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Discussione: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

  1. #51
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Una bella poesia, che definirei pagana!

    La morte, di Sant'Agostino d'Ippona
    Da questa poesia traspare un uomo di grande profondità e coraggio, forse fatto santo suo malgrado. Da queste parole si comprende appieno il suo motto:
    Figlio della scuola di Alessandria per cui un neoplatonico fagocitato dal cristianesimo opportunista!
    una delle frasi più celebri di sant'Agostino: “Ama e fai ciò che vuoi” simile al motto di Aleister Crowley: "Fai ciò che vuoi, sarà tutta la tua legge. Amore, amore sotto la volontà"


    LA MORTE NON È NIENTE

    La morte non è niente.
    Sono solamente passato dall'altra parte:
    è come fossi nascosto nella stanza accanto.
    Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
    Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
    Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
    parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
    Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste.
    Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
    di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
    quando eravamo insieme.
    Prega, sorridi, pensami!
    Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
    pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.
    La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
    è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza.
    Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
    Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
    Rassicurati, va tutto bene.
    Ritroverai il mio cuore,
    ne ritroverai la tenerezza purificata.
    Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
    il tuo sorriso è la mia pace.
    -Sant'Agostino-
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  2. #52
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Citazione Originariamente Scritto da sideros Visualizza Messaggio
    L'effige del dio Fanes scolpita sotto un arco della Libreria Marciana di Piazza San Marco a Venezia.

    Quando nella notte di Natale tanti cantano “Tu scendi dalle stelle”, commossi dal racconto cristiano del bambino che nasce in una grotta per dare speranza all’umanità, dimenticano che molte altre culture, sparse su questo pianeta e molto più antiche del cristianesimo parlano di dei scesi dal cielo ad insegnare agli uomini conoscenza, libertà e amore.
    L'effige del dio Fanes scolpita sotto un arco della Libreria Marciana di Piazza San Marco a Venezia
    Scese dal cielo Fetonte vicino al Roc Mahol, in un passato lontanissimo rimasto vivo nel ricordo degli antichi druidi, scese dal cielo Toth, il dio egizio della sapienza, scese dal cielo Ga’an, su Dzil Nchaa Si An, la montagna sacra degli Apache, scese dal cielo Nyambé, su Ngog Lituba, la montagna sacra del Camerun…
    Gli dei scesi dal cielo sono stati spesso confinati in leggende volutamente dimenticate, stravolte o mistificate. È successo a Fetonte che nelle versioni successive del mito divenne il presuntuoso figlio del Sole che cadde sulla Terra dopo aver bruciato intere foreste, è successo a Toth relegato tra gli stravaganti dei egizi dalla testa di animale, è successo a Ga’an e Nyambé le cui montagne sacre sono state profanate perché non riconosciute luoghi sacri dal Vaticano.
    Nel complesso pantheon degli dei pagani, Fanete è meno noto di altri, meno rappresentato, meno presente nei miti vari che raccontano le storie degli immortali e del loro legame con gli uomini. Fanete rimane un po’ a sé, un po’ misterioso, giovane, alato, contornato dai dodici Segni, avvolto da un serpente.
    Attualmente possiamo vedere la sua effige a Venezia, scolpita sotto un arco della Libreria Marciana di Piazza San Marco, nel lato verso il campanile, a Modena su una formella di marmo nella Galleria Estense, a Padova, dipinta nell’ingresso dell’Odeon di Alvise Cornaro, a Milano nel Museo archeologico, raffigurata sulla Patera di Parabiago, un antico piatto di bronzo…
    Spesso, nella mitologia, Fanete si confonde o si fonde con altre figure mitiche: Aion il dio del Tempo, Eros, il primo nato, dio della natura e poi dell’amore, Mitra altro dio luminoso.
    Come spesso accade nelle leggende e nei miti antichi, figure e racconti si sovrappongono o si mescolano fino a rendere difficile decifrare gli avvenimenti a cui si riferiscono, i personaggi e i significati.Chi può essere Fanete? A ben guardare questa figura inserita in una ruota forata viene da collegarla al mitico Fetonte, il dio disceso dal cielo sul suo carro dorato, che regalò agli uomini conoscenza e li aiutò a vivere in armonia e libertà. Le antiche leggende druidiche associano Fetonte alla figura del drago-serpente e se guardiamo l’immagine di Fanete ecco che lo vediamo rappresentato con un serpente che lo avvolge nelle sue spire. E il racconto druidico prosegue narrando del cromlech che Fetonte avrebbe fatto costruire dai suoi assistenti di metallo dorato, costituito di dodici pietre erette, dodici come i Segni dello Zodiaco che stanno intorno a Fanete. Fetonte, quando decise che per lui era tempo di andare, lasciò in dono ai suoi discepoli una ruota d’oro in cui era racchiusa tutta la sua conoscenza e Fanete viene rappresentato dentro un cerchio.
    E ancora il racconto delle gesta di Fetonte è strettamente connesso al mito del Graal, al quale conferirebbe una dimensione storica, e guarda caso ai piedi di Fanete vediamo una coppa.
    Nomi diversi si riferiscono allo stesso personaggio e allo stesso evento lontano: qualcuno o qualcosa scese su questo pianeta e la sua venuta ebbe un’importanza così determinante da essere ricordata ancora oggi. Qualcuno o qualcosa scese dalle stelle lontane a cui anche noi siamo indissolubilmente legati….






    1

    Pubblicato da luigi pellini a 0
    Un dio orfico
    Siamo socialisti, ma socialisti nazionali...una terza posizione. Juan Domingo Perón
    [Il] sentimento fondamentale che mi domina (...) è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia. Eva Perón, "La razòn de mi vida"

  3. #53
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Assomiglia ad Aion dio legato al mitraismo, ma anche Zevian legato alle divinità di Alessandria d'Egitto nell'età tolemaica chiamato anche Evo.....

  4. #54
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Primi del '200. A Castelfiorentino, chiusa in una cella, santa Verdiana compie la sua missione: sfama due orridi serpenti che ogni giorno le fanno visita. Presto quelle due serpi diventano l'attributo della sua santità: quando una di loro viene uccisa, Verdiana intuisce la sua prossima fine. ..
    Dietro la devozione per Verdiana, si cela il profilo della dea romana Igea: la nutrice dei serpenti. Secoli prima che Verdiana nascesse, il mondo antico adorava la Madre per i frutti che Lei dispensava. E adorava i serpenti annidati nella terra, liberi di strisciare nei suoi templi.




  5. #55
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Quando invochiamo la Santa Vergine o i santi, quando riceviamo l'unzione, quando accendiamo i nostri ceri sull'altare del vero Dio non saremmo altro che dei rozzi adoratori della Pallas Athena, della Magna Mater, di Iuppiter Optimus Maximus?"In un saggio originale scritto ai primi del '900, Pierre Saintes indaga l'evoluzione del culto degli dèi pagani nell'odierno culto dei santi cristiani. Da Giano custode delle chiavi a San Pietro. Da Mercurio il messaggero alato all'Arcangelo Gabriele. Da Ercole a San Giovanni Battista….


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  6. #56
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Citazione Originariamente Scritto da sideros Visualizza Messaggio
    Una bella poesia, che definirei pagana!

    La morte, di Sant'Agostino d'Ippona
    Da questa poesia traspare un uomo di grande profondità e coraggio, forse fatto santo suo malgrado. Da queste parole si comprende appieno il suo motto:
    Figlio della scuola di Alessandria per cui un neoplatonico fagocitato dal cristianesimo opportunista!
    una delle frasi più celebri di sant'Agostino: “Ama e fai ciò che vuoi” simile al motto di Aleister Crowley: "Fai ciò che vuoi, sarà tutta la tua legge. Amore, amore sotto la volontà"


    LA MORTE NON È NIENTE

    La morte non è niente.
    Sono solamente passato dall'altra parte:
    è come fossi nascosto nella stanza accanto.
    Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
    Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
    Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
    parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
    Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste.
    Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
    di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
    quando eravamo insieme.
    Prega, sorridi, pensami!
    Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
    pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.
    La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
    è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza.
    Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
    Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
    Rassicurati, va tutto bene.
    Ritroverai il mio cuore,
    ne ritroverai la tenerezza purificata.
    Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
    il tuo sorriso è la mia pace.
    -Sant'Agostino- Henry Scott Holland
    RASSERENA L'UMANITA' INTERA
    Sant'Agostino ovviamente c'entra assai poco con questa riflessione sulla morte che suona un po' troppo moderna per i tempi in cui è vissuto il vescovo di Ippona.
    E' invece tratta da un famoso sermone funebre di Henry Scott Holland, (1847 – 1918) teologo e scrittore britannico, canonico della Christ Church e Regius Professor of Divinity presso l’Università di Oxford. (https://it.wikipedia.org/wiki/Henry_Scott_Holland)
    Mentre era nella Cattedrale di Saint Paul, Holland pronunciò un sermone nel maggio 1910, dopo la morte del re Edoardo VII, intitolato "Death, the King of Terrors" in cui esplora le risposte naturali, ma apparentemente contraddittorie alla morte: la paura dell'inspiegabile e la fede nella continuità. È da quel sermone che è tratto il suo scritto più noto, "Death is nothing at all", "La Morte non è niente"..
    L'unica attinenza di questo sermone con Sant'Agostino si trova forse nella sua lettera 263 a Sàpida (https://www.augustinus.it/italiano/l..._272_testo.htm), in cui consola la vergine Sàpida per la morte del suo amato fratello, ma con argomenti assai poco pagani, anzi... (" Se dunque hai provato dolore, ormai deve bastare e non devi rattristarti alla maniera dei pagani che non hanno speranza").

  7. #57
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Citazione Originariamente Scritto da trash Visualizza Messaggio
    Sant'Agostino ovviamente c'entra assai poco con questa riflessione sulla morte che suona un po' troppo moderna per i tempi in cui è vissuto il vescovo di Ippona.
    E' invece tratta da un famoso sermone funebre di Henry Scott Holland, (1847 – 1918) teologo e scrittore britannico, canonico della Christ Church e Regius Professor of Divinity presso l’Università di Oxford. (https://it.wikipedia.org/wiki/Henry_Scott_Holland)
    Mentre era nella Cattedrale di Saint Paul, Holland pronunciò un sermone nel maggio 1910, dopo la morte del re Edoardo VII, intitolato "Death, the King of Terrors" in cui esplora le risposte naturali, ma apparentemente contraddittorie alla morte: la paura dell'inspiegabile e la fede nella continuità. È da quel sermone che è tratto il suo scritto più noto, "Death is nothing at all", "La Morte non è niente"..
    L'unica attinenza di questo sermone con Sant'Agostino si trova forse nella sua lettera 263 a Sàpida (https://www.augustinus.it/italiano/l..._272_testo.htm), in cui consola la vergine Sàpida per la morte del suo amato fratello, ma con argomenti assai poco pagani, anzi... (" Se dunque hai provato dolore, ormai deve bastare e non devi rattristarti alla maniera dei pagani che non hanno speranza").
    Ama e fai ciò che vuoi- la frase cosa ti dice?

  8. #58
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    Il sacro destino di Roma. Un discorso del Card. Eugenio Pacelli





    a cura di Giuliano Zoroddu
    Il 21 aprile del 753 a.C., secondo la versione di Varrone, Romolo fondava Roma. Quest’anno il cosiddetto Natale di Roma coincide con la Solennità della Pasqua e ci piace, data la coincidenza, meditare sul mistero della elezione che la Provvidenza fece nei confronti di Roma. Perché celebrare la gloria di Roma non è certo prerogativa di gruppuscoli nostalgici di paganesimi antichi e moderni, dalle idee alquanto confuse, ma è dei cattolici che in quanto cattolici sono romani. Fondata materialmente otto secoli prima, il vero natale dell’Urbe si ebbe quanto, sotto il principato di Claudio, san Pietro vi impiantò il Vangelo del Cristo Risorto, dal quale sarebbe discesa la sua vera gloria quella di essere veramente “capitale del mondo” (Tito Livio) in quanto “discepola della verità” (S. Leone Magno) e veramente eterna in quanto eternata dalla Chiesa Romana, nella quale l’impero romano “si mutò da temporale in spirituale” (S. Tommaso). Roma è una parola di mistero, come un mistero è il destino di Roma, città eterna, non tanto per i secoli che vanta del passato, come per quelli che aspetta dell’avvenire. Essa è città, che profonda il piede nelle zolle pagane del Tevere e nei sacri meandri delle catacombe, e leva e nasconde il capo fra le stelle, per chinarlo innanzi al trono di Dio. Se, come scrisse il suo più grande storico, il velo delle favole poetiche ne copre le origini, si perdona all’antichità che, mescolando le cose umane con le divine, abbia voluto render più augusti i primordi della città. Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis primordia, urbium augustiora faciat (Livio, Ab Urbe condita libri, Praefatio). Ma la Provvidenza, che governa il mondo e, cambiando a tempo i regni di gente in gente e da uno in altro sangue, umilia ed esalta gli uomini e le nazioni, ordinò e preparò il popolo e la città di Roma per un fine che supera il naturale accorgimento, e, occultamente operando, vi indirizza le inconsce intenzioni delle lotte e delle vittorie umane (Dante, Conv., IV, 5). Roma, destinata ad essere capitale del mondo e sede centrale della religione che adora debitamente Dio, ottiene per lunghi secoli, pur attraverso disastri che non ne domano l’ardire e le speranze, per il valore guerriero e le virtù politiche e civili dei suoi re, dei suoi consoli e dei suoi Cesari, l’impero del mondo, sognato dai suoi vati, con sogni di profeti e con occhio di Sibille, duratura senza fine; mercede non perenne, che Iddio, premiatore di ogni bene anche limitato e fuggevole, concede ai fieri Quiriti, strumenti ignari degli occulti e supremi consigli divini. E quando sotto la potenza di Roma il mondò è in pace e Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, Redentore del mondo come re, come pontefice, come profeta e più che profeta di una eternità oltremondana, viene sulla terra, fa dell’ora della sua natività il centro e la pienezza dei secoli caduchi e inizia un’era dal suo nome, che metterà foce solo nei secoli eterni. Augusto, che col suo censo tramuta dalla casetta di Nazareth alla grotta di Betlemme la Vergine Madre, Lo ignora; Tiberio non Lo riconosce; Nerone Lo perseguita nei suoi seguaci.
    Non vi meravigliate, o Signori, se Cristo, via, verità e vita, è misconosciuto dai sapienti del mondo; perché la verità genera odio e la virtù più perfetta suscita la gelosia, il sarcasmo e l’ingiuria degli empi e degli adoratori del senso e del bene di quaggiù. Ma le fiaccole umane dei martiri di Cristo effondono una luce che eclissa gli splendori stessi dei palazzi, degli orti e dei maestosi fori imperiali; e nelle catacombe del suolo di Roma i pontefici, i sacerdoti, i credenti e le vergini scavano e cementano le fondamenta di una nuova Roma e di un nuovo Impero, di cui sarà vessillo, non più l’aquila delle legioni cesaree, ma il labaro della croce del Nazareno. Non ha forse Dio resa stolta la sapienza di questo mondo? Chi più sapiente dei pretori e dei giureconsulti di Roma? Chi più astutamente sapiente dei dominatori pagani? Ma Dio, disse un gran vescovo (Bossuet, Discours sur l’histoire universelle, 3, 8; Oeuvres complètes, Paris, 1846, V, pag. 481), «conosce la sapienza umana, sempre corta da qualche lato; egli la illumina, ne estende le vedute e poi l’abbandona alle sue ignoranze; l’accieca, la travolge, la confonde in se medesima; essa si inviluppa e s’impiglia nei suoi stessi avvolgimenti, e le sue precauzioni le divengono un laccio. In tal modo Dio esercita i suoi tremendi giudizi, secondo le norme di una giustizia sempre infallibile. È lui che prepara gli effetti nelle cause più remote, e dà quei gran colpi che hanno una ripercussione sì lontana; quando vuole lasciar andare l’ultimo colpo e rovesciare gl’imperi, tutto è debole e anormale nei consigli umani». Così la sapienza politica dei Cesari si confonde davanti al Cristianesimo; teme per il suo Giove e per la sua dea Vittoria, opere della mano degli uomini, innanzi a cui si chinano le trionfali insegne; e vaneggia nei suoi pensieri e nei suoi consigli contro cittadini innocenti, rei solo di non adorare dei che non salvano, ma un Dio vivo e immortale, salvatore eterno del genere umano. La sapienza pagana, abbandonata al reprobo senso, viene stendendo la mano persecutrice sui santi, che, nelle primitive chiese cristiane o nelle recondite cripte della Roma sotterranea, si prostrano nell’adorazione del mistico Agnello che toglie il peccato del mondo, sorretti da un amore, da una speranza, da una fede che è la loro vittoria sul mondo. Sono due mondi in lotta tra loro, mondo di tenebre e mondo di luce soprannaturale: ma il mondo di luce è nelle catacombe, il mondo delle tenebre negli anfiteatri e nei templi di Giove: le tenebre dei cubicoli cristiani sono luce, i superbi peristilii dei sacrari di Venere e di Vesta sono tenebre. In quei luoghi venerandi, in quelle tenebre santificate dal sacerdozio, incruento, dalla pietà e dalla verginità, dal sangue e dal sacrificio, il consiglio e la mano di Dio vengono creando e plasmando ed edificando la nuova Roma, la Roma di Pietro, del Pescatore di Galilea, nuovo Pastore dei popoli e imperatore delle anime, del quale sarà socio, sebbene non pari in autorità, Paolo, l’Apostolo delle Genti, perché e l’uno e l’altro siano invocati quasi i nuovi consoli della repubblica cristiana. Questa Roma è il mistero di Dio, è il più alto destino del Tevere, le cui acque saranno il nuovo Giordano,
    perocché sempre quivi si raccoglie
    qual verso d’Acheronte non si cala.

    (Purg., II, 104)
    Questa, più che la pagana e imperiale, è quella Roma, la quale
    per damna, per caedes, ab ipso
    ducit opes animumque ferro…
    Merses profundo, pulchrior evenit.

    (Orazio, Carm., IV, 4).
    Sì, dal profondo dell’oppressione, in cui l’aveva immersa la Roma pagana, più bella uscì la Roma di Cristo; salmodiando e trionfando dietro il labaro di Costantino, bella della porpora dei suoi martiri, bella dell’infula dei suoi pontefici, bella dei gigli delle sue vergini e dei lauri dei suoi credenti, bella dei raggi e del sole di una vittoria ancor più fulgida dei trionfi secolari di Cesare e di Augusto. Così il più sacro destino di Roma sta nascosto nella fede di Cristo, fede che è vittoria sopra ogni paganesimo antico e moderno. Nella Roma di Cristo voi vedete la nuova Gerusalemme: «Un solo corpo e un solo spirito, come ancora siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti, e per tutte le cose, e in tutti noi» (Ephes., 4, 4). Voi vedete un nuovo popolo di conquista divina, che sotto la guida di un Pastore e Maestro infallibile nella fede e nella morale, si avanza nei secoli, ai sacri e incruenti trionfi sui barbari, con lo stendardo della croce, con gli inni di quella fede che Roma annunzia al mondo universo. Il suo diritto è nella parola e nel comando di Dio; la sua forza non è negli accorgimenti e nelle coperte vie di quella falsa politica che è ipocrisia della morale, ma in quel sentiero angusto di una morale rischiarata dal lume del volto divino e dal fulgore della giustizia che fa grandi le nazioni. Da Cristo con la rigenerazione soprannaturale dell’anima umana deriva e si inizia la nuova civiltà del genere umano, che, purificando e riassorbendo in sè il meglio di Atene e di Roma, sospinge la umanità a quella eccelsa meta, non mendace, di libertà, di fratellanza e di eguaglianza, dove, come proclamava l’Apostolo delle Genti (Col., 3, II), non è Greco e Giudeo, Barbaro e Scita servo e libero; ma Cristo è ogni cosa, e in tutti. Il destino di Roma, nella elezione, divina di una città fra tutte come sede del Pastore dell’unico ovile di Cristo, è il destino della unità umana, invocata dal Redentore, alla vigilia della sua passione e del suo trionfo, non solo per gli Apostoli, ma anche per quelli i quali per la loro parola avrebbero creduto in lui; e perciò pregava il Padre, « che siano tutti una sola cosa come tu sei in me, o Padre, e io in te; che siano anche essi una sola cosa in noi: onde creda il mondo che tu mi hai mandato » (Jo., 17, 20-21). E noi, Cristiani, abbiamo creduto all’amore di Dio per noi; e nella immagine dell’antica Roma idolatra, che si fa madre dei popoli e fa suoi figli e cittadini i figli stessi dei barbari, – fecisti patriam diversis gentibus unam (Cl. Rutilio Namaziano, De Reditu, I, I, c. I, 63) —, riconosciamo l’anticipata visione della Roma cristiana, madre di tutte le Chiese e patria comune di tutti i figli di Dio, preordinati dalle acque del battesimo e dalla grazia rigeneratrice a cittadini di quella superna Roma, onde Cristo è Romano (Purg., XXXII, 102). Ma se Roma è la madre comune dei credenti, essa non è tale se non per il Romano Pontefice, Vicario di Cristo e successore del Principe degli Apostoli, al quale Cristo affidava il pascere le pecore e gli agnelli del suo ovile universale. Ed è bello e soave il pensare che la Casa vaticana del Padre comune sia la comune casa di tutti i figli della Chiesa, i quali dai quattro venti volgono devoti lo sguardo e l’affetto al bianco supremo Pastore di Roma. Se è Roma, dovunque un fedele di Roma si accampa, là, sul colle Vaticano, si innalza sopra la tomba di Pietro il suo vertice sublime, che irradia la sua luce fino ai più remoti termini del mondo. Quell’angolo della sponda del Tevere, sacro retaggio che nei Patti Lateranensi, pegno e suggello di riconciliazione e di concordia fra Chiesa e Stato in Italia, il cuore del Padre comune si riservava libero e indipendente di quanto la pietà dei secoli gli aveva donato, è la mèta del pellegrino credente, è la pietra dell’unità dell’ovile, è la fonte dell’autorità dei Pastori, è il faro indefettibile di fede e di verità morale, di cui in mezzo alle bufere degli errori e alle tempeste delle passioni abbisogna la povera umanità per tendere e arrivare al porto di pace e di salute, al quale Dio la destinava. Così intorno alla candida dignità paterna del Vicario di Cristo, insieme con la porpora dei principi della Chiesa, si aduna la vaga varietà dell’Episcopato e dell’uno e dell’altro Clero, dei sacri riti dei popoli e dei Collegi nazionali di leviti; si chinano riverenti Re e governanti, nobili e popolani, dotti e indotti, grandi e piccoli, suore e spose, fanciulli e fanciulle, di qualunque terra o nazione, di qua o di là degli oceani, provengano, a ricevere dal labbro e dalla mano del Padre comune una lode, un incoraggiamento, un consiglio, un conforto, un indirizzo, un sorriso, una benedizione. La sua parola varca i monti e i mari; con la sua voce apostolica insegna, ammonisce, sprona al bene, condanna la corruzione e la ingiustizia, difende la famiglia e lo Stato, concilia datori di lavoro e operai, modera i potenti e solleva i poveri; e con l’ampiezza del suo cuore abbraccia ogni sventura e miseria umana, e soffre, combatte e prega in mezzo alle lotte e alle persecuzioni della Chiesa, sempre fiducioso in Colui che ha vinto il mondo e sta al suo fianco fino alla consumazione dei secoli. Al Vicario di Cristo si piega il destino di Roma; in lui si fissa e si volge verso una mèta che non è di questo mondo. Nessuna città vince o vincerà il destino di Roma. Gerusalemme e il suo popolo non sono più la città e il popolo di Dio: Roma è la nuova Sion, e romano è ogni popolo che vive di fede romana. Città più popolose e ampie ha il mondo e ne vanno superbe le genti; città sapienti ebbe la storia delle Nazioni; ma città di Dio, città della Sapienza incarnata, città di un magistero di verità e di santità, che tanto sublima l’uomo da elevarlo sull’ara fino al cielo, non è che Roma, eletta da Cristo «per lo loco santo, u’ siede il successor del maggior Piero» (Inf., II, 23-24). (Cardinale Eugenio Pacelli, Discorsi e Panegirici (1931-1938), XXXV, pp. 509-514)

  9. #59
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    La mistificazione cristiana verso i Gentili (Pagani) operata nei secoli sostituendo ile vite dei santi ai miti legati al culti e alla venerazione verso gli Dei.

    chiesa di San Giovanni Profiamma. (anche il nome è tutto un programma)
    san Giovanni Profiamma, una chiesetta a nord di Foligno che passa quasi inosservata lungo la strada montana se non fosse per il suo portale, che conserva le tracce di uno scontro cruento tra Paganesimo e Cristianesimo.
    Protagonista San Feliciano, il leggendario vescovo di Foligno nato proprio qui, nell'antico abitato di Foro Flaminio.
    Sul portale a sinistra è ritratto mentre, ancora giovane, sta per affrontare il temibilissimo drago.
    A destra invece Feliciano infilza con la sua pastorale appuntita il povero drago e ne usa il cadavere come scranno, reggendo un cartiglio beffardo: PAX VOBIS
    Nella sua Vita di san Feliciano martire, padre Jacobilli racconta invece che il vescovo convertì in modo pacifico la popolazione che versava ancora "nella cecità del gentilismo"...
    « [...] di subito cominciò ad inferire ne i petti de' suoi concittadini gl'instituti santi della verità christiana ...
    Ebbe però sempre al zelo congiunta la destrezza e la prudenza, necessarissime in quei tempi ... che la maggior parte degli abitatori di Foro Flaminio erano allora immersi nella cieca adorazione degli Idoli. » Così i cristiani hanno coperto tutto attraverso le falsità e la menzogna!









  10. #60
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    Predefinito Re: La paganità risorge anche attraverso i riti cristiani!

    I santi cristiani hanno tratti mitologici e teonimi antichi.
    Il racconto mitologico di Santa Lucia e Sant'Agata ne è una prova palese.
    Lucia, dal latino Lux, indica il principio della Luce, e Agata ,dal greco Agathè o nella forma duale Agathà, indica il principio del sommo Bene. La loro relazione nella mitologia cristiana replica il rapporto metafisico che lega Demetra a Persefone.
    Difattì Santa Lucia nel mito cristiano sembra venerare più Sant'Agata che il dio cristiano stesso. La luce è figlia del Sommo Bene, seguendo una lettura platonica, e tale luce calata nella materia si rivolge permanentemente al sommo Bene che l'ha generata. Per Platone infatti il sommo Bene si identifica nel Sole che con la sua luce crea l'universo visibile come l'intelligenza è diretta emanazione del sommo Bene.



 

 
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