    umane, di civili e di militari, di donne e uomini, di giovani e anziani.
    Infinitamente meno cruenta è stata la battaglia per battere
    il comunismo sovietico.
    Basta un pò di memoria storica per ricordare la terribile minaccia
    che Mosca, direttamente con l'invasione dell'Afghanistan
    o indirettamente con il supporto ai guerriglieri e ai terroristi
    di tutti i continenti, esercitava alla fine degli anni Settanta.
    Decidere di affrontarlo a viso aperto sul suo stesso territorio
    (la Polonia, colonia sovietica) e sui suoi stessi temi forti
    (i missili e gli armamenti) non era un'impresa di poco conto
    e, soprattutto, non era una sfida che poteva essere accettata
    e affrontata da personaggi di scarsa levatura e di poco coraggio.
    Per fortuna, a volte la storia segue i suoi imperscrutabili disegni
    e crea le circostanze, o le "coincidenze", giuste che rendono
    possibile l'impossibile.
    Ecco allora comparire sulla scena, a poca distanza l'uno dall'altro,
    due personaggi inediti. Per alcuni aspetti - in primo luogo per
    formazione e spessore culturale - sono quanto di più diverso
    si possa immaginare.
    Per altri, sono sorprendentemente simili: grandi comunicatori,
    ex attori, sportivi, fermi sostenitori delle proprie idee e convinzioni,
    bestie nere della sinistra mondiale.
    Presto sono accomunati da una drammatica esperienza:
    a distanza di un mese e mezzo, nel 1981, sono vittime di
    attentati che solo per miracolo non sortiscono effetti mortali.





    Ma soprattutto, come analizza bene George Weigel nella sua
    preziosa biografia di Giovanni Paolo II, "Testimone della speranza",
    il Papa e il Presidente condividevano alcune convinzioni:
    . entrambi credevano che il comunismo fosse un male morale,
    e non solo un sistema economico sbagliato
    . entrambi avevamo fiducia nella capacità degli individui liberi
    di sfidare il comunismo
    . entrambi erano convinti che la lotta al comunismo potesse
    sfociare in una vittoria, e non semplicemente in un compromesso
    . entrambi avvertivano la drammaticità della storia del tardo
    Novecento, e credevano che un messaggio di verità potesse
    rompere l'equilibrio statico e fasullo del comunismo e scuotere
    la gente dal suo acquiescente stato di soggezione.
    Era quindi normale che tra i due si stabilisse una giusta "chimica"
    e che l'azione dell'uno influenzasse e rafforzasse l'impegno dell'altro.
    Ci sono testimonianze sul fatto che Reagan, quando era candidato
    alla presidenza, fosse rimasto profondamente toccato da un servizio
    televisivo sulla messa celebrata da Giovanni Paolo II a Varsavia,
    il 2 giugno 1979, in occasione della sua prima, trionfale, storica
    visita al suo Paese da Pontefice.



    Ed è certo che Wojtyla aveva compreso appieno il significato
    dell'anatema lanciato da Reagan contro l'"impero del male" sovietico,
    avendone sperimentato direttamente per più di 30 anni la perversità
    e l'inumanità.



    Il presidente Reagan nutriva una grandissima ammirazione
    per il Pontefice e dispose affinché egli fosse tenuto costantemente
    e pienamente al corrente delle informazioni raccolte dai servizi
    segreti americani sull'Europa centro-orientale.
    Reagan compì un altro passo storico importante stabilendo piene
    relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e il Vaticano: il 10 gennaio
    del 1984, William Wilson diveniva il primo ambasciatore degli Stati
    Uniti presso la Santa Sede.
    Avvenimento, ebbe a dire Reagan, che correggeva finalmente
    un'anomalia della storia. Due decenni prima, nel 1963, il predecessore
    John F. Kennedy, primo presidente americano di fede cattolica,
    si era rifiutato di farlo per codardia politica, e forse per un calcolo
    elettoralistico...



    Negli otto anni durante i quali hanno occupato insieme il proscenio
    internazionale ci sono stati tanti altri segni di attenzione reciproca.
    Ma Giovanni Paolo II, che definì Reagan un "buon presidente",
    mantenne sempre la propria libertà di analisi e di azione: la Chiesa
    non era legata ai piani politici di nessuno Stato. Giovanni Paolo II
    e Ronald Reagan erano entrambi impegnati nella liberazione di quelle
    che la loro generazione chiamava le "nazioni prigioniere", e seguivano
    strade diverse per raggiungere lo stesso scopo.
    Ronald Reagan e Karol Wojtyla - evidenzia l'ambasciatore Usa
    presso il Vaticano, Jim Nicholson, nel suo recente volume
    "Usa e Santa Sede, la lunga strada" - "ritenevano che se avessero
    potuto collaborare per far crollare il regime comunista in Polonia,
    il resto dell'Europa dell'Est avrebbe potuto seguire la stessa sorte.
    Secondo l'ex consigliere nazionale alla sicurezza William Clark,
    Reagan e Giovanni Paolo II condivisero un'unità di intenti
    spirituali e un'unità di vedute sull'impero sovietico: diritto
    e giustizia avrebbero infine trionfato nel piano divino".
    Le polemiche, le accuse, le calunnie, gli attacchi con i quali
    sono stati bersagliati, in buona o cattiva fede, nel corso della
    loro azione, non hanno lasciato traccia.
    La Storia ha dato loro ragione e li ha premiati con una tale
    ampiezza di consenso, simpatia e affetto, che ha spiazzato
    e imbarazzato anche i loro più indefessi detrattori.


    Wojtyla e Reagan, ovvero la forza della parola e quella della spada

    Tra Reagan e Karol Wojtyla un feeling di nome libertà
    Luigi Geninazzi


    «Il mio sogno è che nessuno, in questo Paese, debba mai più soffrire
    per aver pronunciato una dolce, cara parola: libertà».
    Era l'estate del 1988 quando Ronald Reagan, in visita a Mosca,
    s'incontrò coi dissidenti sovietici all'ambasciata americana.
    La sua voce, calda e profonda, risuonò nella capitale di quel
    che aveva definito "l'impero del male" commuovendo fino
    alle lacrime chi lo ascoltava e suscitando la reazione stizzita
    del Cremlino. Il presidente americano era quasi alla fine del suo
    lungo soggiorno alla Casa Bianca mentre Gorbaciov era agli inizi
    della sua travagliata perestrojka.
    Ma l'America aveva ormai lanciato il suo guanto di sfida
    alla super-potenza comunista. Quel viaggio di Reagan a Mosca,
    che ebbi la fortuna di seguire, mi è parso subito come la continuazione
    politica del viaggio compiuto da Giovanni Paolo II in Polonia nel 1979.
    Papa Wojtyla e Reagan, ovvero la forza della parola e quella della spada.
    La prima scuote le coscienze e mobilita milioni di persone.
    La seconda è brandita e minacciata, ma non sarà poi usata.
    C'era dell'autentica genialità nel bluff dello scudo stellare, un'arma
    impossibile da realizzare ma in grado di turbare i sonni del nemico.
    A differenza di tanti leaders occidentali Reagan era convinto
    che la lotta contro l'Urss potesse sfociare in una vittoria,
    e non in un semplice compromesso.
    E come Papa Wojtyla riteneva che il comunismo non fosse solo
    un sistema sbagliato, ma anche e soprattutto un male morale.
    Sono loro i protagonisti - assai diversi - di quel decennio incredibile
    che era iniziato con Solidarnosc nel 1980 (l'anno della prima vittoria
    eletttorale di Reagan) e si concluderà con la caduta del muro di Berlino
    nel 1989.



    «Ha cambiato la vita di milioni persone, specialmente in Europa,
    portando libertà e democrazia», è il ricordo che Giovanni Paolo II
    fece davanti al presidente Bush, pregandolo di trasmettere i suoi auguri
    alla moglie dell'ex presidente, allora gravemente ammalato.
    C'era un feeling speciale tra loro due.
    Nel 1979, mentre si trovava in campagna elettorale, Ronald Reagan
    vide un reportage televisivo sulla visita del Papa a Varsavia che
    lo colpì profondamente.
    Divenuto presidente si rese subito conto che il Vaticano, al contrario
    della famosa battuta di Stalin poteva contare su molte divisioni
    per far breccia nell'impero comunista.
    [Stalin, ai tempi della conferenza di Yalta, chiedeva con ironia:
    "Quante divisioni ha il Papa?"
    Anni dopo, appresa la notizia della morte di Stalin, Pio XII disse:
    "Ora egli vede le mie legioni....".
    Alcuni anni dopo Papa Giovanni Paolo II ha svolto
    un ruolo essenziale nel crollo del comunismo in Polonia,
    e, poi, con effetto domino, di tutti i regimi comunisti
    dell'Est europeo....]
    La sua ammirazione per il Papa polacco era immensa,
    ricambiata dalla stima di Giovanni Paolo II.
    Li accomunavano alcuni tratti.
    Entrambi sono stati attori e sportivi, divenuti "Grandi Comunicatori"
    dall'eloquio affascinante.
    Entrambi hanno subìto un attentato, a poche settimane l'uno dall'altro,
    nella primavera del 1981.
    Come il proiettile che rischiò di uccidere il Papa anche quello
    che colpì Reagan era passato a pochi centimetri dall'aorta.
    Gli anni Ottanta videro una straordinaria convergenza
    tra Santa Sede e Casa Bianca nei confronti del comunismo.
    Si trattò di una convergenza di fatto e non di "un'alleanza segreta".
    C'erano interessi comuni ma ovviamente le strategie erano diverse.
    L'obiettivo, questo sì, era lo stesso: che «nessuno dovesse mai più
    soffrire in nome di una parola dolce e cara, libertà».
    Di tutti i politici solo lui, l'ex attore giunto alla Casa Bianca,
    ha saputo pronunciarla con grande effetto sul palcoscenico del mondo.
    (Avvenire) Wojtyla e Reagan, ovvero la forza della parola e quella della spada - Totus tuus network







    Ultima modifica di FalcoConservatore; 15-01-12 alle 21:12

  5. #5
    Conservatorismo e Libertà
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    17,354
     Likes dati
    159
     Like avuti
    515
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    L'eredità politica di Margaret Thatcher
    Di fronte alla crisi che cosa avrebbe fatto la Lady di ferro?




    "In politica, se vuoi che qualcosa venga detto chiedi a un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna." - Margaret Thatcher

    “Iron Lady” è il nome del nuovo film nel quale Meryl Streep fa la parte di Margaret Thatcher. Di per sé, già il titolo dà la misura dell’impatto della persona ritratta. Aiuta a capire come, in tempi duri come i nostri, tanto il suo personaggio quanto la sua eredità suscitino addirittura più interesse di quanto non ne abbia fatto nel proprio periodo di auge sul finire del XX secolo.
    Prima di tutto, analizziamo il termine “Lady”. La Sig.ra Thatcher fu la prima e unica donna che abbia mai guidato un tra i maggiori partiti britannici, dato che rimane vero ancora oggi. Fu la prima donna a ricoprire il ruolo di primo ministro nel mondo anglofono e quello più longevo sul piano politico di entrambi i sessi dal suffragio universale.
    All’anno 2011 (l’articolo è stato pubblicato lo scorso 17 Dicembre 2011, ndt) solo un importante paese occidentale – la Germania – è guidato da una donna. Per quanto notevoli siano le doti dell’attuale cancelliera Angela Merkel, a onor del vero è molto improbabile che a distanza di vent’anni dal suo ritiro dalla politica possa essere oggetto di un film maggiore. La Thatcher è stata, di fatto, l’unica e sola donna. Questo status di unica ancora oggi affascina.
    Questa Lady fu per la prima volta chiama Iron Lady, la Lady di Ferro non certo dai propri ammiratori, bensì dai suoi nemici. Dopo essere diventata leader dei Conservatori britannici nel 1975, la Thatcher aprì una nuovo e controverso fronte nella Guerra Fredda con l’Unione Sovietica. Mise in discussione l’allora popolare idea di “deténte”, distensione. Il comunismo sovietico, sosteneva la Thatcher, non può essere conciliato. Doveva essere rovesciato – rimettendo in sesto la forza militare difensiva della Nato e dando voce alla resistenza dei repressi nel blocco sovietico, promettendo loro la promessa della libertà occidentale.
    Non molti leader europei le davano ragione in Occidente all’epoca, ad eccezione di Ronald Reagan, all’epoca solo un ex-governatore con il sogno di correre per diventare presidente. Dopo che la Thatcher ebbe dato un paio di energici discorsi, il quotidiano dell’Armata Rossa “Stella Rossa” la cristallizzò come “The Iron Lady”, la Lady di ferro. Così facendo, il giornale sovietico operava un paragone satirico con Otto Von Bismark, il “Cancelliere di ferro” della Germania del XIX° secolo, dando di lei un’immagine rigida e severa.
    Ma Margaret Thatcher subito vide nell’insulto un’opportunità. Non esiste niente di meglio che essere temuta dai propri avversari. “Iron”, ferro significa forte. Per una donna essere subito attaccata in questo modo significava che aveva fatto pieno ingresso, prima ancora di essere divenuta primo ministro, sul palco della politica mondiale. Così indosso il suo più elegante abito da sera (rosso) e fece un discorso nel quale accoglieva in suo nome titolo. Dal quel momento in poi - e lo sarebbe rimasta – era la ‘Iron Lady’, Lady di ferro.
    Dopo undici anni al potere, la Thatcher lasciò il suo potere contro la sua volontà (e senza sconfitta elettorale) nel Novembre del 1990, vittima di un colpo di mano da parte dei membri del suo partito. Dopo di che, per un po’ di tempo, la sua reputazione si eclissò parzialmente. La caduta del muro di Berlino riscattò la sua politica contro il comunismo, ma allo stesso tempo la fece sembrare obsoleta. Benché le sue politiche economiche, finanziarie e sindacali prepararono il campo al boom sul finire del XX° secolo e l’inizio del XXI° secolo, il suo stile era ormai finito.

    Fine della prima puntata. Continua…
    Tratto dal Wall Street Journal del 17 Dicembre 2011
    Traduzione di E.F.

    Di fronte alla crisi che cosa avrebbe fatto la Lady di ferro? | l'Occidentale

  6. #6
    Conservatorismo e Libertà
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    17,354
     Likes dati
    159
     Like avuti
    515
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Dopo tutto Margaret Thatcher aveva ragione sulla fragilità dell'euro





    “Le mie politiche non si basano su qualche teoria economica, ma poggiano su cose sulle quali io e milioni di altre persone come me siamo stati cresciuti: un’onesta giornata di lavoro per un’onesta paga giornaliera; non vivere al di là dei tuoi mezzi; fatti un gruzzolo per i giorni di pioggia; paga i tuoi debiti per tempo; sostieni la polizia”.

    Margaret Thatcher, 1981


    “Benefici senza fatica” (ndt. Gain without pain), fu il tema ricorrente di politici come Bill Clinton e Tony Blair. Quando per la prima volta Blair arrivò al potere in Gran Bretagna nel 1997, il suo slogan principe era “Le cose possono solo andare meglio”. L’ottimismo fu a sua volta parte integrante del messaggio politico di Margaret Thatcher, ma con un taglio più rigorista.
    Il primo ministro conservatore era convinta che i benefici fossero la ricompensa di fatica. Niente può essere fatto senza sforzo personale. Le dure verità devono essere spiegate, i draghi uccisi. La sua era la politica del “o questo, o quello”. Come ha fatto notare Peter Mandelson, il capo degli strateghi di Blair - amava ripeterlo - la loro era invece quella del “entrambi/e”.
    Sin dal 2007, quando la crisi del credito iniziò a stagliarsi minacciosa all'orizzonte, stava diventando chiaro che il “entrambi/e” stava per andare a carte quarantotto come politica in tutto l'Occidente. I valori, lo stile, la leadership della Lady di ferro, d’un tratto tornarono a brillare, ancora una volta. Le persone volevano che i propri leader facessero i conti con i problemi piuttosto che trascurarli e metterli da parte. Insomma iniziarono a volere un po’ di ferro.
    Sin dal 2010, mentre il problema del debito gradualmente si spostava dagli individui alle banche d'interi paesi, una delle battaglie solitarie di Margaret Thatcher – il suo tentativo sul finire degli anni ’80 di fermare l’integrazione del suo paese nella Comunità Europea (la quale poi si è appiccicata il grandioso titolo di Unione Europea), tardivamente ritrovò il rispetto.
    L’euro fu costruito contro la sua volontà e introdotto dopo che ebbe lasciato la scena. Diciassette dei 27 membri dell’UE sono parte della zona euro. Oggi alcuni di essi – principalmente la Grecia – sono con il sedere a terra, e molti paesi nell'euro sono sotto minaccia di un abbassamento dei propri rating bancari.
    La scorsa settimana (il saggio è stato pubblicato dal WSJ lo scorso 17 Dicembre 2011 e quindi il riferimento è al noto Consiglio europeo dell’8-9 Dicembre 2011, quello del 'gran diniego' britannico, ndt.), i leader dell’UE si sono di nuovo incontrati (a contar bene, si sono incontrati ormai per ben 17 volte) nel tentativo di salvare l’intero sistema.
    Pare proprio, volendo giudicare in base alla reazione dei mercati, che abbiano fallito ancora una volta. Se ci si ferma ad ascoltare, si può quasi udire i toni ben modulati della Lady di ferro che dalla quinte dice “ve lo avevo detto”. Cosa disse la Thatchere? In sostanza, le opinioni di Margaret Thatcher quanto alla relazione tra denaro e politica sono semplici – i suoi critici direbbero riduttive.
    Nel 1949, da nubile di soli 23 anni, Margaret Roberts fu scelta come candidata al parlamento dei Conservatori per la prima volta. In un'occasione di quella campagna elettorale la Lady di Ferro ebbe a dire: “Durante gli anni della guerra c’era uno slogan “Tutto dipende da me”. La gente sembra averlo dimenticato e ora pensa che tutto dipenda invece da altre persone”. “Non lasciatevi intimorire dai paroloni degli economisti e dei ministri del governo - continuò - ma pensate alla politica al vostro livello di vita domestica.”
    Non si fece mai intimorire e non si è mai allontanata veramente da queste dottrine. Ebbero grande eco negli anni ’70 del secolo scorso, quando l’inflazione e l’eccessiva spesa a debito del governo era divenuta la norma. Effettivamente , vinsero le elezioni politiche del 1979. Sostenne che in una casa – e in particolare la donna che manda avanti il focolare con il proprio budget settimanale – sa che non si può spendere più di quel che guadagni e che si deve “mettere via per i giorni di pioggia”.
    La stessa mitica massaia, asseriva la sig.ra Thatcher, sa anche che se non fai fronte a queste necessità, non si può essere certi che qualcun altro lo faccia per te. Vivere al di là dei propri mezzi porta alla dipendenza invece che all’indipendenza, e la dipendenza conduce al degrado.
    Fine della seconda puntata. Continua…

    Dopo tutto Margaret Thatcher aveva ragione sulla fragilità dell'euro | l'Occidentale
    Per aspera ad astra

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    14 Aug 2010
    Messaggi
    30
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Bellissimi articoli. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno in Italia di leader di Destra come loro.

  8. #8
    AUT CONSILIO AUT ENSE
    Data Registrazione
    30 Oct 2009
    Località
    Granducato di Toscana
    Messaggi
    154,470
     Likes dati
    24,559
     Like avuti
    49,856
    Mentioned
    2997 Post(s)
    Tagged
    77 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    Quando la Thatcher vinse la crisi dell'Occidente

    di Leonardo Maisano

    «Sink it». La esse sibila fra le labbra appena dischiuse, il capo, di profilo, resta immobile, gli occhi si stringono, quasi volessero incoraggiare quell'ordine accompagnando i siluri. Nel pronunciare il comando - «Affondatelo» - rivolto al Gabinetto di guerra e diretto a spazzare via l'incrociatore argentino General Belgrano, Meryl Streep completa la mutazione in Margaret Thatcher.
    La somiglianza diviene, nel passaggio chiave della guerra delle Falklands, identificazione totale.
    Nel film tanta intensità sarà eguagliata, e forse superata, solo dalla scena dell'attacco portato anni dopo dalla signora contro chi cospirava ai suoi danni. Veemente crepuscolo di una stagione politica senza uguali.
    Il film è The Iron Lady, biografia della Signora di Ferro, diretto da Phyllida Lloyd e largamente sorretto dalle forti spalle di Meryl Streep. Uscirà a Londra il 6 gennaio, in Italia a fine mese. Ieri lo abbiamo visto in anteprima assoluta, nel mezzo di una congiuntura che ci ripropone, trent'anni dopo, i corsi storici di allora. Margaret Thatcher arrivò al potere nel mezzo di una crisi economica che aveva ridotto Londra in ginocchio. Gli scioperi costringevano i ministri del governo al lavoro sincopato da black out elettrici, le strade erano coperte di immondizia che non veniva raccolta, le miniere resistevano alla figlia di un droghiere di Grantham decisa a chiuderle per manifesta incongruenza economica.
    Da non molto, Londra, aveva subito l'umiliazione degli aiuti del Fondo monetario e sbandava fra disoccupazione record, rinnovata offensiva del terrorismo nordirlandese, stoica resistenza di Unions impermeabili al cambiamento. La crisi di oggi non ha, forse con l'eccezione greca, l'intensità sociale di allora. Eppure il film ferma, come di raro ci è accaduto di vedere, la straordinaria discontinuità che Margaret Thatcher realizzò in Gran Bretagna. Ruppe le logiche consociative, spazzò via gli automatismi dell'abitudine, costrinse a pensare con categorie sconosciute.
    Phyllida Lloyd indugia sul genere più che sull'ideologia. Fu una donna, cioè, più che una politica neo-con (neo rispetto al conservatorismo di allora) a determinare quel cambiamento, nell'interpretazione che la regista vuole dare della sua opera. Tanto che quell'urlo della signora premier ai membri del Gabinetto di governo - «Non mi parlate di battaglie è tutta la vita che combatto» - pare l'assolo di una signora contro consorterie in pantaloni. È possibile, ma non ci era parso il tratto più evidente dell'avventura di Margaret Thatcher. Tanta insistenza sull'incontestabile machismo della politica britannica aiuta, comunque, a distaccarsi da ogni valutazione di parte. The Iron Lady si vanta di non essere film politico e, in effetti, l'incongruente operazione di raccontare il più potente protagonista della politica britannica, da Churchill in poi, senza esprimere un voto ideologico, è riuscita molto bene. La pellicola non sposa le tesi della Signora di Ferro, la racconta attraverso artifici abilmente congegnati.
    Emancipazione della donna, educazione famigliare, vita di coppia, senilità. È dalla vecchiaia che comincia tutto e qui la rappresentazione è cronaca stringente. Margaret Thatcher, dal 2003 quando morì l'amato marito Denis, è affetta da crescenti amnesie, forme di demenza non troppo diverse da quelle che portarono alla morte il suo più grande alleato, Ronald Reagan. La pellicola muove da questa condizione dell'ex premier per raccontare in flashback punteggiati dai dialoghi con Denis, morto per tutti eccetto che per lei, l'epica di una vita. Un Re Lear con borsetta è stato detto ed è stato scritto. La dimensione è shakespeariana. Lo è perché «talvolta è sconcertante rendersi conto di quanto grande possa essere una vita», come ha commentato Meryl Streep nel chiosare l'esistenza di Margaret Thatcher.
    Lo è per l'universalità di dinamiche che, mutate appena appena, si ripropongono nei decenni. Oggi in Europa come allora in Gran Bretagna, infatti, si assiste alla difficoltà della politica nel gestire la crisi dell'economia. Oggi in Europa, a differenza di allora in Gran Bretagna, non si vede emergere un leader controverso, ma capace di interrompere il corso della tradizione inaugurando, nel rigido rispetto della liturgia democratica, una stagione nuova capace di ridare all'individuo fiducia nel cambiamento. Questo è stata la lezione di Margaret Thatcher.
    http://www.intopic.it/notizia/3398526/




    Il Parlamento inglese s’infiamma per il biopic sulla Thatcher
    di Naman Ramachandran
    The Iron Lady, biopic su Margaret Thatcher della britannica Phyllida Lloyd, ha diviso nettamente la critica sin dalla prima proiezione, che ha preceduto la stagione dei premi. Il film sembra inoltre destinato a scatenare una vera tempesta politica nel Regno Unito.
    Un parlamentare del partito dei Conservatori ha richiesto una discussione alla Camera dei Comuni prima dell’uscita di sala del 5 gennaio. La Thatcher, conservatrice, è stata il Primo Ministro donna in un paese diviso fra due principali partiti: Conservatori e Liberal-Democratici.
    Il parlamentare conservatore George Wilson ha lanciato violente bordate contro il film, definito “invadente e scorretto” e ha richiesto un dibattito parlamentare sul tema del “rispetto, delle buone maniere e del buon gusto”.
    “Mi domando come mai i registi abbiano voluto scavare in maniera così pesante nella malattia mentale, la demenza senile, della Baronessa Thatcher, che ha avuto un ruolo così importante della politica del suo paese e del mondo. E mi pongo domande anche sull’umanità dei registi, che sottilmente denigrano una persona che è stata un grande Primo Ministro”, ha aggiunto Wilson, che ha chiesto inoltre a Lloyd e alla sceneggiatrice Abi Morgan come mai non sono stati scelti ad esempio i primi anni della formazione dell’ex-Primo Ministro. Il Leader della Camera dei Comuni, Sir George Young, si è detto d’accordo sull’apertura di un dibattito, dati i “punti di vista conflittuali” sul film.
    Margaret Thatcher ha intanto dichiarato di non voler vedere il film.
    Il Parlamento inglese s

    Regno Unito, I Thatcher rifiutano invito a vedere film 'The Iron Lady'
    La famiglia di Margaret Thatcher ha rifiutato l'invito a una proiezione privata del nuovo film sulla vita dell'ex primo ministro britannico, 'The Iron Lady' interpretata da Meryl Streep.
    "Sono stati i primi a essere invitati a vedere la pellicola appena terminata", ha detto la regista Phyllida Lloyd, poco prima della prima europea del film a Londra, "Non hanno accettato il nostro invito", ha aggiunto Lloyd alla Bbc, spiegando che gran parte della pellicola si basa sull'autobiografia scritta dalla figlia, Carol, della 'dama di ferro'.
    Il film ha fatto discutere perche' affronta la demenza della 86enne Thatcher, una malattia che l'ha costretta a ritirarsi dalla vita pubblica.
    Regno Unito, I Thatcher rifiutano invito a vedere film 'The Iron Lady'

    Riguardo alla scelta di mettere in luce il declino invece dell'ascesa, mi pare tristemente semplice:fa' piu' fico, in un film che aspiri al successo.
    Purtroppo.
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


    IL DISPUTATOR CORTESE

    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  9. #9
    AUT CONSILIO AUT ENSE
    Data Registrazione
    30 Oct 2009
    Località
    Granducato di Toscana
    Messaggi
    154,470
     Likes dati
    24,559
     Like avuti
    49,856
    Mentioned
    2997 Post(s)
    Tagged
    77 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Mi chiedo poi sinceramente che cosa avrebbe dovuto fare la signora Tatcher secondo i suoi denigratori nella situazione in cui la immobilizza il film. Affondare il Belgrano era necessario per motivi militari e politici.
    E un avvertimento chiaro era stato dato in tal senso.
    « Nell'annunciare l'instaurazione di una Zona di Interdizione Marittima intorno alle isole Falkland, il Governo di Sua Maestà ha reso chiaro che questa misura è stata presa senza pregiudizio al diritto del Regno Unito di intraprendere qualunque misura aggiuntiva si rendesse necessaria per esercitare il suo diritto all'autodifesa, come previsto dall'Articolo 51 dello statuto delle Nazioni Unite. Di conseguenza il Governo di Sua Maestà desidera ora rendere chiaro che ogni manovra di avvicinamento da parte di navi da guerra argentine, inclusi sottomarini, navi ausiliarie o aerei militari, che possano costituire una minaccia alla missione delle forze britanniche nel Sud Atlantico, incontreranno una risposta appropriata. Tutti gli aerei argentini, inclusi aerei civili impegnati nella sorveglianza di forze britanniche, saranno considerati ostili e passibili di essere trattati di conseguenza. »
    Era importante far capire all'Ârgentina che il Regno Unito avrebbe fatto di tutto per recuperare le Falkand.
    Come poi avvenne.

    La Lady di Ferro ebbe poi modo di commentare amaramente.
    «Penso che solo in Gran Bretagna un primo ministro possa essere accusato di aver affondato un vascello nemico che era un pericolo per la nostra marina, quando la mia principale motivazione era stata di proteggere i nostri ragazzi della marina».
    Ultima modifica di occidentale; 21-01-12 alle 22:07
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


    IL DISPUTATOR CORTESE

    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  10. #10
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Figli di tanto padre
    di Luca Bocci
    Per chi, come il sottoscritto, è nato negli anni '70, Ronald Wilson Reagan non sarà mai "solo" il 40° presidente degli Stati Uniti d'America, colui che, senza sparare un solo colpo, ha fatto crollare quel blocco sovietico che, armato fino ai denti di armi nucleari, teneva l'intero Occidente a venti minuti dall'apocalisse da almeno vent'anni. Ronald Reagan è e rimarrà sempre il padre spirituale e politico di chiunque non si sia fatto contagiare dalla melassa del pensiero unico sinistro e continua a sognare un futuro migliore, più libero, dove ad ogni individuo sia concesso sognare di avere successo senza subire l'inquisizione fiscale o la riprovazione collettivista di chi pretende di campare alle spalle degli altri.
    Ronald Reagan, indissolubilmente legato alla madre spirituale e politica di tutti i ragazzi degli anni '80, la monumentale Margaret Thatcher, rappresenta l'Alfa e l'Omega dell'universo conservatore nel quale siamo tutti cresciuti. Il suo volto sereno, il suo sorriso smagliante, da attore consumato, la sua retorica chiara, pulita, efficace, diretta, che poi avremmo scoperto essere opera di gente del calibro di Ann Althouse, tutto ci riporta a quei giorni gloriosi, nei quali tutto sembrava veramente possibile, lontani mille miglia dall'opprimente cappa di pessimismo cosmico che aveva inglobato l'Occidente nei disgraziatissimi anni '70. Per noi, che stavamo appena uscendo dall'infanzia, Ronald Reagan e Margaret Thatcher erano semplicemente papà e mamma, le due uniche figure di riferimento in un panorama affollato di pigmei, grigi burocrati, tecnocrati dai capelli lunghi e grisaglie semoventi dorotee.
    Se mamma Maggie è sempre stata l'incarnazione dell'Inghilterra churchilliana, una sorta di Marianna guerriera che saliva sui carri armati con tanto di vezzoso foulard



    e si presentava ai meeting internazionali con borsette e vestiti lontani anni luce dagli stilemi dell'epoca, tutti fatti di tailleurs dalle spalline enormi, papà Reagan era la presenza rassicurante, colui che, guidato da chissà quale illuminazione divina, sembrava saper sempre distinguere tra giusto e sbagliato. La sua visione del mondo era tanto distante dal grigiore dominante nella satolla Europa continentale.
    Niente sfumature, niente equivalenze morali.
    C'era il bianco ed il nero.
    C'era la "shining city on the hill" da una parte e l'Impero del Male dall'altra.
    Papà Ronnie era l'uomo-uomo, il John Wayne della politica



    colui che sulla scrivania aveva una targa con scritte quattro lapidarie parole che indicava ogni qual volta un collaboratore accampava ragioni su ragioni per distoglierlo da quegli obiettivi che si era posto. Le parole sono incise a fuoco nell'anima di molti di noi. It CAN be done. Si può fare.
    Basta con le menate assurde, i sofismi da azzeccagarbugli. Se è giusto in teoria, lo è anche in pratica. Trova il modo e fallo. Semplice, chiaro, diretto al punto, proprio come papà Ronnie.
    Ronald Reagan è e sarà per sempre legato a filo triplo alla nostra adolescenza, a quegli anni formidabili che videro rifiorire lo spirito e l'anima dell'Occidente, assestando la mazzata finale all'incubo fatto sistema che opprimeva senza pietà centinaia di milioni di individui oltre la Cortina di Ferro.
    Ecco perché, quando pensiamo a Ronald Wilson Reagan, siamo pronti a perdonargli quasi tutto. Perché papà Ronnie non era perfetto. Scoprirlo mentre crescevamo è stato quantomai doloroso, ma fa parte di quel faticoso cammino di maturazione che molti, specialmente a sinistra, si rifiutano ostinatamente di intraprendere. Ad esempio Reagan realizzò la ricetta di Barry Goldwater, ma solo a metà: tagliò le tasse ma lasciò invariata la spesa, producendo un buco di bilancio.
    Allora il nostro affetto nei confronti di questo ex-democratico, che si è fatto le ossa politicamente come sindacalista, è solo dovuto alla nostalgia per anni certo più felici, nei quali pensavamo tutti di avere di fronte un futuro splendido, dai toni e dai colori hollywoodiani?
    Non proprio. Ronald Wilson Reagan ci ha insegnato molto di più di quanto molti di noi non vogliano ammettere. È a lui e alla sua fede incrollabile nell'individuo e nell'America che dobbiamo l'orientamento primigenio di quella bussola morale interiore che guida le azioni di molti di noi. È a lui e al suo contagioso entusiasmo, all'ottimismo che sembrava superare qualsiasi razionalizzazione accademica che dobbiamo la tenacia e quel "can-do spirit" che anima molti di noi giorno dopo giorno, aiutandoci a tirare avanti. È a lui e alle sue fulminanti battute che dobbiamo quell'amore sconfinato per l'America che solo lui sembrava in grado di mostrarci per quella che è sempre stata.
    Mi piace pensare che, come si dice in inglese, ognuno di noi si muove nel mondo della politica e del lavoro in piedi sulle spalle di giganti. Certo è solo una figura retorica, ma sapere che, quando avrò un momento di debolezza, potrò sempre attingere allo spirito indomito ed ispirarmi alla rettitudine morale granitica del Gipper, riesce quasi sempre a rincuorarmi. Ecco perché, anche a tanti anni di distanza, sono orgoglioso di definirmi figlio politico e spirituale di Ronald Wilson Reagan. Proprio come in quel lontano 28 gennaio del 1986, papà Ronnie sarà sempre al nostro fianco, pronto a dirci che, qualunque sia la tragedia che ci colpirà, "nothing ends here; our hopes and our journeys continue".
    Ronald Wilson Reagan ci ha onorato vivendo una vita esemplare. Non lo dimenticheremo mai, come non dimenticheremo l'ultima volta che l'abbiamo visto, sul prato della Casa Bianca, con l'amata Nancy a fianco, che salutava tutti salendo sul Marines One, mentre si preparava per il lungo calvario che l'avrebbe portato a sfuggire ai vincoli terreni per andare a toccare finalmente il volto di Dio. A noi l'onere e la responsabilità di onorare la sua memoria e dimostrare coi fatti che il suo cammino terreno continuerà ancora a lungo a dare frutti copiosi.

 

 
Pagina 1 di 4 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 22-12-10, 16:26
  2. L'O.R. paladino della c.d. Shoah?
    Di Augustinus nel forum Tradizionalismo
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 03-10-10, 23:33
  3. Risposte: 57
    Ultimo Messaggio: 08-07-07, 10:19
  4. il colmo...... Casini paladino della questione morale
    Di anton nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 08-01-06, 13:33
  5. Cofferati,sceriffo e paladino della "legalità"
    Di blob21 nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 13
    Ultimo Messaggio: 13-10-05, 22:02

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito