Quante persone devono nascondersi al lavoro a causa del proprio orientamento o della propria identità di genere?
Persone transessuali che non trovano lavoro, nessuno, tranne la strada. Ragazzi gay che temono le battute dei colleghi, o ragazze lesbiche che devono inventarsi notti di sesso bollente con un uomo, per gareggiare con le vicine di scrivinia. Questo è il quadro deprimente per quanto riguarda il diritto al lavoro della comunità lgbt. Questo non è giusto. Si chiama discriminazione sul lavoro e va da semplici battutine, al mobbing, fino a licenziamenti ingiusti a causa della propria natura.
Questo è uno dei primati tutti italiani di cui c’è davvero poco da andare fieri. Non è la prima volta che affrontiamo l’argomento della discriminazione degli omosessuali sul posto di lavoro. Mesi fa l’Arcigay pubblicava la sua ricerca al riguardo, denunciando la situazione di difficoltà in cui si trovano gli lgbt. Ieri, dalle pagine del Corriere Gian Antonio Stella solleva nuovamente il problema: secondo la ricerca sul campo condotta da Fondazione Rodolfo De Benedetti, infatti, trovar lavoro di questi tempi è dura per tutti, ma per un giovane omosessuale la difficoltà aumenta del 30%.
Niente di nuovo, in ogni caso: un dossier dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali del 2009 diceva che il Paese più omofobo d’Europa era la Lituania, dove il Parlamento ha addirittura votato una legge che vieta qualunque cosa – libri, spettacoli, manifestazioni – «possa dare una rappresentazione di tipo positivo dell’omosessualità e della bisessualità». Al secondo posto c’era l’Italia.
Questa speciale “classifica” vede l’Inghilterra al primo posto, come il Paese europeo meno razzista nei confronti dei gay, davanti nell’ordine a Germania e Spagna, Svezia, Belgio. Noi ci piazzavamo bassissimi, sotto Andorra e Lituania e appena al di sopra di Estonia, Grecia, Kossovo e Polonia.
Le recenti rilevazioni l’Istat sull’argomento trovano che “omosessuali e bisessuali dichiarano di aver subito discriminazioni a scuola e all’università, così come al lavoro, più degli eterosessuali: il 40,3% dichiara di essere stato discriminato contro il 27,9% degli eterosessuali. Si arriva al 53,7% aggiungendo le discriminazioni subite nella ricerca di una casa, nei rapporti con i vicini, nell’accesso a servizi sanitari oppure in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto”.
George Mosse:
Come ho detto prima, la coesione, i rapporto di interdipendenza esistenti nella società, si basano, fra le altre cose, sulla divisione sessuale del lavoro. La questione sta quindi nel capire fino a che punto la società è disposta a tollerare la confusione fra i sessi. [...] Se si ha l'intenzione di avere più dignità, più sicurezza, e vorrei dire più maturità, è importante collocarsi all'interno di una tradizione, e non vivere antistoricamente per il presente.
C'è un'ultima cosa che vorrei dire: gli omosessuali non trovano un posto nell'intera società, che possa dar loro una struttura nella quale collocarsi. Non hanno la struttura del matrimonio, o quella della famiglia, sono senza alcuna struttura, e questo determina la promiscuità e tutte le altre componenti della subcultura gay. La storia può servire per offrire agli omosessuali quelle strutture che non hanno.




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