CHI SIAMO. L’IDENTITA’ ITALIANA COME PROBLEMA POLITICO
di Luca Cancelliere

Contrariamente all’opinione superficiale di molti, tra le grandi Nazioni europee è forse proprio l’Italia quella che possiede l’identità nazionale più marcata, più unitaria e più antica. Una mole di dati archeologici, storici, linguistici, culturali e politici conferma questa affermazione.
I caratteri originari della nostra civiltà possono essere fatti risalire al secondo millennio a.C.. I nostri più antichi progenitori italici erano indoeuropei di origine nordica, penetrati in Italia in due grandi ondate successive. La prima ondata fu quella dei Latini, dei Veneti, dei Camuni e dei Siculi: farebbe effetto a un leghista della Valcamonica sapere che i suoi avi penetrarono in Italia a fianco degli antenati dei Siciliani moderni! La seconda fase, nei secoli immediatamente precedenti il 1000 a.C., vide la penetrazione dei cosiddetti “Villanoviani” (che si stanziarono in alcune zone dell’Italia centro-settentrionale e contribuirono alla nascita della civiltà etrusca) e degli antenati di molte popolazioni centro-meridionali come gli Umbri, i Sabini, i Marsi, i Picenti, i Sanniti, i Lucani e i Bruzi.
E' altresì solidamente attestato un afflusso di popolazioni indoeuropee provenienti dall’Anatolia. Innanzitutto si ricordino il mito erodoteo dell'arrivo dei Tirreni dalla Lidia e le più recenti ricerche linguistiche, che hanno dimostrato la stretta parentela della lingua etrusca con alcuni idiomi indoeuropei di area frigio-anatolica. Si rammenti il mito di Enea, della migrazione troiana nel Lazio e della fondazione di Alba Longa da parte di Ascanio, la cui discendenza romulea fu all’origine della Città Eterna. Un’ultima conferma di detto afflusso di genti anatoliche è data dal mito di Antenore, eroe troiano fondatore di Padova e mitico progenitore del popolo veneto. Infine, le recenti ricerche del prof. Massimo Pittau dell'Università di Sassari hanno dimostrato che la lingua proto-sarda è ascrivibile all’indoeuropeo ed è strettamente imparentata con l’etrusco. I c.d. “Shardana” erano indoeuropei appartenenti ai c.d. "popoli del mare" che aggredirono l'Egitto nel XIV sec. a.C..
La presenza celtica nell’Italia settentrionale è stata invece sopravvalutata, risalendo essa a non prima del V sec. a.C. (fatta eccezione per la tribù dei Leponzi) e non rivestendo certamente importanza maggiore di quella delle popolazioni Liguri del nord-ovest e di quelle Venete (civiltà atestina) del nord-est. Una forte presenza etrusca, è attestata in buona parte della pianura padana (dove fiorì una dodecapoli etrusca padana di 12 città, tra le quali Mantova era la più importante) e fino al cuore delle Alpi con le propaggini retiche. In ogni caso, la romanizzazione della cosiddetta “Gallia cisalpina” produsse come esito finale una civiltà gallo-romana perfettamente inserita nella Res Publica dal punto di vista politico (fu proprio Cesare a conferire la cittadinanza romana ai Galli Cisalpini) e culturale (tra i più grandi Romani antichi si annoverano Plinio di Como, Virgilio di Mantova, Catullo di Sirmione e Tito Livio di Padova).
Per mezzo della lingua, delle colonie, delle leggi, dell’amministrazione e della coscrizione militare, Roma fuse tutte le popolazioni italiche del nord, del centro, del sud e delle isole in un blocco etnico, linguistico, culturale. Scipione, nel discorso alle truppe prima della battaglia di Zama (202 a.C.), poteva esortare i suoi soldati ricordandogli che era per l’Italia (e non solo per Roma) che andavano a combattere.
Tra le discipline tradizionali dell’Antichità, la geografia sacra considerava l’Italia un’unità sacrale denominata “Saturnia Tellus”. Augusto, avendo chiamato a raccolta le sue schiere italiche contro l’orientalizzante Antonio e contro Cleopatra, ricevette dai nostri progenitori la "Coniuratio Italiae" ("Tota Italia iuravit in mea verba"). Dopo la vittoria finale, Augusto rese l'Italia un’entità politica distinta dalle province, legata all’Urbe e gestita direttamente dal Senato, divisa di 12 regioni molto simili a quelle attuali e dotata di un diritto proprio: lo “ius italicum”. Grande cantore dell'unità sacrale, politica e nazionale dell'Italia augustea fu Publio Virgilio Marone di Mantova, autore dell'Eneide (a buon diritto definita "Libro sacro degli Italici") e delle “Georgiche” (vedasi la “Laus Italiae” del Libro II).
Nei secoli successivi, all'interno prima dell'Impero Romano, poi sotto i re romano-barbarici e infine nel Sacro Romano Impero, l'Italia costituì sempre un’entità politica ben distinta e definita. Alla fine del II sec. d.C. Diocleziano istituì, nel quadro della sua riorganizzazione imperiale, la “Diocesis Italiciana”, con la quale Sicilia e Sardegna furono amministrativamente unite alla penisola (fine III secolo d.C.). Sotto gli Ostrogoti di Teodorico e (dopo la breve parentesi bizantina) durante la lunga dominazione longobarda (569-774 d.C.), l’Italia costituì un Regno unitario, ancorchè amputato, in età longobarda, dei vasti possedimenti rimasti sotto Bisanzio. Gli invasori longobardi, con il tempo, adottarono la lingua italica, ebbero sovrani che si fregiavano del titolo di "Rex totius Italiae" e ammettendo gli Italici nell'esercito e ai matrimoni misti, alla vigilia della conquista carolingia finirono per fondersi con questi ultimi. Il loro regno, conquistato da Carlo Magno, entrò a far parte come “Regno d'Italia” del Sacro Romano Impero. Questo Regno, che ebbe velleità indipendentistiche verso al fine del X sec. d.C. con sovrani come Berengario e Arduino, durò praticamente fino all’età napoleonica e tutti gli imperatori del Sacro Romano Impero succedutisi nei secoli furono incoronati suoi sovrani con la famosa “Corona Ferrea” che ancor oggi viene custodita a Monza.
La Nazione assumeva sempre più i tratti che oggi ci sono familiari: le sue energie esuberanti si sfogavano nell’espansione mediterranea delle Repubbliche Marinare, nel fiorire della civiltà comunale, nella nascita delle Università e nella riscoperta del Diritto Romano, infine nel consolidarsi dell’idea imperiale ghibellina. A cavallo del 1300, il fiorentino Dante Alighieri tradusse in versi e in prosa l’idea imperiale del grande Federico II di Hohenstaufen. Il sovrano svevo, come ricordò lo storico Kantorowicz, sognava di insediarsi in Roma (dove avrebbe riportato le “aquile” e i “fasci littori”) per renderla effettiva capitale di un Regno d’Italia a sua volta centro del Sacro Romano Impero. Dante, in opere come la “Divina Commedia” e il “De vulgari eloquentia”, ha dimostrato di possedere l’idea di un’Italia, delimitata nei suoi confini a nord, ovest ed est ("Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l'Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c'ha nome Benaco" (Inferno, XX, 61-63); "Si com'ad Arli ove Rodano stagna, si com'a Pola presso del Quarnaro,
che Italia chiude e suoi termini bagna" (Dante, Inferno 3, 113-4), linguisticamente ripartita nei 14 dialetti della lingua nazionale (De vulgari eloquentia, I, X) e di un “vlogare illustre” comune (De vulgari eloquentia, I, X), auspicabile sede di una “curia regia” di tutti gli Italiani (De vulgari eloquentia, I, XVIII) e centro del potere imperiale (Purgatorio, VI, 76-114).
I secoli successivi videro l’idea nazionale rifulgere nell’opera di molteplici poeti e scrittori, due soli dei quali vogliamo ricordare in questa sede: Francesco Petrarca che cantò “Il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe” e Niccolò Machiavelli che nel “Principe” indicò l’obiettivo dell’indipendenza e dell’unità d’Italia e con i “Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio” additò agli Italiani l’esempio delle virtù politiche e militari di Roma antica. Grande fu la fioritura del Genio Italiano – abbeveratosi al retaggio dell’Ellade e di Roma – durante il Rinascimento. Nei secoli XVII e XVIII la comune identità nazionale (nella letteratura, nelle arti, nella musica, nelle scienze) si approfondiva con uomini come Giambattista Vico (l’autore della “Scienza Nuova e del “De antiquissima Italorum Sapientia”), lo storico Ludovico Antonio Muratori e l’istriano Gian Rinaldo Carli (autore nel 1765 dello scritto “La Patria degli Italiani”). Attraverso il pensiero e l’azione dei grandi Italiani che animarono il Risorgimento Nazionale e condussero le guerre per l’Indipendenza e l'Unità della Patria, fino alle guerre coloniali e alla Grande Guerra del 1915-18, si giunse alla Rivoluzione Fascista, culmine politico e sociale dall'esperienza dello Stato Nazionale Unitario, sorto nel 1861 e ancor oggi occupato dalle forze militari straniere che arrivarono nel lontano 1943.
Forti di tre millenni di storia e di una civiltà che tutto il mondo conosce e ci invidia, dobbiamo guardare con distaccato disprezzo alle miserevoli diatribe tra chi falsifica la storia negando l'esistenza della Nazione e i vecchi politici della cosiddetta Prima Repubblica, che rispolverano ipocritamente il finto patriottismo d’occasione dopo avere per 60 anni praticato la negazione continua, sistematica e generalizzata dell'idea nazionale italiana nella scuola, nella cultura, nei mass media. Le radici della stirpe, la terra dei padri e la tradizione nostra, per noi, si compendiano nella parola ITALIA. Sulla scena politica mondiale, per contribuire a quell'Europa unita, indipendente e armata che noi vogliamo, dobbiamo combattere questa Unione Europea imposta dai banchieri e succube all’atlantismo.
La gente oggi non conosce quello che ogni bimbo dovrebbe succhiare con il latte materno, l'amore per la Patria. Noi dobbiamo proclamare a gran voce la difesa dell’Italianità e non ripetere l'errore fatto per tanti anni dalla cosiddetta destra, che di tutto si interessava tranne che della nostra Nazione, della sua identità, della sua storia, del suo ruolo e dei suoi interessi nel mondo. Oggi, come Italiani, dobbiamo riproporre un'idea forte della Nazione, intesa come comunità etnica, linguistica, culturale e politica forgiata dallo spirito creatore di Roma, da secoli di civiltà e da 150 anni di unità statuale, destinata a proseguire nei secoli la sua missione civilizzatrice universale all’interno di una più vasta comunità delle Nazioni europee. Occorre altresì rifiutare ogni negazione, anche larvata, dell’unità nazionale, ma anche il patriottismo peloso di chi ha per decenni depresso il sentimento nazionale e che ora lo riscopre in maniera strumentale e insincera. E’ vero infatti che l’Indipendenza e l’Unità della Nazione, oggi, si difendono non solo e non tanto contro le spinte separatiste, ma anche e soprattutto contro le ben più pericolose minacce che imperversano: immigrazione e denatalità, espropriazione della sovranità politica, monetaria e militare, globalizzazione e perdita dell’identità culturale.

"Vertú contra furore prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto: ché l'antiquo valore ne gli italici cor' non è anchor morto" (Francesco Petrarca)

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