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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Difendere la terra: la lotta dei maya in Guatemala

    Pubblicato il 27 agosto 2014 · in Osservatorio America Latina ·

    di Marco Cavinato In Guatemala le popolazioni che si organizzano di fronte agli interessi delle grandi imprese stanno frenando l’espansione dello sfruttamento minerario, idroelettrico e delle monocolture che distruggono le loro terre e la loro forma di vivere. Dal 2008 le comunità hanno raggiunto una coordinazione a livello nazionale, grazie alla quale gruppi di lingua e cultura differenti si sostengono a vicenda nelle lotte territoriali e si ritrovano unite nel reclamare con forza la Consulta popolare come diritto fondamentale per la propria autodeterminazione, lottando per il riconoscimento di questa contro una classe politica che cerca di delegittimarla con ogni mezzo. I conflitti nei territori indigeni legati alla terra e alla difesa delle risorse comunitarie in Guatemala hanno profonde radici storiche. La rivoluzione del 1944 portò a elezioni libere e democratiche che furono vinte da Jacobo Arbenz, il presidente che verrà ricordato per aver nazionalizzato buona parte delle terre del paese e averle redistribuite alla popolazione nullatenente. Le terre in questione fino ad allora appartenevano principalmente alla United Fruit Company, la multinazionale statunitense che commerciava banane e frutta tropicale in tutto il continente (l’attuale Chiquita).Uno dei maggiori azionisti della compagnia, John Foster Dulles, era il fratello del capo della CIA: la compagnia ha avuto un ruolo e una responsabilità diretta nel golpe organizzato dal governo di Eisenhower nel 1954 che ha riportato il territorio guatemalteco nelle mani di governi fantoccio ma soprattutto delle multinazionali statunitensi. Con i governi che si sono susseguiti da allora le cose non sono cambiate.Soprattutto negli anni settanta e ottanta, con il pretesto di una minaccia comunista e in piena Guerra fredda, i governi al potere si sono resi responsabili di centinaia di massacri, 200mila morti o scomparsi (più dell’80% indigeni maya) e 450mila sfollati: il conflitto, conclusosi ufficialmente nel 1996, ha rappresentato la fine di tutti i movimenti sociali e indigeni di protesta.Nonostante i livelli estremi di violenza di quegli anni e la loro eredità di sangue, emerge oggi un nuovo fermento sociale che attraversa il paese: uno dei casi più emblematici è l’organizzazione dei popoli maya d’Occidente (dipartimenti di Huehuetenango, San Marcos, Quetzaltenango, Quiche, Sololá, Totonicapán) che si sta estendendo a tutto il territorio. In Guatemala sono ufficialmente riconosciute 24 etnie e 22 di queste sono di origine maya. Le ricche risorse minerarie ed energetiche del Guatemala sono sfruttate quasi esclusivamente da imprese straniere e transnazionali che, di fatto, contribuiscono a renderlo uno degli stati più poveri del pianeta. Negli ultimi decenni si è registrato un aumento significativo delle concessioni per l’estrazione mineraria, per le centrali idroelettriche e delle monocolture come la palma africana o la canna da zucchero. Lo sfruttamento minerario, dell’energia idroelettrica e del petrolio del paese vengono riassunti dall’espressione ‘’modello estrattivista’’.Per capire meglio come le popolazioni, attraverso la Consulta, possano sfidare l’attuazione di questo modello, ho incontrato Francisco, uno dei leader della resistenza della zona di Huehuetenango, membro del Consejo Huista (in lingua k’iché’ si scrive wuxhtaj e vuol dire fratelli) e del CPO, il Consejo de Pueblos Maya de Occidente. La zona di Occidente, da dove viene Francisco, è stata la prima a far rivivere l’assemblea popolare ponendola come alternativa alla politica dei partiti ‘’che sono sempre dalla parte delle ricche imprese e mai della gente’’.È significativa l’esperienza della resistenza dei maya k’iché’ della zona di Sipakapa contro la compagnia mineraria Marlin, di proprietà dell’impresa canadese GoldCorp (pare però che dietro ai canadesi si nascondono grossi interessi statunitensi, tanto per cambiare).
    Dagli anni novanta GoldCorp ha cominciato a comprare concessioni e licenze per scavare in un territorio sempre più esteso, speso grazie a raggiri e approfittandosi della povertà materiale delle comunità della zona. Preoccupati dalla volontà dell’impresa di espandere la sua proprietà al loro municipio, le donne e gli uomini di Sipakapa si sono mobilitati manifestando alle autorità il loro totale rifiuto di qualsiasi tipo di scavi che avrebbero distrutto le loro montagne.È nata così a Sipakapa la prima consulta popolare del Guatemala riguardante l’insediamento di progetti minerari nel giugno del 2005. Nonostante non sia arrivato alcun riconoscimento da parte dalle autorità verso questo esercizio democratico e popolare che ha visto la partecipazione della quasi totalità della popolazione, la gente si è opposta con fermezza agli intenti d’ispezione dell’impresa, semplicemente bloccandogli il cammino. Come ricorda una donna di Sipakapa, “il potere dell’impresa sono i soldi, però noi abbiamo il potere di non farli entrare’’.L’esperienza di Sipakapa ha messo in allerta varie comunità minacciate dall’interesse delle imprese per le loro abbondanti risorse: è così che hanno iniziato a crearsi le consulte in vari territori abitati dalle popolazioni maya. Nel 2008 è nato quindi il Consejo de los Pueblos Mayas de Occidente, che collega le lotte delle comunità in tutto il paese (la O dell’acronimo viene ormai letta come ‘’Organizados’’, perché non è più un fenomeno ristretto solo alla zona di Occidente). Il CPO nasce come parte del movimento indigeno internazionale, e ha anche l’obiettivo della ricostituzione dell’identità originaria dei popoli maya visto che ‘’dalla colonizzazione a oggi abbiamo subito un’espropriazione della nostra forma di vivere, di pensare e della nostra spiritualità’’.
    Nei municipi di Huehuetenango e San Marcos l’esperienza della Consulta diventa presto una realtà imprescindibile, la partecipazione è mediamente del 90% mentre alle elezioni politiche non va a votare più del 40% dei membri delle comunità. È importante ricordare però che nelle comunità dove le imprese operano già da tempo le cose sono più difficili per chi si oppone a queste: a mezzora da Sipakapa si trova San Miguel Ixtahuacán, dove ho incontrato Maudilia, Umberto e Crisanta, dell’organizzazione ‘’Defensores de la Madre Tierra’’ che mi hanno parlato della situazione nel loro municipio.GoldCorp in questa zona ha iniziato le negoziazioni nel 1996, e ha ottenuto la licenza per iniziare i lavori di estrazione nel 2005. Da allora ha comprato tutto e (quasi) tutti.
    “Dal principio hanno dato moltissimi soldi alla municipalità, hanno finanziato la costruzione o la ristrutturazione di scuole e chiese, senza mai farsi mancare il loro ritorno di pubblicità”.
    Arrivare in una comunità contadina in mezzo alle montagne, in cui la gente vive da anni del raccolto delle proprie terre, e portarvi palate di soldi ha ostacolato la formazione della Consulta, perché sembra che letteralmente GoldCorp sia stata in grado di distribuire abbastanza quetzales (la moneta guatemalteca) da poter rendere la distruzione della montagna e l’inquinamento delle acque dei problemi trascurabili per la maggior parte della gente.Il legame tra l’impresa e la municipalità a San Miguel è indissolubile da anni: “E’ l’impresa a formare e a scegliere i maestri delle scuole e i medici delle cliniche”, mi spiegano. In una zona dove la disoccupazione è altissima GoldCorp paga piuttosto bene i giovani laureati per andare nelle comunità a convincere la gente ad accettare i nuovi progetti. Organizza grandi feste invitando i gruppi locali più apprezzati e offrendo da mangiare, per questo la gente sembra fare più fatica ad accorgersi che per la prima volta una generazione di bambini non ha imparato a nuotare perché il fiume è inquinato (anche se qualcuno continua a lavarci la verdura).
    I Defensores de la Madre Tierra hanno organizzato un “tribunale di salute”: un fine settimana di visite gratis in una clinica ai cittadini di San Miguel per stabilire e quantificare malattie e danni derivati dalla contaminazione dell’aria e dell’acqua. Il lunedì GoldCorp ha organizzato un grande evento regalando un assegno gigante corrispondente a centinaia di migliaia di euro al sindaco con festa annessa. Intanto muoiono gli animali che si abbeverano al fiume Cuilco e tre ragazzi sono paralitici da quando hanno nuotato nelle sue acque.Fortunatamente però le imprese non sono ancora riuscite a far entrare il loro denaro ovunque.
    La Consulta nasce come risposta comune al modello estrattivista che da decenni si è imposto in Guatemala. Si tratta di una vera e propria espropriazione messa in atto da imprese straniere sempre protette dal governo. Questa espropriazione “è territoriale ma anche ideologica, perché distrugge le basi fondamentali della nostra visione del mondo, colpendo la terra e l’acqua che per noi rappresentano la vita”.Il modello estrattivista è un’espropriazione totale perché estrazione mineraria, del petrolio e sfruttamento dell’energia idroelettrica sono fortemente connessi. Infatti, come dice Francisco, “senza energia non ci sono miniere”. Oggi sono 80 i municipi che hanno istituito la propria Consulta, e se per il governo guatemalteco era facile svincolarsi dalle pretese della popolazione di una sola zona, “organizzati a livello nazionale abbiamo molta più forza”. Per i maya il territorio è qualcosa di imprescindibile, fortemente legato alla propria vita e alla propria spiritualità. “La terra è tutto, è la nostra vita. Senza la nostra terra non siamo niente”.È quindi lo stesso modo ancestrale di vivere la terra che obbliga moralmente chi non ha perso la spiritualità tipica di questo popolo a organizzarsi per difenderla. È fondamentale in questo contesto notare come grazie alla Consulta le comunità siano riuscite a organizzarsi soprattutto in maniera preventiva di fronte agli interessi estrattivi: per esempio nel caso delle miniere le mobilitazioni iniziano già quando la comunità diviene consapevole di un interesse da parte dell’impresa, prima che venga concessa la semplice esplorazione: questo spesso ostacola qualsiasi forma di ispezione, bloccando sul nascere gli intenti di sfruttamento minerario.“L’esercizio del diritto alla Consulta per noi è fondamentale: la Consulta è giusta, legittima e legale”. Questo strumento si è trasformato nella strategia centrale della resistenza delle comunità, tanto condivisa per tre ragioni principali. Innanzitutto l’assemblea è una pratica ancestrale dei popoli maya per i quali la partecipazione è sempre stata fondamentale, “le decisioni della nostra gente sono sempre state collettive, mai individuali”. Un’altra ragione è il conflitto interno che ha fatto sanguinare il paese: tanto orrore così recente ha reso la maggioranza dei sopravvissuti (sono molti quelli che sono dovuti scappare e che sono tornati in questi anni) allergici alle armi e scettici rispetto a qualsiasi forma di lotta violenta.
    Va inoltre considerato il fatto che lo stato del Guatemala nella sua costruzione storica ha escluso ed emarginato gli indigeni dal principio, nonostante questi rappresentino circa il 40% della popolazione totale, quindi fino a che non ci sarà una seria riforma dello stato, è facile intendere la sfiducia delle popolazioni originarie verso le istituzioni.Razzismo e discriminazione contro gli indigeni continuano a essere forti in Guatemala e, nonostante i livelli di partecipazione alla Consulta siano largamente maggiori rispetto alle elezioni politiche, questa non è stata riconosciuta dal governo, che però in alcune occasioni ha cercato di regolamentarla organizzando forme di Consulta gestite dai partiti: “Abbiamo sempre detto ‘no’, che la Consulta è l’espressione della nostra autodeterminazione e la devono organizzare le popolazioni senza intermediari”, spiega Francisco con orgoglio. Il CPO si sta mobilitando in vari modi per il riconoscimento ufficiale della Consulta, che rappresenta solo un primo passo contro il modello estrattivista: “Stiamo lavorando alla ricerca di alternative politiche e economiche al modello neoliberale. Cerchiamo anche di capire come affrontare il potere e l’aggressività delle imprese che con vari mezzi entrano nelle comunità per dividerle internamente. Il governo è sempre dalla loro parte, e cerca in tutti i modi di criminalizzare la nostra lotta accusandoci di essere terroristi e nemici dello sviluppo”.La repressione contro chi si organizza contro gli interessi delle multinazionali delle miniere non si ferma solo alle persecuzioni legali. Da una parte queste hanno portato a vari arresti di membri del CPO negli ultimi anni, visto che solo qui, nella zona di Huehuetenango, due militanti del Consejo sono stati uccisi negli ultimi tre anni. Ma d’altra parte, denunciano nelle comunità, “sono sempre più frequenti le aggressioni fisiche come forma di responsabilizzare i nostri leader, che poi sono gli stessi che vengono accusati di terrorismo” e, ancora una volta, il doppio gioco della criminalizzazione-aggressione diventa lo strumento per combattere la resistenza organizzata contro i grandi interessi.All’inizio di agosto nel Congresso Nazionale Indigeno (CNI) messicano, organizzato dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) nel caracol de La Realidad, in Chiapas, è stato riassunto senza mezzi termini uno dei concetti chiave per il sottocontinente latinoamericano: “La guerra contro i popoli indigeni dura da più di 520 anni e il capitalismo è nato dal sangue dei nostri popoli. In questa nuova guerra di conquista neoliberale la morte dei nostri popoli è la condizione di vita di questo sistema’’. Nei territori del Guatemala segnati dal dolore, dal sangue e dalle ingiustizie le popolazioni originarie si sono riprese la parola in un processo di resistenza che qui viene anche definito di re-esistenza. Comunità con lingue e culture differenti sono guidate dalla consapevolezza che solo organizzate e soprattutto unite possono far fronte agli interessi dei poteri forti, perché nella lucha conta molto di più ciò che si ha in comune e, in questo caso, si tratta soprattutto dell’interesse per la difesa delle proprie terre e della propria vita.

    Difendere la terra: la lotta dei maya in Guatemala - Carmilla on line ®
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  3. #23
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    14 agosto 2014 di Comitato Chiapas "Maribel" Bergamo

    Trascrizione della conferenza stampa dell’EZLN con i Media liberi, autonomi, alternativi o come si chiamino, del 10 agosto 2014, a La Realidad Zapatista, Chiapas, México.
    Prima Parte: parole del SupGaleano
    Buongiorno Gotham City… Mentre finite di fare le vostre foto lì nel padiglione, qui iniziamo la conferenza stampa.
    Prendete posto per favore, in modo che iniziamo a breve e poi ve ne potete andare. Per favore, accomodatevi, compagni, compagne. Seduti.
    Buongiorno Gotham City (questo è un saluto a un compagno che twitta così).
    Quello che avete appena visto, in termini militari si chiama manovra diversiva, in termini comuni è magia. E ciò che ha richiesto pochi minuti, a qualcun altro è toccato farlo per vent’anni, perché riuscisse così.
    Vorremmo iniziare, approfittando della presenza dei media liberi, autonomi, alternativi o come si chiamino, e di compagni della Sexta nazionale e internazionale, rendendovi grazie. E per rendervi grazie vi racconterò la storia di una morte.
    Questo 25 agosto si compiranno 10 anni dalla morte del Tenente Insurgente Eleazar. Nel 2004, ma fin dal 2003, iniziò ad avere una malattia di quelle che compaiono solo nel Dr. House o cose così, che si chiama Guillain-Barré, che consiste nel deterioramento progressivo di tutto il sistema vitale fino alla morte. Non ha cura, bisogna tenere in vita il malato artificialmente, collegato.
    Iniziò ad ammalarsi e lo portarono a Tuxtla Gutiérrez in un ospedale. Lì gli diagnosticarono questa malattia e iniziarono a dirgli che sarebbe stato meglio che se ne andasse, che non era grave; sebbene quando mi dissero che malattia era sapessi di che si trattava; ma i medici, vedendolo indigeno, sapevano che non avrebbe potuto pagare il trattamento. In realtà è un trattamento di sopravvivenza, non c’è cura possibile.
    Mh… vediamo se si riesce a intrufolare i miliziani all’ombra, se no lì cuoceranno vivi, diamine…
    La benda è perché pensiate che ho un occhio di vetro, ma no. Io e le mie maledette trovate, ora me la devo tenere addosso.
    Ebbene, quella malattia… in Chiapas, e mi immagino anche nel resto del paese, la posizione rispetto al paziente è che il medico calcoli se possa pagare o no il trattamento. Se non lo può pagare, sempre secondo i suoi calcoli, allora gli si dice che non ha nulla o gli si danno dei placebo perché pensi che si curerà, e lo si manda a morire a casa sua.
    Noi dicemmo di no. Iniziammo a spendere il fondo di guerra o fondo di resistenza, finché non fu più sufficiente. Allora facemmo appello, sto parlando del 2003 quando ancora ci amava un certo settore dell’intellettualità artistica, per chiedere un sostegno per poter continuare a mantenere in vita questo compagno. Risero di noi, ovvero: gli indigeni si possono ammalare di vaiolo, morbillo, di tifoidea, di tutte queste cose, ma non di un’infermità tanto aristocratica, diciamo, giacché colpisce sono uno su un milione, come la malattia di Guillain-Barré.
    Quando non potemmo più mantenerlo, portammo il Tenente Eleazar a Oventic e lì, con le strumentazioni che riuscimmo a trovare, lo mantenemmo in vita, finché un 25 agosto di 10 anni fa morì.
    Dieci anni dopo, con la disgrazia dell’omicidio del compagno Galeano, per mano dei paramilitari della CIOAC-Histórica sono state distrutte la scuola e la clinica che erano autonome, ossia erano degli zapatisti di qui de La Realidad.
    E per la ricostruzione non siamo andati a cercare l’appoggio di quella gente, ma siamo ricorsi alla gente di sotto, ai nostri compagni, compagne e compagnei della Sexta nazionale e internazionale.
    Il compagno Subcomandante Insurgente Moisés, qui presente, con il Comandante Tacho, insieme alle autorità zapatiste di La Realidad, ha fatto un calcolo del materiale necessario, insieme ai compagni che sanno di costruzioni, e ha calcolato 209 mila pesos e rotti. Il calcolo che noi facevamo è: bene, dunque siamo alla frutta, raschiando il fondo del barile forse si arriverà alla metà e un’altra metà la possiamo tirare fuori dal fondo di resistenza o chiediamo supporto agli altri Caracoles.
    La storia di quel che poi successe la conoscete perché voi siete i protagonisti. E con “voi” mi riferisco non solo a quelli che sono qui, ma anche a coloro che attraverso di voi vengono a sapere quel che sta succedendo qui, ossia i nostri compagni, compagne e compagnei della Sexta in tutto il mondo.
    Avete quintuplicato in eccesso, ormai l’ultimo conto dà il quintuplo rispetto a quella richiesta di appoggio. Noi vorremmo rendervi grazie per questo, perché mai prima d’ora l’EZLN aveva ricevuto tanto sostegno e questo sostegno è stato superiore a quel che avete. Perché noi sappiamo che i compagni della Sexta non ci hanno dato quel che gli avanzava, ma ciò che gli mancava. Abbiamo letto nei vostri media liberi, nei vostri tuitter e i vostri feisbuc, storie che ci riempiono di orgoglio.
    Sappiamo che in molti avete dovuto battagliare perfino per mettere insieme i soldi per venire fino a qua, avete perfino raschiato il fondo per mettervi qualcosa sotto i denti, o per cambiarvi –stavo per dire calzoni- quello che usate, ma comunque sia avete fatto lo sforzo per ottenere questo e mostrare cos’è l’appoggio tra compagni e non l’elemosina che viene da sopra.
    Quindi la prima cosa che voglio che diciate ai compagni e alle compagne di tutto il mondo, nelle vostre lingue, idiomi, modi, tempi e geografie, è grazie, davvero. Avete dato una bella lezione, non solo a quella gente che là sopra ripartisce elemosine, ai governi che abdicano ai loro doveri e per di più promuovono la distruzione, ma avete anche dato a noi, gli zapatisti, una bella lezione, la più bella che abbiamo ricevuto negli ultimi anni da quando è uscita la Sesta Dichiarazione.
    Il senso di questa conferenza stampa era assolvere a un dovere. Originariamente questa conferenza stampa avrebbe dovuto tenersi a Oventic, quando ci sarebbe stata la condivisione con i popoli indigeni, e poi avrebbe dovuto essere al momento del funerale del compagno Galeano, ovverosia l’omaggio. E si trattava essenzialmente delle ultime parole o del congedo del Subcomandante Marcos e delle prime parole del Subcomandante Insurgente, ora Galeano, ma che allora si sarebbe dovuto chiamare in altro modo.
    Ed è importante quello che vi sto dicendo, quello che avrebbe dovuto essere, ossia come era stato pensato, per proporvi un’altra possibile lettura di quel che è stato l’omaggio a Galeano e questo transito tra la morte e la vita che è stata la scomparsa della buonanima del Subcomandante Insurgente Marcos, che ora il diavolo gli sta torcendo le narici, proprio così, bel tomo, a ciascuno il suo. Questo era sarcasmo, non so se si è…riesco ancora a distinguere queste cose.
    Guardate, compagni, per capire ciò che è accaduto all’alba del 25 maggio bisogna capire quel che era successo prima, quel che sarebbe stato. Ho letto e ascoltato interpretazioni più o meno documentate, la maggior parte delle quali completamente strampalate, su ciò che ha significato quell’alba del 25 maggio. Altre più ingegnose, come per esempio che tutto era un trucco per eludere la pensione familiare (pensione ottenibile sommando i contributi dei coniugi, N.d.T.) o la paternità.
    Ma la maggior parte prescindeva da tutto ciò che era successo; per esempio, la si mise che gli zapatisti dicevano che i media prezzolati non esistono, che ora erano il nemico, che era un’azione contro i media prezzolati, etc. Ma se avete un po’ di memoria, nell’invito originario l’evento era aperto a tutti, quando era a Oventic. Vuol dire che sarebbero entrati anche i media prezzolati.
    Quello che sarebbe successo allora è che Marcos sarebbe morto e si sarebbe congedato dai media prezzolati, per spiegare come li vedevamo allora, a ringraziarli di tutto. E si sarebbe diretto e presentato ai media liberi, alternativi, autonomi o come si chiamino. Voglio dire con questo che una possibile lettura, magari non la più documentata, dell’alba del 25 maggio 2014, è che l’EZLN sta cambiando interlocutore, ed è per questo che vi ho raccontato la storia del defunto Tenente Insurgente di Fanteria Eleazar, veterano di guerra, che combatté, nel 1994.
    Sì, noi zapatisti non solo non abbiamo detto che i media prezzolati non esistono, scemenza che qualcuno ha detto; ma aggiungiamo che ciò che sta succedendo con i media prezzolati è un’altra cosa, che non ha a che vedere con noi e ha a che vedere con l’avanzata del capitalismo a livello mondiale.
    I media prezzolati hanno presentato qualcosa che è meraviglioso all’interno del capitalismo, perché è una delle poche volte in cui vediamo che il capitalismo converte in merce la non produzione. Si presume che il lavoro dei media di comunicazione sia produrre informazione, farla circolare in modo che sia consumata dai suoi diversi pubblici o ricettori, mentre il capitalismo ha ottenuto che i media guadagnino per non produrre, ovvero per non informare.
    Quel che è successo negli ultimi anni è che, con l’avanzare dei mezzi di comunicazione di massa non in possesso privato, ossia che sono contesi o in lite, o che sono quasi terreno di lotta come internet, la stampa tradizionale è andata via via perdendo potere, potere di diffusione e ovviamente capacità di comunicazione.
    Ho qui con me alcuni dati e citerò l’autore perché chiede che ogni volta che si usano i suoi dati lo si citi, autore che è Francisco Vidal Bonifaz, il quale fa un‘analisi della tiratura dei principali giornali in Messico(nota: probabilmente chi parla si riferisce al libro “I padroni del quarto potere“, Editorial Planeta, nel quale l’autore Francisco Vidal Bonifaz fa un’analisi esaustiva della stampa in Messico. In questo libro e nel blog “la ruota della fortuna“ – ruedadelafortuna.wordpress.com -, si possono trovare questi dati così come le tirature di ogni pubblicazione, lo status economico e il livello d’istruzione dei suoi lettori, etc. Il libro e il blog sono raccomandabili a chiunque volesse conoscere più a fondo quanto si riferisce alla stampa messicana. Nota cortesia de “Los Tercios Compas”).I principali giornali in Messico, secondo questa specie di provincialismo inverso tipico dei chilangos (abitanti di Città del Messico, N.d.T.), considerano giornali nazionali quelli che si producono nel DF, sebbene la tiratura di quelli di provincia sia maggiore.
    Nel 1994 si tiravano, a volte in senso più che figurato, più di un milione di esemplari tra i principali giornali. Nel 2007 la produzione era caduta a 800.000 e anche il numero di lettori era diminuito scandalosamente. In un modo o nell’altro il giornalismo d’inchiesta e quello di analisi, che è il terreno che avrebbe permesso ai media prezzolati di competere con l’informazione istantanea che è possibile attraverso internet, furono abbandonati e lasciati ai margini.
    Sui media prezzolati – in realtà non è un insulto, è una realtà, è un mezzo che vive a pagamento, no? – qualcuno dice:“no, è che quello che passa dai mezzi prezzolati si sente molto forte, di brutto, meglio che usiate i mezzi commerciali“. Si sente peggio un media commerciale che un media a pagamento.
    I giornali non vivono della circolazione, ossia della vendita del loro materiale, vivono della pubblicità. Quindi per vendere la pubblicità hanno bisogno di dimostrare, a chi comprerà pubblicità, a chi si stanno indirizzando e quali sono i loro lettori. Per esempio, si dice –questi sono i dati fino al 2008 perché poi tutti i giornali hanno chiuso l’accesso alle informazioni su loro stessi-, El Universal e Reforma arrivavano quasi al 70% di tutta la pubblicità che si paga a Città del Messico, e il restante 30% se lo contendevano gli altri giornali.
    Pertanto ogni giornale ha un profilo, diciamo, del proprio lettore, una classe alla quale si dirige, il suo livello di istruzione, e così via, e così si presenta a chi compra la propaganda. Vale a dire, se io sono El Despertator Mexicano e il mio principale consumatore sono indigeni, ebbene allora vendo a El Huarache Veloz (catena di ristorazione, N.d.T.) uno spazio pubblicitario perchè venda huaraches o pozol (antipasto e bevanda tipici messicani, N.d.T.), o quel che sia.
    Nientemeno, tutti i giornali stampati, compresi quelli che si dicono di sinistra, presentano nella loro analisi il profilo del loro lettore, e tutti, assolutamente tutti, hanno tra il 60% e il 70% dei loro lettori nelle classi con alto potere di acquisto. Gli unici che riconoscono che i propri lettori sono di basso potere di acquisto e di basso livello d’istruzione sono Esto, Ovaciones e La Prensa. Tutti gli altri giornali si rivolgono alla classe alta, diciamo, o a quelli di sopra. E‘ evidente che questa classe con maggior potere di acquisto può accedere all’informazione in forma più istantanea. Perché aspettare per vedere cosa succederà, o cosa sta succedono in un’altra parte del mondo; cosa esce a fare il giornale, se in questo istante posso sapere cosa sta succedendo a Gaza, per esempio? Perché aspetterò il notiziario o di leggere se posso vederlo comunque?
    Non c’è partita perché la supervelocità di quei mezzi di comunicazione fa che le esclusive o le primizie di una notizia sfumino dinanzi alla competizione di questa velocità. Pertanto tutti questi media, inclusi i progressisti, stanno combattendo per il rating, ossia per quel pubblico di classe medio-alta e alta, e poi c’è un’altra classe che è ricchissima, che è più in là di tutto, e io credo che siano coloro che producono l’informazione.
    I media a pagamento hanno solo due opzioni per sopravvivere, perché sono a pagamento. Uno: contrattano la propria sopravvivenza con chi ancora può pagare, ossia la classe politica, che fa i propri affari e la propria propaganda ma in un altro senso; se vedete le tariffe che applica ogni giornale per inserzioni a tutta pagina, mezza pagina, tre quarti, fino ad arrivare al modulo, come lo chiamano, che è il più piccolo, c’è una tariffa speciale per pubblicazioni non commerciali, che sono le governative, e un’altra tariffa per le notizie in breve, che sono per esempio le interviste, che nessuno capisce che ci facciano in un giornale, perché a nessuno interessa cosa dica certa gente, però paga. Le tariffe più alte sono le non commerciali, ossia quelle che paga il governo, e le notizie in breve, le inserzioni pagate mascherate da informazione.
    L’altra opzione che avevano era sviluppare il giornalismo di inchiesta e di analisi che internet non offriva. Non lo offriva fino a che non sono apparsi spazi come quelli ai quali oggi ci riferiamo come media liberi, autonomi, alternativi (a questo punto dirò eccetera, altrimenti ci passo la vita intera).
    Quel che si sarebbe potuto fare è che, di ciò che sta accadendo con l’informazione che fluisce così tumultuosamente, si facesse un’analisi, una dissezione, si tirassero le somme e si indagasse cosa c’è dietro, ad esempio, alla politica del governo israeliano a Gaza o alla politica di Manuel Velazco in Chiapas, o lo stesso in qualsiasi altra parte.
    Nessuno con un minimo di criterio informa attraverso i giornali su ciò che sta accadendo. Voi siete un cattivo esempio perché voi non siete la classe media-alta né la classe alta, se lo foste non sareste qui. Ossia la ciurma, la banda dice: “no, cioè, voglio sapere cosa sta succedendo in Chiapas, leggerò la profonda analisi giornalistica di inchiesta di Elio Enriquez“… nessuno lo fa.
    Nessuno dice: “cosa sta succedendo a Gaza? Leggerò Laura Bozzo perchè mi dica come stanno le cose“. No, questo terreno è stato completamente abbandonato, ma in cambio è attraverso le pagine e i blog che si sta recuperando terreno.
    Questo languido scomparire o retrocedere dei media prezzolati non è responsabilità dell’EZLN, e ovviamente nemmeno della buonanima del SubMarcos. E‘ responsabilità dello sviluppo del capitalismo e di questa difficoltà ad adattarsi. I media a pagamento dovranno evolversi e convertirsi in media di intrattenimento, ovvero: se non ti posso informare quantomeno divertiti con me.
    Per quanto riguarda il giornalismo di analisi e inchiesta, qualsiasi reporter che sia onesto, di un media prezzolato, ti può dire: “no, il fatto è che questo non me lo pubblicano“; e il giornale guadagna di più a non pubblicare questo tipo di articoli che a pubblicarli.
    Questo è quel che vi dicevo del fatto che la non produzione si converte in una merce, in questo caso il silenzio. Se un giornalista mediamente decente e con un minimo di etica facesse un’inchiesta sull’implicazione dei governi statali di Salazar Mendiguchía, Juan Sabines Guerrero e Manuel Velazco con la CIOAC-Histórica, verrebbe fuori che c’è molto denaro che si sta muovendo da quelle parti, compreso quello che ripartisce la signora Robles della campagna nazionale contro la fame.
    Però si vende meglio il non pubblicare il tale articolo che il pubblicarlo, perché chi lo leggerà, lo leggeranno i nemici di questi notabili della patria? Al contrario, tacendo, o meglio ancora parlando di quanto sta venendo bene la capitale Tuxla Gutiérrez con le opere urbanistiche che stanno facendo Toledo, che è il presidente municipale, e Manuel Velazco, sì che si vende, anche se è pura menzogna. Noi controlliamo i twitter dei giornalisti, sono giornalisti a pagamento, lavorano, cioè, per media prezzolati, ma stanno informando di tutto questo, dell’immagine di guerra che presenta la capitale del Chiapas a causa di queste opere completamente anacronistiche e assurde che si stanno facendo.
    Ma per esempio, venisse gente da Veracruz, io credo che direbbe: “Ebbene, il fatto è che noi per sapere quel che sta accadendo a Veracruz leggiamo l’Heraldo de Xalapa – sempre che esista”. Direbbe: “Non rompere Sub, perché continui se questi non c’entrano niente”.
    Pertanto il problema che abbiamo tutti nel mondo è: se nei mezzi di comunicazione non ci sono più, se mai ci sono state, né l’informazione, né l’analisi, né l’inchiesta, allora dove le troveremo? C’è quindi un vuoto nello spazio mediatico che viene conteso.
    Ciò che si trattava parimenti di segnalare in quel congedo è che i mezzi che tanto si vantavano di creare personaggi, si vantavano ad esempio di aver creato loro Marcos, sebbene fin da allora si siano sforzati di creare personaggi, non solo non riescono a costruire un personaggio internazionale, ma nemmeno uno nazionale come Lòpez Obrador, sebbene li si paghi.
    Non si può. Ora i personaggi che sono sorti, che hanno commosso o mosso in qualche misura l’informazione a livello nazionale, non provengono dai media, ma piuttosto sono nonostante questi.
    Non so se lo dirò bene, ma Giulian Assange, che con la rivelazione di tutti i documenti dimostrò ai mezzi di comunicazione a livello mondiale che non stavano informando su ciò che stava accadendo, si converte in un referente. Sebbene sia parte di un collettivo, i media lavorano su di lui. C’è persino un film su di lui come personaggio, anche se tutti sappiamo che è un collettivo.
    La signora Chelsea Manning, che si è fatta un’operazione per essere ora Chelsea Manning, e Snowden, non hanno fatto che rivelare quel che è occulto e quel che avrebbe dovuto essere lavoro dei mezzi di comunicazione rivelare. Ma quelli che realmente hanno messo scompiglio nel mondo dell’informazione sono collettivi nei quali l’individuo è completamente diluito, come Anonymous, di cui ora si dice: “E‘ che diAnonymous non si sa nulla, non si mostrano”. La qual cosa è assurda poiché se sono anonimi perché mai gli dovremmo chiedere che si mostrino.
    Insomma, quel che noi abbiamo visto è che l’anonimato del collettivo è ciò che sta venendo a supplire e a mettere in crisi questo affanno mediatico di quelli di sopra di incontrare individualità e personalità.
    Noi pensiamo che ha molto a che vedere con la formazione dei media. Se nei media prezzolati c’è una struttura che invidierebbe qualsiasi esercito quanto a verticalità, autoritarismo e arbitrarietà, per quanto riguarda un media collettivo, media alternativo, libero, autonomo, eccetera, vige un’altra forma di lavoro e un altro modo di fare.
    Diciamo che nei media prezzolati importa di più chi ha prodotto l’informazione. Se voi riguardate le notizie uscite sui media prezzolati al compimento dei 20 anni della sollevazione, nel gennaio di quest’anno, la maggior parte delle notizie sono di ciò che i giornalisti fecero 20 anni prima e non di quel che è accaduto:“io ho intervistato Marcos“, “io ho fatto la tale intervista“, “io sono stato il primo a entrare“, “io ho scritto il primo libro“. Che pena che in vent’anni non abbiamo fatto altro che ricordarsi. Però su di loro pesa questo criterio: l’esclusiva. Non sapete quanto importi a un giornalista e cosa lo porti a fare, e faccia, ottenere un’esclusiva. Il fatto di poter avere l’esclusiva dell’ultima intervista di Marcos o la prima di Galeano vale, costa, anche se non si pubblica, perché, come vi sto spiegando, anche tacere è una merce e si può vendere. Al contrario mi piace pensare che nei collettivi dei quali fate parte voi e altri che non sono potuti venire, la maniera di lavorare fa in modo che pesi più l’informazione che chi la produce. Certo, ci sono alcuni che devono ancora imparare a redigere, ma la grande maggioranza rivaleggia in ingegno, in analisi, in profondità e in indagine su quel che sta accadendo.
    Quello che noi vediamo, in questo casino che è il modo capitalista, è dove troviamo l’informazione. Se ce ne andiamo in Internet e googleiamo, come si dice ora, Gaza, possiamo trovare che i palestinesi sono degli assassini che si stanno immolando solo per distruggere moralmente l’esercito israeliano, o il contrario. Si può trovare qualsiasi cosa. Dove troverai l’informazione di ciò che sta realmente accadendo? L’ideale sarebbe che i palestinesi ci dicessero quello che sta accadendo, non attraverso di altri.
    In questo caso, per esempio, noi diciamo: non sarebbe meglio sapere cosa stanno dicendo gli zapatisti? Meglio rispetto a che qualcuno ci dica quel che lui crede che avrebbero dovuto dire, che non è nemmeno quel che credono che abbiamo detto, è quel che dobbiamo aver detto.
    Come dire che nel testo della luce e dell’ombra, Marcos dice che non scriverà più e quindi Galeano non potrà scrivere, anche se non si sono accorti che quando tutti si sono congedati il gatto-cane resta. Ci sono molte cose che si possono capire da lì, ma ora non importa.
    Quel che noi vogliamo segnalare è che la miglior informazione è quella che viene dall’attore e non da chi sta coprendo la notizia. Chi può fare questo sono i media liberi, autonomi e alternativi. Quello che vi sto dicendo compagni, compagne e compagnei è una tendenza, non è qualcosa che succederà ora, ovvero non pavoneggiatevi come a dire:“ora sì che siamo la créme e il mondo dipende da noi”.
    E‘ una tendenza che noi vediamo con questa maledizione che abbiamo di vedere le cose prima che accadano. Vediamo che i media prezzolati, come mezzi di informazioni, sono in franca decadenza, non per loro colpa, ma per aver abbracciato una classe politica che anch’essa va in decadenza per sopravvivere, e questo si capisce.
    Noi non questioniamo che qualcuno lavori per un media e di questo viva. Pensiamo piuttosto che la dignità e la decenza abbia un limite e che ci sono limiti che si stanno ormai sorpassando, ma questo è un problema di ciascuno. Noi non lo giudicheremo. Quello che vediamo è che il problema in un media prezzolato è la sopravvivenza, quindi la loro sopravvivenza sta su una strada che non stanno seguendo, perché stanno inseguendo di più l’immediatezza.
    A lungo termine il media prezzolato, come qualsiasi cosa che compri e consumi, scomparirà. Perché compri il giornale se puoi consultare la rete? Allo stesso modo non vai a cercare lì l’informazione, non vai a cercare l’analisi di quello che sta accadendo.
    Quindi noi diciamo che, se volessimo sapere cosa sta accadendo in Michoacán, l’ideale sarebbe che quelli di Michoacán ci dicessero quello che sta accadendo. Noi pensiamo che se la gente dalle altre parti del mondo e del paese vuole sapere cosa sta accadendo con gli zapatisti, ci sia quanto meno uno spazio dal quale possano saperlo.
    Voglio dire con questo che noi non vogliamo militanti a tal fine, militanti della comunicazione zapatista, per quello c’è la maledetta idea dei terzi media. Noi vogliamo orecchie, ossia che la gente che vuole sapere venga a conoscenza di qualcosa di verace, o di un’analisi profonda o di una inchiesta reale, prendendo in considerazione quanto è importante una notizia o un’informazione, e non chi la produce.
    Noi vediamo che a lungo termine i media liberi, autonomi, alternativi, riempiranno o possono riempire – non sappiamo se lo faranno – possono riempire quel vuoto che si sta producendo ora nello scambio di informazioni a livello globale. Internet non lo riempie, sebbene lo crediate, su internet puoi trovare quello che vuoi, se sei a favore di qualcosa trovi argomenti a favore, se sei contro qualcosa trovi gli argomenti contrari.
    C’è bisogno quindi che questa informazione abbia uno spazio dove si sistemi, che sia leggibile. Ed è, noi diciamo a grandi linee e tendenzialmente, lo spazio che copriranno i media di comunicazione alternativi, autonomi, liberi, o come si chiamano.
    E questo è ciò che vi avremmo voluto dire a Oventic: che non avete una fottuta idea dell’impegno che vi ricade addosso. Non è che noi vi ammorbiamo sul fatto che ora veniate a La Realidad, che ora andiate al tal posto e lì vanno i media terzi, o i quinti, che sia, i quinti no, ho pensato, ma è un gioco di parole, quindi meglio che gli abbiamo messo il nome di terzi media (nota: è evidente che chi parla è colpito dall’essere guercio, perché in realtà avrebbe dovuto dire “i terzi compagni” e non “i terzi media“, e gli mandiamo subito un’energica protesta affinché la pubblichi nello stesso spazio e con la stessa importanza del suo strafalcione. Nota cortesia di “Los Tercios Compas”).
    No, quel che ve ne viene è la speranza di molta gente. Noi non nutriamo speranza nei vostri confronti, abbiamo fiducia in voi, non soltanto voi che siete qui, ma anche per ciò che siete, la tendenza che possiate coprire questo spazio.
    Il problema che noi vediamo è quello che dei soldi, ora sì. I media autonomi, liberi, tutto questo, si sostengono…la maggior parte delle volte succede che quelli che ne entrano a far parte cooperano ma hanno altri impegni, quindi il media autonomo, libero, alternativo, è come i terzi media (nota: strafalcione e proteste reiterate. Cordialmente “Los Tercios Compas”), ossia funziona in base alle possibilità perché bisogna sbattersi, bisogna stare al passo per poter ottenere i soldi. Oppure durano finché dura il grano, e quando finisce il grano il media scompare. E può anche essere che duri, magari non succede così, quando il calendario impone la sua logica ai componenti, cioè, quando crescono e maturano, come dicono là sopra, e la smettono con le pazzie e le ribellioni.
    Pensiamo quindi che avete questo problema e lo dovete risolvere in qualche modo, non so come. Io vedo che su alcune pagine già compaiono cose come consigli per scendere di peso, su come non invecchiare, sul ferro per stirare la pelle, non so come lo dite, lifting, quelle robe che si mettono, cose così ed esoterismo e vaffanculo. Si, magari chi vede questo media alternativo non fa caso a queste cose e vi entrano due soldi. Alcuni fanno così, ma pure perché vi diano questo voi dovete dimostrare che qualcuno entra nella vostra pagina, qualcuno oltre a voi.
    Noi scherzavamo molti anni fa con quelli che si incaricavano della pagina prima di tutto questo, che dicevano: “no, è che il tale comunicato ha avuto tante visite“. Gli dicevo: “bugia, siamo noi che siamo lì a fare clic, clic, clic, clic, invece no“.
    Non so, è la stessa cosa che vi ha portato a lavorare in collettivo, a parte che che molti fanno artigianato urbano, o non so come si chiami, che producono e così via; forse allo stesso modo, collettivamente, potete trovare la maniera affinché il media non decada, si mantenga e cresca. Non vi resta altra possibilità, compagni, mi spiace di darvi questa informazione, però o crescete scomparirete. Compresi quelli che sporadicamente tirano fuori informazioni; vi rimane solo questa possibilità perché anche tra di voi inizia a esserci questo sviluppo. Magari questa disparità di sviluppo si deve alla profondità dell’analisi, alla capacità dell’inchiesta, o quel che sia, e non perché alcuni abbiano risolto il problema dei soldi e altri no. Fateci caso, perché c’è molta gente che sta aspettando da voi più di quanto voi vi immaginiate.
    Riassumendo. I media prezzolati esistono, sono reali, hanno la loro importanza, questa importanza sta diminuendo tendenzialmente e quel che ha fatto l’EZLN è cambiare radicalmente la sua politica sui media. Non vogliamo parlare con quelli di sopra, a proposito di questo vi spiegherà di più il Subcomandante Moisés nella sessione di domande e risposte, che consiste nel fatto che i media zapatisti fanno le domande e voi date le risposte e non il contrario.
    Quindi quello che ha fatto l’EZLN è dire: non ci interessano più coloro a cui era necessario rivolgersi attraverso Durito, il Vecchio Antonio, ovvero della stampa prezzolata, bensì ora ci interessa la gente che capisce il fatto stesso di un gatto-cane; questo riconoscimento della differenza e il riconoscere che ci sono cose che non capiamo, ma non perché non le capiamo le giudicheremo o le condanneremo – come un gatto-cane che esiste, non lo crederete ma esiste, è reale.
    Quello che ci interessa è parlare con voi, è ascoltarvi, e con questo voglio dire anche la gente che attraverso di voi ci ascolta e che attraverso di voi parla con noi. Se noi volessimo sapere che cosa sta succedendo nel tal luogo, noi prima cercheremmo sui media liberi alternativi, nei quali l’informazione è poca ma anche se poca è molto meglio di quella di qualsiasi media prezzolato, nei quali oltretutto bisogna iscriversi con carta di credito per poter leggere i Laura Bozzo che ci sono da tutte le parti.
    Cos’è accaduto allora che ha alterato questo piano di congedo, ossia di dire ai media prezzolati “grazie per ciò che…”, sebbene la maggior parte di loro siano stati, loro malgrado, complici involontari di ciò che è stato, di ciò che avete visto poco fa: una manovra diversiva o un atto di magia, e avvertirvi del fatto che ora sì che la maledizione vi arriva addosso.
    La maggior parte di voi è giovane. Noi pensiamo che la ribellione non abbia e non dovrebbe avere a che vedere con il calendario, perché noi vediamo gente che ora che ha l’età non ha comunque giudizio perché…(incomprensibile), ma continuano a essere ribelli. E noi abbiamo la speranza che voi continuate, anche se non sarete proprio voi, forse alcuni si dividono il lavoro, “allora voi a cercare i soldi e noi a questo, facciamo a turno o qualcosa del genere“, ma non abbandonatelo quell’impegno, è davvero importante.
    Cos’è accaduto? Perché se voi prendete in considerazione questo piano originario rispetto al quale sarebbero entrati tutti i media prezzolati, pensate che si manteneva ancora due settimane prima, quindici giorni prima che si dicesse no, non entreranno all’omaggio a Galeano.
    Quel che è accaduto è stata una morte. Su questo fatto ho letto solo, non dico che non esista, un articolo di John Gibler, che risulta andare in questo senso. Lui raccontava di aver detto a qualcuno come era stato l’omaggio a Galeano e questa persona con cui parlava gli diceva: “ma tutto questo solo per un morto?“, e lui cercava di dire che un morto, insomma cercò di spiegare meglio che poteva. E noi vogliamo dirvi quanto è importante per noi un morto.
    Se noi lasciamo passare una morte ne lasciamo passare due, se ne lasciamo passare due saranno dieci, poi cento, poi mille, poi decine di migliaia come nella guerra che fece Calderón contro il presunto narcotraffico: si lasciò passare una morte e poi se ne lasciarono passare decine di migliaia. Noi no. Moriremo sì di morti naturali o di morti giuste, cioè lottando, ma non permetteremo che nessuno dei nostri compagni e compagne e compagnei sia assassinato impunemente, non lo permetteremo e metteremo in moto tutte le forze anche se si trattasse di uno solo, o il più ignorato, o il più disprezzato, il più sconosciuto.
    E la rabbia che sentivamo rispetto a Galeano è dovuta al fatto che questo questo compagno Galeano era colui che si incaricava di ricevere questi della stampa prezzolata, caricava i loro zaini, li portava con i suoi cavalli fino a dove facevano le interviste o i loro reportage, li riceveva nella sua casa e dava loro da mangiare. A questi che hanno ignorato e disprezzato la sua morte, e hanno innalzato i paramilitari come fossero eroi, vittime di un’arbitrarietà, suvvia, e quando arrivavano nemmeno si prendevano il disturbo di chiedergli alcunché, anche se per vent‘anni lui si incaricò di riceverli, e con alcuni di loro fece persino scommesse di calcio quando c’erano i mondiali.
    Noi ci aspettavamo una reazione, da qualcuno con cui hai una relazione così, ma non sapevano nemmeno chi fosse. Loro venivano a intervistare Marcos, loro venivano a vedere Marcos, loro vedevano che il cavallo, che l’arma, che quello che ha letto, sebbene la buonanima di Marcos sapeva che libri aveva letto. Vedevano tutte queste cose e non importava chi fosse colui che li stava ricevendo.
    Magari comprendiamo che non gli importasse perché era un indigeno, che per giunta non aveva nemmeno volto, tuttavia gli dava da mangiare, gli caricava le cose, li aiutava con il cavallo, li accompagnava, gli diceva da dove passare, da cosa bisognava guardarsi e così via. Comprendiamo che non gli importasse ma a noi sì che importa, Galeano e tutti e ciascuno degli zapatisti. Abbiamo fatto questo casino e continueremo ogni volta a fare casino, perché non permetteremo nessuna morte, non ne accadrà una sola che resti impunita, perciò abbiamo cambiato tutto, e nella rabbia che sentivamo accadde che il Subcomandante Moisés, che è chi comanda ora su questo, ha detto non entra nessuno della stampa, e non entrò nessuno della stampa prezzolata sebbene originariamente sarebbero dovuto entrare tutti.
    Lì in quella stanza c’è stato il cadavere del compagno Galeano; c’è un video dove c’è il cadavere, sono circondati e ci sono i compagni che recriminano con quelli della CIOAC per la morte di Galeano. Non li hanno toccati, compagni; io, che si suppone sia un essere controllato eccetera, quantomeno gli avrei dato uno spintone: niente, gli gridano contro ma non li toccano. Da qualsiasi altra parte li avrebbero linciati sul posto perché erano corresponsabili di quella morte e lì stava il cadavere. Lì arrivammo noi. Noi eravamo ad Oventic a preparare, io stavo saggiando una sedia a rotelle; qui quel giorno entrai a cavallo, lì sarei entrato su una sedia a rotelle per alimentare la diceria che fossi molto malato, molto fottuto, e alla fine mi sarei alzato perché mi dolevano le ginocchia dall’esercitazione.
    Quando lo abbiamo saputo siamo venuti qua e abbiamo visto, e guardate quel che non uscì sulla stampa e ne uscirà: uno di qui, uscendo di qui, l’altro di lì, l’altro di lì, l’altro di lì, l’altro di lì, sono quelli che erano nella zuffa e venivano qui alla porta del Caracol a burlarsi dei compagni che stavano qui rinchiusi perché non li aggredissero, lì come siete ora voi, stavano loro.
    E si facevano beffe di come ballava, dicevano del defunto, con le mazzate che gli stavano dando; si facevano beffe di come gli hanno sparato, di come lo hanno preso a colpi di machete, e tutte quelle cose che abbiamo pubblicato nell’inchiesta perché sono dolori nostri. Il Subcomandante Insurgente Moisés ha ormai terminato l’inchiesta, ma non verrà resa pubblica per evitare la vendetta. La si consegnerà al Frayba con i nomi eccetera, perché ormai sappiamo chi è stato. Eravamo in questa situazione, compagni, e non potevamo rispondervi nemmeno minimamente perché era una prateria secca, e con niente, una scintillina, si sarebbe incendiato tutto, e qui sarebbe stato un pandemonio di sangue. Abbiamo sopportato e sopportato ma questa rabbia non l’abbiamo slegata. Non l’abbiamo slegata ancora.
    Allora la risposta, John Gibler, è: per gli zapatisti una morte ingiusta è troppo e per questo siamo disposti a tutto.
    Questa conduzione dei media impone una logica inumana, assurda, fuori luogo in tutto il mondo. Guardate, per esempio i bambini e le bambine in Palestina: hanno dimostrato una grande pazienza nel morire, perché muore uno e non gli fanno caso, e continuano a sommare cadaveri finché prima i grandi mezzi comunicazione si voltino a vedere, e continuano a morire perché esca l’immagine. E continuano a morire perché l’immagine sia vista e devono morire in una forma scandalosa, indignante, perché la gente di sopra inizi a dire:“ sentite, no, cosa stiamo facendo lì?”, ossia per fare qualcosa. A noi zapatisti sorprende ogni volta di più quanto poco di umano ci sia nell’umanità di sopra. Perché è necessario tanto sangue affinché dicano qualcosa? E poi viene fuori che sfumano la loro posizione: “sì, ammazzateli, ma non mostratelo perché ci mette in evidenza”.
    Robert Fisk, che scrive su The Independent, della Gran Bretagna, diceva in altro modo quello che stiamo dicendo adesso: il fatto è che i grandi mezzi di comunicazione sono in crisi perché la gente che li legge – che è la classe alta, con alto poter di acquisto e ben informata, dicono – , è indignata perché i mezzi di comunicazione la trattano da idiota, cercando di presentare il massacro che avviene a Gaza come fosse uno scontro o come se la colpa fosse di Hamas. La gente si sente insultata, non è perché hanno i soldi che siano stupidi, alcuni sì che lo sono, ma in genere sono intelligenti e si sentono insultati, e lo riconosceva in un articolo, diceva: “è che siamo in crisi, la gente non ci crede più, non ci prende sul serio, e per di più reclama”. Da altre parti questo succede da anni, come qui in Messico. Tutto ciò che sta succedendo in Palestina, di cui nessuno parla, di questa pazienza mortale dell’infanzia palestinese, noi diciamo che è responsabilità del governo di Israele. Noi differenziamo sempre i governi dai popoli, sappiamo che c’è una tendenza naturale, anche se in altre occasioni abbiamo detto che il problema non è sionismo o antisemitismo, come continuano a dire le grandi teste pronunciando stupidaggini in grande stile.
    Noi non possiamo dire che, poiché il governo di Israele è assassino, che il popolo di Israele sia assassino, perché allora direbbero che il popolo messicano è idiota perché il governo messicano è idiota, e noi, quanto meno, non siamo idioti. C’è gente in Israele, non sappiamo quanta, nobile, cosciente, onesta, e non ha bisogno di essere di sinistra, perché la condanna per ciò che sta accadendo in Palestina non ha a che vedere con la posizione politica, ha a che vedere con la decenza umana: nessuno può vedere quel massacro e dire che non sta accadendo nulla o che è colpa di un altro.
    Quel che vi sto spiegando sulla crisi dei media prezzolati e l’emergere dei media liberi, alternativi o autonomi è una tendenza nella quale, nel lungo cammino dei media liberi o autonomi, vi accadranno cose: io non vorrei dirvelo, ma bisogna dirvelo.
    C’è gente che si demoralizzerà, dicono i compagni, che è quando si arrende qualcuno, quando lascia il suo lavoro, la lotta, dicono che si è demoralizzato, che ha lasciato la lotta.
    Gente a cui i media prezzolati diranno così: vieni dalla nostra parte – a mangiare merda, disse un subdirettore di un giornale, ma ti pagheranno per mangiare merda -, sia perché scrive bene, perché fa buone analisi o perché inquadra bene la foto, il video o quel che sia.
    E alcuni se ne andranno, altri vi tradiranno, diranno: “no, non ce n’è, quel testo non è veritiero, lo hai inventato”, e così via. E altri che zoppicheranno. La claudicazione è una parola che i compagni capiscono bene, che vuol dire che sei lungo una strada e dici: ”ah no, sempre no, di qui no, meglio che vada altrove”. Quasi sempre in questo caso la questione ha a che fare non con il lasciare un impegno poiché a volte uno deve lavorare per vivere, ma con il lasciare una posizione rispetto all’utilizzo dell’informazione, in questo caso dei media liberi, autonomi, alternativi.
    Uno dei problemi che avrete è quello dei soldi, ossia dovrete sopravvivere. Sopravvivenza. Questo è il vostro problema, non solo come media ma anche come essere umani: non dovete ancora mangiare? Anche se alcuni ormai stanno superando il problema, tuttavia…
    Ciò che inoltre vogliamo sappiate, e attraverso di voi altri media liberi, è che noi vi riconosciamo questo sforzo e sacrificio. Sappiamo che è una cazzata venire fin qua per chi ha i soli, ma per chi non ce li ha è qualcosa di eroico. Noi ve lo riconosciamo, vi conosciamo, lo sappiamo e vi salutiamo. Tenete per certo che se c’è qualcuno che prende in considerazione quel che fate, siamo noi. Dove cercheremo l’informazione? Sui media prezzolati? No. Nelle reti sociali? Nemmeno. Nell’instabile e increspato mare della rete? Ti dico che nemmeno lì puoi trovare quel che cerchi.
    Dunque c’è un vuoto su dove stia l’informazione. Il mezzo che usate ora è anche il vostro limite, arrivate a più gente ma è anche un limite perché la gente che non ha internet a media velocità, io li sfido a scaricare ora una vostra pagina, diamine, va a finire che succede un’altra guerra, un’altra sollevazione e arriviamo a vincere la guerra e non ha ancora finito di scaricare. Ci dovrebbe essere una versione più leggera o qualcosa del genere, da smartfon o roba simile. Ma la maggior parte dei vostri interlocutori o di quelli che dovrebbero essere i vostri interlocutori non lo sa usare, ma questo può cambiare. Noi diciamo che in questi tempi il mezzo principale di comunicazione è l’ascolto, per questo noi ci riferiamo a voi come gli ‘ascolta’. C’è gente, lo dicevo a Moi, che ha bisogno di parlare, non gli importa che non lo stiano ad ascoltare, deve parlare di qualsiasi cosa. Ma c’è gente che si preoccupa che l’ascoltiate, e affinché la ascoltiate sta scommettendo perché questo messaggio e questa parola arrivino più lontano.
    La preoccupazione dei compagni e compagne del CNI che avete visto, è che portavano l’incarico che li ascoltaste. A differenza dell’Altra Campagna. Io mi ricordo di quegli incubi multipli, del divano collettivo del “flagellatevi, noi andiamo”, che è stato l’Altra Campagna, dove chiunque diceva quello che gli veniva in mente, non gli importava se lo stavano ascoltando oppure no, se lo stavano capendo oppure no, il gusto stava nel cavarsi, come si dice, la voglia.

    segue.....................

    http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/08/14/trascrizione-della-conferenza-stampa-dellezln-con-i-media-liberi-autonomi-alternativi-o-come-si-chiamino-del-10-agosto-2014-a-la-realidad-zapatista-chiapas-mexico-prima-parte-parole-del-supg/
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  4. #24
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    ............continua

    Per di più era gratis, immaginati quanto spenderesti dallo psicanalista o dallo psichiatra o come si dice ora. Quindi non si tratta di altro che di avvisarvi che il mezzo è anche il limite e che bisogna ricercare. La fonte diretta appare ora come la principale, e noi diciamo: i popoli originari sono gli specialisti dell’ascolto. In verità vi sto avvertendo di ciò che verrà con il festival mondiale della ribellione e della resistenza, ossia è un’esortazione che non diventi il cartellone delle riunioni de La Otra, le assemblee preparatorie eccetera, perché questi compagni e compagne dei popoli originari sono specialisti nell’arte dell’ascolto, nella comunicazione per eccellenza.
    Il fatto che chi in questo momento è l’attore, o sta soffrendo, o sta esercitando un’azione, ti dica come la vede, non impedisce che ci sia un’analisi. E’ quel che tu mi dici, ma io vedo questo e quest’altro. E’ cioè il lavoro dell’informatore.
    E noi vediamo anche in questo utilizzo dei media, a partire dalla disgrazia della morte di Galeano, che anche nei media c’è questa differenza tra elemosina e il sostegno. Se i mezzi di comunicazioni prezzolati ti danno attenzione devi ringraziare, e qualcosa che non perdonano agli zapatisti, “non solo vi porgiamo la mano”, direbbero, “ma ci mordete la mano che vi aiuta”. Noi non vogliamo fare indigestione, sputiamo sulla mano, perché anche l’attenzione dei media è un’elemosina. Al contrario, per i media liberi, alternativi, autonomi, eccetera, non è una elemosina. E’ un dovere a cui stanno assolvendo, e lo fanno nonostante tutte le difficoltà che hanno, ed è il caso in cui diciamo “un media compagno”. So già che Tacho vi ha fatto a pezzi, e per questo che abbiamo tirato fuori il fatto dei ‘terzi compagni’ (nota: ora sì che chi parla ha detto giusto. Cordialmente “Los Tercios Compas”).
    Ma questa è la differenza tra un media prezzolato e un media compagno. Non è che uno abbia i soldi, o guadagni, o no. La differenza sta nel fatto che per alcuni siamo una merce, sia che parlino di noi sia che non parlino; e per altri, come i vostri e come ce ne sono migliaia in tutto il mondo, siamo uno spazio di lotta.
    Nell’evento di ieri che era aperto alla stampa, sono venuti solo tre giornalisti, anzi quattro: uno era dei tre visconti che hanno calunniato la morte di Galeano, e non è entrato. Gli altri tre erano uno di Proceso, uno che lavora nella stampa alla frontiera sud e un’altra che lavora con Aristegui. Fino ad ora avevo citato solo quello di Proceso, ma non è venuto nessun altro media, non so se è una cosa tipo “Paquita la del barrio” (nome d’arte di Francisca Viveros Barradas, cantante messicana, N.d.T.), per dispetto, ma sia come sia.
    Oh quanti morti, poiché non era un evento dell’EZLN, era del CNI, oh quanti morti deve avere il CNI perché si voltino a guardare. “Molti”, diranno i media, “perché diventi una merce, e poi per vedere se vendiamo menzionandoti o vendiamo non menzionandoti”. La differenza per noi è che l’appoggio che si dà al compagno non pone condizioni perché sa che è davvero parte della stessa lotta.
    Quindi, quello che noi vediamo in questo panorama caotico che vi sto presentando è che con l’ultra velocità e l’indigestione, l’eterogeneità delle informazioni, è paradossale che il miglior livello o il livello supremo di comunicazione sia la condivisione, questo livello diretto.
    I compagni hanno scoperto qualcosa che voi avete scoperto nel vostro lavoro, che è il potere dell’ascolto. Se non è possibile che tutti stiamo ascoltando, allora serve qualcuno che afferri questa parola e la scagli indietro, come diciamo noi, ossia ai popoli, che è ciò che fanno gli “ascolta”. E in una maniera o nell’altra è quel che fate voi.
    Ma siccome (secondo noi, già lo sapete, noi che non sappiamo nulla di mezzi di comunicazione) il livello supremo ora è la condivisione, coloro che lo usano meglio sono proprio coloro che bisogna ascoltare. Mi risulta che i popoli originari sono tosti in questo, quanto a pazienza, ma ve ne parlerà di più il Subcomandante Moisés.
    Questo è quanto volevo dirvi. Compagni e compagne, non ci saranno domande perché mi risulta che in 20 anni mi avete ormai domandato tutto quello che mi dovevate domandare e credo di aver ricevuto un certificato di impunità per non rispondere nulla; ma questa ve la dovevamo.
    Lo avremmo fatto comunque in quell’alba, ma siccome ora mi avete come terzo media (nota: mh… quello che parla non impara. Los Tercios Compas!) e stavo controllando che vi stavano piratando tutto, abbiamo detto no, meglio che vi lanciate perché non è giusto quello che stanno facendo i media prezzolati, perché non è stato soltanto un furto ma una sottrazione per disprezzo. O sia, me lo piglio e non dico di chi è perché a chi importa quel fottuto tuit o quella fottuta pagina che nessuno vede.
    Era il reclamo, secondo quanto ci raccontano, che facevano i grandi mezzi di comunicazione che arrivarono a San Cristóbal: “quel Marcos è pazzo, come fa a scegliere gente che non ha nemmeno dieci visite nella sua pagina – quindi cliccate di più (incomprensibile), arrivate a 100 -, e non noi che abbiamo milioni di lettori”.
    Quindi ve la dovevamo, compagni, ecco. Galeano non resterà in silenzio; a volte parlerà Tacho, a volte Moisés, a volte Galeano, a volte qualcun altro, il gatto-cane, o chissà. L’importante qui è che: uno, è cambiato l’interlocutore. Due, l’importante è la tendenza che noi vediamo nella vostra comparsa come media liberi, autonomi, alternativi, eccetera.
    Il fatto è che abbiamo creato i terzi media (nota: argh! L-o-s T-e-r-c-i-o-s C-o-m-p-a-s!) perché non dobbiate farvi questo sbattimento di venire fin qua per mandarvi i materiali.
    Non solo riconosciamo e diamo valore al vostro lavoro, soprattutto riconosciamo e diamo valore al sacrificio e allo sforzo che fate per voltarvi a vedere da questa parte.
    Perciò, specialmente a voi, e in generale a tutti i compagni della Sesta, grazie.
    E’ tutto Gotham City. (nota: chi parla ha voluto imitare la voce del supervillano, Mr Bane, però non gli è riuscito).
    Fine dell’intervento del SupGaleano.

    Traduzione trascrizione conferenza stampa SupGaleano. | Comitato Chiapas "Maribel"
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  5. #25
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Trascrizione della Conferenza stampa dell’EZLN con i Media Liberi, autonomi, alternativi o come si chimano, del 10 agosto 2014, a La Realidad Zapatista, Chiapas, Messico.
    Seconda Parte: Sub Moisés
    Bene, compagni e compagne, avete ascoltato il compagno Subcomandante Insurgente Galeano. Questo è come la vediamo, come la pensiamo.
    Ovvero, abbiamo bisogno della forza di ognuno perché se abbiamo capito come va la vita, allora perché non capiamo come dobbiamo collegarci gli uni con gli altri.
    Alcuni compagni che sono qua in veste di media liberi e contemporaneamente come CNI, questi e queste compagne li avete ascoltati e li avete visti. Ora dovete fare condivisione tra di voi, perché non è la stessa cosa che io parli se però non ho ascoltato.
    È qui dunque che dobbiamo unirci, dobbiamo prenderci per mano gli uni con gli altri.
    Come si chiedeva ai compagni del Congresso Nazionale Indigeno, se dobbiamo stare insieme, cioè indigeni e non indigeni, la parola salirà in una sola voce? Sì. Cioè, i compagni capiranno la vita di quelli che non sono indigeni, quindi come faremo, come lotteremo?
    Cioè, c’è un gran lavoro da fare, noi pensiamo che è molto difficile per quelli che vivono in città, ma anche per noi che viviamo nelle comunità come Congresso Nazionale Indigeno, anche se qui per lo meno c’è ancora il senso di comunità, ma nelle città no.
    Dietro le mura domestiche, non si sa nulla dei problemi del proprio vicino, a volte nemmeno si sa chi è il vicino; e tra le tre pareti, io vivo qui e lì vive l’altra, l’altro vicino e lì un altro; il mio vicino non si preoccupa di cosa mi succede, né io mi preoccupo di lui o di lei. E così si resta incatenati.
    Dunque è un lavoro molto duro quello di cui parlano i compas “la bestia che arriva”, perché sennò ci distruggeranno. Allora come possiamo fare questo lavoro. Ma noi non vi stiamo chiedendo di diventare indigeni, ma nemmeno chiedete a noi di pensare o comportarci come cittadini.
    No. Ognuno faccia la sua lotta ma restiamo uniti. Ricordate che come diceva il defunto SubMarcos, per quanto abbiamo ascoltato e sentito nei vari caracol dove abbiamo fatto incontri, abbiamo cercato di dire che cosa è importante ed è il momento – certo, diverse volte è stato fatto qui -, che arriviamo ad un accordo. Tutti hanno buone idee ma non vengono fuori perché si vuole che per forza sia accettato quello che dice uno, quello che dice un altro, e un altro ancora, ma compagni, quello che possiamo fare è vedere quale idea funziona, e questo possiamo scoprirlo solamente se ascoltiamo e osserviamo.
    Avete visto che qualcuno di quelli arrivati in ultimo, alla chiusura dell’assemblea del CNI, si aspettavano che qualcuno prendesse la parola per chiudere, e non è che avevamo concordato che si sarebbe chiusa così, perché hanno chiuso i compagni stessi, e non era stato concordato.
    Allora si sono accorti che è arrivato uno che ha detto, ‘ah, anche io voglio dire una cosa’. Quando è cominciata volevano fare una condivisone, ma hanno visto che oramai era la chiusura. Poi si è chiuso tutto, perché? Perché il senso è che l’assemblea è dei compagni e pertanto sono i membri dell’assemblea che devono chiudere l’assemblea. Ecco, un esempio.
    Dobbiamo vedere che cosa funziona e che allora si capisce che tutti siamo uguali. Non “io sono il più importante o la più importante”. No. Pensiamo che questo sia un esempio di come possiamo fare questo tutti insieme. Cioè che troviamo quello che diciamo essere un mondo nuovo.
    Bisogna continuare a lavorarci. E’ questo che hanno detto i compagni del Congresso Nazionale Indigeno: dobbiamo condividere, non solo noi indigeni, vogliamo condividere con i compagni e compagne della Sexta nazionale ed internazionale. Quindi, come facciamo a condividere, perché bisogna pensare a quelli che non entrano nella Sexta, come condividiamo con loro?
    Cioè, come ci rispettiamo? Come costruiamo questo rispetto? Perché bisogna costruire questo rispetto, così come stiamo facendo adesso. E credo che allora dobbiamo dare l’esempio, compagni e compagne della Sexta della città, e compagni e compagne della Sexta delle campagne, e che ci incontriamo e ci sentiamo uno solo, senza chiedere di smettere di essere quello che siamo, ma che ci uniamo a quello che vogliamo, a questo mondo.
    Per esempio, quando stavamo preparando questa condivisione con i compagni basi di appoggio, i compagni e le compagne pensavano che noi (noi come comandanti), avremmo detto loro “questo è quello che dovrete fare”. No. Si è fatta un assemblea qui dove siete seduti adesso e sono cominciate a venire fuori le idee fino a trovare quello che sentivamo, come dicono i compas, questi i punti.
    Ma sono venuti fuori un mucchio di appunti fino a che tutti insieme hanno detto ‘ecco, è questo’. Per questo si è molto arricchito, perché i nostri compagni dicevano: la terra – la madre terra, come diciamo – nel marxismo, nel leninismo si dice che la base principale del capitalismo sono i mezzi di produzione, che è la terra. Ma i compagni dicevano di no.
    E domandavamo loro perché. Perché no, sappiamo che il capitalismo pensa così e quelli che hanno trasmesso l’idea ce l’hanno lasciato per iscritto, ma noi dobbiamo capire, dobbiamo lottare per dire, no accidenti! Non permetteremo che sia così.
    Quindi la terra, la madre terra, è la base fondamentale della vita degli esseri viventi, è venuto fuori questo da quelli che stavano seduti qua.
    Vediamo, compagno, compagna, dimmi.
    Sì – dice –, perché esseri umani della campagna e della città vivono la terra, e tutto quello che c’è sopra la terra, gli insetti, più quello che c’è sotto, i vermi, è la base della vita. Perché permettiamo a queste bestie di distruggere?
    E poi si entra nella discussione:
    Ah, chingá! Come facciamo? Come facciamo perché stiamo dicendo che bisogna prendersi questi mezzi di produzione.
    Così abbiamo detto, perché ricordate che in uno degli incontri al CIDECI, il defunto SubMarcos quando parlò della bottigli di coca cola, è lì che dicevamo che i mezzi di produzione devono essere nostri, allora bisogna prenderli. Allora come ha detto il compas del CNI, dobbiamo capirlo che dobbiamo prenderci i mezzi di produzione.
    Un’altra volta abbiamo discusso di questo. Il problema qui è chi ha le terre migliori e chi si impadronisce delle risorse della terra. E’ qui che abbiamo cominciato a separare l’argomento.
    No, sono i transnazionali o i proprietari terrieri, e quindi bisogna cacciarli.
    Bisogna cacciarli, ora sì, tutti noi che viviamo su questa terra, la madre terra, tutti dobbiamo prendercene cura. E ci sono altri compagni che dicono:
    Sì, perché quelli che vivono nelle città producono tonnellate di escrementi che vanno nei fiumi e li inquinano. E gli industriali distruggono la madre terra.
    Ma questa è solo una piccola parte, in realtà è molto più ricca quando vediamo le cose in maniera comune. Vi sto raccontando questo perché c’è bisogno di condivisione. Non so come la farete, perché ci deve essere organizzazione, lavoro, bisogna pensarci.
    Ma credo che nello spazio già concordato con i compagni, nello spazio dei compagni e delle compagne della Sexta, ognuno deve organizzarsi e lottare per ciò che deve trasmettere.
    Davvero si sente se qualcuno trasmette quello che ha osservato, o quello che ha elaborato, o quello che ha convissuto col popolo. (……….) Cioè, lo stai trasmettendo a lui, a lei, e come stavamo dicendo tra noi come CNI, dobbiamo consolidare quello che era prima, che veramente raccontavano i compagni, le compagne.
    Perché ancora esistono. Indubbiamente vogliono distruggere tutto, ma il capitalismo non c’è riuscito. In parte sì, ma è per il controllo che esercita.
    Quindi crediamo che ci sarà altro lavoro da fare. Ma non pensate che noi abbiamo pianificato tutto questo, questa è una delle tante cose, noi non abbiamo pianificato niente, tutto è venuto fuori dai compagni e dalle compagne; questo è quanto è stato condiviso con i compagni alla fine dell’assemblea.
    E questo vogliamo condividere anche qui con i media liberi, perché quando parliamo alle nostre basi, ai nostri popoli, dobbiamo appoggiarli e concordare con loro quello che uscirà dalla loro partecipazione.
    Sembrava che noi dovessimo trasmettere un eredità. Ma la sola eredità che trasmettiamo è mostrare come si deve lavorare, come si deve proseguire e tutto questo, perché è l’organizzazione dell’EZLN e dell’autonomia.
    Allora i compagni e le compagne dicevano, “manca qualcosa, perché che cosa facciamo, non sappiamo che cosa fare con questa cosa – riguardo all’Altra Campagna -. Ed è stato anche lì che ci hanno svegliato, perché che cosa avremmo detto dell’Altra. Allora abbiamo detto:
    - Spetta a voi. Quello che vogliamo dall’Altra è che il popolo si organizzi e che un giorno comandi, cioè è quello che voi state facendo. Quindi voi dovete condividerlo con i compagni della Sexta, quelli che hanno aderito alla Sexta. Quella fu una campagna, per questo si chiama L’Altra Campagna, ma quelli che hanno aderito alla Sexta per organizzarsi, lottare ed essere anticapitalisti, devono condividerlo con gli altri compagni e compagne.
    Questo è venuto fuori dalla discussione..
    - Bisogna quindi fare una scuola – dicono i compas.
    E nasce da qui la escuelita, chiamata così dai compagni perché è una cosa piccina, una escuelita. Allora proviamo e facciamola. Ed è stata di molto aiuto, e molti dei compagni e compagne, degli alunni ed alunne che sono venuti, ora hanno un altro modo di pensare, perché hanno visto con i propri occhi, non perché glielo hanno raccontato, non è perché hanno visto un film, ma hanno vissuto lì.
    Sicuramente quei compagni alunni ed alunne che sono venuti, magari vorranno condividere.
    Questo è quello che vediamo.
    Molte volte quando facciamo questo tipo di condivisione, c’è qualche minuto di calma e poi cominciano a farci domande su tutto quello che abbiamo detto. Che cosa abbiamo visto?Che cosa pensiamo? Che cosa crediamo?
    Allora compagni, quelli che sono stati qui come Congresso Nazionale Indigeno, e quelli che ci ascoltano, come la vedono? Che cosa immaginano? Forse i media che sono venuti ad ascoltare quello che hanno detto i compagni in chiusura avranno delle domande da fare, perché attraverso le domande riusciamo a chiarire quello che non è stato chiaro, quindi se avete delle domande da fare, fatele, e se non ne avete vuol dire che tutto è chiaro… o che non si è capito niente.
    (Fine dell’intervento del Sub Moisés, seguono interventi e domande dei media liberi e de@ compas de la Sexta mondiale presenti)
    (Trascrizione dell’audio originale a cura dei “Los Tercios Compas”)
    Copyleft: “los tercios compas” 12 agosto 2014. E’ permessa la riproduzione in vitro, la circolazione anche con carico veicolare ed il consumo smodato.
    Traduzione a cura del Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo, che chiede scusa per la traduzione imperfetta del complesso ed affascinante linguaggio del Sub Moisés.

    Traduzione conferenza stampa Sub Moises. | Comitato Chiapas "Maribel"
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  6. #26
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    22.01.2010

    Bolivia: nasce uno Stato plurinazionale e con inglobamento


    Autore: Prensa Latina / http://pl-it.prensa-latina.cu/
    L’investitura di Evo Morales, eletto nuovamente per un secondo periodo presidenziale, segna la storica nascita di un Stato Plurinazionale con inglobamento che rimpiazza il decadente sistema repubblicano, coloniale e disfattista. D’accordo con affermazioni del governante, attualmente si vive una tappa di una nuova fondazione della Bolivia, con garanzia di uguaglianza per tutto il paese, senza distinzione, col fine di eliminare le grandi asimmetrie ereditate dall’imperialismo.
    Abbiamo dovuto aspettare 180 anni per rifondare un nuovo paese, per questo motivo garantiamo un Stato Plurinazionale dove tutti, compresi gli originari, abbiamo gli stessi diritti, ha manifestato il capo di Stato durante la sua assunzione all’ incarico.
    Tanto Morales, quanto il vicepresidente Alvaro Garcia, in reiterate opportunità hanno segnalato che il successo della rivoluzione democratica e culturale, per la nuova fondazione della Bolivia, è il risultato dell’indeclinabile lotta di un paese per il rispetto alla vita, ai diritti umani ed alla preservazione della terra.
    Col giuramento di entrambe le autorità per un secondo mandato (2010-2015), effettuato questo venerdì, si trasformano nei primi mandatari dello Stato Plurinazionale della Bolivia, dopo la contundente vittoria nelle elezioni generali del passato 6 dicembre, con un appoggio del 64,22% del voto popolare.
    Sotto la nuova Costituzione Politica, promossa nel gennaio del 2009 per volontà popolare, la nazione andina si costituisce in un paese unitario sociale di diritto plurinazionale e comunitario, libero, indipendente, sovrano, democratico, interculturale, decentrato e con autonomia.
    I cambiamenti registrati nel primo periodo governativo di Morales (2006-2009) provano l’avanzamento inarrestabile verso la nuova fondazione dello Stato.
    Con l’appoggio maggioritario del popolo boliviano, il nuovo Dirigente consoliderà le grandi trasformazioni iniziate nel 2006 ed aprirà un processo di rinnovazione istituzionale che andrà d’accordo con la rivoluzione democratica e culturale.
    La vittoria ha trasformato Morale nel presidente dello Stato Plurinazionale, Comunitario ed Autonomista ed ha fortificato il nuovo regime di amministrazione territoriale nazionale col trionfo popolare delle autonomie a La Paz, Cochabamba, Oruro, Chuquisaca e Potosì.
    Durante il suo primo mandato, il governante ha diretto il paese con una pesante eredità istituzionale lasciata da vari anni di amministrazioni neoliberali, da quando la democrazia è ricominciata nell’ottobre del 1982, dopo quasi due decadi di violenti regimi dittatoriali.
    Il governativo Movimento Al Socialismo (MA) è stato l’unico strumento politico che ha messo la popolazione davanti all’alternativa di optare per una proposta di cambiamento reale o ritornare ad un passato marcato dalla marginatura e la sottomissione ad interessi stranieri.
    Le cifre nelle elezioni di dicembre scorso indicano che i boliviani hanno preferito la sovranità, la speranza e la dignità.
    La vittoria nelle urne ha permesso al MAS di vincere due terzi nel Senato, ottenendo 26 dei 36 seggi, mentre tra i deputati (Camera Bassa) ha vinto 88 dei 130 seggi.
    Sulla composizione dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale che sostituisce il Congresso Nazionale, Morales ha sottolineato la sua eterogeneità, perché per la prima volta esiste una rappresentazione di comunità afro-boliviane, chipayas e chiquitanas, tra le altre, tipiche dell’ampio ventaglio etnico della nazione andina.
    Questa è la Bolivia. E’ bello vedere i parlamentari con indumenti dei popoli originari. Questo prima non era possibile né nel Potere Esecutivo né nel Legislativo, ha enfatizzato il dignitario di origine aymara.
    Il partito del governo è maggioritario in entrambe le istanze parlamentari che conformano l’Assemblea.
    L’installazione del nuovo governo ha messo la Bolivia in uno scenario di definizioni storiche e nella cornice di un processo politico, che ha affrontato un’opposizione di destra dispersa nelle sue proposte ma unita nella difesa del vecchio apparato neoliberale.
    Ora bisogna definire le prime leggi che sanzionerà il Dirigente col fine di implementare la Costituzione Politica dello Stato.
    La cerimonia di investitura di Morales è stata presenziata dai mandatari del Cile, Michelle Bachelet; del Venezuela, Hugo Chavez, dell’Ecuador, Rafael Correa; del Paraguay, Fernando Lugo, della Repubblica Araba Saharaui, Mohamed Abdelaziz, ed il vicepresidente di Cuba, Ramiro Valdes.
    Hanno anche accompagnato il nuovamente eletto governante, il vicepresidente della Colombia Francisco Santos; il principe delle Asturie, Filippo di Borbone, ed il politico peruviano Ollanta Humala, tra le altre personalità e delegazioni diplomatiche.
    Allo stesso modo, migliaia di boliviani ed integranti di organizzazioni indigene e movimento sociali di vari paesi, hanno presenziato alla cerimonia attraverso schermi giganti situati in differenti punti della centrica piazza Murillo, di fronte alla sede dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale.
    Ig/por

    Bolivia: nasce uno Stato plurinazionale e con inglobamento | Forum Mondiale delle Alternative - FMA
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  7. #27
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    22.01.2010

    Bolivia: nasce uno Stato plurinazionale e con inglobamento


    Autore: Prensa Latina / http://pl-it.prensa-latina.cu/
    L’investitura di Evo Morales, eletto nuovamente per un secondo periodo presidenziale, segna la storica nascita di un Stato Plurinazionale con inglobamento che rimpiazza il decadente sistema repubblicano, coloniale e disfattista. D’accordo con affermazioni del governante, attualmente si vive una tappa di una nuova fondazione della Bolivia, con garanzia di uguaglianza per tutto il paese, senza distinzione, col fine di eliminare le grandi asimmetrie ereditate dall’imperialismo.
    Abbiamo dovuto aspettare 180 anni per rifondare un nuovo paese, per questo motivo garantiamo un Stato Plurinazionale dove tutti, compresi gli originari, abbiamo gli stessi diritti, ha manifestato il capo di Stato durante la sua assunzione all’ incarico.
    Tanto Morales, quanto il vicepresidente Alvaro Garcia, in reiterate opportunità hanno segnalato che il successo della rivoluzione democratica e culturale, per la nuova fondazione della Bolivia, è il risultato dell’indeclinabile lotta di un paese per il rispetto alla vita, ai diritti umani ed alla preservazione della terra.
    Col giuramento di entrambe le autorità per un secondo mandato (2010-2015), effettuato questo venerdì, si trasformano nei primi mandatari dello Stato Plurinazionale della Bolivia, dopo la contundente vittoria nelle elezioni generali del passato 6 dicembre, con un appoggio del 64,22% del voto popolare.
    Sotto la nuova Costituzione Politica, promossa nel gennaio del 2009 per volontà popolare, la nazione andina si costituisce in un paese unitario sociale di diritto plurinazionale e comunitario, libero, indipendente, sovrano, democratico, interculturale, decentrato e con autonomia.
    I cambiamenti registrati nel primo periodo governativo di Morales (2006-2009) provano l’avanzamento inarrestabile verso la nuova fondazione dello Stato.
    Con l’appoggio maggioritario del popolo boliviano, il nuovo Dirigente consoliderà le grandi trasformazioni iniziate nel 2006 ed aprirà un processo di rinnovazione istituzionale che andrà d’accordo con la rivoluzione democratica e culturale.
    La vittoria ha trasformato Morale nel presidente dello Stato Plurinazionale, Comunitario ed Autonomista ed ha fortificato il nuovo regime di amministrazione territoriale nazionale col trionfo popolare delle autonomie a La Paz, Cochabamba, Oruro, Chuquisaca e Potosì.
    Durante il suo primo mandato, il governante ha diretto il paese con una pesante eredità istituzionale lasciata da vari anni di amministrazioni neoliberali, da quando la democrazia è ricominciata nell’ottobre del 1982, dopo quasi due decadi di violenti regimi dittatoriali.
    Il governativo Movimento Al Socialismo (MA) è stato l’unico strumento politico che ha messo la popolazione davanti all’alternativa di optare per una proposta di cambiamento reale o ritornare ad un passato marcato dalla marginatura e la sottomissione ad interessi stranieri.
    Le cifre nelle elezioni di dicembre scorso indicano che i boliviani hanno preferito la sovranità, la speranza e la dignità.
    La vittoria nelle urne ha permesso al MAS di vincere due terzi nel Senato, ottenendo 26 dei 36 seggi, mentre tra i deputati (Camera Bassa) ha vinto 88 dei 130 seggi.
    Sulla composizione dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale che sostituisce il Congresso Nazionale, Morales ha sottolineato la sua eterogeneità, perché per la prima volta esiste una rappresentazione di comunità afro-boliviane, chipayas e chiquitanas, tra le altre, tipiche dell’ampio ventaglio etnico della nazione andina.
    Questa è la Bolivia. E’ bello vedere i parlamentari con indumenti dei popoli originari. Questo prima non era possibile né nel Potere Esecutivo né nel Legislativo, ha enfatizzato il dignitario di origine aymara.
    Il partito del governo è maggioritario in entrambe le istanze parlamentari che conformano l’Assemblea.
    L’installazione del nuovo governo ha messo la Bolivia in uno scenario di definizioni storiche e nella cornice di un processo politico, che ha affrontato un’opposizione di destra dispersa nelle sue proposte ma unita nella difesa del vecchio apparato neoliberale.
    Ora bisogna definire le prime leggi che sanzionerà il Dirigente col fine di implementare la Costituzione Politica dello Stato.
    La cerimonia di investitura di Morales è stata presenziata dai mandatari del Cile, Michelle Bachelet; del Venezuela, Hugo Chavez, dell’Ecuador, Rafael Correa; del Paraguay, Fernando Lugo, della Repubblica Araba Saharaui, Mohamed Abdelaziz, ed il vicepresidente di Cuba, Ramiro Valdes.
    Hanno anche accompagnato il nuovamente eletto governante, il vicepresidente della Colombia Francisco Santos; il principe delle Asturie, Filippo di Borbone, ed il politico peruviano Ollanta Humala, tra le altre personalità e delegazioni diplomatiche.
    Allo stesso modo, migliaia di boliviani ed integranti di organizzazioni indigene e movimento sociali di vari paesi, hanno presenziato alla cerimonia attraverso schermi giganti situati in differenti punti della centrica piazza Murillo, di fronte alla sede dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale.
    Ig/por

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  8. #28
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    EZLN, ispirazione dei guardiani indigeni

    21 novembre 2012 di Comitato Chiapas "Maribel" Bergamo
    29° AnniversarioL’EZLN, ispirazione dei guardiani indigeni del MessicoHermann Bellinghausen e Gloria Muñoz Ramírez
    Un viaggio in questi 29 anni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), permette di vedere la coerenza e congruenza di un movimento creato da un gruppo di tre indigeni e tre meticci che arrivarono nella Selva Lacandona nell’autunno del 1983. Non tutto è cominciato con la sollevazione armata con la quale si sono fatti conoscere all’alba del primo gennaio 1994. Dieci anni avevano preceduto il momento nel quale si sarebbero presentati al mondo intero e quasi 19 sono trascorsi da quando lanciarono la Prima Dichiarazione della Selva Lacandona. Di questo processo si è parlato e scritto molto, ma l’anniversario serve a ricordare scampoli della storia di un movimento che si è installato nella vita politica del paese e del mondo, e che continua ad essere un riferimento di organizzazione per molti movimenti che lottano, come loro, per libertà, democrazia e giustizia.
    Alcuni anni fa, il tenente colonnello Moisés riassumeva con parole semplici il processo col quale i primi zapatisti si incontrano con le comunità indigene e trasformano la loro visione rivoluzionaria tradizionale, a partire da una semplice formula: ascoltare i popoli: “Dal 1983 al 1993 l’organizzazione trovò il modo di incontrare le persone. Il nostro EZLN seppe adattarsi ai nostri popoli indigeni, cioè l’organizzazione seppe fare i cambiamenti necessari per crescere. Durante il reclutamento non dovevamo comportarci come commissari politici… I compagni hanno un loro proprio stile di vita e andare incontro al loro modo di vivere ci permise di radunare sempre più persone e comunità”.
    Intervistato in occasione del 20° anniversario zapatista, il comandante insurgente spiegò allora come si organizzarono con le comunità e come si svolgevano gli incontri politici. “Si dice loro che siamo contro il governo, che lottiamo contro il sistema che ci opprime. Spieghiamo ogni punto del perché lottiamo. Per esempio, quando gli spieghiamo del problema della salute e dell’educazione, loro capiscono che a poco a poco si potranno avere un buon sistema sanitario e buone scuole. Poi si passa a spiegare che la lotta sarà lunga… Gli spieghiamo in che condizioni vivono perché prendano coscienza della loro situazione ed allora ci chiedono che cosa bisogna fare. E noi gli raccontiamo le lotte di Villa, di Zapata, di Hidalgo, e di come si sono ottenute le cose, spieghiamo loro che grazie a quei movimenti si ottennero alcune cose, ma che ne mancano ancora molte.”
    L’EZLN spiegò i suoi propositi ed ascoltò i bisogni e le forme di lotta dei popoli. E’ questo il segreto. Saper ascoltare ed agire di conseguenza. Moisés ricordava: “Allora spiegavamo alle comunità il nostro sogno, dicendo loro che la lotta è per una buona educazione, un buon sistema di salute, la casa e per tutto quello per cui lottiamo… L’organizzazione crebbe così tanto che si dovettero creare nuovi meccanismi di comunicazione. Perché prima la comunicazione avveniva a piedi e ci volevano giorni per entrare in contatto, ma quando l’organizzazione è cresciuta si è ricorsi all’uso delle radio per tenere in comunicazione le comunità e loro con noi in montagna”.
    La spiegazione che si dava alle comunità 29 anni fa è assolutamente valida oggi e si può applicare ad ognuna delle lotte che si conducono attualmente a Wirikuta, nella Montagna e sulla Costa di Guerrero, nell’Istmo di Oaxaca, tra i popoli della meseta purhépecha o tra la tribù yaqui di Sonora. Raccontava Moisés: “Le comunità capivano che i progetti che il governo elargiva non erano per decisione della gente, a loro non chiedono mai che cosa vogliono. Il governo non vuole soddisfare i bisogni dei popoli, si vuole invece continuare a tenerli in stato di bisogno. E già da qui nasce l’idea che bisogna essere autonomi, che bisogna imporsi, che si deve essere rispettati e che bisogna fare in modo che si prenda in considerazione quello che i popoli vogliono che si faccia. Il governo li trattava come se non sapessero pensare.”
    La lotta zapatista, formata in maggioranza da indigeni tzotziles, tzeltales, tojolabales, choles, zoques e mames, non nacque con rivendicazioni puramente indigene. All’inizio, raccontano i ribelli, ci si proponeva una lotta su scala nazionale. Nel 1983 l’EZLN si chiedeva: “Come facciamo a far avere un buon sistema di salute, buone scuole, la casa a tutto il Messico? Questo è un impegno veramente grande. Ma la vedevamo così. In quei primi dieci anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi per organizzarci. E pensavamo, come ci accoglierà il popolo del Messico (non lo chiamavamo società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia perché avremmo lottato e saremmo morti per loro, perché volevamo libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma, contemporaneamente pensavamo, come sarà? Ci accetteranno?”
    Poi è arrivata la guerra con tutte le sue sofferenze e l’irruzione civile del popolo del Messico. Sono seguiti poi gli oltre 18 anni di lotta pubblica, di incontri e scontri, di dichiarazioni e presa di posizioni. Il subcomandante Marcos nel 2003 dichiarava che “se non ci fosse stata la sollevazione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, molte cose a beneficio dei popoli indios e del popolo del Messico, perfino del mondo, non ci sarebbero state nella forma in cui ora ci sono. Era l’unico modo per cambiare le cose…”. Senza dubbio c’è ancora molto da fare e le sfide sono maggiori, ma le conquiste di 29 anni di organizzazione non si possono né devono essere svendute.
    Prima del ‘94…
    Nel 1983, quando nella selva Lacandona nasce l’EZLN, il Chiapas è governato dal generale Absalón Castellano Domínguez. Tre anni prima, nella primavera del 1980, quando era capo militare della zona, truppe dell’Esercito federale ai suoi ordini perpetrarono il più grande massacro dei tempi moderni del Chiapas. Golonchán (o Wolonchán) era il nome della comunità distrutta e dispersa nel municipio tzeltal di Sitalá. Sebbene non si conoscano le cifre esatte (“all’epoca non c’erano organizzazioni dei diritti umani che contassero i morti”, si è detto molte volte), le vittime furono molte di più che ad Acteal. E Golonchán non esiste più.
    L’operativo del generale Castellanos fu a beneficio dei proprietari terrieri risentiti con le comunità indios, e proseguendo l’inerzia di una società dominante abituata ad abusare degli indigeni in molti modi: come peones, esercitando diritti territoriali, riscuotendo imposte illegali ed uccidendo indiscriminatamente. Nel 1993 gli allevatori potevano ancora dire senza pudore che la vita di una gallina valeva più di quella di un indio. Quello che ripeteva, ancora senza pudore e già nel gennaio del 1994, l’allevatore di Altamirano, Jorge Constantino Kanter.
    Quando i fondatori dell’EZLN arrivarono nella selva e formalizzarono la loro esistenza come gruppo armato che lotta per la liberazione nazionale, forse non sapevano quanto erano profonde le sofferenze delle comunità indigene del Chiapas. In esse già germinava quel “Ya Basta!” del 1994. E si ritrovarono con i popoli maya delle montagne che avevano già iniziato il cammino verso la loro liberazione all’interno della selva Lacandona. Popoli giovani di tzeltales, tzotziles, tojolabales e choles, provenienti dalle loro antiche, perfino ancestrali, comunità degli Altos, della zona Nord, di Chilón e Comitán, che si addentravano in quelli che allora erano gli immensi municipi di Ocosingo e Las Margaritas, il “Deserto della Solitudine” dei frati missionari che culminava nel Petén guatemalteco.
    La Rivoluzione Messicana aveva solo sfiorato il Chiapas, l’ultimo lembo del paese. Il potere era detenuto da poche famiglie di proprietari terrieri e politici da cui proveniva il generale Castellanos Domínguez, il suo predecessore Juan Sabines Gutiérrez, ed il suo successore, Patrocinio González Garrido, imparentato col potere ovunque. Molto prima c’erano stati Manuel Velasco Suárez, la mummia di Salomón González Blanco, prominente priista (beh, tutti priisti). E più avanti Juan Sabines Guerrero e Manuel Velasco Coello. Nel 2012 sembrerebbe che siano le stesse famiglie a detenere il potere istituzionale e politico in Chiapas. Ma non è più come prima. Quella lenta marcia di liberazione dei popoli indigeni ha finito per creare quella che oggi è la più grande e longeva esperienza di autonomia intranazionale e di resistenza del mondo. Le migliaia di ettari di terre delle vecchie proprietà in possesso di queste e di altre poche famiglie negli anni ’80 del XX° secolo, sono ora nelle mani degli indigeni, gli abitanti ancestrali, che inoltre le governano.
    Dalla fine degli anni ottanta la proprietà “caxlana“, incluso la sua presenza, è andata scomparendo nella regione degli Altos, a Bachajón, sebbene abbiano conservato i loro ranchos e latifondi nelle valli e gole di Ocosingo, Las Margaritas, Altamirano, Palenque, Comitán. La liberazione interna dei popoli progressivamente è diventata territoriale, con una notevole componente religiosa attraverso la peculiare diocesi di San Cristóbal de las Casas, guidata da Samuel Ruiz García, e nel marco delle successive esperienze di lotta contadina di ispirazione comunista (le storiche CIOAC, CNPA, OCEZ), del cooperativismo maoista che avrebbe alimentato la ARIC e simili, ed altri fronti di lotta e resistenza, sistematicamente repressi/cooptati ma che non smettevano di sbocciare tra gli interstizi, come formiche. Così si sarebbe proprio chiamata l’ultima espressione pacifica prima dell’insurrezione dell’EZLN, con la marcia degli Xi’Nich (formiche) di Palenque nella capitale della Repubblica nel 1992, l’anno di grazia in cui cadeva la statua del conquistatore Diego de Mazariegos nella piazza di Santo Domingo, a San Cristóbal de las Casas, durante un corteo indigeno di inusitata forza al quale partecipavano, si seppe più tardi, coloro che due anni dopo si sarebbero presentati come zapatisti.
    Un segreto era cresciuto nelle montagne del Chiapas. Qualcosa di più di una guerriglia: un esercito contadino, con tutte le sue implicazioni. Qualcosa di più di un’organizzazione politica tradizionale e delle trappole del negoziato/controllo alle quali sono esposte. Qualcosa di più di un effetto della lettura liberazionista del Vangelo cristiano, non esclusivamente cattolico. Un’inedita struttura comunitaria e militare, col suo nucleo nel Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno (CCRI) dell’EZLN, che invertiva l’abituale organizzazione rivoluzionaria e militare di ispirazione marxista-leninista, per mettere il comando, la Dirigenza, nelle mani degli stessi popoli che, sempre più collettivamente, nella misura in cui l’organizzazione clandestina si estendeva, designava i comandi militari, paradossalmente civili, responsabili della preparazione della guerra e delle date e condizioni per l’insurrezione, alla fine realizzata a capodanno del 1994.
    Senza dilungarsi sulla ricchezza simbolica e discorsiva dello zapatismo, abbondantemente riportata, esaminata ed imitata negli ultimi 18 anni in tutto il mondo, bisogna ricordare la cattura, nella valle di Las Margaritas, la prigionia ed il processo pubblico al generale Castellanos Domínguez le settimane immediatamente successive all’insurrezione. Rinchiuso in una delle sue proprietà quell’anno nuovo, l’impresentabile discendente del dottor Belisario Domínguez conobbe un nuovo (antichissimo) tipo di giustizia popolare che lo condannò a sostenere la vergogna per i suoi crimini, e per estensione, per quelli della classe dominante che egli rappresentava in tutta la sua brutalità e limitatezza intellettuale. Prima di essere riconsegnato ai rappresentanti del governo alla vigilia del primo negoziato tra i ribelli e lo Stato, il Mercoledì delle Ceneri del 1994, il generale conobbe l’arma più distruttiva: la dignità dei popoli ed un’etica rivoluzionaria che lo obbligava a sostenere il peso del perdono delle sue vittime.
    “Ci parlano con la realtà”
    L’alba del 1994 accelera tutto. Mostra, su scala di massa e universale, il trattamento che la Nazione ha riservato ai suoi popoli indigeni. Rivela la profondità delle radici, della convinzione e della determinazione dei popoli insorti. La sua inedita modernità offre una nuova strada e, per la prima volta dalla caduta del socialismo sovietico, parla dell’apparente trionfo del capitalismo neoliberale e della fugace “fine della Storia“, di un altro mondo possibile, dove stanno molti mondi. Mentre “ci parlano con la realtà“, come diceva Carlos Monsiváis, gli zapatisti realizzano un’autentica riforma agraria dal basso recuperando centinaia di migliaia di ettari di terre e distribuendoli in maniera organizzata e puntuale seguendo le loro avanzate leggi rivoluzionarie. Per il resto, l’impatto della ribellione portò molti altri indigeni, perfino filogovernativi (che all’epoca, come oggi, sigla più/sigla meno, erano priisti) a prendere le terre che gli allevatori, cacicchi e proprietari terrieri si erano accaparrati in buona parte dello stato. Un’ironia devastante di fronte all’annuncio del governo nazionale priista secondo cui la redistribuzione agraria, iniziata dopo la Rivoluzione Messicana, era conclusa.
    In Chiapas ricominciava, e dava origine ad un nuovo ciclo storico della liberazione: l’autonomia dei popoli indigeni. La lotta è per la terra ed anche per l’autodeterminazione. In un paese ed un mondo dove le funzioni di governo sempre più spesso si trasformano in strutture criminali e illegittime, la ribellione zapatista è la pietra fondante di nuove forme di buon governo che comandano ubbidendo ed esistono per servire e non per servirsi del ruolo, che è un incarico e non un’assegnazione, una responsabilità e non una ricompensa. E si manifesta il paradosso di un esercito (l’EZLN) che permette l’esistenza di governabilità, giustizia e autodeterminazione pacifica. Il mondo delle lotte dal basso scoprì che, parafrasando Sartre, lo zapatismo è umanesimo.
    Questo è il lungo viaggio di quella cellula originaria che credeva di andare a fare una rivoluzione ed è finita per farne un’altra: originale, ugualitaria, esemplare, e soprattutto, possibile.
    Gli zapatisti non perdono tempo. Nel dicembre del 1994 il subcomandante Marcos annuncia a Guadalupe Tepeyac la creazione di nuovi municipi, ribelli e autonomi. Il governo di Zedillo finge di avere l’intenzione di negoziare ma improvvisamente li tradisce l’8 febbraio 1995 scatenando un’offensiva delle forze armate che militarizza centinaia di comunità che si dichiarano in resistenza. Mesi dopo, a San Miguel, si concordano i dialoghi di pace da tenersi a San Andrés Larráinzar, che già allora era stato ribattezzato dai ribelli San Andrés Sakamchén de los Pobres. Tra pressioni, inganni e miserie, nell’aprile del 1996 si firmano i primi accordi su cultura e diritti indigeni ma Zedillo si ritira poche ore dopo adducendo lo stato di ebbrezza del suo segretario di Governo e sprofondando nel ridicolo i suoi negoziatori.
    Gli accordi sono stati una conquista non solo degli zapatisti del Chiapas, ma anche di decine di rappresentanti indigeni di tutto il Messico. Ma saranno gli zapatisti i primi a trasformarli in legge e sulla base di questi costruire un’esperienza autonomistica con cinque Giunte di Buon Governo organizzate in cinque Caracoles e decine di municipi e regioni autonome ribelli. Da allora, contro questa esperienza hanno combattuto i successivi governi federali e statali, con il dispiegamento massiccio di truppe federali, poliziotti e, dove hanno potuto, gruppi civili armati (paramilitari). Un’offensiva scatenata dai comandanti in capo Zedillo, Vicente Fox e Felipe Calderón, aperta anche su altri fronti: economico, propagandistico, diseducativo.
    In breve, vale la pena ricordarlo, l’organizzazione autonoma dei popoli zapatisti non parte nel 2003 con la creazione dei cinque Caracoles ubicati in ognuna delle regioni sotto di loro influenza. Neppure con l’annuncio della nuova demarcazione, il 19 dicembre 1994, congiuntamente alla rottura dell’accerchiamento. Già si parlava dell’autonomia e, cosa più importante, già ci si lavorava, dall’arrivo dei primi insorti nei villaggi della selva.
    La salute e l’educazione, due dei pilastri dell’autonomia e, soprattutto, il concetto del comandare ubbidendo, principio sul quale si organizzano i governi autonomi, sono elaborati in quel periodo di incontro e conoscenza tra i popoli e la guerriglia. Più avanti prendono forma in una nuova geografia e a partire dal 2003 in governi composti formalmente nelle Giunte di Buon Governo, dove si pratica la democrazia comunitaria, come la chiama il filosofo Luis Villoro.
    “Noi avevamo già un territorio controllato ed è stato per organizzarlo che sono stati creati i municipi autonomi”, spiegò allora il maggiore Moisés. “Noi creammo i municipi autonomi e poi pensammo ad una Associazione di Municipi, che è precedente alle Giunte di Buon Governo. Questa Associazione è una pratica, è una prova di come dobbiamo organizzarci. Da qui nasce l’idea di come migliorare e così spunta l’idea della Giunta di Buon Governo. A noi viene un’idea e la mettiamo in pratica. Pensiamo che siano idee buone ma nella pratica vediamo se ci sono problemi, o come risolvere i problemi”.
    Anni dopo, il comandante Moisés, appartenente alla zona degli Altos e morto in un incidente, così sintetizzava la storia dell’autonomia: “Noi volevamo dialogare, ma vedete quello che è successo con gli Accordi di San Andrés (firmati a febbraio del 1996 e fino ad oggi incompiuti). Per questo non abbiamo chiesto il permesso ed abbiamo iniziato a costruire. La cosa essenziale è l’organizzazione del popolo e non il denaro, perché il denaro se è in eccesso corrompe, ma l’organizzazione non si corrompe. L’idea che ha per obiettivo la vita non si distrugge con la prigione né con la morte…”
    Nel 2012 l’autonomia di questi popoli continua ad essere un riferimento inedito nel mondo. Non c’è un’esperienza paragonabile, e sicuramente non si tratta solo del fatto che esista, ma la sua esistenza è il motore di molte delle lotte in corso in Messico ed in molte parti del pianeta. Oggi, per esempio, una rete di medici e attivisti affrontano la crisi e i tagli in Grecia attraverso l’organizzazione di un ospedale autogestito a Salonicco, che si ispira a questa forma organizzativa. Una foto della clinica La Guadalupana, di Oventik, campeggia su una delle pareti degli ambulatori.
    Esempi come il precedente sono molti, soprattutto nei villaggi indios del Messico che attualmente conducono mille battaglie contro l’espropriazione di cui sono oggetto. La resistenza e molte delle sue forme organizzative sono d’ispirazione zapatista e lo si riconosce con orgoglio.
    Non potendo essere altrimenti, la sfida degli indigeni zapatisti a partire dal 1994 ha portato il governo alla scommessa criminale di distruggerli. Seguendo i manuali yankee di guerra irregolare e con guerriglieri traditori come consulenti (Joaquín Villalobos di El Salvador, Tomás Borge del Nicaragua ed un pugno di locali ex membri della Liga 23 de Septiembre ed annessi), il governo salinista, e soprattutto quello zedillista, decisero di giocare alla contrainsurgencia, visto che le ricette applicate in Guatemala e Vietnam non servivano a niente di fronte ad un esercito contadino e popolare che per giunta, ascoltando saggiamente la richiesta di pace nel paese, aveva messo a tacere le sue armi e si preparava a difendere le proprie istanze che si generalizzavano tra i popoli ed i movimenti del paese. Per sua voce parlavano i senza voce.
    La strategia di contrainsurgencia si attualizzò nella sfera militare, mentre lo Stato inondava il Chiapas di risorse, investimenti e promesse, permettendo l’arricchimento delle stesse famiglie di sempre, ora nel ruolo di amministratrici delle risorse economiche della Federazione. Inoltre, spargeva i semi perversi della divisione, della paramilitarizzazione e della corruzione politica su scala comunitaria. Incapace di vincere la sfida indigena, il governo di Carlos Salinas de Gortari durante i dialoghi di pace mostrò tutta la sua meschinità e lasciò in eredità ad Ernesto Zedillo una ribellione prodiga di sorprese.
    I popoli non sono retrocessi. La loro esperienza di governo ha fatto sì che, almeno a parole, i governatori “oppositori” ma priisti, Pablo Salazar Mendiguchía e Juan Sabines, abbiano riconosciuto la probità e l’efficacia dei consigli municipali autonomi e delle Giunte di Buon Governo. Molti popoli indigeni messicani hanno tentato di stabilire autonomie simili (amuzgos, nahuas, mixtecos, purépechas) ed hanno subito criminalizzazione, repressione, prigione e morte senza ottenerle pienamente. L’autonomia di tzeltales, tzotziles, choles, tojolabales, mames e contadini del Chiapas è stata possibile grazie all’estensione del loro territorio e della loro organizzazione e all’esistenza di un esercito proprio, dove gli insorti ed i miliziani sono figli e figlie di quei popoli. Un esercito che, onorando la tregua alla quale si è impegnato con la società civile messicana, non combatte, ma nemmeno depone le armi.
    Il nuovo governo priista di Ernesto Peña Nieto si trova con una dichiarazione di guerra tuttora vigente ed eredita la responsabilità di un rosario di crimini e tradimenti governativi contro i popoli ribelli del Chiapas. È l’eredità maledetta di essere un malgoverno, come sostengono ripetutamente gli zapatisti. Affronterà anche la sfida costruttiva, alternativa e fattibile di governi autonomi che presto o tardi condurranno al riconoscimento del Messico come paese plurinazionale e multiculturale, e con un altro dei paradossi che prodiga questa rivoluzione indigena, saranno garanzia del fatto che continuiamo ad essere una Nazione libera e sovrana, e non la tragica commedia in cui oggi il servile neoliberismo governativo lacera il Messico e mette a serio rischio il futuro nazionale.
    Il piccolo esercito indigeno del sudest che ha compiuto 29 anni questo 17 novembre continua ad essere difesa e garanzia. Con la sua pratica ed il suo esempio i popoli zapatisti ed il loro esercito ribelle ispirano i guardiani indigeni del Messico in Guerrero, Sonora, Michoacán, Jalisco, Oaxaca ed in molte altre parti.

    http://desinformemonos.org/2012/11/e...enas-de-mexico
    Fotoreportage: http://desinformemonos.org/2012/11/e...ar-y-garantia/
    (Traduzione “Maribel” – Bergamo)
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  9. #29
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    CNI E EZLN PER LA LIBERTA’ DI MARIO LUNA.

    15 settembre 2014 di Comitato Chiapas "Maribel" Bergamo
    ALLA TRIBU’ YAQUI:
    AL POPOLO DEL MESSICO:
    ALLA SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE:
    AI GOVERNI DEL MESSICO E DEL MONDO:
    “Esigiamo la cancellazione immediata degli ordini di arresto e della fabbricazione di delitti contro i membri della tribù yaqui e condanniamo la criminalizzazione della loro lotta, dicendo ai malgoverni emanazione dei partiti politici, che il fiume yaqui è stato storicamente il portatore della continuità ancestrale della cultura e del territorio della tribù yaqui e, noi che costituiamo il Congresso Nazionale Indigeno, reiteriamo che se toccano uno di noi toccano tutti, e pertanto risponderemo di conseguenza dinanzi a qualsiasi tentativo di reprimere questa degna lotta o qualsiasi altra lotta” (Caracol di Oventic, 7 luglio 2003, comunicato congiunto CNI-EZLN).
    Non hanno potuto uccidere i nostri popoli. Infatti come semi continuano a crescere. Ci hanno voluto uccidere con armi da fuoco; non riuscendoci hanno cercato di ucciderci con le malattie, e di nuovo hanno fallito. I potenti hanno usato molte strade per sterminare noi indigeni.
    Oggi ci vogliono uccidere con l’energia eolica, con le autostrade, con le miniere, con le dighe, con gli aeroporti, con il narcotraffico; oggi, soprattutto, ci ferisce che ci vogliano uccidere nel Sonora, con gli acquedotti.
    Il passato giovedì 11 settembre, membri, apparentemente, della Procura Generale di Giustizia dello stato di Sonora, hanno trattenuto il nostro fratello Mario Luna, portavoce della tribù yaqui, accusandolo falsamente di crimini che sono stati fabbricati ad arte; con ciò pretendono di incarcerare la lotta stessa della tribù yaqui per difendere le acque che nel 1940, dopo una lunga guerra, furono riconosciute come sue da parte di Lázaro Cárdenas e che dal 2010 i padroni del denaro vogliono portarsi via, attraverso l’acquedotto Independencia, calpestando una risoluzione della Suprema Corte di Giustizia della Nazione e calpestando tutti i diritti che le Convenzioni Internazionali ci riconoscono.
    L’acquedotto Independencia non serve manco per scherzo affinché i poveri abbiano acqua e progresso, come lo chiamano quelli di sopra: serve affinché i ricchi si portino via l’acqua appartenuta da secoli agli yaqui. Invece di alimentare campi e seminativi, vogliono portarsi via l’acqua per i grandi industriali di Sonora.
    Questa spoliazione è stata la bandiera del progresso dei malgoverni, come quelli di Guillermo Padrés Elías, Governatore dello Stato, e di Enrique Peña Nieto, capo supremo dei paramilitari alla testa del megaprogetto. Ma così come il dittatore Porfirio Díaz proclamò lo sterminio dei nostri popoli, e in particolar modo della tribù yaqui, in nome del progresso, noi sappiamo che gli sproloqui di Padrés y Peña Nieto sono menzogne; perché questi megaprogetti possano esistere, noi popoli originari dobbiamo scomparire, ma una volta per tutte diciamo a voi di sopra che sparire non rientra nei nostri piani. Se avete arrestato il nostro fratello Mario Luna, è perché ha rifiutato di vendersi, di arrendersi, perché è stato fratello nella lotta di tutti noi che vogliamo che questo mondo cambi in basso e a sinistra.
    Noi non chiediamo nulla ai malgoverni, ma in questo momento vogliamo invece dire chiaro una cosa: che la libertà del nostro compagno Mario Luna non vi appartiene e che non gliela potete togliere come nulla fosse. Vi diciamo che questa libertà è sua e del suo popolo e che dovete restituire quel che avete preso con la forza.
    Al nostro compagno Mario diciamo che noi camminiamo insieme da più di 500 anni, che la sua tribù cammina nella lotta, senza che importi se i codardi governanti li deportino come schiavi dall’altro lato del paese: gli yaqui tornano a Vícam, Pótam, Tórim, Bácum, Cocorit, Huiriris, Belem y Rahum, perché è lì che scorre il loro sangue; che noi siamo yaqui, anche se siamo zoque o mame o tojolabal o amuzgo o nahua o zapotechi o ñahto o di qualsiasi altra lingua, e come yaqui che siamo non lasceremo che ci rubino la nostra acqua e tantomeno la nostra libertà.
    Esigiamo la liberazione immediata di Mario Luna, esigiamo la cancellazione degli ordini di arresto e della fabbricazione di delitti contro membri della tribù yaqui e, insieme, esigiamo la libertà di tutte e tutti i nostri prigionieri e in particolare quella dei nostri fratelli nahua Juan Carlos Flores Solís ed Enedina Rosas Vélez, prigionieri del malgoverno dall’aprile di quest’anno, accusati allo stesso modo di falsi delitti, con il fine di frenare la lotta del Fronte dei Popoli in Difesa dell’Acqua e della terra di Morelos, Puebla e Tlaxcala contro il progetto integrale di Morelos.
    Messico, settembre 2014.
    MAI PIU’ UN MESSICO SENZA DI NOI. PER LA RICOSTITUZIONE INTEGRALE DEI NOSTRI POPOLI.
    CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO
    COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL’EZLN
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  10. #30
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Revolución ciudadana: modernizzazione e conflitto sociale in Ecuador
    Pubblicato il 16 settembre 2014 · in Osservatorio America Latina ·
    di Luca Cangianti

    La Madonna alata che sorge sulla collina del Panecillo guarda al nord di Quito, dando le spalle ai quartieri meridionali. È qui che vivono gli strati più poveri della capitale ecuadoriana. Nel centro storico, fra i palazzi di epoca coloniale, donne dai tratti andini vendono sacchetti di frutta tenendo i bambini sulla schiena. Nelle vie e nelle piazze principali si notano contenitori per la raccolta differenziata che in molte città italiane sarebbero considerati avveniristici. Ancora più a nord, dopo i nuovi edifici in costruzione dell’Assemblea Nazionale, inizia la città moderna: lungo l’Avenida Amazonas il colore della pelle dei passanti man mano si schiarisce. Compaiono gli smartphone, i suv, i turisti affannati per l’altitudine, i negozi delle grandi marche internazionali. È come se la topografia di questa città andina, allungata ai piedi del vulcano Pichincha, riproducesse i contrasti del paese sull’asse urbano sud-nord.
    Negli ultimi anni l’Ecuador ha assistito a un importante processo di sviluppo: dal 2006 al 2012 gli investimenti sociali sono passati da 2 a 6 miliardi di dollari;1 la disoccupazione e la sottoccupazione sono scese rispettivamente al 4,1 e al 50,9% dai precedenti 5 e 58,7%.2 La povertà che riguardava il 37,6% della popolazione, nel 2013 si è ridotta di dieci punti percentuali.3 Il panorama dei progressi sociali compiuti dal paese è riassunto dall’andamento del coefficiente di Gini che misura il tasso di disuguaglianza economica variando da 0 a 1: nel 2006 era dello 0,54, mentre nel 2011 è passato allo 0,47. Nel frattempo, secondo i dati del Fmi, nei sette anni che vanno dal 2006 al 2013 il pil è quasi raddoppiato passando da circa 47 a oltre 90 miliardi di dollari.
    Molti di questi risultati, visibili a occhio nudo per chi abbia visitato l’Ecuador in tempi recenti, sono connessi al processo politico avviato dalla Revolución ciudadana (Rivoluzione civile). Questa avrebbe dovuto rappresentare una nuova via di uscita dal capitalismo, nell’orizzonte sperimentale del Socialismo del XXI° secolo. Tale orientamento politico, cui fanno riferimento i governi progressisti riuniti nell’Alba, costituisce uno dei pochi esempi al livello mondiale che, dopo il fallimento dei socialismi reali, pone nuovamente all’ordine del giorno il superamento del modo di produzione capitalistico.
    Nel 2006, dopo i disastri delle politiche neoliberiste e la deposizione sotto pressioni insurrezionali di tre presidenti (tra cui Abdalà Bucaram, famoso per i comizi in costume da Batman), l’energia accumulata in trent’anni di lotte sociali si esprime nell’elezione a presidente della repubblica di Rafael Correa. Si tratta di un economista “umanista cristiano di sinistra”, come si definisce egli stesso, sostenuto da Alianza País, un’amplia coalizione di forze politiche progressiste. La vittoria di Correa porta all’elezione di un’assemblea costituente che nel 2008 elabora una nuova legge fondamentale dalle caratteristiche antiliberiste ed ecologiste.
    Correa è stato rieletto nelle elezioni del febbraio 2013 con il 57% dei voti. Tuttavia, dopo l’approvazione della nuova costituzione, ha iniziato a perdere l’appoggio della sinistra e del movimento indigeno (Conaie e Pachakutik) che erano stati una colonna portante nella prima fase della Revolución ciudadana. Le principali critiche provenienti da questo campo politico accusano il presidente di autoritarismo, accentramento del potere sull’esecutivo, interferenze nel funzionamento degli altri organi costituzionali e criminalizzazione dei conflitti sociali. Si tratta in particolare di quelle lotte che si oppongono all’intensificazione dell’estrazione di petrolio e minerali, promossa dal governo a dispetto degli alti costi umani e ambientali. La presidenza è accusata di tradire la carta fondamentale del 2008 in cui si riconosce il diritto soggettivo della natura (la Pacha Mama precolombiana) a non esser violata, il diritto delle comunità locali a essere consultate prima di intraprendere nuove estrazioni, e perfino il diritto a resistere contro chi viola i principi costituzionali.
    Un caso esemplare di questo tipo di conflitti è quello della provincia dell’Azuay che ha portato, nell’agosto 2012, alla detenzione di tre dirigenti indigeni tra quali i presidenti dell’autorità idrica e della giunta locali.4 La scorsa primavera, nella valle di Íntag, un progetto di sfruttamento minerario ha generato gravi tensioni tra popolazione e forze dell’ordine durante le quali il presidente della comunità del Junín è stato arrestato con l’accusa di ribellione, sabotaggio e terrorismo.5 Anche varie organizzazioni ambientaliste e non governative che si sono opposte alle trivellazioni sono state colpite con durezza: nel 2009 è stato revocato lo status legale a Acción Ecológica6 spingendo Naomi Klein, che pur aveva manifestato apprezzamento nei confronti della Revolución ciudadana, a esprimere la propria preoccupazione in una lettera aperta al presidente Correa. Più recentemente, nel dicembre 2013, la Fundación Pachamama è stata chiusa.7 I movimenti sociali e indigeni non hanno accolto bene nemmeno la nuova Legge sulle risorse idriche, giudicandola un dispositivo volto a sottrarre l’acqua al controllo pubblico comunitario a vantaggio dell’industria estrattiva.8 Altri casi giudiziari connessi a proteste sociali hanno riguardato l’arresto, nel marzo 2012, di 10 persone a Luluncoto, un quartiere popolare della capitale. L’azione delle forze dell’ordine è avvenuta alla vigilia della Marcia plurinazionale per l’acqua, la vita e la dignità dei popoli. Le misure detentive sono state giustificate come prevenzione di atti di matrice terroristica contro la sicurezza interna dello stato. Il caso ha tuttavia destato le preoccupazioni di Amnesty International riguardo alla consistenza degli elementi addotti a giustificazione della detenzione. Più recentemente, in seguito agli scontri di piazza verificatisi nel febbraio 2013,9 sono stati arrestati 12 studenti del Colegio Central Técnico di Quito con l’accusa di “ribellione”. Forti critiche ha suscitato infine la crescente influenza governativa sui media che avviene sia attraverso la diretta proprietà di testate e canali televisivi, che mediante ingenti investimenti pubblicitari e pene sproporzionate contro giornalisti e organi stampa accusati di diffamazione, come nel caso che due anni fa riguardò il quotidiano El Universo.
    Secondo l’edizione del 2011 del rapporto dell’Università Andina Simon Bolivar sui diritti umani in Ecuador, “204 difensori dei diritti umani e dell’ambiente, per la maggior parte indigeni, sono stati perseguiti con l’accusa di sabotaggio e terrorismo. Si sono registrati 10 casi di persecuzione e criminalizzazione contro 48 dirigenti sindacali e 20 azioni penali a carico di giornalisti”.10 Anche se il paragone con i regimi dittatoriali del passato è fuorviante, occorre sottolineare che oggi in Ecuador per contrastare il movimento antiestrattivista si sta utilizzando la legislazione antiterrorista del regime militare, che dopo il ritorno alla democrazia del 1979 nessuno aveva più applicato.11
    Alla luce di questi fatti è necessario interrogarsi sulla natura del processo in corso, al di là degli aggettivi “socialista” e “rivoluzionario” così diffusamente utilizzati in Sudamerica. Siamo di fronte a un reale tentativo di fuoriuscita dal capitalismo o a qualcosa di diverso? Correa ha dichiarato: “Fondamentalmente stiamo facendo meglio le cose nell’ambito dello stesso sistema di accumulazione, prima di cambiarlo, perché non è nostra intenzione andar contro i ricchi, ma avere una società più giusta ed equa”.12 Una possibile spiegazione è che il processo in corso in Ecuador sia una modernizzazione capitalistica caratterizzata da nuove alleanze geostrategiche (con i paesi dell’Alba, la Cina e la Russia) e un deciso intervento keynesiano dello stato in appoggio a nuovi settori nazionali di borghesia attiva sul mercato interno. A tal fine servono gli importanti investimenti infrastrutturali (ponti, porti, strade, autostrade, centrali idroelettriche) che sono passati dall’8,3% del pil nel 2007 al 10,7% del 2011 e contribuiscono a integrare le varie regioni del paese permettendo una più adeguata circolazione delle merci. Il piano quinquennale di governo 2013-2017 prevede ulteriori 30 miliardi di dollari per questo tipo di investimenti.13
    Di uguale rilevanza è il vasto programma di aiuti sociali intrapreso dell’esecutivo: borse di studio volte ad aumentare la qualità della forza lavoro specializzata e intellettuale, accesso universale e gratuito al sistema sanitario, voucher a sostegno dei consumi (bono de desarrollo humano per chi ha redditi sotto la soglia della povertà, bono de desarrollo infantil integral, pensioni di vecchiaia e sussidi per i portatori di handicap). Tale spesa sociale essendo rivolta a settori dispersi e poco organizzati della popolazione ha come effetto parallelo il rafforzamento di un consenso popolare nei confronti del governo, da spendere sia nel contrasto delle vecchie forze della destra oligarchica che dei movimenti sociali più indipendenti e organizzati (indigeni in primis). Da questo punto di vista, sono funzionali alla presente gestione del potere anche misure sicuramente positive quali la fissazione del salario minimo universale per tutte le categorie di lavoratori. Tali provvedimenti infatti contribuiscono a modernizzare la stessa forza lavoro, riducendo la quota di manodopera operante in condizioni quasi-servili.
    L’aumento della spesa sociale in Ecuador è stato possibile grazie alla ristrutturazione del sistema fiscale (la pressione tributaria è lievitata al 19,7% del pil nel 2011) e alla rinegoziazione dei contratti con le compagnie petrolifere (con un incremento dal 70 al 99% del margine spettante allo stato). Fondamentale è stato anche l’aumento del prezzo del greggio dal 2011 in poi, che ha contribuito alla quadruplicazione delle esportazioni rispetto al 2006. Non va poi dimenticato l’effetto espansivo prodotto sull’economia ecuadoriana dalla rinegoziazione, nel 2007, del debito pubblico esterno che il paese aveva contratto con il Fmi per circa 10 milioni di dollari.
    Nonostante i molti casi di criminalizzazione della lotta sociale, la fase politica apertasi con la Revolución ciudadana ha comunque portato a processi di maggior partecipazione alla vita sociale da parte di donne e minoranze etniche. Negli atti pubblici si è cominciato a utilizzare la lingua precolombiana quichua, le lavoratrici domestiche hanno conseguito miglioramenti delle condizioni di lavoro, l’impiego di manodopera in nero è perseguito penalmente e la macchina amministrativa statale ha aumentato la propria efficienza. Sul versante economico e politico il paese sembra attraversare una fase di prolungata stabilità, mentre prima della presidenza di Rafael Correa si erano succeduti ben sei presidenti in 10 anni.
    In conclusione, la leadership carismatica di Correa sembra portare avanti con un forte decisionismo un progetto di modernizzazione del paese, scavalcando i tentativi di resistenza da parte dei settori colpiti. Le caratteristiche socialiste di questo percorso (interventismo in economia, espansione della spesa pubblica, affermazione di alcuni diritti sociali) lungi dal costituire una fase di transizione a un modo di produzione postcapitalista, sembrerebbero delineare nient’altro che un processo di accumulazione originaria necessaria ad accedere a una forma più sviluppata di capitalismo. Tuttavia bisogna considerare che tali paradossi si estremizzano, diventando letali, quando sono sconfitti i movimenti sociali che danno inizio al processo di trasformazione, costituendone l’intelaiatura costituente al livello di contropotere. Per sapere se la Revolución ciudadana si sia irreversibilmente solidificata in un processo di modernizzazione capitalistica o se saprà esprimere anche nuovi percorsi di trasformazione, dobbiamo guardare ancora ai movimenti sociali. Le forze che in Ecuador esprimono le istanze più progressive hanno conseguito risultati deludenti alle elezioni presidenziali del 2013, ma mantengono importanti roccaforti a livello locale. D’altro canto quest’anno Alianza País ha perso le consultazioni amministrative di Quito, Guayaquil e Cuenca, le città più grandi del paese.14 Mentre i settori popolari non organizzati sembrano accontentarsi passivamente dei miglioramenti ottenuti, i movimenti sociali e indigeni continuano a resistere ai pesanti costi umani ed ecologici delle politiche estrattiviste, sviluppando nuove forme di partecipazione, di democrazia e di socialità. Lo scenario insomma è ancora aperto a molteplici sviluppi.
    Revolución ciudadana: modernizzazione e conflitto sociale in Ecuador - Carmilla on line ®
    Ultima modifica di Gianky; 17-09-14 alle 13:33
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 
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