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    Ghibellino
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    Predefinito Socialismo e Indigenismo

    1. Indipendenza, rappresentanza politica e potere di classe
    La sinistra eurocentrica continua a guardare all’America Latina solo in funzione delle opportunità di mercato che offre e mai per i chiari messaggi politico-sociali che invia, cioè il gran potenziale dei movimenti sociali che sono stati in grado, ad esempio in Bolivia, Venezuela, Ecuador, oltre alla tenuta storica ed eroica del socialismo a Cuba, di sostituire le idee economiciste del sistema attuale del capitale con quelle di solidarietà umana, internazionale e anticapitalistica che sta configurando i processi per e nel Socialismo del XXI secolo. Ad esempio il MAS-IPSP (Movimento al Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli) in Bolivia è stato in grado di contrastare il potere politico ed economico e della cultura del profitto, dei precedenti governi neocolonialisti, o di un ipotetico schieramento progressista ma nei fatti neoliberista, andando a realizzare un miglioramento delle condizioni umane e ambientali del lavoro, attuando un autonomo processo di transizione al Socialismo.

    Ciò è stato possibile attraverso l’articolazione di un vero e proprio strumento politico, cioè il MAS, che è stato in grado di creare un sodalizio fra i movimenti sociali e le loro lotte contro le privatizzazioni dei beni comuni, e le lotte e l’educazione dell’alternativa proposte storicamente dai popoli indigeni originari, coniugandole con l’iniziativa politico-sindacale proveniente dai cocaleros, dai mineros e da tutte le strutture e organizzazioni politiche che storicamente in Bolivia si sono poste sul terreno del conflitto anticolonialista e antimperialista.
    Ciò ha dato maggiore impulso ed organizzazione al conflitto sociale ponendo al centro i bisogni reali delle varie componenti del popolo lavoratore boliviano portando alla vittoria di Evo Morales e del MAS, rafforzando l’indipendenza dei movimenti sociali e contadini e dando nuovi elementi e nuovo impulso a forme politiche ed economiche di una solidarietà più ampia che supera i confini contadini e si realizza soprattutto con altri gruppi di lavoratori nelle loro diversità e complessità, dagli operai ai minatori, agli artigiani,agli Aymaras urbani e delle metropoli che si stringono in relazioni culturali, sociali e politiche con i propri fratelli della campagna.

    Già da metà degli anni ’90 per valorizzare la propria storia e la propria identità, la propria cultura che si oppone allo sfruttamento del modo di produzione capitalista sulla natura, che i popoli originari insieme alle organizzazioni storiche, politiche e sindacali della sinistra sociale e di classe hanno ripreso l’iniziativa di lotta e di governo per un cambiamento radicale all’interno del proprio paese.
    Ed è proprio in questo ciclo ascendente di lotte che si è sviluppato in forme diversificate, che il MAS guidato dal dirigente sindacale cocalero Evo Morales Ayma si è mosso su un terreno di lotte sociali e politiche che si sono trasformate in Governo.

    Alle politiche neoliberiste il MAS ha saputo opporre una vera e propria lotta per l’autodeterminazione ed anche per la “sovranità alimentare”, ossia la possibilità per tutti i lavoratori di definire e tracciare attraverso le proprie organizzazioni di base le politiche di produzione e quelle di distribuzione degli alimenti, con il rispetto delle diverse culture e tradizioni educative che caratterizzano i diversi popoli valorizzando anche le forme di produzione adottate dalle popolazioni indigene come la difesa della foglia di coca che si coniuga al grande ideale della dignità e sovranità della Bolivia nazione.

    2. L’indipendenza dei movimenti sociali e sindacali di base
    Il programma politico del MAS ha scelto prioritariamente di coinvolgere i movimenti sociali per autorappresentarli nella sfera statale, combinando cioè le lotte sindacali con le lotte e la cultura delle popolazioni originarie che, oltre ad avere in comune l’elevato livello di povertà, gli alti tassi di mortalità e di emarginazione sociale, si distinguono per la loro antica cultura solidaristica, la loro educazione, comunitaria, per il rapporto privilegiato che hanno avuto da sempre con la natura con la terra, la Madre Terra, Pacha Mama.

    La capacità del MAS è stata proprio quella di dare espressione alla combinazione di politico e sociale, superando anche le forme cosiddette “democratiche” che però hanno continuato nell’esclusione della maggioranza nazionale indigena, proprio quella che si è opposta in maniera più diretta e dura al modello neoliberista delle privatizzazioni delle imprese statali e alla perdita di sovranità nazionale sulle risorse naturali come il gas e il petrolio. E’ così che il MAS ha saputo riportare le lotte dei popoli originari su un terreno politico di classe, unendo alle lotte degli altri settori di lavoratori per continuare insieme la battaglia capace di evitare lo sfruttamento senza regole dei loro territori da parte delle grandi imprese multinazionali del mondo cosiddetto “emancipato”, “sviluppato”, cioè quello dello sviluppismo quantitativo e consumista del capitale.

    E’ il concetto di una Bolivia degna, sovrana e produttiva per il Vivir Bien che fa parte del programma del Movimento Al Socialismo (MAS), un movimento strumento politico per la sovranità popolare che ha saputo portare il primo indios alla Presidenza della Repubblica.
    Il concetto educativo e politico fondamentale di questa filosofia andina e amazzonica del Vivir Bien si basa su una idea di convivenza comunitaria; l’indigenismo identifica tale paradigma con il piacere del vivere in armonia con la Madre Terra.

    Tale continuità culturale significa esplicitazione da parte del MAS di un modello politico che pone al centro le lotte dei popoli naturali e delle organizzazioni di classe dei contadini e degli altri lavoratori con una pratica politica che è anche dimostrata dalle forme cosiddette di istituzioni di reciprocità, dove il soggetto non è la collettività in quanto tale ma l’interscambio di beni, servizi ed energia fra unità familiari individuali e ciò vale anche a livello intercomunitario. Il MAS ha saputo riportare a protagonismo politico anche il senso comunitario del popolo Aymara, dimostrato non solo dal ruolo delle assemblee e delle decisioni comunitarie o dalla centralità dell’istituzione del lavoro e dell’aiuto reciproco, anche per quanto riguarda le necessità primarie dell’interscambio di beni alimentari ed energetici, ma anche per la cosiddetta solidarietà emotiva, spirituale, anche relativa alle feste, alle cerimonie rituali e religiose, ai legami di gruppo, alle decisioni collettive in chiave redistributiva e le continue interazioni comunitarie anche in campo non direttamente economico attraverso istituzioni di reciprocità.

    L’alternativa che propone questo movimento sostiene concetti di classe, e critica il modello politico-economico ed educativo occidentale che non pone al centro di tutto l’uomo, come figlio di Pacha Mama, in quanto parte della natura ma piuttosto gli interessi materiali del profitto, dell’accumulazione, dello sfruttamento dell’uomo e della natura.
    Ecco come lo studio e lo sviluppo di teorie legate a pratiche di lotta sociale indirizzate dall’organizzazione come “strumento politico” per l’alternativa siano il congiunto per la critica dell’economia applicata del capitale e per costruire invece la transizione al Socialismo. Ciò è possibile a partire da una economia socio-ecologica politica come supporto e interscambio di esperienze con i movimenti di lotta internazionali dei lavoratori; in un intrecciarsi di teoria e pratica della lotta di classe, dove la contraddizione capitale-natura è assunta tutta dentro le dinamiche del conflitto capitale-lavoro, per il superamento del modo di produzione capitalista nella costruzione concreta dei percorsi del Socialismo nel XXI secolo.

    Una cultura e una educazione, quindi, del “vivir bien del socialismo comunitario”, in armonia con la Madre Terra, come la definisce il MAS in piena sintonia con il movimento indios boliviano; un’economia socio-ecologica politica che si coniuga ai processi di lotta che uniscono le varie forze sociali in un’alleanza in grado di organizzare i lavoratori e gli sfruttati per costruire una nuova idea di sinistra anticapitalista.
    Si tratta quindi di un vero e proprio processo di transizione che deve garantire equità, redistribuzione della ricchezza nella giustizia sociale, salari minimi dignitosi, sanità, alloggi e diritti sociali, economici e civili per tutti, vera protezione ambientale, diritto all’indipendenza economica, sociale e politica , per una alternativa socialista allo sviluppo capitalista.

    3. Centralità della soggettività politica per costruire la transizione
    Le pratiche di lotte sociali e sindacali che convergono nello strumento di rappresentanza politica del MAS, forniscono chiari esempi di come fare politica del e con il popolo e come questa crea i presupposti per prendere e tentare con determinazione di difendere nel tempo il potere politico, con una netta configurazione di classe, con la contaminazione fra cultura marxista e cultura indios, nella costruzione di una globalizzazione dell’armonia solidale, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contro la distruzione della natura, in difesa dell’umanità tutta. I successi del MAS sono quelli dei movimenti contadini, di lotta e di azione diretta nel bloccare le privatizzazioni, nel mettere in fuga molti regimi neoliberisti nella Nuestra America e sono proprio basati sul fatto di essere legati ai bisogni della gente, ai bisogni dei lavoratori, contadini ed operai organizzati sul terreno del conflitto di classe.

    La sete di giustizia sociale, la capacità di costruire nuove forme di democrazia partecipativa stanno dando l’impulso alla maggior parte dei governi dei paesi della Nuestra America per avviare un nuovo percorso dove al centro della scena politica si collocano i lavoratori, imperiosamente, la natura e il popolo indigeno, la maggioranza silenziosa da secoli sottoposta a condizioni di sfruttamento inumane e ora diventati soggetto dirigente dei processi di trasformazione politica e socio-economica in atto nei percorsi reali del Socialismo nel XXI secolo.
    Un’America Indio–Africana che nei percorsi del Socialismo nel e per il XXI secolo sta sperimentando una transizione di alternativa al capitalismo coniugando esperienze, culture, politiche, modelli educativi socio-ambientali e pratiche socio-economiche del socialismo comunitario, con il socialismo bolivariano del Venezuela e il socialismo martiano e marxista che ha ancora oggi il punto di riferimento più alto a Cuba.

    La scommessa sulla possibilità di far partire il percorso del Socialismo del XXI secolo in tutta Nuestra America si gioca proprio sull’asse Cuba-Venezuela-Bolivia. E anche tale considerazione non può essere basata su un sentimentalismo nostalgico rivoluzionario, caro a tanta cultura di sinistra eurocentrica che dice di appoggiare le rivoluzioni lontane da casa propria e poi accetta e spesso promuove le sostenibilità del modernismo sviluppista, di un incompatibile e inesistente capitalismo temperato a carattere sociale.
    Solo muovendosi sulle linee guida di Cuba, del Venezuela, della Bolivia, e di altre interessanti e pungenti sfide come quella dell’Ecuador e di tutta l’area dell’ALBA, che con le loro particolarità segnano la nuova primavera socialista di Nuestra America, le riforme parziali possono essere consolidate in programmi di trasformazione strutturale e radicale, le tattiche e le lotte per rivendicazioni parziali misurarsi nelle vere e praticabili strategie per il superamento del capitalismo capaci di esprimere quella soggettività politica che avanza nella costruzione reale del progetto del Socialismo nel e per il XXI secolo.

    * prof. Università Sapienza, Roma; Direttore della rivista Nuestra America.

    Bolivia e alternativa socialista. Quando l'indigenismo è questione di classe
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  2. #2
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Hanno cercato di distruggere il sandinismo ma hanno fallito

    Un’analisi della campagna di disinformazione sul Nicaragua

    Managua, 25 febbraio (Jaime Padilla | Liberación)
    Jorge Capelán è il responsabile delle analisi politiche per programmi televisivi sia nazionali che stranieri, tra cui il canale russo RT e quello iraniano HispanTv. Ha lavorato come redattore in una delle più grandi radio del Nicaragua, Radio La Primerísima, una cooperativa di orientazione sandinista. Collabora con la rivista Correo de Nicaragua, una pubblicazione di analisi politica che viene anche utilizzata come materiale di studio dai militanti di molti Comitati di Formazione Sandinista in tutto il paese. Scrive per la pagina web Tortilla con Sal, orientata a offrire approfondimenti rispetto alla realtà del paese. Per questa ragione l'incontro e la conversazione con il collega il giornalista uruguaiano Jorge Capelán non sono state solamente piacevoli, ma anche di gran lunga chiarificatrici rispetto al processo politico nicaraguense, paese in cui risiede dal 2005.


    Capelán conosce da vicino il Nicaragua rivoluzionario, perché negli anni 80 ci ha vissuto per buona parte della sua giovinezza. Anni dopo si è trasferito in Svezia e ha lavorato attivamente nella solidarietà con il Nicaragua dopo la sconfitta elettorale del sandinismo nel 1990. Spinto dal nuovo corso del popolo nicaraguense nel 2005, Jorge ha intrapreso il cammino di ritorno.

    “E' stata un'esperienza molto importante che mi ha fatto capire come fosse cambiato il Nicaragua dagli anni '80. Poi, nel 2009, ho conosciuto William Grigsby, direttore della Radio La Primerísima oltre che uno dei giornalisti più rispettati del paese, e mi sono convinto che il Nicaragua aveva bisogno di me come io di lui. Non mi pento per niente della scelta e devo dire che sono stato ricevuto con molto affetto dalla gente. Le cose che ho imparato non hanno prezzo”, riflette.

    - Al tuo ritorno, ovviamente per breve tempo, che osservazioni puoi fare sulla Svezia?
    - Per ciò che ho potuto vedere in questi primi giorni, quello che più mi sorprende è il clima di guerra fredda che si osserva nella propaganda quotidiana dei mezzi corporativi svedesi, specialmente contro la Russa, l'Iran e contro tutto il mondo multipolare che sta nascendo. Dell'America Latina si parla molto poco, ma la copertura di Radio Svezia sulla nostra regione, per esempio, sembra essere ripresa dal peggio che viene pubblicato sui giornali della Sip (Società Interamericana della Stampa). E' preoccupante, non perché pensi che riusciranno a fare in modo che, il popolo svedese, aderisca volontariamente all'euforia guerrafondaia e aggressiva che si intravede dietro questo tono di demonizzazione, con il quale vengono descritti i nostri paesi e i nostri popoli, ma perché la compattezza della propaganda, alla fine, influisce sulla gente. Alla fine, riesce a far sì che si finisca per credere, almeno in parte, alla visione pregiudizievole del mondo che trasmettono. Questo aiuta anche a rendere passive le persone e a predisporre l'opinione pubblica in modo che accetti eventuali nuove campagne politico militari della Nato (in inglese, North Atlantic Treaty Organization).

    Vedo una crescente indignazione della gente contro le politiche neoliberali che si sono sviluppate nel paese, però vedo anche molta rassegnazione, che è comprensibile visto che l'apparato di indottrinamento di questa società ha fatto credere, a importanti settori della popolazione, che la Svezia sia un paese eccezionale e che quello che succede nel resto del mondo non c'entri nulla con la sua realtà. Per esempio, pochissima gente qui crede che i progressi che stiamo ottenendo in America Latina contro il neoliberismo possano presentare esperienze utili per cambiare le cose in questa società.

    - Qual è il livello di consenso di cui gode il governo del presidente Daniel Ortega?

    - Ho qui i dati dell'ultimo sondaggio d'opinione della Cid-Gallup, un istituto demoscopico che nessuno potrebbe definire pro sandinista. Mostra un quadro con i livelli di consenso dei presidenti che sono passati negli ultimi 24 anni. Attualmente (gennaio 2014), Daniel Ortega ha un indice di consenso positivo del 22%. Tutti gli altri presidenti (Violeta Barrios de Chamorro, Arnoldo Alemán, Enrique Bolaños) hanno indici negativi. L'indice di consenso di Violeta Barrios è addirittura a meno 30. Questo indica che per la maggior parte dei nicaraguensi, quella di Ortega è la migliore amministrazione da molti decenni a questa parte.

    - La politica economica del Nicaragua ha dovuto fare i conti spesso con il Fondo monetario internazionale. Com’è la situazione oggi?

    - Quando il Fronte Sandinista è tornato al governo, nel gennaio 2007, il Nicaragua era un paese che dipendeva dagli interventi dell’Fmi e che non poteva avere una propria politica economica. Sei anni dopo, il Nicaragua ha concluso il programma con il Fondo e ha iniziato a scrollarsi di dosso questo tipo di dipendenza. Il Nicaragua è l'unico paese del Centro America che sia riuscito a recuperare i livelli di crescita economica che aveva prima che la crisi colpisse duramente la nostra regione nell'anno 2009. È secondo solo a Panama in quanto a crescita ed è il paese con il maggiore aumento d’investimenti dall’estero. Inoltre, è stato dichiarato “libero dall'analfabetismo”, la povertà estrema è stata ridotta a meno della metà, mentre quella assoluta è diminuita notevolmente.

    Insieme al Venezuela, il Nicaragua è uno dei paesi che ha ridotto maggiormente l'indice di diseguaglianza (dato Cepal), ha aumentato notevolmente l'impiego, anche quello formale, con il tasso più alto dell’America Latina (8% tra il 2009 e il 2011). Ha anche ridotto in modo costante la mortalità materno-infantile. Nel 2005-2006, solo il 15% dell'energia veniva prodotta da fonti rinnovabili, mentre oggi questa percentuale ha raggiunto il 54% e si arriverà presto all’85%. In un paese storicamente “machista”, le donne stanno raggiungendo livelli di protagonismo nella politica e nella società tra i più alti al mondo, un fatto riconosciuto sia dalle Nazioni Unite che dallo stesso Foro di Davos. È inoltre il paese meno violento e più sicuro della regione e l'unico nel quale i cartelli della droga non sono riusciti a infiltrarsi.

    - Non stai parlando solo di questioni economiche, ma anche di politiche di sviluppo…

    - Prima del 2007, il Nicaragua era sull’orlo del fallimento. Oggi ha un futuro. Ha recuperato tra i 70 e i 90.000 chilometri quadrati di oceano che prima erano controllati dalla Colombia, sta sviluppando grandi progetti per il futuro, come la raffineria il “Supremo sueño de Bolivar”, che sarà la più grande di tutto il Centro America, e il Gran Canal Interoceanico, i cui lavori inizieranno alla fine di quest’anno con un investimento di 40.000 milioni di dollari.
    In un lasso di 10 anni, il Nicaragua sarà un paese molto diverso, anche se oggi continua a essere tra i più poveri del continente. Bisogna anche dire che tutto questo è stato possibile, non solo per le capacità del presidente Ortega e del Fronte Sandinista, ma anche grazie all'esistenza di un movimento popolare sempre più forte e organizzato, all'aiuto venezuelano e cubano e all'esistenza di Petrocaribe. Stiamo parlando, in totale, di circa 3.300 milioni di dollari di aiuti venezuelani (circa 500-600 milioni all’anno), che sono la leva che ha permesso al paese di rafforzarsi e di acquisire un livello significativo di sovranità, in una regione che storicamente dipende dal mercato statunitense. Senza questa leva, non sarebbero bastate le buone intenzioni, né la condotta più abile per raggiungere i risultati ottenuti fino ad ora.

    - Da cosa dipende il fatto che in internet non circolino informazioni sui progressi fatti dalla rivoluzione sandinista?

    - Ci sono diverse ragioni. Una di queste è che il Fronte Sandinista è stata l'organizzazione di sinistra più demonizzata dalla propaganda imperialista, specialmente durante il governo di Ronald Reagan. Gli Stati Uniti da sempre hanno cercato di distruggere il sandinismo in Nicaragua, però hanno fallito. La campagna di propaganda antisandinista è continuata, con la stessa intensità, dal 1990 ad oggi e forse è stata ancora più insidiosa e perfida che negli anni 80. L'altra ragione è che la sconfitta elettorale del 1990 non è stata traumatica solo per il popolo nicaraguense, ma anche per quella sinistra che, fin dagli anni 70, aveva sostenuto il processo rivoluzionario. Bisogna anche ricordare che quella sconfitta coincise con il collasso dell'Unione Sovietica e del Blocco Socialista. In generale, ho l'impressione che la maggior parte delle persone di sinistra, soprattutto gli europei e gli statunitensi, non abbiano digerito quello che è successo.

    Un terzo elemento dipende dal fatto che un gruppo importante di persone, che avevano ricoperto ruoli di dirigenza nella lotta contro Somoza e durante la rivoluzione degli 80, hanno poi tradito il mandato della base sandinista durante gli anni '90, lasciandosi corrompere dalla rete di Ong creata e finanziata dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, con il solo scopo di installare il neoliberalismo nel paese. Un buona quantità di dirigenti, che sono cresciuti e che si sono formati con la rivoluzione, si sono poi dedicati a denigrare il Fronte Sandinista e molta gente all’estero gli ha creduto, fidandosi delle loro credenziali e della maniera “rivoluzionaria” di parlare. All’interno del Nicaragua hanno invece perso di peso e sono stati delegittimati dalle loro continue alleanze con l’estrema destra.

    Un ultimo fattore che ha inciso sulla mancanza di informazione ha a che vedere con l’incapacità stessa del Fronte Sandinista di dedicare risorse al fronte internazionale, in un momento in cui il suo sforzo principale era rivolto a quello interno.

    - Qual è il grado di coscienza politica della popolazione nicaraguense?
    - Il popolo nicaraguense, come quello palestinese o libanese, è segnato dalla storia. Non si devono confondere questioni relative al sottosviluppo di una società, le limitazioni culturali, i bassi livelli di scolarizzazione, con una mancanza di capacità della gente di leggere il momento storico in cui vive e le correlazioni di forze esistenti nella società e nel mondo. In Nicaragua, la maggior parte delle gente sa dove sono gli Stati Uniti e conosce il prezzo della guerra, così come il valore della pace. Per questa ragione, non ci deve sorprendere che, secondo tutti i sondaggi, la stragrande parte della popolazione - tra il 70 e l’80% - approvi la gestione del governo sandinista, pur essendo cosciente delle difficoltà strutturali che ha un paese come il Nicaragua.

    Il Fronte Sandinista è tornato al governo con la percentuale di voto più basso della sua storia (38%). La gente non aveva votato per il Fsln non perché credesse nel neoliberalismo, ma perché era ancora sotto l’influsso della propaganda antisandinista, o perché temeva ciò che sarebbe potuto succedere in caso di un ritorno della sinistra al potere (non bisogna dimenticare le conseguenze della guerra del decennio degli 80). Dal 2007 in poi, vedendo i risultati della gestione del governo sandinista e lo sviluppo del movimento bolivariano nei nostri paesi, l'antisandinismo ha perso progressivamente terreno.

    - In che modo partecipano i sindacati e gli altri settori organizzati?

    - Dal 2007 a oggi, l'iscrizione ai sindacati è aumentata esponenzialmente, così come l'organizzazione dei lavoratori indipendenti (settore informale), che in Nicaragua occupa circa il 70-80% della forza lavoro. C’è un movimento di economia sociale, di cooperative e gruppi associati che contribuisce per il 44% al Pil (prodotto interno lordo), che possiede addirittura una banca, Caruna che è quella che gestisce i fondi dell'Alba (Alternativa bolivariana per i paesi della nostra America) e che ha mostrato grande capacità d’amministrazione. I lavoratori nicaraguensi sono in grado di comprendere gli attuali rapporti di forza e sono capaci di far valere i propri diritti e di lavorare a stretto contatto con un governo che, come ben sanno, risponde ai loro interessi. Sono in particolare i settori più poveri della popolazione quelli che appoggiano maggiormente questo governo. Tutto ciò avviene nel contesto di un paese dove 7 persone su 10 non erano nemmeno nate negli anni 80 o erano comunque piccolissime. Ciò significa che il livello di coscienza del mondo d’oggi della maggioranza della popolazione nicaraguense è molto alto. Questo livello di coscienza si riflette proprio nel motto che definisce il Nicaragua come “Cristiano, Socialista e Solidale”.

    - Prima di iniziare l'intervista parlavi della partecipazione attiva della donna nicaraguense...

    - Come dicevo prima, le donne in Nicaragua stanno raggiungendo dei livelli inediti di protagonismo. La prima cosa che ha fatto il presidente Daniel Ortega quando è stato eletto nel 2007 è stata quella di iniziare un percorso, che portasse le donne a occupare il 50% delle cariche di governo. Nel 2011, il Congresso del Fsln ha deciso che tutti gli organi di partito e tutte le candidature per le future elezioni municipali o nazionali prevedessero il 50% di presenza femminile e il 30% di giovani. Di conseguenza, nel 2012, il Parlamento ha deciso di estendere tali percentuali di partecipazione femminile alle liste di candidati di tutti i partiti e a tutti i livelli. Nello stesso anno si è anche adottata una legge molto avanzata contro la violenza di genere - la Legge 779 -, che riconosce le figure giuridiche del femminicidio, della violenza patrimoniale e quella psicologica. Oggi, il Nicaragua è al quinto posto a livello mondiale nel sotto-indice della partecipazione politica, come risultato diretto della riforma alla Legge dei Municipi che promuove l’equità e la complementarietà di genere. Grazie alla presenza femminile nel gruppo parlamentare sandinista, il potere legislativo è composto per quasi il 47% da donne. I programmi sociali più importanti, come Fame Zero, Usura Zero e la titolazione di proprietà urbane e rurali, hanno le donne come principali protagoniste.

    - Alcuni organi di stampa riportano che in Nicaragua ci sono organizzazioni che chiedono la reintroduzione dell'aborto terapeutico...

    - Il Nicaragua è stato molto criticato dai media occidentali a causa della proibizione dell'aborto terapeutico (quando la vita della madre è in pericolo). Allo stesso tempo, però, si glissa su altri aspetti, come quello che dice che le cifre (molto alte) delle gravidanze tra i giovani stanno diminuendo, insieme ai tassi di mortalità materno-infantile. Si tace anche sul fatto che storicamente circa il 98% della popolazione è credente. Se le donne in Nicaragua hanno tanto potere politico c’è da aspettarsi che questo si rifletta sulla creazione o modificazione di leggi. In questo senso, le Ong femministe, che a volte criticano duramente il Nicaragua sul tema dell'aborto, dovrebbero domandarsi perché non dovrebbe essere possibile che le priorità nell'agenda delle donne di altri paesi possano essere altre.

    - Che dire dei giovani?

    - Il 75% circa della popolazione nicaraguense ha meno di 25 anni. Nell'era neoliberale i giovani sono stati molto attivi nelle mobilitazioni per la difesa dei diritti della gente e oggi, la Gioventù Sandinista, che affonda le proprie radici nella lotta contro la dittatura e contro l’aggressione degli anni 80, ha nuovi compiti, sia di sostegno al processo di cambiamento rivoluzionario che è ripreso dal 2007, sia per prepararsi al ricambio generazionale alla guida di questo processo. Per questo motivo, durante l’ultimo Congresso del Fsln nel febbraio 2011, si è deciso di garantire un minimo di rappresentanza giovanile pari al 30% in tutte le liste per le elezioni e in tutte le istanze del partito. La Gioventù Sandinista promuove il movimento ambientalista Guardabarranco, che svolge un ruolo importante nella sensibilizzare dei giovani e del resto della popolazione sui temi ambientali.

    Questo compito è anche stato accompagnato da grandi giornate di riforestazione, difesa della sovranità ecologica per ciò che riguarda il delicato tema del fiume San Juan al confine con il Costa Rica. Un altro importante spazio promosso dalla Gioventù Sandinista è il movimento culturale Leonel Rugama, attraverso il quale promuove attività culturali e ricreative, concorsi, con lo scopo di offrire spazi e alternative sane a una gioventù facilmente esposta agli anti valori del neoliberalismo. Esiste anche un movimento sportivo, che porta il nome di Alexis Arguello, che ha obiettivi simili.

    - Tutto sembra indicare che la partecipazione dei giovani sia molto attiva...

    - La Gioventù Sandinista promuove ogni tipo di campagna di sensibilizzazione sulle problematiche di genere e diversità sessuale, sui pericoli e le possibilità delle nuove tecnologie, dell'informazione. Uno dei movimenti più importanti della Gioventù Sandinista è il movimento promotore della solidarietà' sociale, attraverso il quale degli attivisti volontari lavorano come assistenti sociali e partecipano a vari programmi promossi dal governo. Tra questi vale la pena ricordare il sostegno a famiglie che vivono in condizioni precarie, la consegna di lamine per riparare i tetti delle case, la riparazioni di case poco agibili.

    Da qualche anno funziona anche una rete di comunicatori della Gioventù Sandinista, che ha il compito di informare la popolazione sulle varie iniziative che si realizzano in tutto il paese. Sono stato testimone del lavoro che questi ragazzi e ragazze svolto nella lotta ideologica all’interno delle reti sociali. In sintesi, la gioventù si sta facendo sempre più carico del processo rivoluzionario nicaraguense.

    - In questo panorama, che spazio occupano oggi le forze oligarchiche e la destra nicaraguense?

    - La destra nicaraguense attraversa una profonda crisi. I principali istituti demoscopici - sia Cid-Gallup che M&R - gli attribuiscono meno dell’8% dei consensi a livello nazionale. Si tratta dei due partiti liberali, il Plc (Partito liberale costituzionalista) e il Pli (Partito liberale indipendente), e di altri molto più piccoli, tra i quali il Mrs (Movimento rinnovatore sandinista), che è socialdemocratico a parole e di estrema destra nei fatti. E' un’opposizione molto infiltrata dalla rete di finanziatori politici dei paesi occidentali, come USAID (United States Agency for International Development), la NED (National Endowment for Democracy) e la “cooperazione” dell'Unione Europea. Da quando il Fronte Sandinista è tornato al governo, hanno portato avanti un'opposizione talmente recalcitrante che, alla fine, hanno allontanato la loro stessa base elettorale. Negli ultimi anni, molti liberali hanno appoggiato apertamente il Fsln.

    - Quindi sostieni che oggi esiste un accompagnamento dell'élite economica ai progetti di sviluppo del governo sandinista?

    - Rispetto alla situazione di altri paesi, come il Venezuela, l'Ecuador o l'Argentina, in Nicaragua accade una cosa molto particolare. La borghesia nicaraguense è una classe relativamente debole, soprattutto perché' il Nicaragua è un paese con un economia molto piccola. La nazionalizzazione di PDVSA in Venezuela, per esempio, è stato un attacco mortale alla principale fonte di ingressi dell'oligarchia di quel paese. Ciò spiega la feroce opposizione contro la Rivoluzione Bolivariana. In Nicaragua, invece, è più vantaggioso per l'élite economica fare affari in un clima di stabilità che ha creato il governo sandinista all’interno delle relazioni dell’Alba. Questo non significa che siano totalmente in linea con queste politiche, perché questi settori sanno che il Fronte Sandinista, alla fine, democratizzerà totalmente l'economia e a nessun capitalista piace pagare le tasse e aumentare gli stipendi, però non si oppongono e beneficiano del progetto di alleanza e di dialogo tripartito.

    Questa situazione ha risvolti addirittura paradossali, dove il principale referente commerciale degli Stati Uniti in Nicaragua, che è Amcham (Camera di Commercio Americano-Nicaraguense), non solo non si schiera contro il governo, ma deve anche riconoscere che con l’avvento dei sandinisti sono aumentate enormemente le esportazioni verso questo paese. In questo modo, la borghesia attraversa una crisi di rappresentanza politica strettamente collegata al nefasto e fallimentare modello di ingerenza, promosso dalle ambasciate di alcuni paesi occidentali e dagli stessi Stati Uniti.

    - E la relazione con gli Stati Uniti?

    - La politica statunitense è caratterizzata dalla filosofia del “potere intelligente” dell'amministrazione Obama. E' una politica ambigua. Da una parte l'ambasciatrice Phyllis Powers, che è subentrata a due ambasciatori, Paul Trivelli e Robert Callahan, oscenamente antisandinisti, è pubblicamente un esempio di correttezza, ma dall’altra, si continuano a finanziare, attraverso le solite agenzie, i settori più reazionari della società nicaraguense, con l'appoggio delle reti della mafia anti cubana di Miami. Si sta addirittura tentando di attribuire un ruolo politico a certe bande di delinquenti comuni, con l’unico obiettivo di far credere, a livello internazionale, che si sta creando una nuova guerriglia antisandinista. Tutti questi tentativi, però, si scontrano con la cruda realtà dell’incapacità politica e organizzativa di un’estrema destra locale, che non è in grado di aggregare la popolazione. Ogni tanto, il quotidiano locale che difende tali interessi stranieri, La Prensa, annuncia grandi manifestazioni contro la “dittatura di Ortega” e alla fine si presentano solo 100, 200 o 300 persone. E' sempre la stessa storia da anni. Alla fine, nessuno gli presta più attenzione.

    - Dunque, se il Nicaragua, si è trasformato nel principale asse di integrazione regionale con la bandiera dell'Alba, quali sono le basi sulle quali si sostiene il paese?

    - L'Alba è la leva economica e politica che ha permesso al Nicaragua di sollevarsi da una situazione molto precaria. La guerra negli anni '80 e l'ondata neoliberale, che ha attraversato il paese tra il 1990 e il 2006, avevano distrutto quel poco che restava della nascente industria. Sono state applicate alla lettera tutte le ricette del Fmi e il paese è rimasto senza infrastrutture e legato mani e piedi, per esempio, attraverso il Cafta-DR (Trattato di libero commercio Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica Dominicana). Tra le poche cose che sono riuscite a salvare c’è l'impresa che distribuisce l'acqua (Enacal). I prodotti di esportazione, come il caffè, sono stati severamente colpiti dalla caduta dei prezzi internazionali. In queste condizioni, il paese aveva e continua ad avere bisogno di diversificare le esportazioni. Oggi, l'oro ha sostituito il caffè come principale prodotto di esportazione. I mercati del Nicaragua si sono sostanzialmente diversificati, con un aumento delle esportazioni verso il Venezuela, Canada, Russia e Taiwan e una relativa flessione per ciò che riguarda l'Unione Europea e gli Stati Uniti. Ci si aspetta, a partire da quest'anno, un maggior livellamento della bilancia commerciale con la Federazione Russa.

    Un ingresso significativo è quello che deriva dalle esportazioni delle zone franche, che si aggirano sui 2,5 miliardi di dollari e che generano più di 100 mila posti di lavoro permanenti. Si sta già coltivando in Nicaragua il cotone che verrà poi usato nell’industria tessile. Il turismo è diventata un’altra importante fonte di ingresso per il paese e genera 420 milioni di dollari all’anno. Si tratta di un turismo diversificato, che coinvolge grandi progetti ma anche moti settori della piccola e media impresa. Varie riviste specializzate hanno segnalato il Nicaragua come una delle destinazioni più attraenti, per esempio, per il turismo d'avventura o per i pensionati statunitensi ed europei. Un altro settore che si sta sviluppando è quello dei servizi. In Nicaragua operano già 12 call centers che creano non meno di 4500 posti di lavoro, con salari che oscillano tra i 500 e i 700 dollari al mese, cioè il doppio della media nazionale. Infine, non possiamo dimenticare l'importanza del flusso di denaro che arriva dai nicaraguensi che vivono all'estero e che nel 2013 ha superato il miliardo di dollari.

    - Potremmo dire che l’Alba permette al Nicaragua di godere di stabilità?

    - In materia di politica economica rende possibile attrarre capitali esteri, acquisire tutte le fonti di finanziamento possibile e sviluppare l'infrastruttura, garantendo il funzionamento dei servizi basici. Oltretutto, essendo uno dei paesi più sicuri dell'America Latina e esistendo un modello chiaro per la negoziazione e risoluzione di conflitti tra lavoratori, imprenditori e Stato, si creano le condizioni che permettono al paese di destreggiarsi in un contesto economico molto difficile. Bisogna ricordare che la situazione dei paesi centroamericani non e' la stessa di molti paesi dell'America del Sud, i quali possono contare su importanti risorse naturali strategiche.

    - Petrocaribe è il baluardo energetico regionale. Qual è la sua partecipazione nel paese?

    - Petrocaribe funziona in questo modo: il 50% della fattura petrolifera venezuelana si paga in contanti in un arco di tempo che va da uno a tre mesi. Il resto si paga nell’arco di un periodo che va dai 17 ai 25 anni, con due anni di grazia e un interesse dell'1% in caso che il prezzo del barile superi i 40 dollari. A sua volta, questo fondo viene utilizzato per i programmi sociali e gli investimenti. L'incaricata di gestire questi fondi è ALBANISA, un'impresa cogestita dallo stato venezuelano e quello nicaraguense. Una buona parte di questa fattura petrolifera viene ripagata in prodotti, come il fagiolo nero e la carne, assolutamente necessari all'economia venezuelana. In pratica, Petrocaribe è un sistema di commercio equo. A partire dall' scorso anno, il Nicaragua ha cominciato a commerciare con il Venezuela attraverso il Sucre (moneta virtuale comune), cosa che gli ha permesso di proteggersi dagli effetti finanziari della crisi mondiale. Quello di Petrocaribe è uno schema che travalica l'aspetto commerciale. Per esempio, molti contadini nicaraguensi sono andati in Venezuela per scambiare esperienze produttive e organizzative con contadini venezuelani. La recente decisione di avanzare verso la formazione di una zona economica tra i 18 paesi membri di Petrocaribe, permetterà la costruzione di un mercato alternativo proprio, che rafforzerà la capacità di manovra dei nostri paesi, in uno scenario che è sempre più complesso. Come lo ha recentemente definito il sociologo nicaraguense Orlando Núñez, Petrocaribe è una guerriglia economica nella giungla del mercato capitalista.

    - Con tali premesse, il Nicaragua è un paese che gode di una certa stabilità economica, ma i mezzi d’informazione scrivono che sta crescendo poco e che il futuro è incerto...

    - Gli organi di quella che noi in Nicaragua chiamiamo “la dittatura mediatica”, l’insieme degli strumenti della disinformazione imperialista, che va dai grandi giornali occidentali alle organizzazioni dei “latifondisti mediatici” che fanno parte della SIP (Sociedad Interamericana de Prensa), fanno i salti mortali per presentare un'immagine tetra del paese, che però non ha niente a che vedere con una realtà, che viene riconosciuta pubblicamente dalle Nazioni Unite, dalla Cepal (Comisión Económica para América Latina y el Caribe) e anche, a volte contro la sua volontà, dal Fmi.

    - La crisi degli Stati Uniti e dell'Europa si sente nel paese?
    - La crisi degli Stati Uniti e dell'Europa colpisce, in maggiore o minor misura, tutti i paesi centroamericani. Il Nicaragua si trova però in migliori condizioni per affrontarla rispetto al 2009, quando gli effetti della crisi si sono fatti sentire con forza in America Latina. Non sono stati solamente compiuti progressi nella diversificazione delle relazioni commerciali, ma anche nelle infrastrutture, nell'organizzazione dell'economia e della società in generale. Inoltre, esistono progetti strategici, come la costruzione della raffineria più grande del Centro America e il Gran Canale Interoceanico, con i quali si spera di eliminare definitivamente la povertà estrema e diminuire enormemente quella assoluta.

    - Come vedi i paesi vicini, per esempio il Costa Rica, il Salvador e l’Honduras, in particolare quest'ultimo che è considerato una ferita per la regione?

    - La recente frode elettorale in Honduras, che ha privato la Resistenza del governo, non ci deve far perdere di vista che in quel paese c’è stato un importante passo in avanti: il partito Libre (Libertà e Rifondazione) è oggi il secondo partito del paese ed è riuscito a rompere lo storico sistema bipartitico tra conservatori e liberali. Siamo inoltre alle porte di una vittoria elettorale della sinistra nel Salvador, con il Fmln (Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale), mentre in Costa Rica il Fronte Amplio ha ottenuto il risultato più importante della storia della sinistra di questo paese e nel ballottaggio si spera vinca il centrosinistra. Una nuova vittoria del Fmln, dopo i 5 anni di governo con il presidente Mauricio Funes, intensificherebbe la promozione di politiche di sinistra e rafforzerebbe le relazioni con Petrocaribe e l’Alba.

    Il fenomeno che si osserva in diversi paesi della regione è simile: le oligarchie stanno attraversando una seria crisi politica che è un riflesso della crisi generale del capitalismo occidentale nella regione. Si dividono, litigano tra di loro, si scoprono casi di corruzione e si accusano a vicenda. Parallelamente, i movimenti popolari costruiscono e rafforzano i propri strumenti politici. Tutto ciò è prodotto della stessa crisi che minacciava le basi produttive del sistema: le politiche di privatizzazione si dimostrano sempre meno praticabili mentre le relazioni con gli attori del nuovo mondo multipolare diventano sempre più importanti, dall'Alba e Petrocaribe, alla presenza di Cina e Brasile nella regione.
    Gli Stati Uniti osservano con molta preoccupazione, però non possono più intervenire come facevano 30 o 40 anni fa e questo malgrado continuino a mantenere la loro presenza militare. Per esempio, con il colpo di stato contro Zelaya nel giugno 2009 in Honduras, ciò che hanno ottenuto è che il “genio” del movimento popolare honduregno salisse dalla lampada e non riuscissero più a farlo rientrare. Sono solamente riusciti a ritardare la sua ascesa al governo del paese.

    - La globalizzazione ha portato, negli ultimi 20 anni, alla creazione di molteplici accordi commerciali tra gli Stati Uniti e paesi latinoamericani. Molti di essi li hanno rifiutati e hanno preferito iniziare percorsi diversi che hanno portato alla creazione di spazi d’integrazione come la Unasur, l’Alba, la Celac, il Mercosur. Sono una garanzia per la democrazia latinoamericana?

    - La verità è che qualsiasi tentativo di liberazione di uno dei nostri paesi sarà sempre precario e limitato finche' non si inserisca in un progetto latinoamericano. La colonizzazione europea ha diviso il nostro continente in decine di pezzi di terra intorno a città-porto che chiamiamo capitali, con l'unico scopo di impedirci di sviluppare l'economia e la società articolate in funzione dei bisogni dei nostri popoli e di dividerci per mantenerci in questa situazione di dipendenza. Da lì nasce l'urgente necessità di unire le nostre diversità integrandoci con una maggiore unità. Al di fuori di questa unità, qualsiasi tipo di sviluppo sarà precario ed esposto a seri rischi. Mercosur, Unasur, Alba, Celac, Aladi, Sica sono i principali strumenti per andare avanti su questa via. Dobbiamo rompere questo dannato circolo delle oligarchie che esportano le risorse naturali, disinvestono e esportano i capitali, e questo solo si può ottenere togliendo potere al mercato e dandolo alla politica, o meglio, alla società. Per questo motivo, questi ambiti d’integrazione sono molto importanti per la democrazia latinoamericana.

    - Per finire, come si può spiegare l'aggressione economico-finanziaria in Venezuela e in Argentina?
    - In primo luogo, credo che l'impero e gli interessi transnazionali occidentali cospirino di continuo contro tutti i processi in America Latina, ma nel contesto della strategia globale, ci sono alcune priorità e l'interesse principale è ora quello di impedire che il Venezuela e l'Argentina si rafforzino e approfondiscano la loro alleanza. Cercano anche di neutralizzare il Brasile, ma è troppo grande per riuscirci. Nel caso del Venezuela, credo che il governo del presidente Nicolás Maduro sia riuscito a destreggiarsi all’interno di una congiuntura difficilissima, che si è presentata con la scomparsa del Comandante Chávez. Purtroppo, questo quadro di destabilizzazione si manterrà, almeno fino a che non ci saranno cambiamenti politici in Colombia, dove operano le reti paramilitari e dei narcotrafficanti dell’uribismo.

    Nel caso dell'Argentina, cercano di impedire che si consolidi il processo di cambiamento che promuove la presidente Cristina Fernandez. In questo caso bisogna sottolineare in modo particolare gli interessi di Wall Street e della City di Londra, che vedono nella politica kirchnerista una grave minaccia al sistema politico-finanziario mafioso. Né il Regno Unito, né la NATO vogliono cedere il controllo del Sud dell’Oceano Atlantico con il tema delle Isole Malvinas. Se invece di concentrarsi su paesi come il Venezuela e l’Argentina, gli Stati Uniti distribuissero le risorse strategiche, per esempio, in America Centrale, il risultato potrebbe essere controproducente ai propri interessi. Invece, cercando di destabilizzare quei grandi paesi sudamericani, stanno dando un colpo durissimo a tutti i nostri processi di integrazione e indipendenza. E' molto importante che si analizzi ogni situazione come parte di una lotta continentale

    Traduzione: Gianpaolo Rocchi

    Associazione Amicizia e Solidarietà ITALIA-NICARAGUA - :: (26/02/14) Un’analisi della campagna di disinformazione sul Nicaragua ::
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  3. #3
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    ho l'impressione che con petrocaribe il venezuela ci si stia rimettendo un sacco di soldi

  4. #4
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Citazione Originariamente Scritto da MaIn Visualizza Messaggio
    ho l'impressione che con petrocaribe il venezuela ci si stia rimettendo un sacco di soldi

    Da cosa lo deduci?
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  5. #5
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    di Raul Zibechi - tratto da Il socialismo del petrolio - comune-info.netLe luci un tempo sfavillanti del processo bolivariano sono un lontano ricordo. Orfano del padre del “socialismo (patriottico) del XXI secolo”, il Venezuela si regge ormai su un “equilibrio catastrofico”. Seminare petrolio, come ammoniva già nel 1936 Arturo Uslar Pietri, vuol dire sacrificare il futuro al presente. Può condurre a nuotare in un’abbondanza temporanea e corruttrice destinata a sfociare in un’inevitabile catastrofe. Non fanno molto per evitarla né il governo né l’opposizione “democratica”. La insegue a grandi falcate l’ultradestra fomentata dagli Stati Uniti, irritati da ogni presenza non allineata in un Mar dei Caraibi che considerano proprio e, soprattutto, dalla svolta verso Russia e Cina di Caracas. Una svolta ben più minacciosa dei proclami di un socialismo che non è mai esistito. Un patto di emergenza terrebbe a bada le tentazioni interventiste di Washington e le derive sanguinose di una guerra interna di tipo siriano. Richiederebbe però che le ferventi basi chaviste fossero sacrificate all’emergente borghesia bolivariana per garantirne la continuità dei privilegi. Un grande reportage da un paese che si è perso in un labirinto e annega nel suo petrolio.


    Riempire un serbatoio di 70 litri con la benzina costa la metà di una bottiglia da mezzo litro di acqua minerale. Lo stesso prezzo di una sigaretta (venduta da sola, senza il pacchetto): cinque bolos (bolívar f orti). L’ultima settimana di marzo il dollaro parallelo stava a 52 bolívar, nove volte più quello ufficiale, che, nelle settimane prima, aveva raggiunto l’astronomica cif ra di cento bolívar.



    Questa alterazione dei prezzi è ciò che emerge da un’economia distorta, che non f unziona più come un’economia capitalista tradizionale (dominata dai monopoli privati) e che sembra trovarsi a metà strada dell’economia detta socialista (monopolio statale), con le tensioni e le contraddizioni che un simile passaggio comporta. Insomma, l’economia è scenario di un’acuta lotta di classe, nel senso più tradizionale del concetto.

    Una delle distorsioni evidenti si può notare percorrendo i diversi quartieri di Barquisimeto, una città di un milione e mezzo di abitanti, capitale dello stato occidentale di Lara: nei quartieri popolari si notano code di fronte ai negozi e ai supermercati, code di dif f erente lunghezza ma quasi quotidiane; nei quartieri delle classi medio alte, come Fundalara, invece le code non si vedono e i negozi sembrano ben riforniti. Le f amiglie escono dai negozi con piccole buste di viveri, mentre nei quartieri popolari le donne di casa trascinano grandi sacchi per rif ornire le loro famiglie numerose.

    La principale differenza è che nei quartieri alti, con la medesima f requenza quotidiana con la quale si vedono le code in quelli popolari, si vedono manifestazioni di studenti che innalzano bandiere venezuelane. Nessuno li inf astidisce, alcuni li applaudono e suonano il clacson in segno di sostegno. L’impressione è che nell’ultima settimana di marzo tanto le code quanto le proteste tendevano a diminuire.



    Un equilibrio catastrofico

    L’immagine di una società divisa in parti quasi uguali, oltre che polarizzata, sembra la più vicina alla realtà. Le elezioni presidenziali che hanno portato Nicolás Maduro alla presidenza, quasi un anno fa, hanno mostrato ambedue i f atti con una differenza dell’1,5 per cento tra l’attuale presidente e l’aspirante Henrique Capriles che gli si oppone.

    La divisione ha anche una necessaria lettura territoriale che può contribuire a spiegare la situazione attuale. Negli stati di Zulia, Táchira e Mérida, tra gli altri, ha vinto l’opposizione. Si tratta della regione che confina con la Colombia, dove durante il mese di f ebbraio le proteste hanno raggiunto una situazione da “zona liberata”. Come nella capitale del Táchira, San Cristóbal, dove l’università pubblica è stata incendiata dai manifestanti con (almeno) la complicità delle autorità municipali e statali legate all’opposizione.

    Da parte del governo, si denuncia il coinvolgimento di paramilitari colombiani vicini all’ex presidente Álvaro Uribe nelle proteste e, in modo particolare, nelle minacce selettive ai militanti chavisti. L’opposizione, a sua volta, denuncia maltrattamenti e torture sui detenuti. Ambedue i f atti sembrano plausibili, sebbene non siano state rese note prove contundenti che li confermino.

    Due fatti sembrano evidenti. Che la repressione dello Stato abbia provocato la morte di diversi manif estanti, e che tanto l’opposizione come i gruppi chavisti utilizzino armi da fuoco. Il giornalista Aram Aharoninam, ex direttore di Telesur, assicura che dei 40 morti contati tra il 12 febbraio e la fine marzo, 22 sono stati “assassinii selettivi di leader bolivariani di base, realizzati da mercenari paramilitari colombiani alleati delle f orze della borghesia venezuelana” (Rebelión, 1 aprile 2014).

    La Procura Generale della Repubblica ha dif f uso alcuni dati, quando la cif ra dei morti era di 31: tra i 461 f eriti nelle manif estazioni c’erano 143 agenti di polizia. Diversi uomini in divisa sono stati uccisi. Dei quasi duemila arrestati, solamente 168 rimanevano dietro le sbarre.

    Durante il mese di febbraio, il Venezuela è stato lo scenario di una doppia crescita e di una finzione di negoziato: la crescita della destra più oltranzista, guidata dal detenuto Leopoldo López e dalla deputata Corina Machado che non è stata però condivisa dal Tavolo di Unità Democratica (MUD) guidato da Capriles,
    il quale, nel pieno della crisi, ha ribadito che “l’unica via è quella elettorale”.

    L’offensiva dell’ultradestra ha registrato una svolta quando hanno f atto irruzione le f orze chaviste, in particolare los motorizados, migliaia di militanti in moto, una delle f orze organizzate più attive dei sostenitori del governo. Contro di loro, l’opposizione ha teso dei cavi metallici nelle strade all’altezza della testa.

    Anche il presidente Maduro ha pubblicamente dato il suo appoggio all’intervento dei motorizzati denunciando che cinque di essi sono stati uccisi dai franchi tiratori. “Questo colpo di stato prolungato è già sconfitto ma continua a danneggiare il popolo, ha così f atto in modo che, per il bene della patria, los motorizados f acessero irruzione sulla scena. Adesso voi siete visibili, non sarete più stigmatizzati. Los motorizados agiranno in f avore della pace e in questo momento stanno sconf iggendo un colpo di stato” (El Nacional, 13 marzo 2014).

    La cattiva economia

    Nella comunità Abya Yala, alla perif eria di Barinas, terre tanto secche quanto f ertili che aspettano ansiose
    l’inizio della stagione delle piogge, Ignacio ed Edis spiegano come lavorano alla produzione di alimenti senza pesticidi sulla base del controllo biologico delle inf estazioni. Producono ortaggi e frutta, allevano maiali e pollame, che portano al mercato della Cooperativa di Autogestione Comunitaria inserita in una delle maggiori reti cooperative di rif ornimento, la Cecosesola.

    Ignacio, veterinario e produttore uruguayano, da otto anni è in Venezuela, fa parte di una cooperativa vicina che si distingue per una f orte produzione di yucca organica. Vive in una cooperativa della rif orma agraria, sempre nei dintorni della capitale dello Stato. Ignacio è stupito e af f ascinato dalla terra, perché qui si può coltivare per dodici mesi l’anno, mentre in Uruguay lo si può f are solo per cinque mesi. Malgrado continui ad appoggiare il processo in corso, sostiene che “l’immensa maggioranza dei beneficiari della riforma agraria non lavorano la terra e la abbandonano”.

    Sa di che cosa parla. E ha la perf etta consapevolezza di toccare un punto nevralgico dell’economia bolivariana. Il suo racconto a scala micro viene raf f orzato dai dati macro: il 56,2 per cento di inflazione nel 2013, un deficit fiscale vicino al 15 per cento, la caduta delle riserve internazionali, una importante scarsità di alimenti.

    La cosa più grave è che le cose vanno peggiorando. Fino alla metà del 2013 non mancavano gli alimenti né c’erano code. Fino al 2008 l’inf lazione era in calo, è risalita verso il 2011. Dati ai quali bisogna aggiungere un’acuta evasione di valuta e che, nel loro insieme, rif lettono un problema strutturale che i governi che si sono succeduti non hanno risolto e che si manif esta in modo aperto con la morte di Chávez.

    Il giornalista Modesto Emilio Guerrero, un venezuelano che ha messo radici in Argentina e che appoggia il processo bolivariano, si domanda come sia possibile che ci sia mancanza di prodotti quando il governo controlla il 36 per cento del sistema di distribuzione degli alimenti.

    Guerriero segnala che le 240 imprese create, e le molte altre nazionalizzate e statalizzate, non stanno ottenendo un aumento della produzione. “In Venezuela ci sono due Pil, quello petrolifero e quello non petrolifero. Quello petrolifero è intatto, non ci sono problemi. Il Pil non petrolif ero è stato fatto fuori, quello privato e quello statale” (Notas, 21 marzo 2014).

    Certamente la mancanza di prodotti si spiega, in una certa misura, con il contrabbando verso la Colombia di prodotti a prezzi regolati. C’è tuttavia molto di più. Il settore privato non cresce perché la borghesia non sta investendo. Il Venezuela possiede però due enormi impianti di alluminio che non sono cooperative e quello dell’acciaio che era stato di proprietà della Techint e la cui qualità produttiva è caduta dopo che l’impresa è stata nazionalizzata nel maggio del 2009. “Vagli a dire che la colpa è dell’imperialismo?”, dice Guerrero alludendo a coloro che usano questo argomento per eludere ogni responsabilità.

    La sua spiegazione si orienta verso la cultura politica. Proprio lui, che è stato rappresentante dell’Unione Nazionale dei Lavoratori, creata nel 2003 dai sostenitori di Chávez, segnala che l’inefficienza di queste grandi imprese si deve alla “burocrazia sindacale, che effettivamente protegge un tipo di industria per pagare salari dello Stato. Lo Stato paga i salari affinché non ci sia crisi sociale”.

    Guerrero spiega che nella Techint la produzione era superiore quando era di proprietà della multinazionale. Le imprese statalizzate ripetono la storia del socialismo reale, quella che f a sì che dove avvengono trasf ormazioni radicali “spunti dallo stesso organismo rivoluzionario, sociale, un corpo velenoso, incancrenito, che è la cosiddetta burocrazia”, quella che in Venezuela è diventata borghese e corrotta.



    Seminare petrolio

    Arturo Uslar Pietri, uno dei più prestigiosi intellettuali latinoamericani, pubblicò nel lontano 1936 un articolo giornalistico che ha f atto storia, era intitolato “Seminare il petrolio”. Segnalava due fatti: che l’industria petrolifera avrebbe un carattere effimero e perfino distruttivo. Sul primo aspetto pare che abbia sbagliato, sul secondo ha indovinato come pochi.


    Certamente, lo sfruttamento del petrolio si estende per oltre un secolo e il Venezuela ha superato l’Arabia Saudita in quanto maggior riserva di idrocarburi del mondo. C’è petrolio per ancora molto tempo. Uslar pensava però che l’economia estrattiva distruggesse un paese. “L’economia distruttiva è quella che sacrif ica il f uturo per il presente”, perché la sua produttività “dipende completamente da f attori e volontà estranei all’economia nazionale”. Uslar Pietri sostenne che lo sf ruttamento delle ricchezze del sottosuolo avrebbe potuto “arrivare a f are del Venezuela un paese improduttivo e inoperoso, un immenso parassita del petrolio, che nuota in una abbondanza temporanea e corruttrice destinata a sf ociare in un’imminente e inevitabile catastrofe”. Il solo modo di evitare questa deriva catastrofica sarebbe stato promuovere l’agricoltura e l’industria, vale a dire il lavoro produttivo. Il
    petrolio è una miniera, e le miniere non producono, si sf ruttano; sono ricchezza, non economia.
    Un’af f ermazione sulla stessa lunghezza d’onda di quella di Juan Pablo Pérez Alfonzo , ministro di Rómulo
    Bentancourt, che def inì il petrolio come un “escremento del diavolo”.

    Uslar Pietri scrisse che “l’unica politica economica saggia e salvatrice che dobbiamo realizzare, è quella di
    trasformare la rendita mineraria in credito agricolo, promuovere l’agricoltura scientif ica e moderna, importare animali da monta e da pascolo, ripopolare i boschi, costruire tutte le dighe e i canali necessari per regolare l’irrigazione e il difettoso regime delle acque, meccanizzare e industrializzare la campagna, creare cooperative per certe coltivazioni e piccoli proprietari per altre”.

    Stupefacente perché anticipò di settanta anni la proposta di Chávez, con il quale poi simpatizzò nei primi
    anni. Non aveva f iducia, tuttavia, nella nuova borghesia nata dal cuore del processo bolivariano, la cosiddetta boliborghesia.

    Le cose in realtà si sono aggravate. Nel 2013 il petrolio ha rappresentato il 96 per cento del valore delle esportazioni. Un membro del gabinetto conf essa, in una cena privata, che i tentativi di creare un’industria tessile bolivariana mediante la donazione di migliaia di telai e macchine a famiglie che si erano impegnate nella produzione, ha avuto un ef f etto tanto contrario quanto inaspettato: oggi lavorano come maquilas per le multinazionali. Milioni di bolivar buttati nella spazzatura. O peggio, consegnati involontariamente al “nemico”.



    Parliamo di socialismo

    La debacle economica non spiega tutto. È su quella, tuttavia, che mordono l’opposizione e la Casa Bianca,
    che non smette di ricordare l’af f ermazione del teorico geopolitico con più inf luenza sulla politica estera degli Stati Uniti, Nicholas Spykman, citato opportunamente dal prof essore brasiliano José Luis Fiori. I paesi caraibici, compresi chiaramente Colombia e Venezuela, sono parte di una regione “dove l’egemonia degli Stati Uniti non può essere messa in discussione” (Valor, 29 gennaio 2014).

    Spykman ha considerato la geograf ia come il f attore f ondamentale della politica estera perché è il più immutabile, e si è prodigato nel dividere il pianeta in zone dove la superpotenza dovrebbe sviluppare azioni differenziate. Sui Caraibi, ha detto: “A tutti gli effetti, si tratta di un mare chiuso le cui chiavi appartengono agli Stati Uniti, il che signif ica che rimarranno sempre in una posizione di assoluta dipendenza dagli Stati Uniti”. Questo spiega non solo l’atteggiamento della Casa Bianca verso Cuba, ma anche l’imponente reazione militare in occasione del terremoto di Haiti con un intervento di massa nell’isola.

    Stando così le cose, è possibile che il sostegno del governo statunitense alla ribellione dell’ultra destra sia più legato alla svolta del Venezuela verso la Russia e la Cina che a un inesistente processo verso il socialismo. Sarà utile chiarire che in Venezuela non c’è mai stata una rivoluzione, nel senso classico e abituale del termine, ma una progressiva e pacif ica occupazione dello Stato “realmente esistente”. Vale a
    dire, un processo rif ormista, anche nel senso classico della parola.

    Il socialismo, secondo i suoi fondatori, si deve basare sul lavoro e la produzione, non sulla distribuzione della rendita estrattiva, sebbene con questa si sia riusciti a diminuire la povertà, a migliorare la vita dei settori popolari e ad aprire nuove prospettive di vita. In questo senso, la f amosa “espropriazione degli espropriatori” non è nulla se non la restituzione di mezzi sottratti ai produttori che non può essere ripetuta
    all’inf inito. Seminare il petrolio è come seminare la corruzione. Il socialismo non può essere seminato, ma costruito laboriosamente in un lungo periodo. Su questo punto, non ci sono scorciatoie.

    Il Venezuela vive un “equilibrio catastrof ico”, termine usato dal vicepresidente della Bolivia, Álvaro García Linera, per descrivere una situazione nella quale nessuno dei contendenti riesce a imporsi. Per questo, il cammino più probabile è un patto che eviti che il paese possa orientare il proprio cammino verso una guerra interna simile a quella della Siria, o verso una situazione di non governo come è accaduto in Libia dopo la caduta di Muammar Gheddafi.

    La partecipazione dei più importanti imprenditori alla riunione con il governo del 27 f ebbraio, la Conferenza
    Nazionale di Pace
    , si può considerare un primo passo in questa direzione.

    Sebbene non abbiano partecipato membri importanti del MUD, la presenza del presidente di Fedecámaras, Jorge Roig, e del presidente di Empresas de Alimentos Polar, Lorenzo Mendoza, indica che la borghesia tradizionale venezuelana sta optando per un suo percorso e che non sembra volersi piegare ai diktat degli ultras né di Washington.

    Il Patto di Puntofijo è il precedente obbligato. Caduta la dittatura di Marcos Pérez Jiménez, per garantire una minima stabilità democratica, i dirigenti della socialdemocratica Acción Democrática, i socialcristiani del
    Copei e l’Unione Repubblicana Democratica, di centrosinistra, il 31 ottobre 1958 firmarono un accordo che garantì la governabilità per mezzo secolo.


    I partiti si impegnarono a rispettare il risultato delle elezioni, a governare insieme sulla base di un minimo programma comune e a integrare il gabinetto con membri dei due partiti (l’URD si ritirò dal patto nel 1962). La questione centrale era quella di garantire la democrazia di fronte alle sollevazioni militari.

    Adesso le cose sono più complesse. Un accordo tra l’opposizione e il governo con l’appoggio degli imprenditori, deve neutralizzare l’ultradestra ma anche le basi chaviste, “i collettivi” delle comuni, i motoristas e tutti i settori organizzati che sono sorti dal golpe del 2002.

    Potare questi settori del processo bolivariano, respinti sia dalla borghesia tradizionale che dalla boliborghesia incrostata nel gabinetto, sarebbe come mettere fine al
    processo di cambiamenti per garantire alla borghesia emergente la continuità dei suoi privilegi. Alla luce di quanto successo in Ucraina, dove quelli di fuori hanno cavalcato le manif estazioni, un simile patto può spianare la strada all’intervento statunitense.

    Traduzione per Comune-inf o: m.c.

    Questo reportage è stato scritto anche per il Programma de las Américas e per altre testate, come Brecha
    o La Vaca, con le quali Raúl Zibechi lavora, collabora o partecipa in modo volontario al progetto editoriale.

    L’adesione di Raul Zibechi alla campagna 2014 di Comune-info


    Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il
    potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi.

    Associazione Amicizia e Solidarietà ITALIA-NICARAGUA - Raul Zibechi : Il Socialismo petrolifero del Venezuela
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  6. #6
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Citazione Originariamente Scritto da MaIn Visualizza Messaggio
    ho l'impressione che con petrocaribe il venezuela ci si stia rimettendo un sacco di soldi
    tempi e modalità di pagamento

  7. #7
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  8. #8
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    SANDINO, IL GENERALE DEGLI UOMINI LIBERI

    Se nel 1925 i marines abbandonano il paese, vi ritornano però l'anno seguente, per combattere la rivolta costituzionalista dei liberali Juan Bautista Sacasa e José María Moncada. Il conflitto fra liberali e conservatori si riaccende quindi nel 1926, quando Chamorro, uomo forte dei conservatori, riconquista il potere con un colpo di mano: entrano nuovamente in scena le truppe statunitensi, ma una parte dell'esercito nicaraguense guidata da Moncada si ribella e tiene in scacco le forze d'invasione, sino al marzo del 1927, momento in cui questo generale viene letteralmente comperato ed abbandona la lotta. La guerra, perciò, si conclude con un patto fra le fazioni in lotta e, così, gli Stati Uniti fanno eleggere come presidente proprio il liberale Moncada, in precedenza schierato contro l'intervento dei marines inviati da Coolidge.
    Calvin Coolidge «Mi colpì che fosse il cappello di Sandino, non il suo viso, la più potente icona del Nicaragua. Un Sandino senza cappello non sarebbe stato riconoscibile: ma la sua presenza lì sotto non era più necessaria al potere evocativo del cappello. Spesso le scritte murali del Fsln erano suggerite da uno schizzo del famoso copricapo, un disegno che assomigliava esattamente al simbolo dell'infinito sormontato da un vulcano conico».
    Salman Rushdie
    Due anni dopo, è proprio un generale di Moncada, Augusto César Sandino, che, non accettando il patto concluso con gli statunitensi in nome della pace interna, si pone alla testa di un piccolo gruppo di uomini e prosegue la battaglia. Poco per volta, questo gruppetto si trasforma in un vero e proprio esercito (soprannominato «esercito pazzo») che combatte strenuamente contro le truppe di occupazione: è formato interamente da volontari, per la maggior parte semplici contadini che iniziano una vera e propria guerra di liberazione partendo dalle montagne de Las Segovias, nel nord del paese.Fra il 1927 ed il 1933, anno in cui i marines lasciano definitivamente il paese, Sandino crea e dirige l'Esercito difensore della sovranità nazionale del Nicaragua, costituito da elementi scelti, quasi tutti di estrazione contadina e proletaria, ai quali in seguito si aggiunge anche una brigata internazionale composta da intellettuali e studenti provenienti da vari paesi dell'America Latina.
    «Sono nicaraguense e sento con orgoglio che nelle mie vene scorre sangue di indio americano che racchiude il mistero dell'essere un patriota leale e sincero.«Voglio dimostrare ai pessimisti che non si invoca il patriottismo per ottenere favori od incarichi pubblici, ma attraverso fatti concreti, improntando tutta la vita all'insegna della difesa della sovranità della Patria. Certo è preferibile morire, prima di accettare l'umiliante libertà dello schiavo.«L'America Latina unita si salverà; divisa perirà. (...) La mia Patria, quella per cui lotto, ha come frontiere l'America Latina».
    Augusto César Sandino
    Dal trionfo della Rivoluzione popolare sandinista nel 1979, l'immagine stilizzata di un cappello a larghe falde diviene il simbolo ricorrente dell'uomo che vuole difendere ad ogni costo la sovranità nazionale e cacciare definitivamente i marines dal proprio paese.Sandino nasce il 18 maggio del 1895 a Niquinohomo (Masaya) e conosce tutte le privazioni e la povertà che la società nicaraguense del tempo fa vivere ai contadini figli naturali di possidenti. A vent'anni lascia la casa paterna per andare a lavorare nelle piantagioni dell'Honduras, del Messico e del Guatemala, alle dipendenze della United fruit company e di alcune compagnie petrolifere. In queste occasioni, entra in contatto con delle realtà sociali in cui le condizioni di sfruttamento e di dominio imperialista sono decisamente plateali, ma anche con le idee anarcosindacaliste messicane, con quelle del socialismo e della Rivoluzione d'ottobre. Questa esperienza, pertanto, lo conduce ad una profonda presa di coscienza della situazione esistente nel proprio paese natale.Nel corso degli Anni Venti e Trenta il Nicaragua è, a tutti gli effetti, un protettorato statunitense in cui si alternano fasi di occupazione diretta a momenti in cui presidenti come Díaz, Chamorro e Moncada non sono altro che i portavoce delle oligarchie dominanti ed utilizzano il sostegno nordamericano a fini del tutto personali, per quanto mascherati da una roboante retorica che si richiama ad istanze patriottico-populiste.All'inizio, l'obiettivo di Sandino è il ritorno al governo costituzionale, ma l'intensificarsi dell'intervento militare statunitense trasforma la sua lotta in guerra nazionale antiimperialista. Al culmine del conflitto, il suo esercito di liberazione arriva ad avere tremila uomini, fra i quali numerosi volontari latinoamericani. Con questo esercito, il generale degli uomini liberi affronta per sei anni ben dodicimila marines, oltre alle truppe locali dei partiti tradizionali e, malgrado l'enorme disparità delle forze, non viene mai sconfitto.La vera lotta antinterventista ed antimperialista del Nicaragua inizia quindi nel 1927, quando questo esercito contadino attacca la città di Ocotal, presidiata dai marines. Nel novembre del 1928, all'ammiraglio Sellers che lo invita a cessare le ostilità, il generale degli uomini liberi risponde: «La sovranità di un popolo non si discute, si difende con le armi in pugno. Solamente la continuazione della resistenza armata porterà i benefici ai quali lei allude, esattamente come l'ingerenza straniera nelle nostre faccende porta alla perdita della pace e provoca l'ira del popolo».Sandino elabora la strategia della guerriglia moderna e trasforma il conflitto con la più poderosa potenza militare ed economica del mondo in una lunga guerra di liberazione contro gli yankees, che finisce per sconfiggere: ottiene vittorie incredibili e fra il 1931 ed il 1932 la guerriglia sandinista si estende in tutto il territorio nazionale, compresa una parte della Costa Atlantica. Dal 1931 questo gruppo guerrigliero si trasforma in un vero e proprio esercito popolare, in grado di affrontare una guerra di movimento ed è dotato persino di cavalleria.Così, nel corso degli anni, i patrioti infliggono pesanti perdite alle truppe d'invasione: a Saraguasca, El jícaro, Las flores, San Fernando, Las cruces, El bramadero, El chipotón, San Pedro, La conchita, Santa Rosa e via dicendo. Dal canto loro, gli statunitensi sperimentano per la prima volta nella storia i bombardamenti ed i mitragliamenti aerei sulla popolazione civile ad Ocotal, Murra, Las cruces e Matagalpa, infierendo su vecchi, donne e bambini inermi.È opportuno ricordare che negli anni che vanno dal 1927 al 1932, la gerarchia cattolica nicaraguense non dice nulla a proposito dell'intervento armato statunitense, ignorando completamente la resistenza guidata da Sandino. Eppure, si tratta di una guerra estremamente feroce: le truppe d'invasione, nell'impossibilità di colpire l'esercito sandinista, scatenano la loro ferocia sulla popolazione civile inerme, portando ad un'ulteriore radicalizzazione dello scontro e ad un appoggio di massa sempre più diffuso all'Esercito difensore della sovranità nazionale. Si tratta, infatti, di una vera e propria guerra popolare, basata su un'ideologia nazionalista, la quale pone al centro del proprio programma la questione patriottica ed antimperialista, e che trae la propria forza dalla radicata coscienza dell'origine indigena ancestrale della popolazione nicaraguense, in quanto tale opposta ad un'America totalmente dominata dagli anglosassoni, ossia dai gringos.Le radici di questa lotta, in netto contrasto con l'alienazione delle classi dominanti centroamericane, sono la ragione fondamentale dell'ascendente di Sandino sulla popolazione rurale, che gli consente di riportare successive ed importanti vittorie, le quali gli assicurano il controllo su vaste regioni dell'interno. È anche la causa, però, dei suoi limiti politici, della mancanza di un progetto di presa del potere e di ricostruzione della società su basi nuove.Già all'inizio del 1928, il generale degli uomini liberi è conosciuto a livello mondiale: persino una delle divisioni dell'esercito rivoluzionario cinese viene denominato «Sandino». Con la VI Conferenza panamericana de La Habana, il suo nome diviene una bandiera di lotta per tutta l'America Latina ed il I Congresso antimperialista di Francoforte dà pieno appoggio alla lotta di liberazione nicaraguense. Negli stessi Stati Uniti, si forma il comitato Mafuenic (Manos fuera de Nicaragua), composto da numerosi intellettuali nordamericani e di varie altre nazionalità.Nel corso della lotta, le idee politiche del generale degli uomini liberi subiscono naturalmente un'evoluzione, la quale viene variamente ricostruita ed interpretata. Non v'è dubbio, però, che la sua base di partenza sia la denuncia della dipendenza economico-politica del Nicaragua dagli Stati Uniti, per cui Sandino rivendica a gran voce l'espulsione delle truppe d'occupazione, la formazione di una salda base di solidarietà ispanoamericana e non rifiuta neppure la possibilità della realizzazione del passaggio interoceanico attraverso il proprio paese: piuttosto, ne contesta i diritti esclusivi riconosciuti al governo di Washington. Sul piano sociale, egli individua nei più grossi interessi dei produttori di caffè la causa principale dell'impoverimento di vasti settori contadini Per questo, in lui matura un orientamento riformatore che punta a riconoscere allo Stato la proprietà dei suoli e la necessità di costituire una fitta rete di cooperative.Gli effetti della crisi economica mondiale del 1929 (successivi al crollo della Borsa di New York), fanno precipitare in uno stato miserevole tutta la debole struttura economica del paese, soprattutto a causa del crollo del prezzo del caffè. Questa situazione, infatti, getta nella disoccupazione e nella miseria una gran parte della popolazione dedita all'agricoltura.All'inizio dell'intervento militare, la Casa Bianca assicura ai propri cittadini che il «problema Sandino» è poca cosa, risolvibile in qualche mese. Invece, passano gli anni ed i marines che ritornano a casa sono dentro a casse da morto, esattamente come alcuni decenni dopo avviene con la guerra del Vietnam. L'opinione pubblica interna inizia ad innervosirsi e le madri dei soldati inviati in Nicaragua chiedono con sempre più forza il rimpatrio dei loro figli.Di fronte alla pressione interna ed alle numerose proteste internazionali, oltre alle continue e sempre più pesanti sconfitte militari, gli Stati Uniti compiono il primo passo indietro, decidendo di non inviare più uomini, ma di formare un esercito locale, perfettamente addestrato dai marines: si tratta di un corpo armato, formato esclusivamente da nicaraguensi, che ha l'unico scopo di sconfiggere militarmente la guerriglia. Con questa grossa svolta tattica, militare e politica, il governo di Washington nel 1929 fonde in un solo corpo la polizia e gli eserciti dei partiti politici del Nicaragua (liberale e conservatore), creando in tal modo la Guardia nacional, preparata intensivamente anche sul terreno ideologico. Alla testa di questa istituzione militare pongono un personaggio di loro completa fiducia: Anastasio Tacho Somoza García.Alla fine del 1932 gran parte del paese è oramai sotto il controllo dell'esercito sandinista che, nel mese di ottobre, si trova alle porte di Managua. Così, la Casa Bianca annuncia il ritiro dal territorio nicaraguense: raggiunto lo scopo, abbandona il paese nel mese di dicembre, lasciando che i problemi vengano «risolti fra nicaraguensi» (una sorta di «vietnamizzazione» ante litteram). Nel gennaio successivo viene nuovamente eletto il liberale Sacasa alla presidenza della Repubblica (il quale governa dal 1933 al 1936), ma la sua carica ha oramai un carattere puramente formale: il vero centro del potere è nelle mani della Guardia nacional. Ha inizio proprio in questo periodo la politica di «buon vicinato», inaugurata da Franklin Delano Roosevelt durante la VII Conferenza panamericana di Montevideo (1933), la quale implica la rinuncia all'intervento militare diretto della Casa Bianca nei vari paesi dell'America Centrale e dei Caraibi.
    «(...) Dal 1926 era aumentato il debito pubblico ed il cosiddetto tesoro nazionale era in piena bancarotta. Questo costrinse il governo a chiedere nuovi prestiti alla banca nordamericana (...).«La crisi capitalista degli Anni Trenta, colpì la produzione di caffè, di caucciù, di legname e di zucchero, con un grande calo nella bilancia dei pagamenti. Il terremoto del 1931, che sconvolse Managua, complicò le cose sino all'estremo, da cui risultò impossibile pagare il debito estero. Non ci fu altro modo per affrontare la crisi, che esercitare il controllo dei cambi nel 1931 e svalutare il córdoba nel 1934, anno che coincide con l'assassinio del generale Augusto Sandino. Successive svalutazioni nel 1937 e nel 1938 fecero pressione perché il debito estero venisse ridimensionato, quando oramai Anastasio Somoza García era signore di servitori e pardoni».
    Tomás Borge
    Con l'elezione di Sacasa alla presidenza, frutto di un ennesimo patto di pacificazione oligarchico, e con la partenza delle truppe straniere d'invasione, a giudizio di Sandino vi sono le condizioni necessarie per l'apertura di un dialogo. Appena l'ultimo contingente di marines lascia il Nicaragua (nel gennaio del 1933), dopo sei anni di lotta portata avanti in condizioni durissime, è pronto a trattare: nel mese di febbraio si reca a Managua, dove viene acclamato dalla folla, per discutere le condizioni di pace. Accetta di trattare anche il ritiro e la smilitarizzazione del proprio esercito popolare e viene quindi invitato dal presidente a stipulare l'accordo. Il 2 febbraio del 1933 viene quindi firmato il «Trattato di riconciliazione nazionale», con il quale Sandino accetta le promesse del neopresidente e depone le armi in cambio di un'amnistia generale per i guerriglieri e della distribuzione alle loro famiglie di terre incolte di proprietà statale. Dopo un netto rifiuto di qualsiasi riconoscimento personale, si ritira con un centinaio di uomini nella zona di Wiwilí, presso il río Coco, dove organizza con i contadini una cooperativa agricola e di estrazione mineraria.Il 22 febbraio successivo, a San Rafael del Norte, depone le armi, ma la pacificazione dura molto poco: l'assegnazione delle terre non viene effettuata e si scatena anche la persecuzione nei confronti dei militanti sandinisti. Le aggressioni e le uccisioni proseguono senza sosta; molti ex guerriglieri vengono arrestati ed assassinati dalla Guardia nacional, e questo provoca la giusta protesta di Sandino, il quale si reca varie volte a Managua per trattare direttamente con il presidente.Occorre ricordare, per dovere storico, che Sandino non è uno stretto marxista e non viene molto considerato dal comunismo ortodosso: nel 1929 viene persino denunciato dall'Internazionale comunista come un «leader piccolo borghese» e dopo la firma del trattato di pace con Sacasa, viene accusato di tradimento del movimento antimperialista in Nicaragua. Ciò nonostante, di fronte alla sua posizione intransigente, il governo statunitense ritiene oramai assolutamente necessaria la sua eliminazione fisica e l'ordine viene trasmesso a Somoza tramite l'ambasciatore Arthur Bliss Lane. Il 21 febbraio del 1934, Sandino viene ricevuto da Sacasa, il quale gli assicura il proprio diretto e personale interessamento affinché la questione venga risolta positivamente. Ma all'uscita dal colloquio (che si svolge di sera, nel palazzo presidenziale), il generale degli uomini liberi viene fatto prigioniero ed assassinato. Secondo testimonianze attendibili, poche ore prima dell'omicidio, il futuro dittatore afferma: «Vengo ora dall'ambasciata statunitense, dove mi sono incontrato con l'ambasciatore, il quale mi ha assicurato che il governo di Washington appoggia e raccomanda l'eliminazione di Sandino, considerandolo un perturbatore della pace del paese».La stessa notte, la Guardia nacional accerchia il villaggio di Wiwilí, roccaforte sandinista, e massacra la popolazione disarmata: il bilancio è di alcune migliaia di morti. Scopo dell'operazione, è quello di evitare per sempre che si parli ancora di sandinismo e l'opera viene completata nel 1936, con un golpe grazie al quale Somoza si libera di Sacasa ed instaura una dittatura, prima personale e poi familiare, che dura oltre quarant'anni.Il luogo della sepoltura di Sandino viene tenuto accuratamente nascosto, come segreto di Stato; dal 1934 persino il suo nome viene messo al bando in tutto il paese. Ma le sue azioni e le sue idee vengono gelosamente custodite, trasformandosi nel nucleo fondamentale, strategico e tattico, sulle quali trent'anni dopo si costituisce il Frente Sandinista de Liberación Nacional.

    Per approfondire questi argomenti, si consiglia la lettura di: Sergio Ramírez, Sandino, il padre della guerriglia, Cittadella 1978Gregorio Selser, La guerriglia contro i marines, Feltrinelli 1972Francesco Maraghini, Augusto César Sandino. Le origini storiche del nuovo Nicaragua, DataNews 1989Gustavo Beyaut, America centrale e meridionale. Dall'Indipendenza alla crisi attuale, Feltrinelli 1968
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  9. #9
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Socialismo e Indigenismo

    Il brano qui riportato, scritto da un redattore della bella rivista anarchica di Montevideo "Alter", costituisce l'introduzione al testo "MAGONISMO E MOVIMENTO INDIGENO NELLA RIVOLUZIONE MESSICANA", in via di edizione a cura di 'Zero in Condotta' (V.le Monza 255, 20126 Milano, fax 022551994, e-mail zeroinc@tin.it ). Il corpo centrale del libro è rappresentato dalla relazione preparata da Juan Carlos Beas e da Manuel Ballesteros per il seminario dedicato alla grande figura di Ricardo Flores Magon, tenutosi in Messico nel giugno del 1986, e mai tradotta in italiano.

    Scorrendo l'indice si può avere un'idea dei vari argomenti trattati:
    - La lunga resistenza contro la barbarie occidentale
    - La guerra contro gli stranieri
    - Le prime battaglie
    - Il magonismo, corrente radicale della rivoluzione messicana
    - La tradizione comunalista nel magonismo
    - Magonisti ed indigeni uniti nella rivolta armata
    - I contadini dicono 'basta!' e lo dimostrano coi fatti.

    Un lavoro, in sostanza, teso ad evidenziare sia il forte legame esistente tra ribellione indigena ed i magonisti che l'originalità della proposta magonista, alimentata dalle tre componenti basilari del processo rivoluzionario messicano: il liberalismo autoctono, l'influenza dell'anarchismo europeo ed il comunalismo indigeno.
    È la storia di una lotta che è non mai terminata: i 'vinti' di allora continuano a lottare sulle montagne, nelle foreste, nei 'barrios' di città; le idee magoniste non sono morte, anzi sono germinate e fanno ormai parte della memoria, della storia viva di un popolo che si rifiuta di morire, come d'altronde le attualissime vicende del Chiapas zapatista stanno ampiamente a dimostrare.

    Massimo Varengo
    Oggi come oggi, in cui ci si rapporta all'altro come a un rivale, o lo si guarda come un modello o come possibilità di ascesa, mossi da arrivismi individuali, parlare di essere umani che hanno dato la loro vita per i loro ideali, quasi 80 anni fa, in una storia in cui le stelle (anche quelle del cinema) erano altre (Zapata e Villa), è da pazzi, è da pazzi anarchici.
    Commettiamo allora questo grande peccato, cioè dar loro spazio sulla stampa (chi li conosce, infatti?), spazio che non ebbero neanche tra gli anarchici, e chi scrive ammette di aver conosciuto i loro nomi, ma non molto più di questo.
    Ogni gruppo umano (e ovviamente anche quello anarchico) ha i suoi codici, i suoi requisiti, i suoi princìpi, ecc.; molti sono espliciti e molti altri impliciti.
    I Flores Magòn ebbero due grandi "difetti" per l'immaginario anarchico dell'epoca: 1) non provenivano da una tradizione anarchica (erano liberali e divennero anarchici nel corso della lotta), e 2) non agivano di preferenza nel sindacalismo, bensì nelle comunità indigene. Il sindacalismo è stato sopravvalutato dai libertari nel loro credo fondamentalista, in quanto ambito dei lavoratori, ritenuti questi gli unici possibili creatori della nuova società.
    Questa è allora una buona occasione, dopo tanti anni, per vedere gli errori commessi come movimento nella valutazione dei fatti, che è stata il prodotto dei nostri pregiudizi, ma è ancor più importante sapere che oggi ne abbiamo degli altri, che è necessario sviscerare per non cedere a due tentazioni opposte: dalla convinzione passare o alla necessità (la verità è solo nostra!), o, con un discorso libertario, adattarci individualmente e/o collettivamente alla società.
    Quanto segue, quindi, in questo secondo Dokumenta di Alter, non è uno studio esauriente della lotta dei compagni in Messico, ma solo un modo per scoprirli insieme nel loro momento, quasi 80 anni fa (non è che un dettaglio).
    "Non sono magonista, sono anarchico. Un anarchico non ha idoli"
    (Ricardo Flores Magòn)
    Pur ammettendo la nostra ignoranza sul Magonismo, questo stesso termine ci risvegliava una certa antipatia, fino a che scoprimmo in questo movimento, proprio il rifiuto del personalismo, cosa che riteniamo fondamentale in un genuino movimento di liberazione.
    Il Magonismo è la forma peculiare in cui appare l'anarchismo in un dato movimento, in un dato luogo, attraversato da circostanze e varianti che sono sempre uniche.
    Ideologicamente si nutre fondamentalmente di tre correnti: il liberalismo messicano, l'anarchismo europeo e il comunitarismo indigeno.
    Storicamente è tra le espressioni più chiare di un movimento di resistenza popolare (fondamentalmente indigeno) dai tempi della conquista dell'America.
    "Morte a tutti quelli che portano i pantaloni"
    (Grido di guerra dell'Esercito Indio, 1877)
    Questo slogan dimostra la peculiarità della storia messicana che arriva fino ai giorni nostri con gli avvenimenti del Chiapas; e che a noi, discendenti europei dal punto di vista genetico e culturale, ci sorprende al punto che non comprendiamo, sottovalutiamo e inconsciamente rifiutiamo l'indio e persino la sua lingua (chi può ricordare parole come: zacapoaxtlas, Tuxtepec, Huaxtecos, Miahuatlan, Oaxaca, ecc.?).
    Dai tempi della conquista la resistenza india non è mai venuta meno, forse favorita dalla segregazione subita, che consentì tuttavia di conservare la propria identità culturale. In questa lotta alcuni popoli furono sterminati, come i Cazcanes e gli Acaxes. Nella guerra d'indipendenza, i baluardi e i cosiddetti eroi di queste gesta furono intimamente legati ai popoli indios: Hidalgo parlava otomì, Morelo si formò nei villaggi parepechas, un esercito di indios e di negri accompagnava Vicente Guerrero.
    In questa guerra furono redatti i "Contratti di Associazione per la Repubblica degli Stati Uniti di Anahuac", il primo progetto di organizzazione politica federale, in cui si rivendicava l'importanza della proprietà comune dei villaggi indios.
    Naturalmente, contro le invasioni francesi e nordamericane furono di nuovo in prima fila.
    Nel 1876 Porfirio Dìaz prende il potere e, alleandosi con gli interessi capitalistici stranieri, impone un processo di modernizzazione che si scontrerà con gli interessi delle comunità indie.
    "Biba Atoha"
    (Ribellarsi!)
    Gli Indios dovevano ribellarsi per sopravvivere, non solo culturalmente ma anche fisicamente prima contro gli stranieri, ora contro i criollos alleati con gli stranieri.
    Già nel 1850, tra uno sterminio e l'altro, Benito Juarez diceva: "Solo la razionalità può estirpare da questi popoli, i vizi e l'immoralità che li domina e che li porta a compiere atti di disordine che il governo ha dovuto reprimere con la forza delle armi" (niente di nuovo sotto il sole!)
    Nel 1877 ad Hidalgo e a Sierra Gorda, nel 1882 a Ciudad del Maìz e a Istmo, dal 1875 fino al 1901 a Los Yaquis nel nord del paese.
    Puntualmente, in un luogo o nell'altro, alternando le vittorie con le sconfitte, gli indios si giocavano (e si giocano) la vita."La costumbre"
    "È evidente che il popolo messicano è preparato all'arrivo del comunismo,
    perché lo ha praticato da secoli, almeno in parte"
    (Ricardo Flores Magòn)
    La lotta quotidiana degli indios intende mantener viva la Costumbre, cioè il loro modo di vivere e la loro visione del mondo.
    Questa Costumbre, che, grazie alla loro determinazione di resistere, esiste tuttora, propone certe forme di proprietà e di rapporto tra le persone e con la natura, che sono un ostacolo per il capitalismo.
    La comunità, come costumbre dei popoli indios e contadini, propone la proprietà sociale, forme di rappresentazione diretta e in assemblea, così come un profitto dal lavoro e dalle risorse, che non comprende il concetto di mercato.
    Inoltre, interpreta il funzionamento del mondo come risultato dell'intervento collettivo degli uomini e delle forze soprannaturali.
    I Flores Magòn procedono dunque naturalmente verso l'incontro e la sintesi perfetta tra il comunitarismo e l'anarchismo, dopo esser passati per il liberalismo.I Flores Magòn

    Sono figli di Margarita Magòn, meticcia e dell'indio Teodoro Flores, ufficiale che svolse un ruolo decisivo nella vittoria di Porfirio Dìaz contro i conservatori.
    Come tutti gli indios, il loro padre lottò per la libertà, fino a quando sembrò che la libertà coincidesse col nome di Porfirio Dìaz.
    È stato capo di diversi villaggi, ma capo alla maniera degli indios, giacché "in realtà non occorre che ci impongano un'autorità, perché sappiamo vivere in pace tra di noi, trattandoci da amici e da fratelli", come Enrique ricordava di avere sentito dire dal padre.
    "Non lasciate che il tiranno spenga il vostro coraggio", avrebbe detto loro in punto di morte; e dieci anni dopo, prigionieri, avrebbero saputo che anche Margarita Magòn, nell'agonia avrebbe detto ad un emissario del dittatore, che permetteva la visita dei figli in cambio della loro rinuncia alla lotta: "Dite al presidente Dìaz che scelgo di morire senza vedere i miei figli. Ditegli che preferisco vederli impiccati ad un albero o in garrote, piuttosto che saperli pentiti o rinnegando quanto hanno fatto o detto." Questi erano i genitori dei Flores Magòn.Il magonismo: dai venti liberali alle tempeste anarchiche

    In termini di lotta, questo movimento sorse nel 1892 come un grido spontaneo e vigoroso. Successivamente si lega ad altri processi rivoluzionari, legame che porterà il movimento a fondersi con essi e ad assumere un carattere peculiare.
    Vi parteciperanno uomini e donne di diverse regioni, di diverse razze e categorie professionali. Dal maestro Librado Rivera, agli indios come Fernando Palomares, a donne come Modesta Abascal, a operai come Hilario Salas, o al poeta guanajuatense Praxedis Guerrero. Molti moriranno nella lotta, altri arriveranno a governare i loro stati o saranno deputati, alcuni aderiranno allo zapatismo, altri moriranno vecchi e in miseria.
    Il movimento magonista, come altre correnti popolari, verrà sconfitto. La rivoluzione, diventata governo, morirà. E come succede sempre, alcuni princìpi saranno deliberatamente stravolti; nel caso dei princìpi magonisti, saranno ridotti e sviliti, fino ad affermare che il magonismo è stato "l'espressione culminante del liberalismo messicano." Il partito liberale messicano

    Dal 1892 al 1903 il Partito Liberale Messicano difenderà apertamente la Costituzione del 5 febbraio 1857, riconoscendo così la grande influenza dello spirito riformatore sui liberali, che si caratterizzano anche per l'anticlericalismo e antimperialismo.
    Ma nel 1901, nel 1° congresso liberale, l'influenza di Ricardo Flores Magòn determinerà una svolta antiporfirista nel discorso liberale.
    Agli inizi, gran parte delle energie si spendono per l'elaborazione di diverse pubblicazioni, che sono un attacco al governo, non solo perché lo criticano e lo denunciano, ma anche per il carattere propagandistico e perché trasmettono idee ed informazioni.Le idee anarchiche

    Le idee socialiste europee arrivarono in Messico già nel XIX secolo; dai tempi della curiosa "Escuela del Rayo y el Socialismo", fino alle unioni mutualistiche degli artigiani.
    Ma l'antistatalismo, l'ateismo e l'ugualitarismo, così come il disprezzo anarchico per i meccanismi elettorali, insieme alla persecuzione, il carcere e l'esilio, hanno fatto sì che il magonismo nella sua evoluzione ideologica, aderisse ai princìpi anarchici.
    La Junta Organizadora del Partito Liberale non adotta nel suo discorso una posizione apertamente anarchica fino al 1906; ma dal 1904 promuove la creazione di gruppi armati in più di 12 stati.
    Questa evoluzione darà origine, da una parte ad un profondo avvicinamento con gli anarchici di diversi paesi (soprattutto con la IWW nordamericana), dall'altra al passaggio di diversi liberali al gruppo di Panchito Madera.
    Nei manifesti del 1911, il nucleo anarchico del PLM punta a colpire la trinità maledetta: il capitale, l'autorità e il clero, invitando alla ribellione e all'espropio.
    Nel maggio del 1918 verrà lanciato l'ultimo manifesto magonista, che esorta gli anarchici del mondo alla rivolta dopo la barbarie della Prima Guerra Mondiale. Termina al grido di : "Viva la Terra e la Libertà!", slogan adottato già dal 1910 e che Praxedis Guerrero aveva ripreso dai populisti russi.
    Questo manifesto costò il nono arresto di Ricardo, che morì in carcere.La tradizione comunitaria nel magonismo

    Il magonismo non è un'elocubrazione teorica europea poi trapiantata in Messico: si arriva all'anarchismo grazie alle caratteristiche proprie della sua gente; la maggioranza è di indios e di meticci che hanno una grande tradizione di vita comunitaria, di solidarietà, di appoggio reciproco.
    La forza di questo principio è ancora evidente quasi un secolo dopo, quando il subcomandante Marcos, in Chiapas, riconosce di essersi dovuto adattare alla vita indigena e ai suoi metodi.
    Vediamo ora, due curiosi e indicativi modi di vedere il ruolo del popolo nella società:
    "Per quanto riguarda la popolazione meticcia, che costituisce la maggioranza degli abitanti della Repubblica Messicana, a parte le grandi città o i paesi di una certa importanza, essa contava sulle terre, sui boschi e sull'acqua liberi, in quanto in comune, come la popolazione indigena. Anche l'aiuto reciproco era una regola; le case si costruivano in comune, il denaro quasi non serviva, perché vigeva lo scambio dei prodotti; ma si è fatta la pace, l'autorità si è rafforzata e i banditi della politica e del denaro hanno rubato sfacciatamente le terre, i boschi, tutto; è evidente, quindi che il popolo messicano è adatto al comunismo, perché lo ha già praticato, almeno in parte, già da diversi secoli, e ciò spiega perché, anche quando la maggioranza è analfabeta, comprende che piuttosto che prender parte alle farse elettorali per metter su dei boia, è preferibile prendere possesso della terra, e lo sta facendo con grande scandalo della borghesia ladrona" (Ricardo Flores Magòn)"Il popolo ignorante non avrà una parte diretta nella scelta di coloro che dovranno essere i candidati per gli incarichi pubblici... Anche nei paesi molto avanzati, non è il popolo basso a scegliere quelli che terranno le redini del governo. Generalmente i popoli democratici sono governati dai capi di partito, che si riducono a un esiguo numero di intellettuali."
    (Panchito Madero)Ogni commento è superfluoLa rivolta india e magonista

    I delegati della Junta Organizadora del PLM hanno viaggiato in tutto il paese per stabilire forti legami con le lotte degli indios.
    Si è diviso militarmente il paese in 5 regioni e il giornale Regeneraciòn circolava in diverse regioni arrivando a più di 30.000 copie.
    Hilario Salas incitava alla rivolta nella Sierra de Soteapan, a Veracruz. Nello Yucatan i magonisti incitavano i maya alla guerra. E succedeva lo stesso nelle Sierras di Oaxaca, nei chontales di Tabasco e nei yaquis di Sonora.
    A nordest dell'istmo di Tehuantepec, nello stato di Veracruz e nella Chontalpa di Tabasco si verificò uno degli episodi di rivolta antiporfirista più radicali e profondi, in cui magonisti ed indios agirono insieme.
    In questa regione il porfirismo ha reso possibile il vecchio sogno capitalista di mettere in comunicazione, attraverso la ferrovia, l'oceano Pacifico col Golfo del Messico.
    Questo, insieme ad altre opere, ha acutizzato in modo violento l'espropriazione di terre e di boschi alle comunità della regione.
    Centinaia di migliaia di ettari furono registrati come proprietà di stranieri, i boschi di legna tropicale tagliati, fino ai territori storici dei villaggi mixes di Mazatlàn e Guichicovi, così come quelli degli zoques dei Chimalapas di Oaxaca.
    Inoltre subirono l'imposizione della schiavitù, di ordini e misure repressive; chi protestava era mandato nella selva o assassinato dai rurales.
    Dopo tre anni di lotta rivoluzionaria, nel 1906 gli indigeni si ribellano in varie regioni, lotta che durerà otto anni.
    Ma questa è solo una delle ribellioni in cui gli indios e i magonisti agirono insieme.
    Dappertutto ci sarà la bandiera rossa con la scritta: "TERRA E LIBERTA'".La fine del principio

    La lotta dei magonisti e la sua radicalizzazione ideologica li portò sempre più all'isolamento. Ciò fece sì , insieme alle sconfitte militari, che alcuni di loro, tra i quali Ricardo, dovessero "rifugiarsi" negli Stati Uniti, dove continuarono la loro lotta soprattutto dal punto di vista tattico-militare e nella stampa propagandistica.
    Il "rifugio" non fu tale, perché la collaborazione tra i due Stati ha portato i magonisti in carcere in moltissime occasioni, fino alla morte di Ricardo Flores Magòn nel 1922.
    Va citato l'appoggio che ebbe dal socialista Eugene Debbs e dall'anarchica Emma Goldman in denaro e in termini di agitazione. In questa fase, Ricardo esprime la sua simpatia, non senza riserve, per lo zapatismo e la sua antipatia per il villismo.
    Il magonismo in qualche modo ha rappresentato l'inizio della rivoluzione messicana, a cui forse è mancata una chiarezza ideologica.Alcuni dati

    Anche se il magonismo è stato un movimento collettivo, oggi, che vi siamo lontani sia geograficamente che temporalmente, ci sembra, che malgrado le sue volontà, Ricardo Flores Magòn fosse il centro, il referente del gruppo radicale. Dai pochi dati che conosciamo, possiamo intuire la sua grande personalità, che a volte lo porta ad inconsapevoli atteggiamenti personalistici.
    Ciò sembra essere avallato da alcuni suoi scritti e anche da lettere critiche di suo fratello Jesas.
    Ma stiamo parlando di un uomo, con tutto quello che ciò significa, coi suoi pregi e i suoi difetti, in un determinato contesto, che ha sempre un ruolo proponderante.
    Riscattiamo il rivoluzionario che ha avuto il coraggio, in un paese privo di tradizioni anarchiche, di definirsi tale fino alla fine, quando avrebbe potuto "accomodarsi" (e le offerte non gli sono mancate) nel panorama politico messicano.
    Dal 1892 al 1922 è stato fatto prigioniero per 13 anni dopo 9 arresti, tra il Messico e gli Stati Uniti.
    Ha sempre lavorato alla stampa rivoluzionaria e alla propaganda nelle classi popolari. Dei suoi innumerevoli articoli, dedicati generalmente a problemi relativi al Messico, estrapoliamo quanto segue come dimostrazione delle sue convinzioni; questi concetti d'altronde li ha ribaditi, in modi diversi, ogni volta:

    "Viva l'unità di tutti in un solo uomo! La serenità, il benessere, la libertà, il soddisfacimento di tutti gli appetiti sani sono nelle nostre mani; ma non lasciamoci guidare da capi; che ognuno sia il padrone di se stesso; che ogni cosa venga risolta col consenso degli individui liberi. A morte la schiavitù! A morte la fame! Viva la Terra e la Libertà! (...) La libertà e il benessere sono alla portata di tutti noi. Lo stesso sforzo e lo stesso sacrificio che servono per eleggere un governante, che è un tiranno, servono per espropriare i beni dei ricchi. Bisogna dunque scegliere; o un nuovo governante, cioè un nuovo giogo, o l'espropriazione che è salvezza e l'abolizione di qualsiasi imposizione religiosa, politica o di qualsiasi altro tipo. TERRA E LIBERTA'!" (23 settembre 1911)Epilogo di un prologo

    "I tiranni ci sembrano grandi perché noi li vediamo stando in ginocchio; alziamoci!" (Scritto sulla porta dell'Università, Messico)

    Questo modesto lavoro che oggi presentiamo, intende far conoscere militanti anarchici di 80 anni fa. Non semplicemente per commemorare in modo formale un passato, ma perché questo sia un prologo, un insegnamento per il nostro presente. Sono dovuti passare 80 anni perché in Chiapas si rivivessero gli ideali magonisti e zapatisti. Ciò significa che a volte dimentichiamo, o che vogliono farci dimenticare: fino a quando ci sarà chi domina, il conflitto sociale (sempre latente) prima o poi, si manifesta.
    E non c'è scelta. Si può addormentare, si può rimandare, ma non si può evitare e l'unica scelta è di tipo personale, cioè sul ruolo da svolgervi. In quale trincea combattere. In quella dei dominatori o dei loro ruffiani, che significa disumanizzazione. O in quella dei dominati, aspettando magari qualche messia, oppure si può agire autonomamente tra persone uguali, preparandosi, organizzandosi alla creazione di un mondo nuovo.
    Scelta delle più difficili, oggi più che mai, che richiede dignità, capacità, creatività, volontà. Ma non c'è scelta. Il mondo procede verso un futuro irreversibile, in cui non ci sarà lavoro e la ricchezza si concentrerà sempre di più (secondo le Nazioni Unite nel 1960, il 20 % dei ricchi aveva degli introiti 30 volte maggiori dell'80% di poveri; oggi questo stesso 20% guadagna 150 volte di più dell'80% di poveri. El Observador, 12/09/1999, p.25)
    Che il ricordo, dunque dell'esperienza dei magonisti, con i loro errori, i loro difetti, i risultati ottenuti e i pregi, ci aiuti ad inventare spazi di resistenza, di riflessione, di creatività, di organizzazione, cercando un mondo da inventare.
    El Censurado
    (traduzione di Fernanda Hrelia
    dalla rivista uruguayana "Alter" n° 5,
    Primavera/estate '99)
    I fratelli Magòn di El Censurado
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

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