Adesso la notizia è ufficiale: Germania, Francia e noi siamo fermi al semaforo e il colore pare stabile sul rosso. Il dato tedesco di stamane fa una qualche impressione. Probabilmente ha ragione Renzi quando dice, ragionando del Pil, che non è lo zero virgola cambiare di segno il ciclo. Ma certo c'è qualcosa di simbolico in quel meno 0,2 registrato dalla locomotiva tedesca. È la conferma di un paese che ha vissuto gli anni della crisi con una dipendenza alla lunga insostenibile dalle sue esportazioni? In parte credo sia così. C'è chi sostiene che pesano le vicende alle quali (anche qui sopra) abbiamo dedicato qualche attenzione negli ultimi giorni. Da aprile a giugno la combinazione della crisi ucraina, le tensioni dell'Europa con la Russia, e da ultimo la sciagurata persecuzione di cristiani e yaziki nel Nord dell'Iraq, hanno profilato un quadro geopolitico di enorme tensione e complessità. È chiaro che non esistono soluzioni all'impronta. La Germania, comunque sia, impiegherà un po' a mettere in equilibrio quel loro incredibile squilibrio nella bilancia commerciale. La Francia ha fatto qualcosa di più sul fronte degli investimenti pubblici (sono cresciuti di un mezzo punto di Pil a compensare la perdita di quasi un punto negli investimenti privati). Secondo il ministro delle Finanze, Michel Sapin, la crescita francese finirà attorno allo 0,5% con una prospettiva di raddoppio (vale a dire un punto in tutto) nel 2015. Parigi si avvia a fare deficit oltre il 4%, il che vorrà dire per loro rinegoziare con Bruxelles il rientro al 3%. È ragionevole credere che chiederanno un anno di deroga rispetto al previsto.
Per quanto riguarda noialtri le analisi e le ricette si rincorrono da tempo e non è complicato mettere in fila le cose che si dovrebbero fare. Al netto (ma serve ripeterlo?) del tentativo di alcuni di trarre beneficio per sé dalle difficoltà del momento. Naturalmente penso a questo ennesimo e viziato confronto sull'articolo 18 rispetto al quale forse una sola nota si può aggiungere. Leggo che a destra si sfregherebbero le mani convinti di aver trovato la botola giusta dalla quale far passare una controriforma dal sapore più simbolico che ideologico. Si tratterebbe di questo: il Parlamento entro l'autunno, massimo l'inverno, approva la legge delega (il cosiddetto jobs act), a quel punto la palla passerebbe al governo che attraverso i provvedimenti attuativi metterebbe mano "complessivamente" alla revisione dello Statuto con la conseguente manomissione o soppressione del famigerato articolo. Questa mattina la segretaria generale della Cgil spiega con dovizia le ragioni che consigliano di non manomettere alcunché, ma di riflettere attentamente su come estendere la rete dei diritti essenziali anche a quelle fasce di lavoratori, non solo giovani, che oggi ne sono escluse. Ma sono concetti fin troppo noti.
La realtà (se ancora conta per qualcosa) è che di fronte al consuntivo economico di questo primo semestre, l'eurozona (mettiamoci pure dentro la Commissione di Bruxelles, il gotha di Francoforte, la cancelleria berlinese, l'Eliseo, Palazzo Chigi, e sullo sfondo l’FMI), dicevo questo complesso di poteri e istituzioni possiede tutti, ma davvero tutti gli elementi per dare credito alle parole di un premio Nobel americano come Michael Spence quando spiega che non servono altre conferme per capire la necessità indifferibile di un sistema di deroghe alle regole fiscali che l'Europa si è data. Inutile ripetere come un mantra che bisogna passare alla stagione della crescita, inutile evocare o invocare riforme strutturali senza le quali non ci sarà inversione di rotta. È tutto vero. E tutto giusto. Ma se non viene anche dall'Europa il segnale che l'emergenza economica e sociale in atto può travolgere tutti, e non solo quegli "sfaticati, indebitati e spendaccioni" paesi latini, se non viene da Bruxelles un gesto assennato di apertura alle richieste di una diversa strategia di contrasto alla stagnazione produttiva e alla deflazione monetaria, allora è inutile proseguire nelle invocazioni a vanvera o quietarsi l'animo parlando di riforme a venire.
Sempre parlando di noialtri, di nuovo ieri e ancora oggi si ripete che non tradiremo l'impegno sul 3%. Ok, ma anche di fronte al dato sul debito pubblico in valore assoluto (2168,4 miliardi, nuovo record) è decisivo ottenere una deroga su tempi e modalità fissate per la riduzione di quella cifra. Bisogna evitare che scatti una procedura d'infrazione ed è logico offrire in cambio un piano (leggo che va di moda l’espressione crono programma) di riforme tese a creare occasioni di lavoro e una ripresa nei settori più vitali e più colpiti. Dentro questo confine si colloca anche la questione dell'utilizzo dei fondi europei. Non credo valga lo schema secondo cui fino a ieri si sono compiuti solamente errori di programmazione e gestione. Con Fabrizio Barca e Carlo Trigilia il livello della spesa di quei fondi era salito dal 15 al 60%. Casomai è sulla vecchia gestione di fondi Fas utilizzati come un bancomat per le più diverse coperture di spesa che ricade una responsabilità mai pagata. Creare lavoro, quindi. L'imperativo è questo e su questo naturalmente bisognerà tornare. Qui mi limito a citare un dato statistico ripreso in un bel saggio di Romano Benini. Lui spiega che non è un caso se il momento di maggior calo dello spread di questi anni è coinciso (parliamo dell'Italia, di noi) con il periodo segnato dal maggior numero di disoccupati. A conferma che non è la salute finanziaria a creare lavoro. Ne derivano alcune domande poste con chiarezza. Del tipo: possiamo continuare a far convivere un'alta ricchezza privata con una diseguaglianza tra le più marcate del continente? E ancora, come possiamo continuare a generare ricchezza privata senza produrre lavoro? Oppure in che modo si tengono assieme un'alta ricchezza privata e un debito pubblico che rimane il terzo al mondo? Ma infine, e soprattutto, come si è formata e distribuita la ricchezza privata italiana in questi decenni? Ecco, ci torneremo. Ma se quel crono programma di riforme non muove da queste premesse temo ci sarà sempre un viandante proveniente da destra che ci spiegherà come i mali del paese affondano nella spesa pubblica e in quell'articolo dello Statuto dei lavoratori che da 44 anni si trova stretto tra il 17 e il 19.
Ho accennato, all'inizio, al legame tra indicatori negativi dell'economia che riguardano il cuore produttivo dell'Europa e le crisi internazionali di questi ultimi mesi. Mi ha fatto piacere leggere i vostri commenti all'analisi contenuta nel numero di Limes. Ancora oggi la questione ucraina fa capolino sui giornali anche se scivolata nelle pagine interne. Ho provato a capire un po' meglio la dinamica di quegli avvenimenti seguendo il ragionamento di un conoscitore attento di quella realtà come Vittorio Strada. Anche lui sostiene che non è possibile capire fino in fondo la dinamica delle vicende che oggi investono Mosca e Kiev senza misurarsi con la complessità dei rapporti secolari tra russi e ucraini. La sua tesi è che una politica della memoria è parte organica della politica di questi Stati sia sul piano ideologico che su quello storiografico. Mi ha colpito, in particolare, un riferimento che mi pare utile riprendere con le sue parole: "qualche anno fa (2003) l'ex-presidente dell'Ucraina, Leonid Kucma, ha pubblicato un libro sulla storia del paese. Il titolo era "L'Ucraina non è la Russia". Indicativo. Gli ucraini non sono russi, ma hanno molto in comune con i russi, dalla lingua a secoli di storia e di cultura. Non sono considerati "altri" come, ad esempio, i baltici o gli asiatici il cui distacco, con la disintegrazione dell'Urss nel 1991, è stato sentito dai russi come naturale. Parliamo di due nazionalità russe (Russia e Ucraina, note anche come Grande Russia e Piccola Russia): la prima forte per il suo senso di sottomessa disciplina a un’autocratica statualità, la seconda fedele a un principio di democratica libertà e autogoverno popolare”.
Ancora Strada ricorda come non a caso il più accanito nemico della Russia in Occidente, l'ex Segretario di Stato americano Brzezinski, nel suo trattato di geopolitica sulla supremazia americana (La grande scacchiera) scrive "senza Ucraina una restaurazione dell'impero russo è irrealizzabile". Quindi bisogna agire per impedire che accada. Dall'altro lato i nazionalisti russi fanno appello agli 11 milioni di russi puri che vivono in Ucraina, alla maggioranza degli ucraini di confessione cristiana ortodossa, a chi si riconosce nell’ideologia euroasiatica, tutti costoro non possono non diventare sostenitori del nuovo impero russo.
A questo punto uno comincia ad avere le idee un tantino più chiare, ma per completare la ricostruzione si deve tener conto che a risultare fondamentale fu la donazione nel 1954 da parte di Chrusciov della Crimea all'Ucraina. All'epoca si trattava semplicemente del passaggio di un territorio da un'entità amministrativa a un'altra, entrambe interne a una stessa unità statale, quella sovietica, che si considerava destinata a durare nei secoli è semmai a espandersi.
Ma lasciamo ancora la parola (e la penna) a Vittorio Strada. "Quando giunse il fatale 1991 e l’Urss si disintegrò in tanti Stati autonomi quante erano le Repubbliche che l'avevano composta, era naturale che i confini amministrativi di queste ultime diventassero confini statali. Era naturale e saggio, perché se fossero sorti dei contenziosi circa quei confini la disintegrazione dell'Urss sarebbe stata molto più cruenta. Ma nello stesso tempo era anche innaturale ed equivoco, perché quei confini amministrativi erano arbitrari e in ogni caso valevoli solo all'interno di uno Stato unitario e diventavano spesso assurdi quando si trasformavano in statali. Il caso della Crimea non è l'unico: si pensi, per fare un esempio diverso, alla vasta zona orientale del Kazakistan: russa ma entrata nel nuovo Stato kazaco. Chi più ne usciva danneggiata era la Russia, l'ex Repubblica sovietica russa diventata nel 1991 Federazione russa. La tesi di Putin, una sorta di panrussismo che gli consente di intervenire a tutela di tutte le popolazioni russe disperse oltre i confini della attuale Federazione, non è accettabile. Bisogna stare attenti a fare dei paragoni storici non appropriati ma comunque, ragionando dell'azione russa verso la Crimea, occupata militarmente, è difficile non parlare di una annessione. Dopo l'intervento politico e militare russo in Ucraina che ha scosso l'ordine internazionale, tutta quella parte d'Europa e gravemente destabilizzata. Ancora una volta in quell'area di frontiera continentale si manifestano tensioni che hanno nella Russia il loro epicentro".
Questa frase mi ha colpito: "ancora una volta tensioni che hanno nella Russia il loro epicentro". È incredibile come persino la nostra generazione e quelle venute dopo di noi debbano misurarsi con alcune delle fratture profonde che la storia dell'Europa ci ha consegnato. La questione tedesca, la questione del rapporto tra l'Europa e la Russia. Viviamo immersi in una contemporaneità che non tollera né perdona chiunque non viva dentro il tempo istantaneo della rapidità. Tutto si consuma a una velocità formidabile. Eppure ci sono tratti della nostra storia che ci restituiscono intatte alcune ragioni (o problematiche) di un passato che non è affatto sepolto. Ragionare di economia, crescita, diritti dei lavoratori, deflazione, consumi, strategie di potere e geopolitica, può far sorridere alcuni e storcere la bocca ad altri, ma la verità è sempre la stessa: il mondo è complicato e senza la politica è semplicemente perduto.
Adesso per davvero smetto di disturbarvi per qualche giorno. Vi auguro un Ferragosto sereno, per quanto è possibile. Poi, ci sarà da riflettere, capire, fare.
Buone cose