di Salvatore Tramontano
Santoro è un santo milionario, ma non vuole sentir parlare di soldi: gli sporcano la faccia.
Michele il puro e duro dice basta.
Non ci può essere una trattativa con tutti questi spifferi.
Il campione delle notizie da corridoio e dei brogliacci in fuga, l’uomo che con Travaglio ha rimestato nella spazzatura della giustizia, ora fa appello alla privacy.
C’è da capirlo, lui sta lì a trattare di un milione a docufiction, neppure fosse il signor Bonaventura, e i giornali, le televisioni, gli stessi salotti Rai invece di censurare e nascondere un momento di vita pubblica così delicato mettono in piazza cifre e panni sporchi.
Questa trasparenza non piace a Santoro.
L’uomo che ha saccheggiato le vite degli altri, il santone della libertà di stampa, il teorico del «la tv è una piazza e la notizia viene prima di tutto», il prestigiatore che fa apparire le escort in video, ora vuole spegnere le luci e tirare giù il sipario.
Nessuno faccia i conti in tasca al divo Santoro.
Lo spiega senza imbarazzi:
«Le continue fughe di notizie hanno violato l’impegno di riservatezza indispensabile per un accordo con la Rai».
A raccontarla così sembra una scelta di nervi, di uno che sbatte la porta e dice: ah sì, e allora io resto. Chi osa sputtanarmi?
Santoro vuole l’esclusiva, ma non vuole concederla.
Né ai colleghi né tantomeno alla Rai. Solo lui può creare la notizia sceneggiando quattro chiacchiere e i teoremi delle procure.
A Montecitorio si discute di tagli, conti e manovrine.
Le agenzie battono che la telenovela di Santoro è finita. Non va più via. Non lascia la Rai. Si ferma all’anno zero. Niente avventure, nessuna strada nuova, tutto resta com’era prima.
E così sia.
Michele si è sentito ferito nella dignità.
Il paladino dei poveri e dei diseredati che per sole tre puntate del «Signor M» si sarebbe messo in tasca, al netto delle spese, più di quanto guadagnano i 4.500 operai della Fiat di Cassino in un anno.
Solo tre pareggiano e superano Cassino.
Le altre sette non serve neppure calcolarle.
Ha ragione Santoro.
Di queste brutte cose è meglio non parlare. Sporcano la maschera, rovinano lo spettacolo, graffiano la magia del personaggio. Come i vecchi e cari borghesi di un tempo anche Santoro pensa che parlare di soldi sia un affare volgare.
E così sia.
Questa storia dell’addio alla Rai ha finito per mettere in evidenza tutti i suoi punti deboli.
Si è dovuto sentir dire da Paolo Rossi, vero uomo di palcoscenico, che «chi fa spettacolo e usa la verità per farsi pagare di più non è un martire».
Michele, questa volta, ha avuto paura che il suo pubblico non lo avrebbe capito e seguito.
Quando si trasferì a Mediaset illuminato dai soldi del Cavaliere, il padre l’apostrofò: «Ti sei venduto». Michele rispose sicuro: «Il mio pubblicò capirà».
Questa volta no.
Ecco i dubbi, le perplessità, i ripensamenti.
Santoro è un avatar. Vive in quella sorta di Pandora metafisica che è Anno Zero, lì dove la realtà è tarata a uso e consumo di un tipo umano e sociale ben definito, quello che si nutre di complotti, pessimista, insoddisfatto, nostalgico di una rivoluzione che non c’è mai stata, insabbiato in alibi e verità sacrosante, mortificato e un po’ masochista. Santoro per loro è un profeta, un megafono, un paladino, un medium.
Fu lui stesso, davanti a Celentano qualche anno fa, a sintetizzare in poche parole la sua identità più vera e profonda:
«Io voglio il mio microfono, quello che hai tu, voglio decidere che cosa sono le cose da raccontare, le luci e le ombre».
Lasciare la Rai significa far trasmigrare l’avatar e cambiare il microfono.
Il rischio è alto.
Santoro non se l’è sentita di affrontarlo senza paracadute. E qui c’è il senso del suo dietrofront.
L’accordo doveva essere chiaro.
Santoro se ne va, la Rai rinuncia al ricorso in Cassazione e chiude la vertenza aperta quando il conduttore vinse la causa contro il suo licenziamento, e ognuno va per la sua strada.
Santoro si porta in dote tre anni di contratto per trasmissioni ad hoc, ma non è più un dipendente Rai.
Come mai l’accordo è fallito?
La tv di Stato ha chiesto a Santoro l’esclusiva.
Vuoi fare le fiction per noi? Allora niente inciuci con la concorrenza.
«Da questa clausola - dicono a viale Mazzini - non si prescinde. Significherebbe regalare tanti soldi a Santoro per farlo lavorare altrove». Questo, a quanto si dice, è lo scoglio che non si è riusciti a superare.
Ma poi ci sono i conti di Michele.
Le sue antenne hanno intercettato qualcosa di strano.
Il suo pubblico non lo avrebbe seguito. Troppe parole, troppi milioni. Da qui la rabbia e l’appello alla censura.
Senza pubblico, senza prima serata, senza l’occhio della telecamera sul volto, lontano dal centro del palcoscenico, a guadagnarsi attenzione in periferia, Santoro si è fatto una domanda: Michele chi?
Michele chi è?
La risposta è senza appello. Santoro senza microfono è un uomo nudo.
alla pg. 1 e 13 del ilgiornale.it 26 05 2010
saluti




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