Grande Guerra, il pm Dini: «Riabilitare i 750 soldati italiani fucilati» - Grande Guerra - il Mattino di Padova
Grande Guerra, il pm Dini:
«Riabilitare i 750 soldati italiani fucilati»
Un provvedimento di «clemenza» che solo il ministro della Difesa può firmare:
è quello che il sostituto procuratore, ex magistrato militare, chiede per i soldati fucilati della Grande Guerra
PADOVA. Riabilitare i 750 soldati italiani fucilati nella Grande Guerra, con un provvedimento di «clemenza» che solo il ministro della Difesa può firmare. Cancellare per sempre, un secolo dopo, il disonore e la sanzione sociale.
A lanciare l’appello è Sergio Dini, sostituto procuratore della Repubblica di Padova, ex pm militare, che assieme a due colleghi ha inviato al ministro Roberta Pinotti una lettera, ripresa poi dal blog di Pier Vittorio Buffa, giornalista de l’Espresso che ha realizzato uno speciale on line che raccoglie i diari dei soldati della Grande Guerra.
Consultando il data base dei nostri giornali, il sostituto procuratore Sergio Dini ha, con molto coraggio, avviato un dibattito quanto mai d’attualità sulla clemenza, negli stessi giorni in cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha reso onore alle vittime al sacrario militare di Redipuglia.
Lì non c’è traccia dei soldati fucilati e nemmeno ad Asiago, Monte Grappa e Pasubio e tanto meno nell’Albo Onorcaduti. «Mi pare si possa finalmente rimediare ad un oblio collettivo che offusca l’immagine dell’Italia: ai parenti dei soldati fucilati fu tolta la pensione di guerra e sull’albo pretorio del Comune di residenza venne affisso l’avviso con la sanzione sociale del disonore.
La Francia 15 anni fa ha già posto rimedio a questa vicenda, anche l’Inghilterra si sta muovendo sulla stessa linea, io mi auguro che l’Italia trovi il coraggio di passare dalle celebrazioni ai fatti concreti. Credo che il ministro della Difesa possa studiare un provvedimento di clemenza da far approvare dal Parlamento e sanare una ferita storica che ancora brucia.
Questi soldati caduti al fronte vanno ricordati come vittime della Grande Guerra», spiega il pm Sergio Dini che su questo argomentato è stato intervistato da Buffa in un articolo pubblicato su l’Espresso in edicola questa settimana.
Ecco un passo della lettera: «Del resto, signor Ministro anche i caduti sotto il fuoco di un plotone d’esecuzione sono morti in guerra, e (perché no?) sono morti “per la Patria”; essi furono mobilitati contro la loro volontà, per una guerra di cui non ben comprendevano gli scopi, come fu per la maggior parte dei morti in combattimento o in prigionia», scrive Dini a Roberta Pinotti.
Tra i casi più eclatanti, c’è la fucilazione della brigata Catanzaro con 28 vittime. Si finiva al muro non solo per alto tradimento o diserzione, ma per «colpe» assurde: basta leggere la storia del «Generale fucilatore» Andrea Graziani raccontata da Domenico Petri, che ricostruisce un episodio accadutoa Noventa Padovana il 16 novembre 1917.
Andrea Graziani, nominato da Cadorna Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe, ordina la fucilazione seduta stante di un soldato che lo aveva salutato tenendo la pipa in bocca. Sull’episodio vennero presentate due interrogazioni alla Camera dei deputati e se ne occuparono giornali come l’Avanti e il Resto del Carlino che pubblicarono anche una lunga lettera con cui Graziani difendeva il proprio operato.
Graziani venne poi nominato luogotenente della milizia fascista e morì in circostanza mai chiarite. Quel soldato, allora, è un martire della Patria e va riabilitato: la parola ora passa al ministro.




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