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  1. #11
    Canaglia
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Mò pure i fratelli magon erano socialisti comunitaristi?
    e come possiamo escludere l'ipotesi che i druidi fossero migliori medici dei medici odierni? (darksunshine)

  2. #12
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Citazione Originariamente Scritto da Raymond la Science Visualizza Messaggio
    Mò pure i fratelli magon erano socialisti comunitaristi?
    No per quel che io sappia, ma per caso ti spiace che si porti a conoscenza di tutti il "magonismo" e l'indigenismo? La conoscenza dei due fenomeni citati è di esclusiva competenza di qualcuno in particolare?
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  3. #13
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO TUPAC AMARU



    Sole raggiante delle Ande, tu che cammini per il mondo[…] Quante voci oggi ti acclamano se sei astro o se sei dio. Se l’uomo è a tua immagine, perché ti allontani da lui? Se il povero è tuo amico, perché gli volti le spalle?”. Sono parole di una canzone di Manuel Silva, celebre cantautore peruviano meglio conosciuto con il nome di Pichincucha. Sono grida di dolore e risentimento di un popolo martoriato per secoli dalla miseria e da una serie infinita di soprusi e ingiustizie sociali. Il Perù di oggi, dopo la triste parentesi del regime autoritario di Alberto Fujimori, sta attraversando una delicata fase di transizione democratica. L’attuale governo “socialdemocratico” di Alejandro Toledo, insediatosi nel luglio del 2001, ha preso in eredità un paese sull’orlo del collasso, a causa degli effetti nefasti delle politiche neoliberiste degli anni 90 che hanno fatto aumentare a dismisura il debito estero e la disuguaglianza sociale. Secondo il rapporto di “Social Watch” per l’anno 2001, “a Lima il 45,2% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta; nelle aree rurali la percentuale sale al 66,1%. Nelle aree urbane l’84% della popolazione dispone di acqua potabile; nelle aree rurali solo il 33%. Nelle aree rurali esistono poche scuole secondarie e il programma di istruzione primaria è decisamente scarso. Fra i non poveri, soffre di malnutrizione l’11% dei bambini al di sotto dei cinque anni; fra i poveri assoluti la percentuale sale al 43,5%. Un altro dato allarmante è il fatto che solo il 7,4% delle persone che vivono in condizioni di povertà assoluta ricorre alle strutture sanitarie in caso di malattia”. In questo scenario di recessione economica e crisi sociale, riprendono vigore i movimenti armati di “Sendero Luminoso” e gli irriducibili combattenti del “Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru”, dei quali si erano da tempo perse le tracce. Le origini del MRTA risalgono al 1982, anno della sua fondazione in seguito alla fusione di una parte consistente del Partito Socialista Rivoluzionario Marxista Leninista (PSR-ML) con l’avanguardia Rivoluzionaria (VR). Tuttavia, il gruppo guerrigliero affonda le sue radici culturali e politiche ben più indietro nel tempo: nella storia dei moti di ribellione del popolo inca sotto l’occupazione spagnola. Il suo faro ispiratore è Tupac Amaru, l’inca che quattro secoli fa guidò una gigantesca rivolta contro l’occupante straniero, poi sedata col sangue dei ribelli insorti. Gli indios ancora oggi lo venerano come un Dio che subì il martirio e vedono nel patibolo, sul quale si immolò, il simbolo del nuovo calvario del popolo peruviano. Dopo anni di lotta clandestina e sempre alla ricerca di maggiore visibilità internazionale, nel 1996 l’MRTA passa decisamente all’azione con un audace colpo di mano a Lima. Un gruppo armato di giovani militanti (tutti di età compresa tra i 15 e i 18 anni) fa irruzione nell’ambasciata giapponese capitolina dove vengono prese in ostaggio 72 persone. Si tratta, per lo più, di funzionari governativi e diplomatici internazionali. Gli obiettivi del commando guidato da Nestor Cerpa Cartolini vanno ben oltre la richiesta avanzata dal gruppo, ossia la scarcerazione immediata dei detenuti politici del MRTA (condizione necessaria per ottenere il rilascio degli ostaggi dell’ambasciata); si tenta piuttosto, con quell’azione eclatante, di attirare l’attenzione del mondo sul dramma vissuto dai peruviani sotto la dittatura fujimorista. In effetti, l’impatto mediatico suscitato è enorme, a tal punto che i combattenti dell’MRTA ottengono l’apertura di una lunga mediazione internazionale. Questa soluzione garantirebbe almeno l’incolumità dei guerriglieri che avrebbero asilo politico da un paese amico; ma i margini della trattativa sembrano comunque esigui. Infatti dopo un assedio di 126 giorni, il governo decide improvvisamente di rompere gli indugi dando via libera all’intervento dei corpi speciali. Ora tutti gli occhi del mondo sono puntati su Lima, mentre gli operatori della CNN documentano in diretta televisiva - con l’enfasi spettacolare di un film d’azione hollywoodiano - le fasi finali dell’attacco all’ambasciata. Gli assaltatori dell’esercito fredderanno senza pietà uno dopo l’altro tutti i giovani ribelli, lasciando sul terreno anche uno degli ostaggi, Carlos Giusti (giudice della Corte Suprema di Lima, nonché oppositore politico di Fujimori), che verrà “provvidenzialmente” raggiunto da un proiettile vagante. Alberto Fujimori esce così vincitore da quel lungo “braccio di ferro”: può finalmente accreditarsi agli occhi di Clinton e dei “poteri forti” dell’economia come risoluto tutore dell’ordine pubblico. Qualche anno dopo, però, sarà lo stesso “Chino” a scontare gli abusi del suo governo: nel giugno del 2001 il suo braccio destro Vladimiro Montesinos, capo dei servizi segreti (il famigerato SIN) e vera “eminenza grigia” del regime, viene incriminato per aver corrotto - con elargizione di cospicue somme di denaro - alcuni membri del parlamento ed altri esponenti dell’opposizione. Travolto dagli echi dello scandalo e ormai privato del consenso popolare, Fujimori si decide finalmente a lasciare il Perù per la sua terra d’origine, il Giappone, dove vive tuttora in una sorta di esilio dorato, appena sfiorato dai procedimenti giudiziari (corruzione e narcotraffico) che gravano sulla sua persona. Il destino di 25 milioni di peruviani dipende ora dall’operato dell’amministrazione Toledo che promette giustizia e prosperità, senza però - al momento - aver concretizzato nessuno degli impegni presi con gli elettori. Come in Ecuador nel gennaio 2000 contro il presidente Mahuad, o in Argentina nel dicembre 2001 contro De La Rua, o in Bolivia lo scorso mese contro Sanchez De Losada, i popoli del “Cono Sur” continuano ad insorgere contro il modello economico che dovunque in America Latina ha aggravato la corruzione, impoverito le popolazioni e favorito disuguaglianza ed esclusione sociale. “Come un eremita antico io trascorro qui i miei giorni su queste carte e scrivo la storia del mondo offeso (…) Soffro, ma scrivo, e scrivo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute e da compiere”.(Elio Vittorini)


    Sulle orme di Tupac Amaru
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  4. #14
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    L’Olocausto americano




    Coordinadora Simón Bolívar - Tradotto da Francesco Giannatiempo
    Per un presente di lotta radicato in un movimento per la difesa della causa amerindia (indigenismo) degno e combattivo contro l’ingiustizia, in fratellanza con gli afro-discendenti e con i meticci. Un’identità nella lotta per una società senza sfruttatori; un’identità senza esclusioni divisioniste né misticismi artificiali paralizzanti; senza manipolazioni dello pseudo-indigenismo made in USAID-UE - tanto compiacente alla genuflessione e al divisionismo neo-razzista dell’ambito popolare quanto funzionale al Grande Capitale. Alla vigilia del 12 Ottobre, abbiamo cominciato a ripensare la nostra identità con un fulcro unitario nella lotta per la giustizia sociale per tutte e tutti.
    Da piccoli, per molte generazioni, ci hanno insegnato a celebrare il 12 Ottobre come “Il Giorno della Razza”… Questa distorsione della storia è solamente un dato in più di tante altre menzogne che ci hanno fatto ripetere fino a ritenerle vere. All’inizio, questa celebrazione venne imposta a ferro e fuoco. Fu imposta dal genocida conquistatore così come la sua lingua, le sue religioni, le sue credenze, il suo sistema politico ed economico, la sua cultura… attraverso lo sterminio sistematico di 70 milioni di nostri avi che vennero assassinati in molti modi, con il proposito di strappare loro la propria terra, spogliarli dei propri diritti ancestrali e, molte volte, addirittura per il solo piacere di vederli soffrire – come si può apprezzare in uno dei numerosi racconti di Fray Bartolomé de las Casas (Siviglia, 24 agosto del 1474 o 1484 – Madrid, 17 luglio del 1566) che fu un “encomendero” spagnolo [colonizzatore a cui veniva concessa un’ “encomienda”, ovvero l’assegnazione di un gruppo di indios a un colono, NdT] e poi frate domenicano, cronista, filosofo, teologo, giurista, «Procuratore o protettore universale di tutti gli indios delle Indie», ed è considerato uno dei fondatori del diritto internazionale moderno, un grande protettore degli indios e precursore dei diritti umani:
    Una volta ho visto che, mentre quattro o cinque capi e persone importanti bruciavano sulle graticole (e credo anche che c’erano due o tre coppie di graticole dove altri stavano bruciando), siccome si lamentavano con grandi grida e facevano pena al capitano o gli impedivano di dormire, lui ordinò che venissero soffocati; la guardia, che era peggio del boia che li bruciava (e so come si chiamava; conobbi persino i suoi parenti a Siviglia), non volle soffocarli: con le proprie mani, prima gli mise in bocca dei bastoni di legno affinchè non facessero rumore, e poi attizzò il fuoco fino a che potessero morire arsi lentamente come lui desiderava”.
    La nostra vera storia è riempita di questi racconti crudeli, di violazioni, torture, mutilazioni e umiliazioni atroci che, con l’oblio della distanza temporale, oggi ci sembrano incredibili, sebbene non lontani dall’attuale realtà mondiale, dove l’impero – adesso statunitense – applica le stesse tattiche di conquista, con strumenti moderni (droni, missili, bombe, armi chimiche). Molti di questi eventi sanguinari non vennero mai registrati e molti altri vennero giustificati con le scuse più ironiche che si possano immaginare, includendo persino “Dio”. E attualmente si invade con la scusa della “Democrazia” o si uccide contro il “Terrorismo”.
    Tale processo di conquista, con l’aiuto della scienza, della tecnica e della tecnologia attuale, si è raffinato a livelli sorprendenti, in cui il dominato neanche si rende conto della propria condizione, ma addirittura arriva fino alla difesa di chi lo sottomette mentalmente; viene preparato (“educato”) a segnalare, condannare, fino ad attaccare chi pretende di liberarlo o a lottare contro l’imperialismo e i suoi nuovi metodi – molte volte fatti “Legge”.
    Malgrado tanti secoli di dominazione - prima fisica e ora mentale – nel Popolo Povero è sempre sopravvissuto il sangue ribelle, combattivo e libertario dei nostri antenati, amanti della libertà e della natura, indomabili di fronte all’ingiustizia e, soprattutto, disposti a vendicare i propri morti. Questa fiamma è stata trasmessa di generazione in generazione, attraverso il racconto orale e scritto, e soprattutto con l’esempio della lotta.
    In Venezuela dobbiamo fare sforzi per riscattarci dall’oblio, dalla censura imperialista e borghese, dall’alienazione come maniera di schiavitù mentale, e diffondere alle nuove generazioni la nostra vera storia di resistenza.
    Devono divenire familiari e tornare ad affiorare nella nostra identità culturale i nomi dei nostri guerrieri indigeni, i nostri Caciques, tali come furono: Aramaipuro, Arichuna, Baruta, Catia, Caricuao, Cayaurima, Chacao, Chacumbele, Chicuramay, Cuaicurián, Conopaima, Guaicaipuro, Guaicamacuto, Guaratarí, Queipa, Mamacurri, Guarauguta, Manaure, Mara, Maracay, Meregote, Murachí, Naiquatá, Paisana, Paramacay, Paramaconi, Pariata, Maiquetía, Prepocunate, Sorocaima , Tamanaco, Terepaima, Tiuna, Yaracuy, Yare, Yavire, Paramaiboa, Pariaguán y Yoraco.
    Nell’affanno di preservare la nostra memoria collettiva e storica, di mantenere accesa la rivolta latinoamericana dinnanzi all’invasore e, soprattutto, di costruire una società con una giustizia vera e con le libertà paritarie per tutti, la Coordinadora Simón Bolívar, propone di celebrare l’11 Ottobre come l’“Ultimo Giorno d’America”; commemorare il 12 ottobre come l’“Inizio dell’ Olocausto Americano” (o dell’ inizio dell’ “Invasione Europea dell’ America”); e il 13 Ottobre come l’“Inizio della Resistenza Anti-imperialista in America”.
    In Onore di Sabino Romero e a tanti altri fratelli che sono morti per mano del tuttora conquistatore,
    Dal Venezuela, Terra di Liberatori, a 521 anni dall’inizio della Resistenza anti-imperialista in America, e a 203 anni dall’inizio della Nostra Indipendenza,
    Coordinadora “Simón Bolívar”
    Libertaria, Rivoluzionaria, Solidale, Indigenista, Popolare y Socialista.
    Da: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=10737
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  5. #15
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Molto interessante!

  6. #16
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Diario dalla comunità di San Marcos Avilés, Chiapas

    Pubblicato il 27 giugno 2014 · in Osservatorio America Latina ·

    di Marco CavinatoSono arrivato alla comunità di San Marcos Avilés, situata in cima a un altopiano nel cuore della Selva Lacandona, grazie a un progetto del Fray Bartolomé de Las Casas, il centro per la difesa dei diritti umani che da 25 anni dalla città di San Cristobal de Las Casas sostiene in diversi modi le vittime della violenza e della repressione nello stato messicano del Chiapas, e quindi principalmente gli indios. Da qualche anno è operativo il progetto ‘‘Bricos”, che consiste nel documentare lo stato di alcune situazioni di conflitto attraverso l’invio di ‘‘brigate civili di osservazione’’. Le brigate sono destinate alle zone nelle quali il conflitto è vivo oppure dove è latente ma la tensione è comunque alta, quindi soprattutto in quelle comunità dove vive chi ha scelto la strada dell’autonomia e della resistenza. Nelle comunità autonome, zapatiste ma non solo, il conflitto è normalmente causato da militari o paramilitari che agiscono nella zona, ma in alcune realtà, come quella di San Marcos Avilés, le ragioni sono da ricercare all’interno della comunità stessa.Nel 1994, anno dell’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, l’uomo che possedeva tutte le terre della comunità di San Marcos è stato cacciato da quegli indios che aveva sfruttato fino al giorno prima. Il possidente, poi, ha preteso una liquidazione per lasciare quei terreni ai contadini ribelli. “Abbiamo già pagato con il sangue dei nostri compagni”, è stata la risposta che ha ottenuto da loro. Da quel giorno le terre sono state dichiarate di proprietà dell’EZLN, per essere lavorate dalla gente di San Marcos che, dopo decenni di sfruttamenti e angherie, ha cominciato ad avere la possibilità di scegliere le condizioni del proprio lavoro e di beneficiare per intero dei suoi frutti. Così per un paio d’anni la comunità resta compatta e diventa una delle tante basi d’appoggio zapatiste, note anche con l’acronimo BAZ, ma nel 1996 arrivano i programmi d’appoggio del governo federale e dello stato del Chiapas, che rappresenteranno la prima causa di divisione nelle comunità autonome.Gli indigeni che indossano il passamontagna per conquistare ‘‘terra e libertà’’, infatti, hanno conquistato un alto livello d’attenzione mediatica internazionale, troppo alto per essere repressi nel sangue secondo i “metodi” tradizionali dei governi messicani. Così, sia a livello statale che federale, il governo intraprende in Chiapas quella che viene definita ‘‘guerra sporca’’ o di bassa intensità: da una parte, paramilitari prezzolati che aggrediscono comunità e fanno sparire persone manovrati e finanziati dai partiti in un contesto di progressiva militarizzazione della regione. Dall’altra, appunto, i programmi di appoggio che prevedono aiuti economici per madri capofamiglia, per le famiglie con bambini e anziani a carico, oppure crediti e versamenti per ristrutturare casa. Insomma il governo messicano si ricorda improvvisamente dell’esistenza degli indios, in una regione che a livello nazionale ha la più alta percentuale di popolazione indigena, da sempre dimenticata, sfruttata ed emarginata, e che è anche quella meno alfabetizzata e con il più alto tasso di mortalità infantile. È quindi a colpi di puro assistenzialismo che i governi da allora cercano di fermare il dilagare degli zapatisti nelle comunità, senza presentare un solo progetto serio di sviluppo per queste.Anche a San Marcos Avilés i programmi d’appoggio governativi hanno creato una netta divisione: dal 1996 molte persone hanno iniziato a togliersi il passamontagna e a uscire dall’organizzazione zapatista, della quale oggi fanno parte 34 famiglie: circa 140 sono invece le famiglie che si sono iscritte ai partiti politici nazionali per ricevere i loro soldi, i soldi degli stessi partiti che anche qui hanno sempre supportato i padroni delle terre e le multinazionali ai danni dei popoli che da sempre abitano queste zone. Tutto questo non rappresentava un problema di per sé per i compas (che è come i compagni zapatisti si chiamano tra loro), ma è chiaro che chi già si è venduto voglia sempre di più: quando nel 2010 hanno dichiarato che avrebbero costruito una scuola autonoma per i propri figli, come disposto dalla comandancia dell’EZLN, gli uomini passati dalla parte dei partiti (ricevere i programmi d’appoggio significa la sottoscrizione ufficiale al partito) definiti ‘‘partidistas’’ hanno utilizzato questo pretesto per presentarsi armati nelle case delle famiglie zapatiste e cacciarle nella notte.Secondo quanto affermano i compas le intenzioni dei loro vicini partidistas sono chiare da anni: in nome della loro legittimità di fronte al “manipolo di testardi” che continua a far parte di un movimento clandestino di insorti, avrebbero come unico obbiettivo quello di appropriarsi di tutti i terreni appartenenti alle famiglie zapatiste. Per fare in modo che i propri figli potessero frequentare una scuola differente da quelle del “mal gobierno”, che impongono la storia coloniale e che tendono a negare le tradizioni e la cultura indigena, le 34 famiglie sfollate si sono trovate a soffrire la fame e il freddo nella notte della montagnane alcune donne hanno dovuto partorire in condizioni difficilmente immaginabili. Con il supporto delle comunità zapatiste vicine e di varie associazioni civili i compas sono potuti tornare dopo 33 giorni, trovando le loro case saccheggiate, alcune piantagioni distrutte e il raccolto del caffè completamente sparito.Da allora la situazione continua a essere tesa, e attualmente la principale questione (o pretesto per alimentare il conflitto) è quella legata all’elettricità che i compas non pagano al mal gobierno. Questa disobbedienza non sembra piacere ai partidistas che in varie occasioni hanno minacciato di cacciare nuvamente le 34 famiglie delle BAZ e di tagliare i cavi della luce che utilizzano. La nostra brigata di osservatori del progetto Bricos si ritrova all’alba a San Cristobal per salire su un furgoncino, pronto a lasciare la città per inoltrarsi nella selva, ed è composta da me, un tedesco, una spagnola e una venezuelana. Ci vogliono sei ore per arrivare alla comunità di San Marcos. Un compa di cui conosciamo solo il nome ci attende al municipio di Chillòn per poi salire assieme a noi sull’ultimo mezzo che si arrampica per la montagna fino ad arrivare alla cima dell’altopiano. Lì ci troviamo davanti alla escuelita autonoma, centro delle discordie del 2010, con i suoi murales in cui spicca l’immancabile faccione di Zapata. Ci siamo.L’accoglienza è calorosa e i primi giorni scorrono pacificamente. Addirittura, durante la festa di un santo per la quale gli zapatisti hanno invitato una banda a suonare, lo spazio dedicato alle danze viene circondato da giovani appartenenti alle famiglie di partidistas che un compa, preso il microfono, invita a unirsi a loro. Per qualche ora ballano tutti insieme. Nonostante l’apparente tranquillità iniziale sono tanti i piccoli segnali che ci fanno percepire il costante stato d’allerta: ogni volta che ci muoviamo veniamo scortati da un compa e ci viene raccomandato di non lasciare la zona dell’accampamento dopo le 8 di sera.All’inizio della seconda settimana l’uomo che assieme alla sua famiglia condivide la casa con noi ‘‘osservatori’’ ci mette al corrente di alcune voci secondo cui i partidistas avrebbero l’intenzione di tagliare alcuni cavi che portano la luce alle case delle famiglie zapatiste. La sera stessa i compas si riuniscono nella zona del nostro accampamento e improvvisamente cominciano a dileguarsi. Qualcuno ci dice frettolosamente che, in effetti, sono sorti problemi legati ai cavi della corrente, mentre un uomo esce imbracciando un fucile. Per ore non sappiamo niente di ciò che sta succedendo, e l’unico zapatista che dopo qualche ora ci raggiunge non parla una parola di spagnolo, essendo la lingua locale il maya ‘‘tzeltal’’. La ragazza spagnola giura di aver sentito degli spari. Per tutta la sera donne agitate passano con i figli per la zona dell’accampamento. Con le orecchie sempre tese ci addormentiamo a fatica senza sapere niente.La mattina successiva un compa ci sveglia alle 7 chiedendo a me e al tedesco di seguirlo, mentre le due ragazze restano nell’accampamento. Scattiamo su, ci infiliamo gli scarponi ai piedi, le macchine fotografiche in tasca e ci avviamo dietro di lui. Strada facendo ci spiega che, com’era stato previsto, i partidistas hanno tagliato alcuni cavi che portano luce ed energia a una decina di case di famiglie zapatiste. I compas arrivati sul posto sono stati ricevuti con un lancio di pietre, accompagnate da minacce: quando i partidistas si sono avvicinati a un secondo pilone per tagliare anche quei cavi, un gruppo di donne zapatiste li ha accerchiati per proteggerlo. Anche loro sono diventate il bersaglio di un fitto lancio di pietre e due di esse hanno riportato ferite alla testa e al corpo.I partidistas hanno sparato alcuni colpi in aria e, nonostante la scelta degli zapatisti di non reagire alle provocazioni, per tutta la notte la tensione è rimasta alta. Ci riferiscono anche che quella stessa mattina c’è stato un altro tentativo di tagliare i cavi, non appena i compas si sono allontanati un attimo, alla fine della nottata di veglia. infine un nuovo lancio di pietre ha ferito due zapatisti. Arrivati sul posto, Luis, l’uomo che ci fa strada, ci mostra alcune pietre che sono state lanciate. C’è un tetto di lamiera sfondato da altri pietroni. Dopo aver scattato alcune foto, saliamo fino ai piloni. I cavi sono stati tagliati. Fotografiamo, documentiamo, guardiamo in alto.Dal nulla compaiono, scendono dalla montagna una trentina di uomini, puntano decisi verso di noi, hanno in mano pietre, bastoni, fionde e qualche machete. Il compa Luis non indietreggia di un passo, e noi di certo non lo lasciamo solo. Le grida e le minacce sono soprattutto contro di me e il tedesco: ‘‘Non vogliamo gringos, tornatevene a casa vostra”. Sono istanti lunghi, densi, quelli in cui ci fronteggiano a pochi metri di distanza, puntandoci contro le fionde. A un tratto sentiamo delle grida dal basso: un gruppo compatto di compas, saranno una ventina, sta salendo verso di noi. Ci affiancano. Le due fazioni iniziano a discutere più che animatamente, e le uniche parole che possiamo cogliere in mezzo a tante frasi incomprensibili, gridate nella loro lingua, sono gli insulti. Dopo circa cinque minuti di tensione tra i partidistas compare qualcuno con una scala e un gruppo di loro si avvia verso un altro pilone. I compas ancora una volta decidono di non raccogliere la provocazione. Tra l’altro il goffo tentativo, “scala in mano”, stavolta non riesce perché l’attrezzo non è abbastanza alto. Lentamente il gruppo di partidistas si disperde e da questo momento la situazione pare sotto controllo, le cose si “normalizzano” per il resto della giornata e nei giorni successivi. Certo, continuano le minacce e le voci circa un possibile nuovo attacco ai danni dei compas, ma da queste parti ci sono abituati, sono problematiche “ordinarie”.L’esperienza di poter condividere due settimane con queste famiglie della basi di appoggio zapatiste è stata incredibile. E incredibili sono anche la determinazione e la dignità di questi uomini e queste donne. La partenza da San Marcos è stata come un abbandono amaro, un adiós a tutte le famiglie con cui abbiamo condiviso luoghi, resistenze, speranze ma anche incertezze e inquietudini. Soprattutto per chi nel 2010 ha vissuto l’esperienza del desplazamiento, cioè la cacciata dalle proprie terre, e per i bambini ancora di più, le minacce si trasformano in paura, ma, ascoltando le loro parole, sembra che tutti, anche i più piccoli, abbiano compreso la portata della loro sfida. L’esperienza zapatista di costruzione dell’autonomia è qualcosa di straordinario anche per il livello di coscienza che questa gente ha acquisito. Nel mezzo della selva, in comunità tanto piccole quanto isolate e divise internamente come quella di San Marcos, si possono trovare esempi di resistenza quotidiana praticata con la massima naturalezza e consapevolezza.I compas di San Marcos mi hanno impressionato per la lucidità con cui affrontano le situazioni di tensione e conflitto, e non si puà che ammirare la loro forza nel seguire ostinatamente il percorso dell’autodeterminazione, che per loro non è più un sogno. A chi è consapevole di questo non importa quale sia il prezzo. Tutto questo separa in modo netto i compas dai loro vicini che si sono venduti agli stessi partiti che hanno sempre favorito lo sfruttamento, l’emarginazione e l’eliminazione degli uomini e delle donne che abitano la selva. A San Marcos Aviles 34 famiglie, come migliaia di altre nel Sudest messicano, stanno combattendo quella che gli stessi zapatisti hanno definito “guerra contra el olvido” (“guerra contro l’oblio”). Non vogliono più essere dimenticati, messi da parte, in balia del proprio destino. “Mai più un Messico senza di noi” recitava uno striscione della carovana zapatista che nel 2006 percorse tutto il paese e realizzò la Otra Campaña. Chi, come i compas di San Marcos, non ha dimenticatole proprie origini, non abbassa la testa, non si lascia comprare e non si stanca di resistere, sta vincendo ogni giorno che passa. E allora ¡que siga la lucha!




    Diario dalla comunità di San Marcos Avilés, Chiapas - Carmilla on line ®
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  7. #17
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    L’ultimo articolo di Gustavo Esteva ha suscitato accese polemiche nel paese in cui vive, il Messico. Aveva spiegato perché lo Stato, la democrazia ma soprattutto la nazione sono parole che non alludono a niente di reale ma vengono usate per manipolare, controllare e dominare la gente. Ora torna sul tema precisando che il tentativo indigeno e zapatista di ricostruzione dal basso può in effetti aprire una speranza. Quella della creazione di un nuovo progetto “nazionale” per vivere in libertà e armonia proteggendo insieme la porzione di terra ereditata e di cui si vuol prendersi cura


    di Gustavo Esteva
    Ha diluviato sulla mia milpa (1) elettronica. Hanno dato fastidio le mie osservazioni sulla natura fantasmagorica dello Stato, della nazione e della democrazia (vedi “La politica e la superstizione”). Quello che ha creato più risentimento in assoluto è stato ciò che ho detto della nazione; mi hanno accusato perfino di tradimento della patria.
    Quindici giorni fa ho sostenuto che la nazione è una parola che non allude a niente di reale, ma che si costruisce come simbolo. Da molto tempo la si usa per manipolare, controllare e dominare la gente.
    Luis Villoro è stato probabilmente il primo a mostrare come è sorta l’idea di nazione nel nostro continente. Ci ha permesso di vedere che il movimento intellettuale e politico che ha portato all’indipendenza del Messico si ispirava alle idee di Francisco Javier Clavijero. Con altri gesuiti creoli, forzati come lui all’esilio nel 1767, Clavijero scrisse una storia antica del Messico che rivendicava e esaltava le nostre radici indigene e la nostra realtà naturale, per smantellare i pregiudizi europei sulle caratteristiche di uomini, animali e piante del continente americano.[3]. Per la prima volta ci paragonò positivamente ai colonizzatori e seminò l’idea che potessimo avere una esistenza politica propria.
    Morelos rifiutò di essere trattato come altezza serenissima. Preferiva essere servo della nazione, i cui sentimenti identificava nel desiderio di essere cattolica, libera e indipendente dalla Spagna.
    La nostra prima Costituzione, nel 1824, raccolse questi sentimenti e mostrò bene il carattere della nazione. In questa risiede radicalmente e essenzialmente la sovranità. Per mezzo dei suoi rappresentanti, la nazione adotterà la forma di governo che più le pare. Al dar forma al nuovo Stato-nazione, questi padri della patria menzionarono una sola volta gli indigeni, che ai tempi rappresentavano i due terzi della popolazione: il Congresso poteva ‘negoziare trattati di commercio con altri paesi e con le tribù indigene’. Apparivano loro come stranieri
    La Costituzione del 1857 tolse alla nazione il suo cattolicesimo intollerante, ma né questa né quella del 1917 cambiarono il carattere inafferrabile della nazione, questa vaga e immarcescibile signora e padrona di vite e proprietà, che esiste solo nelle sue incarnazioni di rappresentanti e di governi. Presso di loro mantiene discretamente la sua condizione fantasmagorica, che condivide legalmente con il popolo, il quale si trasformò nel 1857 in titolare della sovranità che questa possedeva.
    Questi rappresentanti e governi in cui si incarna la nazione si occupano di cambiarle di continuo forma e figura, ricostruendola a immagine e somiglianza delle mode del giorno. Un paio di esempi possono illustrare questi mutamenti. Smise nel 1857 di essere cattolica intollerante, come alla sua nascita, ma da Salinas in poi i governanti resistono e svuotano il carattere secolare del governo e esibiscono appena possono la loro fede cattolica. Come diedero alla nazione la facoltà di costruire la proprietà privata, cedendo ai privati ciò che le appartiene, i governanti quando vogliono la spogliano perfino delle sue ricchezze più preziose, come stanno facendo oggi; affermano, nel farlo, che è per il suo bene (quello della nazione).
    Diverse incarnazioni del PRI usarono il nazionalismo rivoluzionario come bandiera patriottica di dominazione fino al 1982, quando terminò l’amministrazione di chi per ultimo si è definito il presidente della Rivoluzione. Salinas cercò di sostituire questa ideologia con il liberalismo sociale, per dissimulare la transizione al neoliberalismo inaugurata da De la Madrid e che fino ad oggi definisce l’orientamento della nazione.
    Negli ultimi anni della sua vita fruttuosa, Luis Villoro celebrò il fatto che gli zapatisti e i popoli indigeni stavano tentando di sottrarre ai governanti la loro appropriazione illegittima dei simboli della nazione. Lontani da ogni separatismo o da qualsiasi intento di frammentare il Paese, si proponevano di ricostruirlo dal basso.
    Il personaggio che riprende la bandiera della dignità e della giustizia non ha nome, fece notare Villoro, sono i popoli indigeni, in particolare quelli che si sono ribellati nel sudest del Messico, quelli che riprendono queste bandiere e tornano a dichiarare il loro rifiuto a chi li ha dimenticati (La Jornada, 11/1/99, p. 16). Rimane la speranza che loro, insieme a un settore della società civile che è arrivato al limite della tolleranza verso la corruzione e lo sgretolamento dello Stato attuale, creeranno un nuovo progetto nazionale.
    In questa prospettiva, la nazione smetterebbe di essere strumentalizzata per imporre volontà e interessi “alieni” ai messicani. Potrebbe essere simbolo di un accordo tra di loro per vivere in libertà e armonia, prendendosi cura insieme della porzione di madre terra che hanno ereditato e che vogliono curare. Non le si attribuiranno facoltà e capacità che non può avere e nessuno potrà approfittarne per delinquere. Si incarnerebbe in noi, non nei rappresentanti o nei governi.

    Note
    (1) In Centroamerica e in Messico, di solito, la milpa è un piccolo campo da coltivare ma spesso il concetto di milpa si estende a un costrutto socio-culturale piuttosto che semplicemente un sistema di agricoltura. Si tratta di complesse interazioni e relazioni tra agricoltori, così come distinti rapporti personali sia con le piante che con i terreni.
    (2) Luis Villoro nato il 3 novembre 1922 a Barcellona, in Spagna, ma era un cittadino messicano. Era un chirurgo, maestro e dottore in filosofia presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM), con gli studi universitari presso l’Università di Parigi (Francia) e Ludwigsuniversität Monaco di Baviera (Germania).
    [3] Segnaliamo La disputa del nuovo Mondo di Antonello Gerbi, Adelphi, 2000 (ndt)


    Fonte: la Jornada.
    Traduzione per Comune-info: a cura di Camminar Domandando.

    Gustavo Esteva vive a Oaxaca, in Messico. I suoi libri vengono pubblicati in diversi paesi del mondo. In Italia, sono stati tradotti: «Elogio dello zapatismo», Karma edizioni: «La Comune di Oaxaca», Carta; e, proprio in questi mesi, per l’editore Asterios gli ultimi tre: «Antistasis. L’insurrezione in corso»; «Torniamo alla Tavola» e «Senza Insegnanti». In Messico Esteva scrive regolarmente per il quotidiano La Jornada ma i suoi saggi vengono pubblicati anche in molti altri paesi. In Italia collabora con Comune-info.

    Tutti gli altri articoli di Gustavo Esteva usciti su Comune-info sono qui

    Un piccolo nucleo di amici italiani di Esteva, autodenominatosi “camminar domandando”, nei mesi scorsi ha stampato il testo della conversazione tenuta da Esteva a Bologna nell’aprile 2012 (i temi in parte sono gli stessi degli incontri tenutisi nell’occasione a Lucca, in Val di Susa, Torino, Milano, Venezia, Padova, Firenze e Roma): “Crisi sociale e alternative dal basso. Difesa del territorio, beni comuni, convivialità”. (chi vuole, può scaricarlo su www.camminardomandando.wordpress.com).

    Dissolvere i fantasmi della nazione - Comune-info
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  8. #18
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Bolivia e alternativa socialista. Quando l'indigenismo è questione di classe

    di Luciano Vasapollo *

    1. Indipendenza,rappresentanza politica e potere di classe

    La sinistra eurocentrica continua a guardare all’America Latina solo in funzione delle opportunità di mercato che offre e mai per i chiari messaggi politico-sociali che invia, cioè il gran potenziale dei movimenti sociali che sono stati in grado, ad esempio in Bolivia, Venezuela, Ecuador, oltre alla tenuta storica ed eroica del socialismo a Cuba, di sostituire le idee economiciste del sistema attuale del capitale con quelle di solidarietà umana, internazionale e anticapitalistica che sta configurando i processi per e nel Socialismo del XXI secolo.

    Ad esempio il MAS-IPSP ( Movimento al Socialismo –Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli) in Bolivia è stato in grado di contrastare il potere politico ed economico e della cultura del profitto, dei precedenti governi neocolonialisti, o di un ipotetico schieramento progressista ma nei fatti neoliberista, andando a realizzare un miglioramento delle condizioni umane e ambientali del lavoro, attuando un autonomo processo di transizione al Socialismo.

    Ciò è stato possibile attraverso l’articolazione di un vero e proprio strumento politico, cioè il MAS, che è stato in grado di creare un sodalizio fra i movimenti sociali e le loro lotte contro le privatizzazioni dei beni comuni, e le lotte e l’educazione dell’alternativa proposte storicamente dai popoli indigeni originari, coniugandole con l’iniziativa politico-sindacale proveniente dai cocaleros, dai mineros e da tutte le strutture e organizzazioni politiche che storicamente in Bolivia si sono poste sul terreno del conflitto anticolonialista e antimperialista.

    Ciò ha dato maggiore impulso ed organizzazione al conflitto sociale ponendo al centro i bisogni reali delle varie componenti del popolo lavoratore boliviano portando alla vittoria di Evo Morales e del MAS, rafforzando l’indipendenza dei movimenti sociali e contadini e dando nuovi elementi e nuovo impulso a forme politiche ed economiche di una solidarietà più ampia che supera i confini contadini e si realizza soprattutto con altri gruppi di lavoratori nelle loro diversità e complessità, dagli operai ai minatori, agli artigiani,agli Aymaras urbani e delle metropoli che si stringono in relazioni culturali, sociali e politiche con i propri fratelli della campagna.

    Già da metà degli anni ’90 per valorizzare la propria storia e la propria identità, la propria cultura che si oppone allo sfruttamento del modo di produzione capitalista sulla natura, che i popoli originari insieme alle organizzazioni storiche, politiche e sindacali della sinistra sociale e di classe hanno ripreso l’iniziativa di lotta e di governo per un cambiamento radicale all’interno del proprio paese.

    Ed è proprio in questo ciclo ascendente di lotte che si è sviluppato in forme diversificate, che il MAS guidato dal dirigente sindacale cocalero Evo Morales Ayma si è mosso su un terreno di lotte sociali e politiche che si sono trasformate in Governo.

    Alle politiche neoliberiste il MAS ha saputo opporre una vera e propria lotta per l’autodeterminazione ed anche per la “sovranità alimentare”, ossia la possibilità per tutti i lavoratori di definire e tracciare attraverso le proprie organizzazioni di base le politiche di produzione e quelle di distribuzione degli alimenti, con il rispetto delle diverse culture e tradizioni educative che caratterizzano i diversi popoli valorizzando anche le forme di produzione adottate dalle popolazioni indigene come la difesa della foglia di coca che si coniuga al grande ideale della dignità e sovranità della Bolivia nazione.

    2. L’ indipendenza dei movimenti sociali e sindacali di base

    Il programma politico del MAS ha scelto prioritariamente di coinvolgere i movimenti sociali per autorappresentarli nella sfera statale, combinando cioè le lotte sindacali con le lotte e la cultura delle popolazioni originarie che, oltre ad avere in comune l’elevato livello di povertà, gli alti tassi di mortalità e di emarginazione sociale, si distinguono per la loro antica cultura solidaristica, la loro educazione, comunitaria, per il rapporto privilegiato che hanno avuto da sempre con la natura con la terra, la Madre Terra, Pacha Mama.

    La capacità del MAS è stata proprio quella di dare espressione alla combinazione di politico e sociale, superando anche le forme cosiddette “democratiche” che però hanno continuato nell’esclusione della maggioranza nazionale indigena, proprio quella che si è opposta in maniera più diretta e dura al modello neoliberista delle privatizzazioni delle imprese statali e alla perdita di sovranità nazionale sulle risorse naturali come il gas e il petrolio. E’ così che il MAS ha saputo riportare le lotte dei popoli originari su un terreno politico di classe, unendo alle lotte degli altri settori di lavoratori per continuare insieme la battaglia capace di evitare lo sfruttamento senza regole dei loro territori da parte delle grandi imprese multinazionali del mondo cosiddetto “emancipato”, “sviluppato”, cioè quello dello sviluppismo quantitativo e consumista del capitale.

    E’ il concetto di una Bolivia degna, sovrana e produttiva per il Vivir Bien che fa parte del programma del Movimento Al Socialismo (MAS), un movimento strumento politico per la sovranità popolare che ha saputo portare il primo indios alla Presidenza della Repubblica.

    Il concetto educativo e politico fondamentale di questa filosofia andina e amazzonica del Vivir Bien si basa su una idea di convivenza comunitaria; l’indigenismo identifica tale paradigma con il piacere del vivere in armonia con la Madre Terra.

    Tale continuità culturale significa esplicitazione da parte del MAS di un modello politico che pone al centro le lotte dei popoli naturali e delle organizzazioni di classe dei contadini e degli altri lavoratori con una pratica politica che è anche dimostrata dalle forme cosiddette di istituzioni di reciprocità, dove il soggetto non è la collettività in quanto tale ma l’interscambio di beni, servizi ed energia fra unità familiari individuali e ciò vale anche a livello intercomunitario. Il MAS ha saputo riportare a protagonismo politico anche il senso comunitario del popolo Aymara, dimostrato non solo dal ruolo delle assemblee e delle decisioni comunitarie o dalla centralità dell’istituzione del lavoro e dell’aiuto reciproco, anche per quanto riguarda le necessità primarie dell’interscambio di beni alimentari ed energetici, ma anche per la cosiddetta solidarietà emotiva, spirituale, anche relativa alle feste, alle cerimonie rituali e religiose, ai legami di gruppo, alle decisioni collettive in chiave redistributiva e le continue interazioni comunitarie anche in campo non direttamente economico attraverso istituzioni di reciprocità.2

    L’alternativa che propone questo movimento sostiene concetti di classe, e critica il modello politico-economico ed educativo occidentale che non pone al centro di tutto l’uomo, come figlio di Pacha Mama, in quanto parte della natura ma piuttosto gli interesse materiali del profitto, dell’accumulazione, dello sfruttamento dell’uomo e della natura.

    Ecco come lo studio e lo sviluppo di teorie legate a pratiche di lotta sociale indirizzate dall’organizzazione come “strumento politico” per l’alternativa siano il congiunto per la critica dell’economia applicata del capitale e per costruire invece la transizione al Socialismo. Ciò è possibile a partire da una economia socio-ecologica politica come supporto e interscambio di esperienze con i movimenti di lotta internazionali dei lavoratori; in un intrecciarsi di teoria e pratica della lotta di classe, dove la contraddizione capitale-natura è assunta tutta dentro le dinamiche del conflitto capitale-lavoro, per il superamento del modo di produzione capitalista nella costruzione concreta dei percorsi del Socialismo nel XXI secolo.

    Una cultura e una educazione, quindi, del “vivir bien del socialismo comunitario”, in armonia con la Madre Terra, come la definisce il MAS in piena sintonia con il movimento indios boliviano; un’economia socio-ecologica politica che si coniuga ai processi di lotta che uniscono le varie forze sociali in un’alleanza in grado di organizzare i lavoratori e gli sfruttati per costruire una nuova idea di sinistra anticapitalista.

    Si tratta quindi di un vero e proprio processo di transizione che deve garantire equità, redistribuzione della ricchezza nella giustizia sociale, salari minimi dignitosi, sanità, alloggi e diritti sociali, economici e civili per tutti, vera protezione ambientale, diritto all’indipendenza economica, sociale e politica , per una alternativa socialista allo sviluppo capitalista,.

    3. Centralità dalla soggettività politica per costruire la transizione

    Le pratiche di lotte sociali e sindacali che convergono nello strumento di rappresentanza politica del MAS,forniscono chiari esempi di come fare politica del e con il popolo e come questa crea i presupposti per prendere e tentare con determinazione di difendere nel tempo il potere politico, con una netta configurazione di classe, con la contaminazione fra cultura marxista e cultura indios, nella costruzione di una globalizzazione dell’armonia solidale, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contro la distruzione della natura,in difesa dell’umanità tutta. I successi del MAS sono quelli dei movimenti contadini, di lotta e di azione diretta nel bloccare le privatizzazioni, nel mettere in fuga molti regimi neoliberisti nella Nuestra America e sono proprio basati sul fatto di essere legati ai bisogni della gente, ai bisogni dei lavoratori, contadini ed operai organizzati sul terreno del conflitto di classe.

    La sete di giustizia sociale, la capacità di costruire nuove forme di democrazia partecipativa stanno dando l’impulso alla maggior parte dei governi dei paesi della Nuestra America per avviare un nuovo percorso dove al centro della scena politica si collocano i lavoratori, imperiosamente, la natura e il popolo indigeno, la maggioranza silenziosa da secoli sottoposta a condizioni di sfruttamento inumane e ora diventati soggetto dirigente dei processi di trasformazione politica e socio-economica in atto nei percorsi reali del Socialismo nel XXI secolo.

    Un’America Indio –Africana che nei percorsi del Socialismo nel e per il XXI secolo sta sperimentando una transizione di alternativa al capitalismo coniugando esperienze, culture, politiche, modelli educativi socio-ambientali e pratiche socio-economiche del socialismo comunitario, con il socialismo bolivariano del Venezuela e il socialismo martiano e marxista che ha ancora oggi il punto di riferimento più alto a Cuba.

    La scommessa sulla possibilità di far partire il percorso del Socialismo del XXI secolo in tutta Nuestra America si gioca proprio sull’asse Cuba-Venezuela-Bolivia. E anche tale considerazione non può essere basata su un sentimentalismo nostalgico rivoluzionario, caro a tanta cultura di sinistra eurocentrica che dice di appoggiare le rivoluzioni lontane da casa propria e poi accetta e spesso promuove le sostenibilità del modernismo sviluppista, di un incompatibile e inesistente capitalismo temperato a carattere sociale.

    Solo muovendosi sulle linee guida di Cuba, del Venezuela, della Bolivia,e di altre interessanti e pungenti sfide come quella dell’Ecuador e di tutta l’area dell’ALBA, che con le loro particolarità segnano la nuova primavera socialista di Nuestra America, le riforme parziali possono essere consolidate in programmi di trasformazione strutturale e radicale, le tattiche e le lotte per rivendicazioni parziali misurarsi nelle vere e praticabili strategie per il superamento del capitalismo capaci di esprimere quella soggettività politica che avanza nella costruzione reale del progetto del Socialismo nel e per il XXI secolo.

    * prof. Univ. Sapienza , Roma; Direttore della rivista Nuestra America.


    Bolivia e alternativa socialista. Quando l'indigenismo è questione di classe
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  9. #19
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Julián Apaza, più conosciuto come Túpac Catari o Tupac Katari o Tupaq Qatari (Ayo Ayo, 1750La Paz, 15 novembre 1781), è stato leader aymara di una delle più significative rivolte indigene contro le autorità coloniali nell'Alto Perù, l'attuale Bolivia.



    Nacque ad Ayo Ayo, nell'attuale provincia boliviana di Aroma, sita nel dipartimento di La Paz. Si sposò con Bartolina Sisa, una giovane aymara venditrice di foglie di coca, che diventò poi anch'essa un'icona rivoluzionaria anti-colonialista.
    Prima della rivolta che lo rese famoso, era panettiere e sacrestano.
    Decise di adottare il nome di Túpac Catari prendendo parte dei nomi di due rivoluzionari contemporanei: Túpac Amaru II e Tomás Catari.
    Nel 1781 formò un esercito di 40.000 uomini e il 13 marzo, mise sotto assedio la città di La Paz (che all'epoca contava circa 23.000 abitanti), ma le truppe coloniali ruppero l'assedio. Túpac Catari non si diede per vinto e ritentò l'assedio qualche mese più tardi. A lui si unì anche Andrés Túpac Amaru, nipote di Túpac Amaru II, che tentò di deviare il corso di un fiume per inondare La Paz.
    Nonostante l'appoggio di truppe esterne, i ribelli resistettero 109 giorni durante il primo assedio e 64 giorni durante il secondo. Il 15 settembre 1781, Agustín de Jáuregui (viceré del Perù) promulgò un'amnistia generale e un anno di esenzione fiscale per cercare di diminuire l'appoggio della popolazione ai ribelli. La rivolta indigena, una delle più significative del XVIII secolo per coinvolgimento di popolazione ed estensione geografica, venne stroncata e i leader furono giustiziati.
    Tupac Katari venne torturato e ucciso per squartamento il 15 novembre 1781, tirato dalle estremità, dividendo il corpo in quattro pezzi, in modo analogo a quanto avvenne a Túpac Amaru II.
    Il Katarismo

    Tupac Katari fu considerato un'icona rivoluzionaria indigena e, tuttora, è considerato uno dei simboli della lotta, anche armata, contro gli ex-colonizzatori.
    Nell'altipiano boliviano sono esistiti, negli anni ottanta, piccoli gruppi di famiglie (Ayllus Rojos) che si ispiravano al katarismo e al marxismo. A questi si unì in passato anche Álvaro García Linera, vicepresidente della Bolivia, nonostante la sua discendenza spagnola. L'ala più radicale e armata del katarismo boliviano è rappresentata dall'Ejército Guerrillero Tupac Katari (a cui lo stesso García Linera partecipò come ideologo) e prendeva il nome dal rivoluzionario del XVIII secolo.

    Túpac Catari - Wikipedia
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  10. #20
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Uno stato - una nazione - più popoli: La lotta delle comunità Mapuche

    L'attaccamento alla terra rappresenta per i Mapuche, come per altre popolazioni indigene dell'America latina, uno degli aspetti centrali della loro esistenza. La frammentazione delle comunità e l'ostilità del governo cileno hanno fatto sì che da anni questo popolo sia vittima di continui soprusi e violazioni di diritti umani fondamentali.

    Fernando Burrows, direttore della sede regionale di Villarrica della Pontificia Universidad Catolica del Cile da anni si dedica allo studio di questo popolo e alla salvaguardia ed allo sviluppo della lingua e della cultura Mapuche.

    Fernando, quali sono gli aspetti che contraddistinguono il popolo indigeno Mapuche? Uno degli aspetti fondamentali riguarda la concezione e il rapporto con la natura: per i Mapuche tutti gli aspetti della natura, compreso l'uomo, sono parte di un'unità interdipendente: l'acqua non si può separare dalla terra e questa non si può separare dall'acqua e dall'aria. Domina una visione in cui l'uomo, l'aria, la natura gli animali formano un'unità inseparabile.

    Come viene vissuta nella vita quotidiana questa unità tra gli elementi naturali e l'uomo? In primo luogo nel rispetto e nella cura con cui ci si relaziona con la natura. Quando un Mapuche si relaziona con un bosco lo fa avendo consapevolezza del fatto che ha di fronte a sé un essere vivente che merita rispetto. Per entrare in un bosco e per qualsiasi azione da compiere in esso, il Mapuche deve chiedere permesso.

    In che modo avviene questo? In che modo chiedo ad esempio permesso al bosco di tagliare un albero? Vi è un preciso rituale con il quale ci si ingrazia il bosco. Lo stesso accade nei confronti di un animale, sia per ucciderlo che per mangiarlo. Il rituale viene compiuto dal saggio della comunità, colui che detiene il sapere, la tradizione medica e che si preoccupa di tenere viva la storia della comunità.

    Come è organizzata la società Mapuche? La comunità rappresenta l'unità organizzativa fondamentale composta da diverse famiglie e fondata su due aspetti fondamentali: il legame con il territorio e il vincolo di sangue. Ogni comunità di riconosce come tale in quanto appartenente ad un territorio e discendente da un comune antenato.

    Questa protezione del vincolo di sangue significa anche chiusura nei confronti di chi viene dall'esterno? Non necessariamente. I Mapuche accettano il matrimonio misto e la persona esterna viene accolta all'interno della comunità attraverso il rituale del matrimonio. I costumi in questo senso variano a seconda della comunità, in quanto il popolo Mapuche non ha mai avuto un'organizzazione unica e ogni comunità ha un carattere di grande autonomia.

    È di questi giorni la notizia di rivolte e oppressioni da parte del governo cileno nei confronti dei Mapuche per rivendicazioni nelle assegnazioni delle terre. In che modo la presenza dei Mapuche rappresenta un pericolo per il Cile? Il massimo pericolo è quindi la paura della perdita dell'unità nazionale. Lo stato cileno ha fatto proprio il concetto di stato-nazione della Spagna, per cui uno stato- una nazione- un popolo e per questo si oppone alla presenza di gruppi minoritari che si riconoscono con una cultura e una lingua proprie.

    Possiamo parlare di vere e proprie violazioni di diritti umani? Credo che si viola un diritto ad una vita dignitosa. Nei confronti dei Mapuche, il governo cileno ha fatto ricorso alla Legge antiterrorista attuando azioni molto violente e repressive. Attualmente vi sono alcuni Mapuche che, definiti come prigionieri politici, sono tenuti in carcere proprio in base a questa legge antiterroristica e hanno fatto lo sciopero della fame per protestare contro queste violazioni.

    Vi è una rappresentanza Mapuche in parlamento? No. È allo studio una proposta per cambiare la costituzione che preveda anche una rappresentanza della minoranza. Il contatto con l'EURAC e con l'Alto Adige è da questo punto di vista molto importante per il confronto con un modello di autonomia estremamente avanzato e di rispetto dei diritti delle minoranze ad una rappresentanza in Parlamento. Il Cile riconosce il diritto di rappresentanza della minoranza politica, ma non di quella etnica.

    La frammentazione in comunità autonome non può diventare anche un elemento di debolezza per la tutela di propri diritti? Si, certo. Tuttavia questo elemento è di difficile soluzione visto che il rapporto molto stretto con la comunità è un aspetto centrale della cultura mapuche, mentre manca il concetto di identificazione con la comunità più grande, proprio della società occidentale. Vi sono organizzazioni che raggruppano diverse comunità ma che risultano al loro interno molto diverse e frammentate. La legge indigena attuale, la Ley Indigena numero 19.253 del 1993, inoltre non riconosce legalmente queste organizzazioni proprio perché lo stato cileno ha interesse affinché le comunità Mapuche si mantengano separate. Questa frammentazione fa parte della storia del popolo Mapuche, vi sono stati episodi di scontri ad esempio tra le comunità del nord e quella a sud del Rio Bío-Bío che avevano rapporti più stretti con gli Spagnoli. La legge indigena, permettendo la composizione di comunità sempre più piccole non ha fatto altro che fomentare queste differenze: se vi sono famiglie che sono in disaccordo queste si dividono comunità ancor in più piccole, e ciò si traduce nella perdita della capacità di concertazione.

    Come vivono le nuove generazioni il contatto con l'identità mapuche? Diversamente dai loro genitori che non si riconoscevano nelle comunità a causa delle discriminazioni di cui erano stati vittime, i giovani che hanno oggi intorno ai 20-25 anni stanno compiendo un processo di recupero di un sentimento di identità e di appartenenza. Il movimento di riunificazione Mapuche è iniziato intorno agli anni '80 e, come in altre parti dell'America latina, ha sollecitato il riconoscimento ed il rispetto dei diritti fondamentali, nonché il diritto al territorio. L'enfasi data alla storia delle persecuzioni subite porta, tuttavia, soprattutto nei giovani, ad un aumento della violenza e dell'aggressività rispetto al dialogo.

    Quali prospettive vede per il futuro del popolo mapuche? L'unica soluzione alle tensioni attuali è che vi sia da parte del sistema politico un riconoscimento di uno spazio proprio per i Mapuche. Il governo deve riconoscere che all'interno del territorio del Cile vi è una diversità, che questa è positiva e va rispettata. Questo consenso è difficilmente raggiungibile con il conflitto, come avviene oggigiorno: se si continuano a vedere solo Mapuche che incendiano e fanno danni, non si fa altro che fomentare l'immagine dell'indigeno - terrorista e questo alimenta pregiudizi e paure, influenzando negativamente l'intera opinione pubblica.

    Intervista: Stefania Campogianni

    Uno stato - una nazione - più popoli: La lotta delle comunità Mapuche - EURAC research





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