Marco Bagozzi
La precisazione con la quale Massimiliano Greco puntualizza il rapporto tra socialismo realizzato, tradizioni ancestrali e passato pre-rivoluzionario, trova ulteriore supporto dal rapporto del Partito Rivoluzionario Mongolo e il passato della popolazione mongola.
Prima Repubblica Popolare del globo terrestre (fondata nel 1924, dopo la rivoluzione del 1921) e secondo stato socialista dopo l’Unione Sovietica, la Mongolia è stato un paese socialista fino al 1991, anno in cui la cosiddetta perestrojka mongola ha eliminato il monopartitismo. C’è da aggiungere che il ruolo del Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo è comunque rimasto di primo piano (tutt’ora è uno dei due partiti principali) e che il processo di trasformazione in senso liberaldemocratico non ha causato i danni che le politiche gorbaciov-elstiniane hanno provocato dopo la caduta del socialismo in URSS.
Dopo che nel marzo del 1921 le truppe guidate da Damdin Sükhbaatar iniziano la sollevazione contro le truppe cinesi, conclusa vittoriosamente tra l’11 e il 13 luglio, la Mongolia conosce finalmente la prima vera indipendenza dopo il 1691 quando i mongoli si sottomisero ai Manchù. Il rilancio del riscoperto orgoglio nazionale è legato anche ad una ripresa delle antiche tradizioni, seppur modellate al nuovo pensiero marxista-leninista: a subirne le conseguenze maggiori è la struttura del clero buddista, largamente diffuso in tutta la popolazione, accusato di aver favorito la sottomissione all’Impero cinese (anche se la prospettiva va ribaltata visto che, in realtà, sono stati proprio i cinesi ad introdurre e favorire lo sviluppo del lamaismo in Mongolia per addolcire il carattere guerriero dei mongoli) e di aver favorito il sottosviluppo della popolazione, rimasta culturalmente isolata dal resto del mondo oltre che demograficamente in sotto numero, visto che numerosi uomini non potevano ricreare, perché facenti parte delle alte gerarchie buddiste.
Tra le prime manifestazioni tradizionali che vengono riproposte c’è il Naadam, evento sportivo legato alla tradizione di Gengis Khan, che racchiude i tre sport tradizionali, lotta bökh, tiro con l’arco e corsa con i cavalli, che sono strettamente legati alle strategie guerriere dei più straordinari conquistatori eurasiatici. Il Naadam è posto al centro delle celebrazioni della Festa Nazionale e si svolge ogni anno tra l’11 e il 13 luglio (1).
Da un punto di vista simbolico, il governo centrale non ha mai abbandonato il Soyombo, simbolo tradizionale mongolo, sovrapponendoci una stella rossa. L’emblema statale, inoltre, ha subito diverse modifiche, ma ha sempre mantenuto la centralità della figura di un cavaliere vestito con il deel, l’abito tradizionale, con il quale è spesso raffigurato anche Sükhbaatar. Fino al 1960 il simbolo era circondato dalle teste di quattro animali da branco, simbolo della pastorizia nomadica, sostituiti, successivamente dalla ruota dentata, simbolo dell’industrializzazione. Sullo sfondo il sole che sorge dietro alle montagne: il “sole che sorge” o “sol dell’avvenire” è un tipico simbolo dell’araldica socialista, ma non si può non vedere un richiamo “esoterico” alla nascita di un nuovo Gengis Khan, nato proprio fra le montagne di Hėntij, sul Colle della malinconia (Deluun Boldog), vicino al monte Burhan Haldun, una montagna sacra, il giorno chiaro del primo mese dell’estate dell’anno del cavallo d’acqua del terzo ciclo.
Ambivalente è invece il ruolo ricoperto da Gengis Khan nel pantheon culturale della Mongolia socialista. Innanzitutto va detto che la sua figura di “fondatore della nazione” è simbolicamente sostituita dal mito di Sükhbaatar (deceduto nel 1923), che ne riecheggia gli aspetti principali: la povertà nei primi anni di vita (Temujin crebbe senza il supporto dei parenti, mentre Sükhbaatar era figlio di un povero arat), grandi doti di capo militare e di coraggio guerriero, capacità non comuni nella costituzione statuale, sempre raffigurati in posi equine.
Questa surroga fu necessaria per ridisegnare il mito fondante della Nazione in chiave socialista, anche perché la figura del Khan non poteva rappresentare un esponente tradizionale accettato dall’alveo marxista-leninista, come avvenne, ad esempio, in Russia per i numerosi eroi popolari pre-rivoluzionari: il carattere aggressivo e di conquista della politica gengiskanide, infatti, cozzava con quello prevalentemente resistente o difensivo di Aleksandr Nevskij, Dimitrij Donskoj, Kuz’ma Minim, Dimitrij Požarskij, Aleksandr Suvorov o Michail Kutuzov, ridestati come esempi da seguire durante il periodo staliniano. Ma nonostante l’abiura ufficiale del governo nei confronti dell’Imperatore, anche grazie alla mediazione dovuta alla riscoperta della sua figura da parte dell’Internazionale comunista, con la celebre evocazione dello «spirito combattivo che in passato ha animato le genti dell’Oriente quando, guidate da grandi conquistatori, marciarono sull’Europa…» (2) fatta da Karl Radek, nel 1920 dal palco del Congresso dei Popoli Oppressi d’Oriente a Baku, e della rilettura dei pensatori eurasiatisti durante gli anni della costruzione dell’Unione Sovietica (3), nelle pubblicazioni ufficiali venivano riconosciuti due distinti momenti nell’opera politica del Khan: «il primo positivo perché vide la liquidazione delle guerre intestine tra i vari principi e l’unificazione della nazione. Il secondo negativo perché contrassegnato da guerre di aggressione e devastazione territoriale su tutti i punti cardinali». Inoltre i mongoli, in uno slancio di orgoglio nazionale, ritenevano «inammissibile, anzi grottesco, il tentativo che […] impegna storici e propagandisti di Pechino per sottrarre il condottiero alla storia mongola»(4).
Non mancano anche le manifestazioni ufficiali patrocinate dal Partito Popolare Rivoluzionario: in particolare, nel 1962, per commemorare l’ottocentesimo anniversario della nascita viene costruita una statua nella provincia natia di Hėntij e concessa la sala principale della biblioteca di stato ad Ulaanbaatar per una conferenza di esperti storici. Ma soprattutto, sottotraccia, il lascito di Gengis Khan non fu mai abbandonato e la sua gestione dello Stato, le sue conquiste, il suo mito non furono mai abbandonati dalle elite politiche, culturali e militari mongole.
Destino simile per la festa dello Tsagaan Sar, del Mese Bianco, che costituisce il capodanno mongolo e solitamente cade nella seconda metà di febbraio, a segnare il passaggio dall’inverno alla primavera. Dopo un’iniziale dura battaglia contro la celebrazione di questa festa, considerata legata al clero buddista e quindi reazionaria, nel 1960 il Governo Popolare decise di non cancellarla ma di modificarla in una celebrazione socialista, chiamata “Festa collettiva dei pastori”.
Altro carattere tradizionale che la Repubblica Popolare ereditò dal passato fu il nomadismo dei pastori mongoli, che non fu mai combattuto, ma andò via via ad esaurirsi in seguito all’industrializzazione del Paese, grazie all’aiuto dei sovietici. La creazione di città, laddove prima non esistevano, come Darkhan (fondata nel 1961) e Erdenet (costruita nel 1975), portarono ad una progressiva sedentirazzione, anche se non vennero mai a mancare i segni del passato nomadico, come ad esempio le ger (o yurte), le abitazioni mobili tradizionali dei mongoli. Anche da un punto di vista ideologico il nomadismo non si scontrò con il marxismo-leninismo che reggeva il paese visto che per i nomadi non esisteva il concetto di proprietà privata delle terre ed era intrinseco nel loro modus vivendi l’impossibilità di trasformarsi in classe contadina mercantile ed artigiana e di trasformarsi, quindi, in classe borghese.
Il governo socialista di Ulaanbatar (l’Eroe Rosso, come fu ribattezzata la capitale Urga, in onore di Sükhbaatar) quindi non eliminò il passato tradizionale del paese, ma lo rimodellò in chiave socialista, eliminandone le vestigia dell’odiato clero lamaista, ed adattandolo ad una rilettura rigorosamente marxista-leninista, in linea con il cammino storico del Paese, secondo la peculiare “via non capitalista”, con il passaggio diretto dal feudalesimo (estremamente retrogrado dei primi anni del ‘900) al socialismo.(1)Rimando al mio Vincere con Gengis Khan, Anteo edizioni, 2014
(2)Pervyj s’ezd Narodov Vostoka [Primo Congresso dei Popoli dell'Oriente], Petrograd 1920, p. 72, Radek concludeva: «Noi sappiamo, compagni, che i nostri nemici ci accuseranno di aver evocato la memoria di Gengis Khan, il grande conquistatore, e dei grandi califfi dell’Islam… E quando i capitalisti europei affermano che questa è la minaccia di una nuova barbarie, di una nuova invasione unna, noi rispondiamo loro: Viva l’Oriente Rosso!»
(3)È del 1925 l’opera L’eredità di Gengis Khan del pensatore Nikolaj Sergeevič Trubeckoj, uno dei libri fondanti del pensiero eurasiatista. Pubblicato in Italia da Società Editrice Barbarossa, con un’introduzione di Claudio Mutti.
(4)Giuseppe Conato, La tartaruga di Karakorum, l’Unità, 28 agosto 1973, pag. 3
La Mongolia socialista e le tradizioni del passato - Stato & Potenza





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