I salari al tempo delle direttive Ue - Stato & Potenza
I salari al tempo delle direttive Ue



Tra le misure recentemente raccomandate dall’Unione Europea al nostro paese, oltre alla salvaguardia dei conti pubblici ed al pareggio di bilancio, viene posta l’enfasi sull’allineamento dei salari alla produttività.
Questo è un motto non nuovo per gli eurocrati di Bruxelles, che a più riprese hanno richiamato l’attenzione degli Stati membri su questo tema.
L’UE sostiene che i salari siano irragionevolmente aumentati, superando gli indici di produttività, che in una economia “ideale” dovrebbero essere metro della remunerazione del lavoro. Seppur questa affermazione possa sembrare paradossale alla maggior parte dei lavoratori europei, Mario Draghi, il 14 Marzo 2013, ha presentato un rapporto che mostra la suddetta tendenza dei salari (1). Per Draghi, l’Italia (tra gli altri) è un Paese vizioso, in cui le retribuzioni nominali del lavoro hanno ecceduto la crescita della produttività, rendendo necessari i tristemente famosi “interventi strutturali”, tesi a riequilibrare quella nefanda deviazione che starebbe condannando i paesi del sud Europa alla crisi. Detto che la produttività è definita dal rapporto tra i risultati conseguiti nel processo produttivo ed i mezzi impiegati per realizzarli, la tesi conclusiva del Presidente della BCE è quindi che i lavoratori sono pagati oltre i loro meriti; per questo motivo, l’UE promuove a tutta forza la “regola di piombo”, che vorrebbe vincolare i salari nominali alla produttività.

Fonte: European Central Bank


Lo studio mostrato da Draghi è però parziale e fuorviante. In esso viene confrontata la produttività con i salari nominali senza riferimento a quelli reali, trascurando (chissà quanto ingenuamente) il potere d’acquisto legato alla retribuzione.
Attenendoci alle definizioni: ”Si distingue il salario nominale, quantità di moneta percepita dal lavoratore quale compenso per il lavoro prestato, dal salario reale, quantità di beni e servizi che il lavoratore può acquistare con quella quantità di moneta”; di conseguenza, se invece del valore nominale, di per sé poco significativo, considerassimo la retribuzione del lavoratore rapportata al potere d’acquisto, quindi reale, otterremmo una situazione opposta. Il grafico riportato in seguito dimostra che, per l’intera UE, nel periodo compreso tra il 1999 e il 2015, la produttività è aumentata del 4,3% contro un aumento dei salari reali di appena 2,4% (2). Come è facile constatare, in altri Paesi considerati “viziosi” come l’Italia, la Spagna e il Portogallo, la differenza di crescita tra i salari reali e la produttività è a discapito dei primi. La “regola d’oro dei salari”, in contrasto con le “regole di piombo” (tanto care alla BCE e ai detentori dei mezzi di produzione), suggerisce infatti che debbano essere le compensazioni reali a crescere nella stessa misura della produttività fisica del lavoro e non quelli nominali.

Fonte: Syndicat European Trade Union


Questi “nuovi diktat” provenienti dall’Europa, riguardo l’allineamento dei salari nominali alla produttività, hanno già portato ad una deregolamentazione del mercato del lavoro aumentando le disuguaglianze e spostando il reddito dal lavoro al capitale. La Germania, vista da tutti come modello in Europa, fu la prima a spingere sulla precarizzazione del lavoro con la riforme Hartz agli inizi degli anni 2000, ed il grafico riportato in precedenza ne evidenzia l’effetto (la barra arancione della produttività sovrasta nettamente quella blu delle retribuzioni reali).
In palese contrasto con lo spirito solidale di coordinamento delle politiche europee ed in violazione dei trattati sottoscritti, la Germania attuò una politica di compressione salariale inneggiante alla “flessibilità” (famosa in tal senso l’istituzione dei minijob, in cui il datore di lavoro può assumere con paghe molto basse, 400-450 € al mese, e tutele ridotte rispetto ad un normale salariato), finanziando poi il “silenzio” delle classi operaie con sussidi statali ed europei che hanno portato ad un significativo aumento della spesa pubblica. L’azione di repressione della domanda interna e deflazione salariale sarà poi alla base del “successo” tedesco nel contesto delle politiche beggar-thy-neighbour (letteralmente, frega il vicino).
In questo scenario di “deriva del diritto del lavoro”, come sostenuto dai giuslavoristi, a guadagnare sono senz’altro i grandi gruppi multinazionali, i quali possono fare incetta di manodopera a basso costo in diverse zone del continente. Qualora non fosse ancora chiaro, la Germania non ha prodotto la sua ricchezza tramite gli investimenti (i dati dimostrano che la quota di investimento sul PIL tra il ’99 e il 2007 è inferiore a quella di Grecia, Spagna, Portogallo, ecc…) ma per mezzo di una svalutazione competitiva interna (3). La deregolamentazione del lavoro ha permesso di abbassare i salari reali e di conseguenza la domanda interna è diminuita (avendo i lavoratori un minor potere d’acquisto). Alla riduzione dell’inflazione è conseguita una maggior competitività dei prodotti tedeschi rispetto a quelli delle altre Nazioni europee, che hanno visto i prezzi dei propri prodotti aumentare a discapito di quelli tedeschi. In difesa dei loro prodotti questi avrebbero potuto svalutare, ma questa via, come si sa, non è più percorribile dall’entrata in vigore della moneta unica. Alla luce di quanto detto è esilarante pensare alle accuse rivolte alla Cina di dumping salariale a danno dei lavoratori, quando a farlo è proprio la Germania. Se però la Cina, in tempi recenti, ha raggiunto importanti traguardi (riconosciuti anche dall’Onu) nell’aumento dei salari e nella riduzione della povertà, la Germania ha aggravato le disuguaglianze al suo interno. La concorrenza scorretta sul mercato, di cui i Paesi “periferici” soffrono, non deriva certo dalla Cina, ma da quella che a torto è definita la “locomotiva d’Europa”. Se ci aspettiamo che la soluzione all’Europa sia più Europa, allora prepariamoci all’unica cosa a cui l’Europa ci ha abituato: minore crescita, maggiore disoccupazione e crescenti disuguaglianze (sia tra i Paesi che tra le persone che in essi vivono).


NOTE:
1. http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/sp130315.en.pdf?f765ef5a842dd60aabfc98f7 5e595b45
2. A different course for Europe: Wages and collective bargaining as an engine for growth and stability, Syndicat European Trade Union 2014
3. Per approfondimenti vedi l’intervento integrale del Prof. Bagnai al Parlamento Europeo (L'intervento integrale di Bagnai al Parlamento Europeo: Lezioni dalla Crisi | Scenarieconomici.itScenarieconomici.it)
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